I marines uccidono un cameraman della Reuters che stava facendo delle riprese fuori dal carcere Abu Ghraib. Il Pentagono: è un errore, credevano avesse in mano un lanciagranate.
Il cameraman ucciso dai marines. Mazen Dana stava facendo delle riprese fuori dal carcere di Abu Ghraib quando è stato raggiunto da diversi colpi di artiglieria. La prigione al momento della tragedia era oggetto di un attacco ancora misterioso, in cui hanno perso la vita sei detenuti iracheni. Ma la morte del cameraman pesa ora sulla coscienza degli americani, che hanno colpito un civile. Il Pentagono ha ammesso l’errore, precisando che i militari erano convinti che la camera da presa fosse un lanciagranate. "Soldati dell'esercito Usa hanno agito perché erano convinti che il video-operatore stesse puntando un lanciagranate nella loro direzione", ha detto il portavoce Frank Thorp. Un altro portavoce - nel tentativo di difendere i soldati - ha aggiunto che "se gli si è tirato addosso significa che egli ha fatto qualcosa che ha provocato il malinteso".
Ma l’episodio è destinato a fare crescere la polemica, già esplosa quando, poco prima della caduta del regime, alcuni militari statunitensi spararono contro l’Hotel Palesatine, dove risiedevano centinaia di giornalisti internazionali, e uccisero un cameraman spagnolo e un giornalista ucraino. L’inchiesta militare conclusasi qualche giorno fa negli Stati Uniti ha scagionato i soldati.
Questa volta il comitato per la protezione dei giornalisti chiede che venga fatta luce sull'episodio nella prigione irachena. L'organismo ha chiesto "un'inchiesta approfondita sull'incidente e delle spiegazioni pubbliche sulle circostanze".
E in Medio Oriente la notizia dell'uccisione del cameraman ha creato sdegno tra i palestinesi e risvegliato il ricordo dell'uccisione del video-operatore italiano Raffaele Ciriello, ucciso dai blindati israeliani un anno e mezzo fa. Decine di giornalisti si sono raccolti nella piazza della Mangiatoia di Betlemme oggi: "E' questo il destino dei giornalisti palestinesi, che si trovino sul campo di battaglia della Palestina o altrove" - ha commentato Naim Tubassi, presidente della locale associazione dei giornalisti -. "La morte di Mazen Dana non ci ha sorpreso perché era stato ferito già 16 volte, in tutte le parti del corpo. Noi giornalisti - ha proseguito Tubassi - viviamo in un epoca in cui siamo continuamente bersagliati".
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