La "normalizzazione comunista":
il crimine impunito del XX secolo
Rocco Castagna
La pubblicazione in Francia alla fine del 1997 - e la tanto attesa edizione italiana - del Libro nero del Comunismo ha squarciato la cortina di silenzio che stava per coprire l'ottantesimo anniversario della Rivoluzione di Ottobre. Si tratta di un evento editoriale e storico meritevole di essere ampiamente analizzato per aprire un serio dibattito sui temi sempre in voga del "comunismo" e dell' "anticomunismo".
La cosa che più lascia riflettere è che tra i collaboratori dell'èquipe di storici e ricercatori coordinata da Stèphane Courtois troviamo noti studiosi quali Nicholas Werth, autore di un saggio sull'URSS, Jean Louis Margolin, che da sempre si è occupato della Cina e dell'Asia, Jean-Louis Panne, che insieme a Courtois firma due capitoli sul Comintern e la polizia segreta russa: studiosi che non sono rimasti estranei al fascino del comunismo reale e che restano ancorati a sinistra. Ciò non impedisce loro di denunciare minuziosamente il più gigantesco sterminio del XX secolo perpetrato dallo stesso universo politico dal quale provengono, sterminio stimato per difetto dagli stessi studiosi in circa 85 milioni di vittime!
"Tutti sapevano Tutto", titolava un articolo sulla Stampa del 16 gennaio 1998 di Enzo Bettiza, il quale ricordava che dagli articoli segreti di Mosca solo qualche particolare era emerso e che "la Cupola Ultima dell'era postsovietica" doveva ancora essere scoperta. Altri storici nel recente passato si erano avventurati a fare la stima delle vittime del comunismo: Robert Conquest ne "Il costo umano del Comunismo" (ed. del Borghese, Milano 1973) ed Eugenio Corti ne "L'Esperimento comunista" (ed. Ares, Milano 1991) avevano indicato in una cifra superiore di gran lunga agli 85 milioni le vittime del misfatto comunista. Infatti, per quanto riguarda la sola Russia, in un discorso del 28 ottobre 1994 alla DUMA, Solzenicyn stimò per difetto circa 60 milioni di vittime, senza incontrare obiezioni né in parlamento né in altri ambienti, come nota puntigliosamente Eugenio Corti ("Il Giornale" del 7 dicembre 1997), che ricorda inoltre come in un colloquio intercorso l'8 ottobre 1971 a Pechino tra l'allora Imperatore d'Etiopia Hailè Selaissiè e il Presidente Mao, quest'ultimo, alla domanda dell'ospite su quale fosse stato in Cina il costo in vite umane per la supremazia del comunismo dopo il 1949, rispose grottescamente che fu di "cinquanta milioni di morti".
Questa cifra sarà certamente triplicata, se è vero quanto sostiene uno studio demografico di Paul Paullat, pubblicato sulla rivista francese "Population" nel 1974, subito dopo che Pechino rese noti i dati riguardanti la popolazione cinese, da cui si evince che almeno 150 milioni di persone risultavano disperse!
La cifra di 85 milioni di vittime documentata nel Libro nero del Comunismo è quella minimale ufficialmente registrata ed in termini di macabra contabilità costituisce il punto di partenza per il grande processo al Comunismo, che in un futuro prossimo dovrà essere istruito.
Si può ben comprendere come la terrificante realtà quantitativa del genocidio rosso sia la diretta conseguenza della sua qualità ideologica. "Pensare il comunismo con senso di decenza non può prescindere dalla montagna di cadaveri, di patimenti, di inumanità che l'Ottobre '17 ha generato", scriveva Barbara Spinelli (La Stampa, 7 novembre 1997), ma la riflessione non può limitarsi all'aspetto puramente contabile e neppure alla constatazione che "i Gulag erano la verità del comunismo realizzato", come scritto dalla Spinelli, riprendendo alcune parole dello stesso Solzenicyn.
Un'analisi di questo triste fenomeno che si limita a descriverne solo il male causato, non risalendo alle sue cause più profonde, rischierebbe di rendere ancora più fitto il mistero che avvolge l'enigma e l'inganno comunista, vissuto più "a lungo negli animi che nei fatti, più a lungo nell'Ovest che nell'Est d'Europa, riducendosi ad una forma di vissuto collettivo, una fenomenologia della politica quasi come credenza religiosa, dimensioni e forme di pensiero interpretate e spiegate egregiamente dallo storico francese François Furet ne "Il passato di un'illusione" (Mondadori, Milano 95).
Se il volume di Furet descrive la portata di un'utopia di un inganno, quello di Cortois ne misura le tragiche portate e conseguenze storiche; quindi "Il libro nero" si presenta come complementare al "Passato di un'illusione", al quale dà un notevole contributo documentato. Né l'uno né l'altro, però, arrivano a spiegare la vera natura di questo inganno, che anzi continua a perpetrarsi, se queste due opere rimarranno gli unici punti di riferimento del post-comunismo.
Già nel 1937 il Pontefice Pio XI, nell'Enciclica "Divini Redemptoris" aveva affermato che ben pochi avevano compreso la vera natura del comunismo e la sua essenza profonda, denunciando la "congiura del silenzio" messa in atto dalla stampa mondiale. Questo straordinario e importante documento, costituisce il punto indiscutibile di riferimento, affiancato ad un lungo elenco di testimonianze e racconti sugli orrori e brutalità del comunismo, raccolte con il passare degli anni in pubblicazioni che l'intelligentsia progressista continua a liquidare come faziosa espressione di anticomunismo. Tra gli studiosi italiani merita di essere ricordato Augusto Del Noce, che per anni combatterà questa solitaria battaglia, indicando nella "potenza filosofica marxista" un pericolo di gran lunga maggiore del suo arsenale militare.
Ha ben ragione Cortois se chiede un nuovo processo di Norimberga per i crimini comunisti. Infatti, se è vero che il tribunale alleato alla fine della seconda guerra mondiale definì tre tipi di crimini maggiori da imputare al nazismo (crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l'umanità), anche il comunismo si è reso colpevole di queste tre nefandezze. Già nel 1989 apparve in Italia, dopo essere stato pubblicato in Brasile e negli Stati Uniti, un importante studio del prof. Plinio Correa de Oliveira dal titolo "Comunismo ed Anticomunismo alle soglie dell'ultima decade dell'ultimo millennio" ("Corriere della Sera del 7 marzo 1989"), in cui si chiedeva un grande atto di giustizia nei confronti del comunismo, chiamato di fronte al tribunale della giustizia. Tale atto di accusa veniva formulato dal pensatore brasiliano attraverso una serie di interpellanze rivolte ai responsabili diretti ed indiretti dell'immensa sciagura comunista, ai dirigenti supremi della Russia sovietica e delle nazioni prigioniere di tale inganno che diffusero ed imposero la schiavitù comunista, ai collaborazionisti dell'Occidente che tacquero, collaborarono e prolungarono l'azione dei carnefici, ai dirigenti dei vari partiti sparsi nel mondo, che pur conoscendo il tragico fallimento del comunismo cercarono in tutti i modi di instaurarlo nei loro paesi, agli idioti politici che invece di attaccare il comunismo appoggiarono un incessante diluvio di diffamazione contro le organizzazioni anticomuniste.
L'umanità ha il diritto-dovere di chiedere i conti nei confronti dell'immenso olocausto rosso del XX secolo, facendo sì che attraverso una seconda "Norimberga culturale" dalle responsabilità politiche si risalga a quelle ideologiche e quindi agli errori dottrinali di fondo.
Questo processo deve estendersi da Marx a Lenin, senza risparmiare il socialismo e la storia della sinistra europea.
http://www.sosed.it/Cdsole/Ott98/e19-1098.htm




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