Utopia e libertà.
Un percorso dal pensiero utopico europeo moderno attraverso la filosofia classica tedesca fino ad un marxismo radicalmente rinnovato.
Di Costanzo Preve
1. Il lettore ha sotto gli occhi un titolo corto ed un sottotitolo lungo. Era però a mio avviso necessario mettere subito in evidenza le tre tappe del pensiero moderno cui intendo invitarlo (pensiero utopico – filosofia classica tedesca – marxismo radicalmente rinnovato e per ora ancora inesistente). Questa impostazione si contrappone a quella che è stata abituale per più di un secolo, e che è invece a mio parere del tutto fuorviante ed illusoria, cioè il presunto passaggio del socialismo dall’utopia alla scienza , secondo la classica formulazione datale da Engels negli anni Settanta dell’Ottocento, e pervicacemente giunta fino a noi. Sono consapevole di stare suggerendo un punto di vista nuovo, ed a questo invito il lettore paziente ed intelligente.
2 . Questo breve saggio è la continuazione ideale di un saggio precedente, pubblicato
nel numero di ottobre 2002 della rivista Comunitarismo. Questo saggio precedente si intitolava “Comunitarismo e Comunismo. Una riflessione storica sui due termini ”. La lettura di questo precedente saggio è molto utile per comprendere l’intera logica in cui svolgo il mio discorso. Per comodità del lettore ne riassumerò nei prossimi due paragrafi l’ispirazione di fondo. Lo scopo resta quello della piena legittimazione politica e filosofica dei termini di Comunità e di Comunitarismo.
3. Nel dibattito politico italiano politically correct di sinistra i due termini di “comunità” e di “comunitarismo” sono considerati cavalli di Troia di infiltrazione della Destra Eterna ed Immutabile (DEI). Esemplari sono in proposito i ripetuti interventi di Guido Caldiron e di Francesco Germinario. Si tratta in generale di manifestazioni di quello che chiamerò il Paradigma dell’Infiltrazione. E’ questo una forma di pensiero magico, che come tutte le forme di pensiero magico ritiene che la fonte impura contamini anche il contenuto. Se ad esempio in un dibattito lo storico Franco Cardini e lo storico Marco Revelli dicessero la stessa cosa , questo non avrebbe nessuna importanza per il pensiero magico: infatti Cardini avrebbe torto e Revelli avrebbe ragione. Follia? Assolutamente no. C’è una logica in questa follia. La logica consiste nel mantenimento a tutti i costi di un pensiero identitario di appartenenza dicotomica Sinistra/Destra. La logica è quella dei tifosi dello stadio, che applaudono sempre la propria squadra e fischiano sempre la squadra avversaria, e che si scontrano con i bastoni con i tifosi avversari. In realtà nel mondo del calcio succede a volte, sia pure raramente, che anche i tifosi più scalmanati applaudano la squadra avversaria, quando questa gioca molto bene. I militanti identitari sono in questo molto più rozzi, perché non arrivano neppure a quello.
E perché questo avviene? Come ho detto, si tratta del Paradigma dell’Infiltrazione. Secondo questo modello, che qui riassumo in modo pittoresco ma sostanzialmente realistico, vi sono tre esseri diabolici, Evola, Tarchi e de Benoist, che emettono messaggi in codice destinati ad essere recepiti in superficie da Berlusconi, Fini e Bossi. Il concetto di “comunità” è uno di questi messaggi, ad esempio la comunità popolare padana del sangue e del suolo, i cui componenti sono invitati a prendere il bastone ed a colpire meridionali, arabi, neri e soprattutto musulmani.
Chi non capisce che bisogna prendere le distanze esplicitamente dal Paradigma dell’Infiltrazione, anche se questo comporta il rischio di rimproveri e di marginalizzazioni, non ha la minima concezione di etica della comunicazione filosofica. Chi scrive ritiene di averne, forse non molta, ma almeno un poco sì.
4. Sempre in riferimento al mio precedente saggio dell’ottobre 2002 ricordo le tre ragioni fondamentali che mi portano a rilegittimare integralmente il termine di “comunità” e la corrente del “comunitarismo”.
In primo luogo, questo termine rimanda all’antica sapienza filosofica greca, che non distingueva fra comunità e società (in lingua tedesca Gemeinschaft e Gesellschaft), perché per i greci antichi la comunità e la società erano la stessa cosa, e si indicavano con un’unica parola (koinonia, che indica appunto il koiné, ciò che si ha in comune). Questa concezione unitaria della comunità e della società era democratica, perché si basava sulla messa in mezzo (es meson) della ragione (logos), che era appunto messa in mezzo fra i cittadini (polites), e che essendo in mezzo fra di loro (dia) richiedeva il dialogo (dia-logos). L’ateniese Socrate è un esempio insuperabile di questa concezione, che vede nell’anima (psyche) il luogo del giudizio sul giusto e sull’ingiusto, come Platone ricorda nel dialogo Critone.
In secondo luogo, questo termine indica molto bene la concezione del comunismo presente in Marx. Per Marx, in sintesi telegrafica, il comunismo non è una società socialista ulteriormente egualizzata e livellata, ma è una comunità di libere individualità. Questa almeno è la formulazione dei Lineamenti (in tedesco i Grundrisse). Chi non sopporta la parola comunità, perché ritiene che sia un cavallo di Troia della coppia diabolica Tarchi - de Benoist, sappia che non vuole neppure Marx. Su questo io personalmente non sono disposto a fare smorfie o sconti.
In terzo luogo, il termine di Comunitarismo, dialettizzato più che contrapposto al termine Individualismo, ha assunto da almeno tre decenni un significato del tutto progressivo soprattutto nella filosofia politica anglosassone. Ricordo qui solo Christopher Lasch ed Alisdair Mac Intyre. Non si capisce perché la minaccia di scontri identitari fra bastonatori rivali dovrebbe impedirmi di usare questi termini secondo ovviamente la mia sovrana interpretazione. Ma ora basta con le chiacchiere ed entriamo finalmente in argomento.
5. Svolgerò il mio discorso in quattro punti. Primo, criticherò in modo radicale qualunque concezione basata sul passaggio del comunismo moderno dall’utopia alla scienza. Io considero il comunismo moderno un’antropologia sociale contenuta in una filosofia della libertà, che utilizza anche in seconda istanza metodi razionali in economia (principio del piano), ma che non è in alcun modo una “scienza” paragonabile alle scienze naturali moderne nate dopo il Seicento. Secondo, mostrerò come l’utopia moderna contenga in sé un elemento contraddittorio, che è quello del sogno di emancipazione purtroppo strettamente legato con la cattiva e regressiva concezione del controllo sociale totale e del conformismo introiettato. Terzo, cercherò di indicare come la filosofia classica tedesca, che a mio avviso è soprattutto una filosofia della libertà dei moderni, sia proprio una risposta determinata, anche se indiretta, alle aporie della comunicazione utopica della società. Quarto, concluderò sostenendo che il marxismo, se desidera avere un futuro da progettare e non solo un passato da rimpiangere, deve prendere atto di questo nucleo concettuale, a mio avviso di semplice comprensione. Per finire, concluderò con alcune segnalazioni bibliografiche che permetteranno al lettore una prosecuzione individuale dello studio di questi affascinanti argomenti.
6. La teoria del passaggio della teoria del socialismo moderno dall’utopia alla scienza fu elaborata fra il 1876 ed il 1878 da Friedrich Engels nel contesto di una polemica con il positivista tedesco Duhring. Ma la polemica con Duhring fu solo l’occasione estrinseca per qualcosa di molto più rilevante, e cioè la prima formulazione sistematica di una cosa che fino ad allora non esisteva neppure ancora, e cioè il “il marxismo”. Marx era ancora vivo (mori nel 1883), non prese le distanze da Engels, e si può dunque pensare che fosse d’accordo. In realtà, noi facciamo l’esperienza tutti i giorni del fatto che anche i nostri migliori amici ci fraintendono, oppure espongono le nostre idee in modo riduttivo. In ogni caso, cerco di arrivare subito al cuore teorico del problema.
In quanto allievo, spesso inconsapevole e contraddittorio, di Hegel e della filosofia classica tedesca, Marx non poteva staccarsi dall’idea che non può esistere una scienza senza fondamenti filosofici. Fu invece il positivismo posteriore ad abbandonare l’idea che la scienza debba avere fondamenti filosofici ed a sostenere la concezione per cui una scienza “positiva” deve anzi lasciarsi alle spalle ogni fondamento filosofico, ritenuto immaturo, in una parola “metafisico”. Marx oscilla fra idealismo e positivismo, li mischia continuamente insieme, ed è allora inevitabile che lo stesso statuto teorico del marxismo ne venga fortemente danneggiato, con conseguenze storiche gravissime e tragicomiche. Da un lato, si pretende in modo positivistico di “dedurre” dalla nozione modellistica di modo di produzione capitalistico, fatto ulteriormente ruotare intorno alla sola teoria del valore-lavoro considerata il suo nucleo centrale, lo stesso passaggio inevitabile dal capitalismo al comunismo. Dall’altro, è innegabile che questo preteso (ed in realtà a mio avviso inesistente) passaggio inevitabile dal capitalismo al comunismo presuppone un fondamento filosofico inespresso, e cioè che la natura umana lo consenta e lo renda possibile, considerando che l’uomo è un animale politico razionale e sociale, e non un atomo di egoismo e di aggressività sostanzialmente ineducabile e non migliorabile.
Come si vede, la scienza marxista del modo di produzione presuppone, a mio avviso, un fondamento filosofico ed antropologico. Ecco perché su questo punto sono del tutto fuori strada coloro che cercano di eliminare dalla teoria di Marx qualunque fondamento detto “umanistico”, come Louis Althusser e la sua pur benemerita scuola francese.
7. Engels respinge di fatto l’idea che la scienza marxista debba avere un fondamento filosofico veritativo, ed oscilla fra le due concezioni, entrambe molto riduttive ed a mio avviso insufficienti, della filosofia come scienza delle leggi del pensiero e della filosofia come concezione scientifica del mondo. La scienza delle leggi del pensiero è la logica, non la filosofia, che è un concetto molto più ampio, e la concezione scientifica del mondo è una ideologia, sia pure razionalistica. La somma di logica e di ideologia, però, non fanno una filosofia.
8. In questo modo il marxismo nasce senza fondamento filosofico reale, e nasce cioè positivistico. Ma il modello positivistico di scienza era appunto quello dominante in Germania fra il 1870 ed il 1890, quando cioè nasce il marxismo come sistema coerentizzato, ed era il modello che volevano anche i nuovi dirigenti politici e sindacali del movimento operaio tedesco, ansiosi di dotarsi di una teoria “seria”, e seria perché scientifica e non utopistica. Come si vede, si trattò di un processo storicamente obbligato ed a quei tempi senza alternative. Ma in questo modo il marxismo si portò dietro per più di un secolo, ed ancora si porta dietro, un peso sempre più assurdo ed intollerabile.
E’ necessario cambiare strada. Fino al triennio 1989-1991, data in cui si consumò l’esperienza del comunismo storico novecentesco come sistema di stati e di partiti, questa riforma radicale era impossibile, perché sarebbe stata impedita con la forza dalle burocrazie politiche al potere, che da questo deforme marxismo positivistico traevano appunto la legittimazione ideologica della loro presunta direzione “scientifica” della società. Fu questa la ragione per cui la stessa moderata e minimalistica proposta di colui che fu forse il più grande filosofo marxista del Novecento, l’ungherese Lukàcs, che suggerì di sostituire all’assurdo materialismo dialettico codificato da Stalin nel 1931 una più credibile ontologia dell’essere sociale, fu ignorata e respinta dagli apparati politici al potere, gli stessi che pochi anni dopo avrebbero liquidato la baracca e si sarebbero riciclati come mediatori del consenso al servizio dell’imperialismo americano.
9. Bisogna dunque cambiare radicalmente strada. Io propongo in questa sede un primo possibile itinerario, che passa attraverso tre momenti critici successivi. Si tratta di tre bilanci teorici concatenati, un bilancio dell’utopia moderna, un bilancio della filosofia classica tedesca, ed infine un bilancio delle possibilità di riforma radicale dello stesso pensiero comunista. Iniziamo allora dall’utopia moderna.
10. Viviamo oggi in uno sciagurato momento culturale di svalutazione e di diffamazione del discorso utopico. Il discorso utopico è legato al totalitarismo, alla prefigurazione maniacale del dominio fatto passare per soddisfacimento dei bisogni naturali dell’uomo, ed è soprattutto visto come premessa e giustificazione ideologica della rivoluzione francese del 1789 e di quella russa del 1917. La svalutazione dell’utopia è ovviamente legata alla delegittimazione della rivoluzione. L’apparato mediatico si serve di intellettuali privilegiati che amplificano questo discorso anti-utopico, e questo non è un caso. L’immaginazione utopico-prefigurativa, infatti, non può essere del tutto abolita, perché è radicata nei sentimenti e nelle passioni umane. Essa può essere però trasferita, in questo caso, all’immaginazione pubblicitaria del consumo e del desiderio di consumo. Questa utopia trasformata in consumismo connota appunto la miseria del nostro tempo più che ogni altra determinazione culturale. L’altro luogo e l’altro tempo dell’utopia, un tempo politica e sociale, sono ora l’illusoria fuga nel futuro di un luogo e di un tempo del consumo. Senza una vera rottura antropologica con questo scenario è quasi impossibile ipotizzare una ripresa rivoluzionaria.
11. E’ possibile ammettere tranquillamente che nelle utopie moderne (non parlo infatti del mondo antico e medievale, che pure videro opere che potremmo definire “utopiche”) ci sono anche elementi prefigurativi maniacali, ossessivi ed autoritari. Ad esempio Pierre-François Moreau, in un libro interessante, ha sostenuto che il genere utopico, spesso travestito da esposizioni dei veri bisogni naturali dell’uomo distribuiti egualitariamente, è stato in realtà il romanzo dello stato assoluto mercantilista, che doveva appunto conformare il soddisfacimento dei bisogni dei suoi sudditi alla produzione protetta dalla sua sovranità. Per fare un altro esempio Giovanna Pezzuoli, in un altro notevole libro, ha sostenuto e documentato come la maggior parte delle utopie moderne sia caratterizzata dall’immaginario maschile di dominio sulla donna e dal suo imprigionamento nelle cosiddette “funzioni naturali” che sono in realtà il frutto di un assoggettamento storico. Ora, io non voglio negare la fondatezza di quanto dicono Moreau e la Pezzuoli. E’ chiaro che una concezione “naturalistica” dei bisogni può essere l’anticamera ideologica di un progetto di regolazione forzata dei bisogni stessi. In questo senso, e lo vedremo dopo, lo stesso comunismo di Marx deve per molti versi de-utopistizzarsi, e questo non potrà avvenire senza assorbire la lezione di libertà della filosofia classica tedesca. Ma la tendenza principale del discorso utopico, a mio avviso, resta quella correttamente indicata da Ernst Bloch e da Walter Benjamin, e cioè una tendenza di trascendimento liberatore di un presente ingessato nei suoi rapporti di potere.
12. Quanto dico fu peraltro già detto molto bene da Kant alla fine del Settecento. Scrive Kant: “Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il bene degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché egli non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo”. Le utopie presentano infatti talvolta proprio i due aspetti che Kant individua: da un lato propongono al dialogo pubblico delle vie per una vita buona (uso qui il termine di Aristotele, a mio avviso tuttora insuperato), dall’altro a volte effettivamente cadono nella tentazione della costrizione ad essere felici a loro modo. Se le utopie non avessero questa contraddizione interna, sarebbero il punto più alto della filosofia politica. Ma qui appunto interviene il ruolo duplice della filosofia classica tedesca, la critica dell’intellettualismo astratto nella progettazione sociale e la proposta di una libertà individuale concreta.
13. In generale le storie dell’utopia moderna iniziano con Tommaso Moro e con Tommaso Campanella, l’Utopia e la Città del Sole. Una felice eccezione è invece presente in un notevole libro di Emilio Russo, che inizia dal De pace fidei (e cioè La pace della fede), un’opera scritta dal filosofo Nicola Cusano a metà del Quattrocento. Si tratta di una scelta intelligentissima, perché mostra bene la prima radice dell’utopia moderna, che è pacifista e cristiana. In questa stupefacente opera, al cui livello le chiese organizzate non sono ancora giunte neppure oggi, Cusano mostra con cristallina chiarezza che tutte le religioni (cristiana, ebraica, musulmana, eccetera) adorano in realtà lo stesso identico Dio, divergendo solo nei rituali esteriori e negli apparati teologici. L’utopia consiste dunque in una proposta pacificatrice, in cui Cusano formula in questo modo il programma per una “concordia ragionevole fra le religioni”: “… dopo aver esaminato un gran numero di libri, si scoprì che tutte le divergenze riguardavano i riti piuttosto che il culto dell’unico Dio e dal loro confronto risultava altresì che l’unico Dio era stato presupposto da sempre e venerato in tutte le forme religiose, benché il popolo semplice spesso non se ne accorgesse, ostacolato dall’avverso potere del principe delle tenebre”.
Un’osservazione. A metà del Quattrocento, Cusano dice chiaramente che l’intolleranza è diabolica, non l’eresia. Cade dunque l’idea del cosiddetto “pensiero debole” contemporaneo per cui chi tende alla verità è potenzialmente intollerante, e solo lo scettico liberale (Rorty) è veramente tollerante, perché non credendo in nulla tollera tutto. Non è così. Cusano crede alla verità, che egli ovviamente nel suo linguaggio chiama “unico Dio”, e proprio su questa base annuncia il diritto ad arrivarvi in vari modi (oggi diremmo in modo “pluralistico”). Diabolico è chi cerca di impedire questa varietà.
Siamo dunque arrivati a capire il primo elemento filosofico del discorso utopico moderno. Si tratta della pace religiosa, presupposto per ogni ulteriore ripresa del dialogo filosofico di tipo greco-socratico, che non potrebbe mai svolgersi se non in condizioni politiche e sociali di pace religiosa. Non è certo poco.
14. Se la pace religiosa è il primo elemento utopico strutturale, la critica alla proprietà privata ne è il secondo. Si tratta, come è noto, di una critica presente sia nell’Utopia di Tommaso Moro sia nella Città del Sole di Tommaso Campanella. Queste critiche alla proprietà privata sarebbero incomprensibili senza tenere presente la scoperta dell’America ed i nuovi viaggi dei portoghesi in Asia, che allargano in modo incredibile i precedenti orizzonti chiusi dell’Europa medioevale. U-topia significa certo etimologicamente “in nessun luogo”, ma il suo vero significato è “in un altro luogo possibile”. Sia in Moro che in Campanella sono dei marinai a raccontare le rispettive utopie. Il viaggio come fattore di scoperta è il presupposto materiale del racconto utopico.
A fianco del viaggio di scoperta primocinquecentesco c’è certamente un altro fattore decisivo, ed è lo sconvolgimento dei rapporti di proprietà che si verifica nel Cinquecento ad opera di molti fattori convergenti. Il “comunismo” degli utopisti Moro e Campanella non è un sogno autoritario di umanisti frustrati e di monaci ribelli, ma una risposta assolutamente determinata ad uno sconvolgimento storico presente. Come fece a suo tempo notare Giuliano Ghiozzi in un ottimo libro, a quel tempo non era ancora stata elaborata la teoria moderna della proprietà privata, che nasce fondamentalmente con John Locke e con la sua teoria di proprietà legittimata dal lavoro. Locke ha alle spalle la rivoluzione puritana inglese del 1640 ed i primi accenni dello sviluppo capitalistico, anche se solo commerciale e manifatturiero e non ancora industriale. Ciò permette al lavoro di diventare in un certo senso “astratto”, cioè generico, omogeneo ed intercambiabile, e questo presupposto del “lavoro astratto” è ovviamente il ponte concettuale verso la “proprietà astratta”, cioè la proprietà in generale, prima borghese e poi capitalistica.
Moro e Campanella sono uomini del Cinquecento, non del Settecento, e non si trovano davanti ancora il lavoro astratto e la proprietà privata astratta. Essi si trovano davanti i rapporti sociali di produzione di tipo signorile e tardo-feudale, ma anche le nuove “recinzioni” (enclosures) in cui, come scrive Moro, “le pecore mangiano gli uomini”, perché li cacciano dai “campi aperti” (open fields) in cui prima lavoravano.
15. L’utopia moderna nasce dunque dalle due robuste gambe della pace religiosa e della critica della proprietà privata. Pace religiosa significa universalismo, critica alla proprietà privata significa comunismo. Ma il comunismo degli utopisti è un comunismo necessariamente “comunitario”, e questo ci porta ad esaminare questa prima forma moderna di “comunità”. Ho già scritto in un paragrafo precedente che sono per la piena legittimazione di questo termine, ed aggiungo ora una quarta ragione alle tre ricordate precedentemente nel paragrafo 4. Moro e Campanella hanno ovviamente una concezione comunitaria del comunismo, che non si tratta di accettare o di respingere a scatola chiusa, ma di interrogare nella sua natura e nelle sue dinamiche, che sono ad un tempo premoderne e protomoderne. E’ questa delicata doppia natura che ci interessa.
16. Gli autopiani di Tommaso Moro e i solari di Tommaso Campanella lavoravano rispettivamente sei ore e quattro ore al giorno. Essi praticavano dunque il principio che la sinistra politica contemporanea ha definito “lavorare meno, lavorare tutti” e che ha ispirato la richiesta delle 35 ore settimanali, oggi disprezzata e diffamata come se si fosse trattato di una follia, e non di una richiesta umanistica e razionale.
Che fare nel tempo rimasto libero dal lavoro? Sostanzialmente, studiare. E così giungiamo al terzo e forse più rilevante elemento dell’utopia moderna, dopo i due precedenti della pace religiosa e della critica alla proprietà privata. Si tratta del principio dell’educazione universale, oggi sostituito dalla manipolazione mediatica universale, che è esattamente il contrario della educazione. In un suo ottimo libro, Ornella Pompei Faracovi documenta la fortissima spinta educativa e pedagogica del discorso utopico moderno, in particolare di quello seicentesco. Certo, si tratta di una pedagogia di tipo “organicistico”, che tende soprattutto all’inserimento armonico nella comunità. Ma si tratta pur sempre dell’insistenza al diritto universale alla conoscenza, al rinnovamento del sapere su nuove basi. Oggi stiamo perdendo questa pulsione utopica, e tutti sanno che le ipotesi di riforma dell’educazione e del sistema scolastico sono tutte ispirate dal principio aziendalistico della scuola come impresa economica. In Italia sappiamo che non ci sono state e non ci sono in proposito differenze qualitative fra Giovanni Berlinguer dell’Ulivo e Letizia Moratti del Polo, e questo non è un caso, perché le polarità parlamentari Sinistra/Destra sono semplici varianti secondarie di una cultura egemonica.
Chi è oggi il portatore di questa cultura egemonica? In proposito, io condivido nell’essenziale la nuova teoria delle classi sociali proposta da Riccardo Petrella, che sostiene che oggi nel mondo vi sono fondamentalmente tre classi: la classe dominante, formata da una aristocrazia finanziaria mondiale, che ha unificato la propria cultura di riferimento (lingua anglo-americana, stesse carte di credito, stessi alberghi e residences che contano, stessi quotidiani, stessa TV, stessi modelli di consumo); la classe delle risorse umane nel mondo, cioè tutti gli occupabili flessibili; infine, gli esclusi del mondo, perché in vario modo sovrabbondanti. Questa è la nuova struttura di classe della nuova società globalizzata che si vanta di non essere più “utopica” e di essersi lasciata alle spalle ogni ipotesi di progettazione sociale alternativa. Una simile società non ha, e non potrebbe comunque avere, un modello educativo, formativo e pedagogico, perché non ha una concezione umanistica, ma puramente aziendalistica. La società non deve più essere pensata nella forma dell’Utopia, ma nella forma dell’Impresa.
17. Il Settecento rappresenta il momento di massima maturità del discorso utopico. Qui i tre momenti prima indicati (la pace religiosa, la critica alla proprietà privata e l’educazione universale fondata sul tempo libero dal lavoro riproduttivo) si fondono in un vero e proprio progetto politico complessivo. Tuttavia, credo che il modo tradizionale con cui le storie della filosofia occidentale presentano l’utopia settecentesca sia fuorviante e riduttivo. Il discorso utopico diventa in queste ricostruzioni una sorta di “estrema sinistra” dell’Illuminismo. C’è così una destra aristocratica (Montesquieu), un centro borghese filo-inglese (Voltaire), una sinistra democratica (Rousseau), ed infine appunto una estrema sinistra utopica. In questo modo, però, l’autonomia progettuale del discorso utopico viene perduta. E’ allora necessario cambiare radicalmente l’ottica di approccio.
18. E’ questo il caso del notevole lavoro di Aldo Maffey. Maffey connota con grande finezza l’utopista come “un grande specialista di una materia forse inesistente”, la felicità immutabile ed eguale per tutti, ed individua il nucleo dell’utopia proprio nell’esorcizzazione della temporalità dissolvitrice, il cui nucleo è sempre alla fine la nostra morte personale. In questo modo l’uotpia non viene collegata all’ideologia, secondo la proposta di Mannheim, per cui in definitiva l’ideologia era conservatrice e l’utopia era rivoluzionaria. L’utopia non viene collegata alla religione, che è anch’essa basata su di una esorcizzazione del carattere nichilistico e dissolutivo della temporalità. In ogni caso, la filosofia classica tedesca, che si baserà sulla dialettica, a sua volta grande dissolvitrice di ogni mito naturalistico della permanenza dei bisogni naturali e della trasparenza dei costumi sociali, sarà in grado di interpellare l’utopia proprio nella forma hegeliana della Auf-hebung, e cioè del Superamento-Conservazione. E questo è appunto il solo vero oggetto di questo mio breve saggio. Ma ora torniamo alla proposta interpretativa di Maffey, che mi servirà proprio da ponte per collegare il discorso utopico con il discorso della filosofia classica tedesca.
19. Aldo Maffey individua tre modelli utopici settecenteschi, un’utopia borghese, un’utopia comunista ed un’utopia anarchica. L’utopia borghese è quella dei fisiocratici francesi, che volevano fondare un’ordinata riproduzione economica sulla base dell’ordine naturale finalmente scoperto e ristabilito. L’utopia comunista è quella di Morelly, che peraltro lega il suo comunismo non certo ad ancora inesistenti proletariati e partiti proletari, ma ad un potere monarchico e dispotico che abbia la forza di liquidare tutti i corpi intermedi dello stato. L’utopia anarchica è quella di Dom Deschamps, che intende sostituire allo stato delle leggi (ètat des lois) il nuovo stato dei costumi (ètat des moeurs).
La tripartizione proposta da Maffey è a mio avviso il migliore punto di vista possibile per affrontare un discorso teorico e filosofico sull’utopia. Le aporie dei tre modelli, borghese, comunista e anarchico restano infatti più o meno le stesse anche nell’Ottocento e nel Novecento. In questa forma pura, originaria, settecentesca, esse possono però essere studiate meglio ed in modo più stimolante.




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