LA STORIA / Raffaele De Finis e Alessio Malmassari, i due bersagli dell’omicida, avevano subìto decine di denunce ed erano stati arrestati più volte
Carcere e violenza, la vita segnata di due piccoli boss
Probabilmente il più giovane stava tentando di convincere l’assassino a non fare fuoco
MILANO - A 23 e 28 anni, Raffaele De Finis e Alessio Malmassari avevano già avuto a che fare con le forze dell’ordine e con la giustizia. Più di una volta. Non erano certamente criminali di spessore. Avevano collezionato arresti e denunce molto prima che le pallottole sparate all’impazzata lungo via dei Garofani a Rozzano da Vito Cosco interrompessero le loro giovani vite nella calda e afosa serata di venerdì scorso.
Ha solo venti anni Raffaele De Finis quando lo feriscono sotto casa. Qualcuno gli spara: un solo colpo. È il battesimo del fuoco. Poi inizia la serie delle denunce. La prima risale al 6 gennaio dell’anno successivo: l’accusa è di ricettazione. Passano tre mesi e mezzo e ne arriva un’altra, stavolta per il furto di un’automobile.
Nell’aprile 2001 la contestazione si fa più grave: estorsione. L’indagine dei carabinieri di Rozzano lo descrive come un aspirante boss: minorenni costretti a suon di botte e minacce a rubare di tutto, compresi ciclomotori e autovetture, per suo conto. E un uomo di 35 anni ricattato dopo il furto di un portafogli. I militari di Rozzano piazzano microspie e si appostano, per prenderlo sul fatto. Ma non resta in cella.
Quasi cinque mesi fa, il 4 aprile, De Finis viene arrestato ancora in flagranza di reato per spaccio di droga. Scarcerato il giorno dopo, gli viene imposto l’obbligo di presentarsi quotidianamente in caserma.
Celibe, disoccupato, scrivono gli investigatori che «assumeva spesso stupefacenti» e qualcuno dice di averlo visto girare con fare arrogante nella zona delle case Aler di Rozzano impugnando un manganello nero. Conosce bene Vito Cosco, tant’è vero che qualche tempo prima i due vengono fermati per un controllo dai carabinieri. Sono questi gli elementi che fanno ritenere agli investigatori che potrebbe essere stato ucciso mentre tentava di bloccare il killer.
Raffaele De Finis non è il solo in famiglia ad aver avuto guai con la giustizia. Suo fratello Federico è stato arrestato in una delle tre fasi dell’operazione Ibiza: tra il ’95 e il 2000 trecento arresti smantellarono alcune agguerrite organizzazioni criminali responsabili di omicidi, traffico di droga e di armi. È un’inchiesta che la Procura distrettuale antimafia di Milano ha cominciato dall’omicidio di due marocchini. Si saprà poi che i nordafricani erano stati uccisi perché avevano tentato di inserirsi nel traffico di droga nell’hinterland. E nel febbraio 2001, Federico De Finis è condannato a 16 anni dalla Corte d’appello di Milano.
Alessio Malmassari ha un curriculum giudiziario più pesante di quello di Raffaele De Finis. Ha 19 anni quando, nel ’93, viene denunciato per aver rubato un’auto. Le macchine sono la sua passione. Ed infatti lo stesso reato, con l’aggiunta della guida senza patente, gli viene contestato nel dicembre dell’anno successivo. Non si può dire che sfugga al controllo dei militari della stazione di Rozzano. Nel ’95 arrivano altre denunce: il 7 febbraio per ricettazione, il 21 luglio per tentato omicidio, il 7 agosto ancora per un’auto rubata. A febbraio ’96 ottiene gli arresti domiciliari a Rozzano ma due mesi dopo deve tornare in cella: è diventata esecutiva una condanna per furto. In prigione non resta molto. Mentre è affidato in prova ai servizi sociali lo raggiunge nel 1997 un'altra condanna. Le sentenze però sono inutili. Nel marzo ’99, i carabinieri di Rozzano lo fermano ancora, di nuovo per un’auto rubata e nel giugno 2000 finisce dentro per droga. Scarcerato è obbligato a presentarsi in caserma tutti i giorni. Da quegli stessi militari che l’avevano denunciato invano una decina di volte.
G. Gua.
Violenti e disperati nelle vie dei fiori «Mio padre è in cella, vivo rubando»
Cuori disegnati con lo spray sui muri per ricordare gli amici «caduti» Giovani minacciosi evocano fucili e sparatorie. «Mai uscire dopo le 8»
A giudicare dai nomi delle strade, Rozzano cintura sud di Milano, è un prato multicolore di fiori: glicini, magnolie, azalee, camelie, gelsomini. Ma, appena fuori dalla tangenziale, tra cavalcavia, labirinti d’asfalto e rotatorie, palazzoni grigi, la toponomastica sembra uno scherzo del destino, un contrappasso dantesco. Fino a quarant’anni fa, questi palazzi non c’erano. C’erano solo canali, risaie e paludi. Ma quando il Comune di Milano, nel ’64, ha chiesto la disponibilità delle aree limitrofe, si è cominciato a costruire case popolari per i cittadini, soprattutto famiglie di operai meridionali, che occupavano case di ringhiera pericolanti e inabitabili, senza neanche i servizi. L’accordo con il vecchio sindaco Giovanni Foglia, a cui ora è dedicata la piazza del Municipio, fu questo: un metro quadrato costruito, un metro quadrato verde. Da allora i palazzi sono cresciuti come funghi. Prefabbricati secondo il metodo francese: pannelli di cemento incollati l’uno all’altro in verticale. Centocinquanta circa per quattro, sei o otto piani ciascuno, nelle vie dei fiori, con stradine, box, aiuole arse dall’afa, alberi spelacchiati, muretti di cinta, lampioni e graffiti ovunque. I figli delle vie dei fiori sono i nipoti di quelli che negli anni Sessanta vennero qui dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Calabria e dalla Puglia per lavorare in fabbrica, soprattutto all’Alfa e alla Fiat. Oggi sono loro che hanno in mano il quartiere. Sono loro che depongono rose sul muretto dove è stata colpita Sebastiana. «Mi fanno schifo, mi fanno», piange una ragazza accompagnata dall’amica. Arrivano, rasati, pieni di tatuaggi e di piercing, sulle loro motorette, guardano, parlottano ricordando imprese passate, sussurrano di fucili a pompa, di pistole, di colpi sparati, minacciano non solo con lo sguardo, qualcuno con gli spray disegna cuori sulla strada per salutare a suo modo i caduti di questa assurda guerra di periferia. Qui, in via dei Garofani, la polizia non entra. «E che ci andiamo a fare?», sorride un vigile, «se veniamo, entriamo a colpo sicuro, per requisire i motorini rubati, taroccati o ricettati». Gli abitanti delle vie dei fiori superano la metà del paese: quasi 20 mila abitanti su 37 mila (esclusi i duemila clandestini extracomunitari). E’ questo il centro storico di Rozzano Nuova. Un mondo capovolto. Le case private stanno in periferia, lontane da questo bailamme esplosivo. Dove ti può capitare di incontrare, vicino all’unica gelateria aperta anche in agosto, due ragazzini. Uno di loro è il marocchino Rashid, quello che dice: «Sinceramente... qui posso solo fare una vita di merda». L’altro è il suo coetaneo Gianni, di Palermo: «Mio padre è in carcere, non lo so perché, ma gli hanno fatto un cumulo di pena e l’hanno rinchiuso, anch’io vivo rubando...».
Ma ti può anche capitare di imbatterti in una signora, 65 anni, a passeggio con il cane sotto il sole del primo pomeriggio, che ti dice: «Qui è bel tranquillo, l’importante è non uscire dopo le otto di sera». Il Bronx dei fiori abbandonato ai margini della metropoli? Al Solarium di via Roma, tre ragazzi minimizzano: «Sono cose che capitano dappertutto», secondo Tony, «litigano e poi si ammazzano, cose che possono capitare». Ma tutti lamentano la mancanza di controlli. Quattordici carabinieri sono pochini, in effetti. Lo sanno tutti, anche al Circolo Arci su viale Lombardia. Tutti sanno che il Comune, cinque anni fa, ha costruito una caserma nella speranza di ottenere una tenenza, raddoppiando il numero degli uomini. Invece niente. Quattordici erano, quattordici rimangono e la nuova caserma è rimasta semivuota. I 45 vigili devono prestare servizio anche al Forum di Assago, allo Stadio quando capita e i turni non bastano certo a coprire la notte. In più, i 6.300 appartamenti amministrati dall’Aler (Azienda lombarda edilizia residenziale di Milano) sono abbandonati a se stessi. Non c’è da anni un censimento che verifichi l’anagrafe degli abitanti e così gli abusivi si sono moltiplicati. Non c’è manutenzione e i cittadini, con comitati autogestiti, si devono organizzare come possono per provvedere alla pulizia, alle aiuole, allo smaltimento dei rifiuti. Il risultato non è un granché, purtroppo, a giudicare dalle lattine, dalle plastiche, dalle bottiglie abbandonate un po’ ovunque. Ma pazienza.
Bisogna organizzarsi anche per salvare qualche giovane dalla strada. Lo sa bene Patrizia Bergami, dirigente delle politiche sociali e giovanili del Comune. E’ lei che coordina il lavoro degli operatori di strada, giovani a loro volta (fra i 25 e i 30 anni), che si appostano negli angoli delle vie dei fiori, per avvicinare gli sbandati, cercare di fugare i sospetti e di catturarne l’attenzione per spingerli verso qualche attività: «Veicolare messaggi positivi», è il loro motto. Un lavorio paziente, e i successi non mancano: dai tornei di calcetto ai laboratori teatrali, alla musica di strada. La Cascina Grande, sottolinea con orgoglio il sindaco, «è una biblioteca che fa invidia a Milano, ma è anche un centro di incontro per giovani». Ci sono però ben altri centri di incontro: gli ipermercati, Gigante, Pam, il Fiordaliso. «Il regno degli spacciatori», dicono, «dove qualche volta si trovano i ragazzi nelle ore di scuola». Come il parco di viale Lombardia, dove «a una cert’ora i motorini smarmittanti sembrano elicotteri che decollano», secondo un ex portinaio delle case popolari di via dei Garofani. «Io esco di casa la sera con il cane e non vedo l’ora che faccia i suoi servizi per rientrare», borbotta un anziano in bicicletta.
I vecchi immigrati meridionali, dopo decenni di lavoro, in genere hanno dimenticato i loro paesi d’origine. «Ormai sono tutti morti, che ci torno a fare?», dice Orazio, un settantenne di Terni. Così, l’anziana Carmela che mangia il gelato con suo marito, una vita all’Alfa e poi alla Esso, la figlia trentenne e già sdentata, i due nipotini. «Palermo l’abbiamo lasciata nel ’68 e non siamo tornati, ma amici qui non ne abbiamo, un giretto di giorno e poi a casa». Dieci figli tutti sposati, «grazie a Dio abbiamo fatto tanti sacrifici e ce l’abbiamo fatta». Nei due bar aperti, il Bar Caffetteria e il Dream’s, funzionano a pieno regime le slot machine . La gente non ha voglia di parlare. «Sempre meglio stare qui dentro», dice il cagliaritano Gino, «fuori se sbagli ti danno un sacco di botte, io lavoro a Bergamo, vado via alle sette del mattino e torno alle otto di sera, vedo giusto la televisione e me ne vado a dormire, non ci ho tempo di pensare a ’sto posto qui, per me si possono pure ammazzare, nelle vie dei fiori».
Paolo Di Stefano




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