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L’Iraq? Un cimitero per gli americani
| Giovedì 31 Luglio 2003 - 18:48 | Maurizio Messina |
Proseguono con successo le azioni della guerriglia patriottica irachena e l’esercito invasore continua ad allungare, giorno dopo giorno, l’elenco delle sue vittime nel paese arabo aggredito e occupato.
Un altro invasore americano è stato infatti giustiziato dal fronte patriottico e altri due sono rimasti feriti in un attacco a colpi di armi da fuoco leggere, compiuto durante tra mercoledì e giovedì contro un centro operativo tattico Usa situato a nord-est di Baghdad.
Secondo il portavoce delle forze di occupazione, Nicole Thompson, le vittime appartenevano tutte alla IV Divisione di Fanteria, cui è affidata la sporca missione di catturare vivo o morto il presidente iracheno Saddam Hussein.
In queste due settimane diciotto sono stati i militari invasori uccisi. Continua ade ssere smentita così la roboante dichiarazione del 1 maggio , quando George W. Bush proclamò ufficialmente “concluso” il conflitto anti-Saddam.
Due, inoltre i segnali politici di ulteriore indebolimento del regime di occupazione atlantico.
Sia le dichiarazioni, ieri, di Ibrahim Al Jafari, il primo presidente “fantoccio” nominato a rotazione del Consiglio dei collaborazionisti insediato dalle truppe atlantiche, secondo il quale “restano delicati i rapporti politici interni all’Iraq”, una nientaffatto denuncia del ruolo di Ahmed Chalabi, il bancarottiere da vent’anni operativo negli Usa che Rumsfeld in persona ha imposto quale “garante” del “nuovo corso” nell’Iraq occupato e che fra trenta giorni sostituirà lo stesso al Jafari.
E sia la polemica per l’addio del “governatore” insediato dagli occupanti alleati a Bassora, il danese Ole Woehlers Olsen. Di religione musulmana, già ambasciatore a Damasco, Olsen era l’unico governatore regionale non americano nell’Iraq occupato. Al suo posto è in arrivo il diplomatico britannico Sir Hillary Synott, attuale alto commissario di Londra per il Pakistan (l’uomo cioè che ha tessuto i “magnanimi rapporti” tra Blair e il dittatore Musharraf), atteso a giorni a Bassora. Passato quasi in silenzio sulla stampa, l’avvicendamento di Olsen è la conseguenza di mesi di tensioni con i militari americani, anche se il laconico comunicato del ministero degli Esteri di Copenaghen parla solo di “modifiche strutturali e sovraccarico di lavoro”. Non c’è stato mai un buon feeling tra questo danese asensibile ai bisogni della popolazione sciita (maggioranza nel sud dell’Iraq) e i vertici degli occupanti americani e britannici. I soldati di Londra hanno la responsabilità della regione sud e da loro dipendono adesso anche i 2.850 militari italiani che in quest’area hanno la base e il porto di attracco. Sarà quindi ora a tutti gli effetti Londra l’interlocutore di Roma per l’Iraq. Con quel che ne consegue: un più diretto vassallaggio italiano alla politica della City di Londra.
Il patriota iracheno è “straniero”, parola di telegiornale
| Giovedì 31 Luglio 2003 - 18:40 | di Mr Hyde |
Tra il mare di balle spaziali messe in giro dagli Usa per giustificare prima l'attacco e ora l'occupazione dell'Iraq, ce n'è una che da sessant'anni fa sempre brodo: la "liberazione" dei popoli aggrediti.
Una balla buona per tutte le stagioni grazie alla capillare distribuzione nelle colonie statunitensi di solerti collaborazionisti, custodi della vulgata storica yankeecamente corretta.
Sono gli uomini di paglia del "partito atlantico", messi a far carriera dai loro padroni nei giornali, nelle università, nei centri studi, nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni di categoria… in pratica dappertutto.
Diametralmente opposto ai suddetti traditori, sta l'esempio dei patrioti, che combattono l'occupante con le armi che la situazione richiede. Dalla tastiera di un computer alle mine anticarro.
Ad un patriota iracheno un computer non può bastare. Così, dopo aver suonato ai 'liberandi' la fanfara delle buone intenzioni, i "liberatori" 'scoprono' sulla propria pelle (è proprio il caso di dirlo!) che i "liberati" rispondono al ritmo di granate e missili.
Ma la "liberazione" dev'essere un dogma, quindi i tg diretti dai collaborazionisti del "partito atlantico" ricevono precise istruzioni su come sviare i pensieri della gente dalla semplicissima idea che molti iracheni combattano per la libertà della loro terra dall'invasore.
Se non si deve dire che gli iracheni, "liberati", sparano agli americani, e siccome non si può negare l'evidenza dei razzi che fischiano nelle orecchie dei "liberatori", allora conviene insinuare che la resistenza è composta da non iracheni.
Fateci caso: come autori delle azioni di resistenza armata sentite citare sempre più "volontari pakistani"; oggi, ad esempio, il tg1 ha affermato perentoriamente che a colpire una camionetta americana è stato "un iraniano". Non è dato di sapere se la Cnn l'abbia intervistato, comunque il dogma degli iracheni "liberati" deve restare indiscutibile.
Ma c'è di più. Dopo l'etichetta di "fedelissimi di Saddam" coniata per i patrioti iracheni - negli ultimi giorni in disuso (altrimenti dovrebbero ammettere che di "fedelissimi" il presidente ne aveva parecchi) -, insinuare che la guerriglia è composta - se non addirittura in mano - a non iracheni conduce dritto dritto alla sua assimilazione al "terrorismo", cosa difatti sta già avvenendo. E se infine ci sommiamo i soliti baccani sui piani di al-Qaida, il quadro è abbondantemente falsato in maniera tale che la maggior parte della gente non solo non realizzerà facilmente che gli iracheni non vogliono i "liberatori" (e difatti ne hanno rastrellati a centinaia anche stanotte: banditen?), ma che un terrificante cataclisma scatenato da Osama e Saddam (più gli ayatollah e l'Aga Khan!) si stia per scatenare sulle famose persone per bene del pacifico ed onesto Occidente.
Di questo passo, in un gioco al rialzo a chi la spara più grossa, ci diranno che la guerriglia irachena è stata subappaltata ad Osama. Perché se l'iracheno è "liberato", i patrioti sono solo "stranieri" (e "terroristi"), parola di tg.
La resistenza non molla
| Mercoledì 30 Luglio 2003 - 18:29 | Antonella Vicini |
Non conosce davvero tregua la resistenza irachena. Solo dopo poche ore dall'ultimo messaggio di Saddam Hussein diffuso dalla televisione araba al Arabiya, in cui la presunta voce del rais osannava la morte dei figli in nome della Jihad, infatti, in diverse zone dell'Iraq sono stati sferrati nuovi attacchi contro le truppe di occupazione. Fallujah, Mosul e Baquba sono state prese di mira dai militanti antiamericani, nel corso della notte. Nei pressi della roccaforte sciita, a 50 chilometri a ovest di Baghdad, un carro armato Usa che stazionava nei pressi della riva del Tigri è stato danneggiato da colpi di bazooka; più a nord, nella città che la settimana scorsa è stata teatro della cattura di Uday e Qusay, alcuni colpi di mortaio hanno centrato una postazione Usa; a Baquba, infine, una ventina di proiettili di artiglieria sono stati lanciati su una base aerea americana a sessanta chilometri a nord-est della capitale. Stando a quanto riportato dal Comando Centrale la sequenza di attacchi potrebbe non aver procurato nessuna conseguenza particolarmente grave per le truppe di occupazione. Quello che conta, tuttavia, è il ripetersi incessante di simili episodi, in conseguenza dei quali pare che alcuni soldati americani starebbero pensando alla fuga. Si tratta di una notizia diffusa dal sito www.turks.us, secondo il quale alcuni marines (si parla di 2500 unità), preoccupati per la loro sorte futura, e impensieriti dalla pericolosità delle azioni condotte dalla resistenza, starebbero fuggendo dal Paese con l'aiuto di cittadini Curdi, indossando il famoso al-Dashdasha (copricapo arabo e iracheno).
Secondo testimonianze locali, un gruppo consistente di soldati americani avrebbe acquistato il caratteristico copricapo, da usare come travestimento, per varcare il confine e giungere in latri Stati del Golfo. A tal fine, pare che siano utilizzati anche costumi curdi per facilitare il passaggio alla Turchia attraverso l'Iraq settentrionale.
Come prevedibile, i militari americani hanno negato categoricamente il fatto, sottolineando che si tratta solo di una strategia del partito Baathista e dei fedeli dell'ex presidente.
Propaganda e strategie a parte, resta il fatto che una realtà del genere potrebbe essere tutt'altro che inverosimile, vista l'attuale precarietà in cui si trova l'esercito Usa. Anche ieri, a Samarra, località ad un centinaio di chilometri dalla capitale, tre soldati americani sono rimasti feriti sotto colpi di lancia-granate. Stando a quanto riferito da un portavoce militare Usa, gli attacchi sarebbero stati due: il primo all'alba, il secondo nella mattinata. Samarra si trova in quella zona calda, lungo la strada che va da Baghdad a Tikrit, che in questi ultimi tempo è stata passata al setaccio, inutilmente, alla ricerca di tracce del rais.
Gli Stati Uniti hanno fatto i conti senza l’oste
| Giovedì 31 Luglio 2003 - 18:42 | A.P. |
Tempi duri per gli Stati Uniti d'America. La brama di Washington di conquistare l'intero pianeta rischia di far strozzare l'ingordo Zio Sam. Facendo un sintetico quadro di quale sia la situazione politica statunitense a livello internazionale ci si può render conto che Washington "ha fatto i conti senza l'oste". La "gloriosa" campagna militare in Afghanistan è stato un fallimentare modo per destabilizzare ancora una volta il Paese martoriato da una guerra tribale interna. Di Osama bil Laden, neanche a dirlo, nessuna traccia. In Iraq, la situazione sembra esser sfuggita totalmente di mano all'amministrazione Bush: l'uraniogate, le perdite militari che quotidianamente scuotono l'opinione pubblica statunitense, le fratture diplomatiche creatisi dopo l'aggressione illegittima nei confronti dell'Iraq e così via. Anche qui di Saddam Hussein nessuna traccia. Bush ha cercato invano di propinare al mondo intero le immagini dei due cadaveri dei presunti figli del rais. Una sorta di "contentino" che però non ha certo rassicurato l'opinione pubblica mondiale. Questi i fallimenti già accertati. Dall'altra parte ci sono i nuovi piani di Washington che, ancor prima di uscire dalla palude di problemi nella quale si trova, spinge l'acceleratore e cerca di giocarsi il tutto per tutto. Due le prede ambite da Washington: l'Iran e la Corea del Nord. Per entrambi Bush continua a propinare al mondo il rischio nucleare che arriva da Teheran e Pyong Yang. Sembra assurdo riuscire a credere a Washington dopo che ha mentito palesemente al mondo intero giustificando l'aggressione all'Iraq a causa delle fantomatiche armi di distruzione di massa. Ora Bush, l'astuto texano (anche se non si direbbe...), ci vuol far credere che l'Iran e la Corea del Nord sono pericolosi per l'intera umanità e che quindi è inevitabile una nuova guerra contro di loro?
La propaganda contro i due Paesi prosegue così senza sosta, pressando i governi di tutto il mondo, foraggiando i media internazionali affinché creino nuovi mostri. Tutto al fine di abbindolare ancora una volta il mondo intero. La campagna in Asia, ad esempio, proprio in questi giorni è tornata a far parlare di se.
"Un incubo infernale". Così il segretario di stato aggiunto americano John Bolton, responsabile del controllo degli armamenti, ha definito la Corea del nord. In visita a Seul, per colloquio con il governo sudcoreano sulla crisi nucleare, Bolton ha definendo Pyong Yang " un incubo infernale che ha accelerato nell'ultimo anno i suoi programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa".
Bolton ha ammonito il governo di Kim Jong Il a " non continuare a commettere il grave errore di credere che lo sviluppo di armi atomiche e di altre armi di distruzione di massa possa indebolire la determinazione degli Stati Uniti e dei paesi alleati a bloccare i suoi piani atomici". Bolton ha anche ribadito che il consiglio di sicurezza dell'Onu " dovrà nei tempi più adeguati intervenire" sul programma nucleare di Pyong Yang.
Le dure dichiarazioni di Bolton, noto per le sue posizioni di falco all'interno del dipartimento di stato, arrivano mentre sono in corso trattative dietro le quinte per tenere negoziati multilaterali con la Corea del Nord sulla crisi nucleare. Fonti del governo sudcoreano hanno detto che " è difficile che i negoziati possano tenersi in agosto" ma che "le trattative continuano". Una crisi nata dall'a precisa volontà di Washington di non perdere la propria leadership nell'area. Una crisi che però sembra prospettare qualcosa di più grande di quello che Washington si aspettava. Oltre alla determinazione di Pyong Yang di difendere la propria sovranità nazionale dalle minacce espansionistiche americane, è venuto fuori un altro "problemino" del tutto inatteso dagli strateghi yankee. La Cina starebbe infatti sviluppando missili a corto raggio a un ritmo più rapido di quanto previsto dagli americani e li punterebbe verso Taiwan e, forse, anche contro obiettivi americani, ma questo solo nel caso in cui l'amministrazione Bush decidesse un intervento su richiesta di Taipei. A sostenerlo è un rapporto del Pentagono.
"Preparare un possibile conflitto nel distretto di Taiwan è il primo motore della modernizzazione militare cinese", si legge nel dossier.
La Cina possiede circa 450 missili balistici di corto raggio, ma spera di aumentare il suo arsenale di 75 nuovi missili ogni anno. La precisione dei missili è aumentata. Pechino sta sviluppando varianti del missile CSS-6 che avrebbero la capacità di raggiungere Okinawa, in Giappone, dove stazionano 33mila soldati statunitensi.
Starà ora agli Stati Uniti uscire fuori da una crisi da loro stessi creata.




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