....rilancia.
New York. Curiosamente il Washington Post scrive che la notizia delle due stragi, arrivata per bocca della sua consigliere per la Sicurezza nazionale, nel bucolico set del ranch texano, avrebbe ricordato al presidente George W. Bush che non c’è scampo dalla violenza del terrorismo mediorientale.
Ora se c’è una cosa che Bush sostiene e non sottostima, a costo di passare per un pazzo stranamore, ossessionato e invasato, fra i colleghi e l’opinione pubblica europea, ma anche qualche volta presso i mass media degli Stati Uniti, è proprio la minaccia del terrorismo.
Tanto che fra i suoi adviser si è parlato di orrore, ma non di sorpresa, di fatica, ma di rassegnazione a tempi lunghi. Pure, la bomba umana di Baghdad – nella meno prevedibile e anche meno sorvegliata sede ipotizzabile, il quartier generale delle Nazioni Unite – e quella di Gerusalemme – contro il solito obiettivo civile, prova di codardia, altro che martirio, e a guardia degli israeliani abbassata per adempiere ai doveri della tregua – mettono in qualche seria difficoltà le scelte politiche degli ultimi mesi, e la proposta diplomatica del segretario di Stato, Colin Powell, tornata prepotentemente in primo piano, in specie. Gli oppositori democratici, che non sperano di trovare un candidato credibile da qui alla fine dell’anno, possono senza tema di antipatriottismo dire che il presidente aveva troppa fretta di far fuori Saddam Hussein, invece che concentrarsi sulla guerra al terrorismo, come ha subito fatto il senatore Bob Graham; che il presidente ha sottovalutato la situazione del dopo liberazione, affrontandola in modo leggero e dilettantesco, come ha subito fatto il senatore John Kerry.
Critiche analoghe arrivano sulla sorte della road map, ché gli amici di Israele, nonché critici del processo di pace come è stato disegnato dal cosiddetto Quartetto, sono forti tanto nel partito repubblicano quanto in quello democratico, e già dal vertice di Aqaba si erano dichiarati insoddisfatti delle clausole imposte al governo di Sharon, preoccupati del pericolo di un rafforzamento dei terroristi grazie al tempo e all’agio concesso dalla tregua, convinti che, buona fede o no, il governo di Abu Mazen non sia in grado di disarmare e smantellare le cellule eversive, protette da Yasser Arafat, a sua volta protetto e dai governi europei e dalle Nazioni Unite.
Le critiche interne cominciano a contare, rischiano di essere ascoltate, nell’area grigia che porta all’autunno del 2003, giusto un anno dalle presidenziali.
Tuttavia, dopo le dichiarazioni ferme del caso, il presidente dal golf alla giacca scura nel giro di un cambio, ma soprattutto dopo riunione notturna di tutto lo staff che conta, gli uomini di Bush, e il presidente con loro, hanno deciso che le critiche si possono sfidare ancora, dentro e fuori casa, che non c’è ragione di panico, anzi, da due notizie terribili si può ricavare qualche risultato positivo. Spericolato ma sensato.
Colloqui anche con Solana
La strage di Gerusalemme è da considerare typical, quasi scontata, man mano che si va più vicini a una soluzione della crisi mediorientale, e che segnala un “nuovo senso di urgenza”. A Israele è stato chiesto cortesemente di rinunciare per ora a una risposta militare, mentre tutto il resto, colloqui e concessioni, viene congelato; ad Abu Mazen è stato chiesto ruvidamente di scegliere una volta per tutte da che parte sta, e il primo ministro, spaventato e messo in ridicolo da Hamas e Jihad, ha annunciato che tronca i rapporti e ricerca per giudicarli gli stragisti.
Colloqui bruschi anche con Kofi Annan, segretario delle Nazioni Unite, e con Javier Solana, responsabile internazionale dell’Unione europea. Nessuno si senta immune perché corrivo, terzomondista, antibushano, e pure amico di Arafat, i terroristi hanno colpito un uomo che appena arrivato a Baghdad aveva subito detto che gli americani dovevano al più presto fare un passo indietro per lasciare la gestione dell’Iraq agli iracheni. Le prime affermazioni sono parse buone, si attendono azioni. Nell’ufficio di Paul Wolfowitz, vicesegretario alla Difesa e guida intellettuale dei falchi, s’è fatto giorno senza riposo, le vicende recenti danno ragione a un gruppo preciso di uomini
dell’Aministrazione che si sono sentiti in qualche modo superati dalla liberazione di Baghdad a oggi. Ora preparano il conto: sull’Asse del male, che esiste; sul terrorismo islamico che si sconfigge solo col cambio del regime; sulle Nazioni Unite, che ora sono state colpite e coinvolte, che forse dovranno cambiare una vecchia politica di inerzia sepolta a Baghdad.
Da il Foglio di oggi
saluti




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