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Una Repubblica fondata sulla deroga
di Massimo Fini
Enzo Bearzot, a proposito della crisi che ha investito il calcio, ha affermato: «Il problema è che è saltato il rapporto fra il concetto di legge e il concetto di deroga. Un ordinamento dovrebbe prevedere la possibilità di deroga alla legge per risolvere situazioni eccezionali. Ma se la deroga diventa consuetudine si precipita nel caos».
Parole sante quelle del Commissario tecnico della Nazionale campione del Mondo, che non si applicano però solo al mondo del calcio, ma all’intera società italiana. Ciò cui stiamo infatti assistendo non è il crollo del calcio ma il crollo, evidenziato dal calcio, dello Stato di diritto.
Da alcuni anni in Italia si è presa l’abitudine, per sanare certe situazioni, di introdurre nell’ordinamento giuridico eccezioni, condoni, immunità che derogano dalle norme generali che valgono per tutti, arrivando a varare leggi retroattive che scardinano la certezza del diritto e la convivenza civile (ogni cittadino deve infatti sapere se ciò che fa è lecito o illecito ‘nel momento’ in cui lo fa). Ciò porta inevitabilmente all’arbitrio: le oligarchie di potere — le innumerevoli oligarchie, di ogni tipo, politiche, economiche, lobbistiche e anche sportive, che comandano nel nostro Paese — hanno sempre la possibilità di sfuggire, grazie a una deroga a un’eccezione a un’immunità, ai propri obblighi, mentre la legge continua a essere inflessibile e inderogabile, anzi si fa ogni giorno più arcigna e minuziosa arrivando a regolare anche gli aspetti privati della nostra città, per i cittadini qualsiasi, per i peones, per noi.
Il principio fondamentale del diritto che i romani, maestri del genere, esprimevano col brocardo ‘dura lex sed lex’, che sta a significare che la legge vigente va sempre applicata anche quando può apparire ingiusta, continua a valere per la maggioranza della cittadinanza, ma non per una sua parte quella degli oligarchi per i quali se la legge appare troppo dura si trova sempre il modo di ammorbidirla, di derogarla. Ma gli italiani si accorgono di questo arbitrio, della lesione dell’uguaglianza almeno giuridica che è il fondamento dello Stato democratico, solo quando irrompe nel mondo del calcio, ma rimangono indifferenti quando riguarda loro stessi. E in questa mancanza di coscienza civica, di consapevolezza dei propri diritti e del valore dell’intoccabilità dei principi, c’è la vera origine della crisi profonda della nostra società, calcio compreso.




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