La multinazionale doveva risarcire 4 miliardi di dollari per l'incidente alla petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Ma un tribunale Usa ordina di «rivedere» la sentenza. Così una delle più gravi catastrofi ecologiche della storia rischia di rimanere impunita


Quello appena trascorso è stato un week-end di festa per la Exxon Mobil. Proprio mentre si stava avvicinando in modo inesorabile il momento in cui bisognava pagare il risarcimento di 4 miliardi di dollari per il disastro causato nella laguna Prince William in Alaska, la Corte d'Appello ha bloccato la procedura e ha ordinato al giudice che quella multa l'aveva decisa, Russell Holland del tribunale federale di Anchorage, di «riconsiderare» l'entità di quella punizione. Non è detto che la Exxon Mobil riesca a evitare il pagamento, ma questa decisione le consente di guadagnare ancora dell'altro tempo, come del resto fanno da oltre 14 anni i suoi avvocati, sfruttando tutte le pieghe possibili della legge per presentare i ricorsi e controricorsi. Un intervento simile la Corte d'Appello lo aveva già compiuto un anno fa. I cinque miliardi di dollari stabiliti inizialmente dal giudice Holland, avevano detto i suoi membri, sono troppi, e lui aveva accettato di fare uno «sconto» di un miliardo. Ora però non si tratta più di una «trattativa» fra due gradi del tribunale ma di un invito a tenere conto di una recente sentenza della Corte Suprema secondo cui bisogna cercare di limitare i risarcimenti «eccessivi». Il concetto di quel termine è vago e le «posizioni» delle due parti sono tanto abissali da non consentire un compromesso: secondo la Exxon Mobil, infatti, un risarcimento «equo» per ciò che ha combinato dovrebbe essere di soli 25 milioni di dollari. Ma l'obiettivo della compagnia, si diceva, non è quello di pagare «davvero» così poco, bensì quello di tirare le cose il più a lungo possibile. Ora, il territorio legale aperto da quella sentenza della Corte Suprema consentirà ai suoi avvocati di sbizzarrirsi ancora di più con i loro cavilli. Il disastro in questione è considerato il più grave mai accaduto, non tanto per la sua vastità quanto per le sue conseguenze, legate al «dove» si è verificato, e cioè in una delle più preziose fra le poche macchie di natura incontaminata rimaste al mondo, appunto la laguna Prince William. Il 24 marzo del 1989 la petroliera Exxon Valdez urtò contro uno scoglio, in una sua fiancata si aprì uno squarcio e una valanga interminabile di petrolio, 41 milioni di litri, si riversò nell'acqua. Morirono 250.000 uccelli marini, 2.800 foche, 250 aquile calve, 22 balene e un numero di salmoni e altri pesci che non è mai stato possibile contare. E alla tragedia ecologica si aggiunse quella degli indiani Chugach, che su quell'equilibrio avevano basato per un tempo immemorabile la loro esistenza. Ed è proprio qui, nell'esistenza di quella nazione indiana, che le colpe della Exxon Mobil venero fuori tutte intere. Il suo diritto di sfruttare i giacimenti petroliferi a Nord della laguna Prince Willam, infatti, la compagnia lo aveva ottenuto proprio dai Chugach, che evidentemente non erano riusciti a resistere alle sue «pressioni» ma avevano comunque ottenuto un accordo estremamente rigido che sembrava garantire loro la salvaguardia del loro way of life, oltre a mettere l'equilibrio naturale al riparo da possibili disastri.
Non vogliamo soldi, avevano infatti detto i Chugach agli emissari della Exxon Mobil. La vostra sete di petrolio potete sfogarla quanto volete, a patto che ci garantiate la continuazione della nostra vita, che voleva dire ricche acque da pescare, una intensa presenza di animali da cacciare e così via. Affare fatto, rispose la compagnia, e per dimostrare la «sincerità» dei propri intenti accettò di porre la lunga lista di cose «da fare e da non fare» preparata dai Chugach nella legge federale che doveva autorizzare lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.
Così - era il 1971 - l'accordo fu fatto, i suoi termini diventarono legge federale e la Exxon Mobil cominciò le sue trivellazioni dopo aver pagato ai Chugach la somma simbolica di un dollaro. Ma anche quell'accordo era destinato alla stessa fine dei circa 400 trattati solennemente firmati con gli indiani d'America e subito disattesi. Quel giorno del 1989, l'urto contro lo scoglio non avvenne perché il capitano della Exxon Valdez, Joseph Hazelwood, era ubriaco (come la compagnia sostenne a lungo per rifugiarsi nell'«errore umano»), ma perché la nave era priva di radar. Si era rotto quasi un anno prima e la compagnia aveva trovato troppo costoso ripararlo. Il dovere di mantenere il radar «in perfetta efficienza» faceva parte della lista di impegni assunti con i Chugach e diventati legge federale. La Exxon Mobil l'ha violata ed è per questo che dovrà pagare, quando i suoi avvocati avranno esaurito tutti i cavilli.

Franco Pantarelli