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Discussione: Gli Avi Indo-europei

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    Edoardo Longo
    LA LEGGENDA DELLA
    "CACCIA SELVAGGIA"
    Tracce dell'antica tradizione celtica europea

    Tratto da Orion 92 - maggio 1992




    --------------------------------------------------------------------------------

    Antiche leggende vivono nei più sperduti recessi delle campagne e delle valli alpine d’Italia e d’Europa, dove il vento gelido della società industriale ed egualitaria non è riuscito a soffocare il cuore antico di una sapienza - forse incomprensibile per i moderni -, ma che ha accompagnato silenziosa le civiltà rurali d’Europa attraverso i tormentati secoli della Storia d’Occidente. Fra le tante leggende, ve n’è una in particolare che avvince ed affascina ancor oggi, con il suo carico di magia, mistero ed arcaici terrori: è la leggenda della Caccia Selvaggia, diffusa in tutta l’area europea - tanto da rappresentare il nucleo centrale di una antica cultura europea che trae le sue origini nelle brume di evi lontani. Narra la saga che in talune notti dell’anno - notti “magiche” per eccellenza - anime dannate, spettri inquieti, streghe, fate, folletti, perdute deità celto-pagane, lascino il limbo irreale della loro eterea e fiabesca esistenza ed irrompano nel mondo dei viventi inscenando fra boschi e campagne, illuminate da poche e lontane stelle, lugubri e terrifici cortei, accompagnate da spettri ed apparizioni nella veste di belve feroci e dando vita così ad una ridda terrorizzante e fantasmagorica. Le notti ‘fatali’ sono quelle che il calendario celtico designava come le notti nelle quali l’uscio che separa gli universi degli uomini e quelli del popolo etereo del sovramondo pagano si schiudono per poche, fatali e terribili ore, nelle quali spazio e tempo si dissolvono. In questi attimi di tregenda antica prende vita - una vita spettrale ed effimera - un teatro primordiale, pulsante di arcaici terrori, misteriose apparizioni, raggelanti premonizioni e fulminanti visioni dell’Altro Regno. Sono notti queste (il Samain, Capodanno celtico del 1 Novembre; la notte di S. Giovanni; i giorni solstiziali d’Inverno; la magica Notte di Valpurga del 1 Maggio e quella, in febbraio, della candelora) nelle quali l’accensione di fuochi e candele simboleggia la lotta tra il caro Sole e le tenebre, mentre la cosmica tenzone è in atto il tempo non scorre, la realtà è sospesa, quasi anche le leggi della Natura trattenessero il respiro per un istante, durante lo svolgersi della cosmica tregenda, durante la discesa sulla Terra del mai scomparso popolo notturno di Faèrie.
    E mentre "la ragione e la realtà" materiali vacillano, si aprono i portoni bronzei del Walhalla, le pareti di cristallo di Avallon, il Barbarossa si agita in Kyffhauser, Finn e i suoi compagni muovono qualche passo intorno alla caverna segreta che custodisce il loro sonno in Irlanda. Da gallerie minuscole sbucano file di gnomi, la silfide dell’aria fa levare il vento, il dio Pan e i suoi faunetti soffiano nei flauti, gli Hobbit occhieggiano dalle pagine di Tolkien e si affrettano. La notte magica ha attori più solenni, arrivano dal profondo di strane ére, Odino, il più forte tra gli Uomini, Thor e il suo martello prodigioso, Freya, Frigg e Tyr dio della vittoria, e Balder, il pestifero Loki rovina del mondo, e le splendenti Walchirie, i Nibelunghi, di certo Sigfrido, e Dietrich Von Bern, Vercingetorige, Bondicca, e tutti gli Arii morti di spada... le schiere degli Herjar, Gullinbursti il cinghiale d’oro, i segugi di Finn. Incontenibili, scendono lungo pendii e ghiacciai senza lasciare impronte i Berserkir, i favoriti di Odino. Furono costoro Iniziati Guerrieri, che venivano posseduti dal furore del dio, vestiti con pelli di lupo e di orso, neri i volti, mordendo gli scudi, schiumando rabbia, erano il terrore delle legioni romane che oltrepassavano il limes. E non mancano druidi e druidesse, bardi e skaldi, portatori di torce spettrali che non bruciano, e sopra la terra si snoda la processione degli dei pagani, il cui canto suona pauroso all’orecchio dei cristiani, che scappano in casa a tutelarsi dalla cavalcata dei morti” (1). La saga della “Caccia Selvaggia” pare così provenire da perduti recessi della fantasia e della memoria ancestrale europea. Miti, leggende, saghe antiche che ancora si narrano nei casolari di villaggi sperduti nelle nostre montagne - cuore nascosto di antica sapienza - rivivono magicamente nelle fiabe arcane di tutta Europa e dimostrano la dimensione magica e oscuramente vitale della tradizione celtica, racchiusa nel segreto scrigno delle leggende europee che rievocano il ritorno degli Dei nelle notti fatate del sacro mondo celtico. Ma l’analisi di queste leggende non è solo un tuffo nelle profondità dell’anima europea nella quale vivono perpetue le saghe e leggende della “Caccia Selvaggia”, nonostante l’avanzare della cultura materialistica ed egualitaria contemporanea. Rievocare queste leggende è anche un mezzo magico e fatato - per giungere al cuore del mistero celtico, della tradizione avita indoeuropea che apparentemente sembra scomparsa, distrutta dalla modernità - ma che continua a vivere, sol che si voglia ascoltarne l’arcano messaggio: la voce, per dirla con Spengler, delle “idee senza parole”. Dalla leggenda favolosa ed arcaica si possono percepire i significati sovrarazionali del Mito e da essi - con un percorso spirituale che si riporta alla limpidezza della civiltà iperborea delle origini - percepire l’afflato della Verità: la sapienza celtica tradizionale. La leggenda della “Caccia Selvaggia” è forse la più idonea per giungere a cogliere echi della lontana sapienza indoeuropea. Innanzi tutto ciò è possibile grazie al favoloso e magico scenario nel quale essa si svela e rivive: il mondo misterioso della foresta, così intimamente connesso alla sacralità celtica. Scrive Ezio Savino: “Entriamo in un bosco. I nostri occhi cercheranno l’albero segnato, il fusto che per imponenza strana, per rigoglio di rami e di chiome, per la vibrazione dei silenzi che l’avvolge si svela per abitacolo e tempio di un nume, nobile rampollo di quell’Albero Cosmico che un tempo si abbarbicava alla terra e svettava fino alla volta celeste, contribuendo alla coesione del tutto. All’aprirsi di una radura, sentiremo fremiti, come i legionari di Roma spaesati nelle selve arcane della Germania. Naturale: un Dio dei terrori abita gli spazi, Pan, ed è il suo panico che ci afferra. Sapremo ascoltare le voci delle foglie nel vento?”(2). La ridda della "Caccia Selvaggia” con le sue notti di ansie e terrori, ci riporta quindi alla dimensione sacra dei Celti, al luogo magico naturale - la foresta -, la radura notturna dei boschi è viva ancor oggi: "una conferma piuttosto concreta dell’eco magica conservata dal bosco della narrazione popolare, anche dopo l’attestarsi del Cristianesimo, e data dall’esasperante demonizzazione del luogo, sorta dalla coscienza piuttosto diffusa che le aree boschive più fitte fossero ancora consacrate ai culti pagani e ai sacrifici druidici”(3). Il mistero delle assonanze profonde che il mondo alpino comunica al più occulto segreto della spiritualità indoaria affatica da sempre i più attenti ricercatori dei sentieri iperborei della spiritualità iperborea (4). Da Otto Rahn (si legga il suo affascinante diario, La Corte di Lucifero, ed. Barbarossa, Milano 1989), fino a Pier Carlo Jorio - attento studioso della spiritualità alpina - il bosco ha sempre rappresentato il punto focale del mistero e del magico, il segno del demoniaco (forse per i suoi angoli bui e le immaginazioni in cui sopravvive molto dell’antico paganesimo), il luogo di comunicazione con gli spiriti della natura - il “nemeton” o "bosco sacro”(5). Non è inutile ricordare che i simboli e i riti della sapienza celtica (lo Swastika, la Croce Gammata, il culto del Fuoco e del Sole) sono resistiti più a lungo nell’ambito della cultura alpina e rurale, resistendo nei secoli all’avanzata del Cristianesimo prima, dell’ateismo materialista ed egualitario, poi. Questo mondo arcaico rivive nelle leggende, tollerate dalla nuova religione semitica venuta dal deserto che non coglie come in esse permanga l’affiato spirituale degli antichi Ari e della loro complessa spiritualità. E dietro il velo della leggenda che si coglie la Verità del Mito. Nel mondo moderno esso diviene l’unico strumento per la sopravvivenza di Verità eterne, poiché l’aspetto apparentemente non reale dell’affabulazione leggendaria ha allontanato dalla stessa il rischio della persecuzione religiosa e ideologica. Eliade ha colto con rara vividezza tale realtà: “per garantirsi la sopravvivenza, le immagini si sono fatte familiari”.
    Lo stesso Guénon rileva come una forma tradizionale, sul punto di spegnersi, può tramandare la propria Verità nascosta attraverso il fitto velo fantastico di saghe e leggende, che, rievocate nel tempo, conservano i germi delle verità tradizionali, senza che il significato esoterico venga colto e quindi combattuto. Un giorno, poi, gli Dei si risveglieranno, e - fulgida - la Verità tradizionale sfolgorerà dietro il velo delle leggende e delle saghe. La “Caccia Selvaggia” cela il mistero dell’iniziazione guerriera indoeuropea e pagana. Dietro l’affabulazione rutilante e magica si colgono le tracce di una mitologia sacra comune alla tradizione indoaria guerriera. Odino e i suoi guerrieri, Thor e tutti gli spiriti inquieti della paganità esautorata, ritornano a vivere nelle notti magiche dell’anno celtico, attraverso il rituale evocativo della leggenda e delle sue multiformi varianti. Dalla leggenda affiora così il nocciolo del Mito - pulsante di Verità. L’immagine del “guerriero-lupo”, metafora simbolica celata nel mito del ritorno dei “morti-guerrieri” e del loro variegato seguito (i "Bersekir” indo-germanici e tutte le creature nate dal fascino obliquo della memoria e della notte), è l’architrave spirituale della primordiale gerarchia iniziatica ariana. È un mito, come ci attesta Spada, presente in tutta l’area indoeuropea. Riportiamo un esempio fra i tanti possibili che conferma come la matrice originaria della leggenda in esame sia racchiusa nel rituale di iniziazione guerriera degli antichi popoli indo-arii; "il giovane spartano, detto Koros per un anno viveva come un lupo sulle montagne, lontano dalla civiltà e senza alcun aiuto esterno: le tre fasi iniziatiche —separazione, transizione, incorporazione — potevano quindi giungere al loro completamento solo attraverso il ritorno all’originale, nel completo abbandono alla natura che conduceva all’apoteosi della selvatichezza. Tale “svezzamento” era necessario per definire l’iniziazione militare e formare ritualmente il nuovo guerriero, il rituale ha poi diffuso ampiamente la propria immagine simbolica”(6). Ecco quindi quale mito, nelle sue molteplici varianti filologiche, si nasconde dietro l’immagine arcana e magica della “Caccia Selvaggia” e del velo di terrore leggendario che la avvolge ancor oggi. Il Mito celtico si rivela lentamente, ma la sua verità intemporale è ancor viva... Per giungere però alla percezione spirituale più profonda della Verità tradizionale è necessario che la meditazione si svolga ancor più nell’intima essenza del Mito e della leggenda, dischiudendo così la bronzea porta del Walhalla, e le pareti di cristallo di Avallon, permettendo all’uomo contemporaneo di ricongiungersi con la sorgente di spiritualità indoaria che ancor vive nel profondo dell’anima di quei pochi in grado di percorrere i sentieri più arditi dello spirito - con audacia di Cuore e fermezza di Volontà. La leggenda, rivissuta nella meditazione e nella partecipazione emotiva con le sue pulsazioni più arcaiche, permette di ripercorrere il Cammino che ci riconduce al tempo delle origini, al tempo mitico al di sopra della Storia, quando la tradizione si manifestava splendente agli uomini, non celata come l’odierna età del Kali-yuga oggi esige. “La ripetizione periodica di riti tradizionali (nonché, nel caso di specie la meditazione offerta dal simbolismo archetipico della montagna) permette un ritorno ciclico in illo tempore, ossia ad principium. L’uomo della Tradizione non si sente creatore di storia, ma mira a ripetere la gesta antiche compiute dagli Dei e dagli Antenati nel tempo sacro aurorale, abolendo i ritmi del tempo profano e caduco: la storia diviene promanazione della metastoria” (7). Scrive Eliade “non si produce nulla di nuovo nel mondo, poiché tutto è solamente la ripetizione degli stessi archetipi primordiali”. E così la “Caccia Selvaggia” si disvela come veicolo di sapienza al di là e al di sopra del tempo profano: eterna e profonda Verità che ancor oggi può essere colta e vissuta come nel tempo iperboreo delle origini delle stirpi indoarie. Tutti i miti conducono al “ritorno all’origine”. La “Caccia Selvaggia” cela il mito radicale della nostra stirpe: l’iniziazione guerriera, archetipo della tripartizione della struttura ontologica europea.
    Colta questa essenziale valenza del patrimonio mitico si può intuire l’importanza di quella che Eliade definiva “la tecnica tradizionale del ritorno all’indietro” (8), che permette, attraverso i passaggi sopra evidenziati (dalla leggenda al mito; dal mito alla Tradizione) di ritornare allo stato di perfezione spirituale paradisiaco ed innocente del mondo increato - lo Avallon celtico. Si tratta di una tecnica semplicemente accennata in queste note e che può oggi essere definita solo meditativa (attraverso la riflessione e la vivificazione del mito “mediato” dell’analisi della leggenda), ma che ha avuto anche ben più profonde potenzialità “operative” nel passato, come nella prassi iniziatica alchemica medievale. Il mito può così divenire “parola pronunciata che ripetendosi possiede la potenza decisiva: è la dichiarazione ripetuta di un avvenimento potente; è una celebrazione rituale in parole”(9): il mito è dunque una cratofania, una rivelazione della forza cosmogonica, è la “resurrezione narrativa della realtà primordiale” (Malinowski), esso permette di sfuggire alle paludi della modernità giungendo alla perfezione del momento in temporale originario: l’Alba del Tempo, il manifestarsi della Tradizione. Tornare alle sorgenti spirituali ove rampolla la pura e limpida “acqua di vita” della Tradizione celtica indoaria non è perciò chimera o utopia. Gli antichi Iniziati delle perdute Tradizioni indoeuropee ci hanno consegnato un prezioso scrigno lucente che ci permette di scoprire la purezza della Tradizione delle no_stre origini: essa è velata dal manto fantastico delle leggende - e una delle più avvincenti è la “Caccia Selvaggia” - che affascinano e perpetuano l’ineffabile mistero del Sacro. Chi vuole può cogliere oltre il velo fantastico l’asse immutabile della Verità, la pura sorgente della nostra Tradizione indoaria; così può “ritornare” alla metastoria delle origini: primordiale, drammatica e talvolta anche tragica (come solo l’animo celtico può esserlo): questa metastoria arcaica può così essere conosciuta, rivissuta e ricordata: ed allora l’oscuro tempo della modernità si illuminerà di una luce sfolgorante che non potrà essere cancellata dall’animo: la luce mistica della incorrotta Tradizione indoaria che risorge attraverso le flebili leggende giunte a noi dalla notte dei Tempi. E la ricerca di una sapienza eterna attraversa le leggende, permette di far affiorare il cuore antico della Verità: la roccia immutabile della Tradizione celtica: “eadem mutata resurgo”.

    NOTE

    (1) Mariella Bernacchi, dalla Nota Introduttiva al volume di Dario Spada, La Caccia Selvaggia. Il volume ricomprende anche uno studio di Edoardo Longo dal titolo: Il ritorno alle sorgenti. Carattere intempora/e della Tradizione celtica. Mitemi classici di questa saga arcaica sono anche racchiusi nel magistrale racconto di Dario Wolf, A convegno sul Brenta, recentemente edito per i tipi della stessa collana editoriale.
    (2) Ezio Savino, Pan ci manca, Il Giornale 6/10/91.
    (3) Massimo Centini. Il sapiente del Bosco, ed. Xenia, Milano 1989, p. 101.
    (4) AA.VV., Il Regno Perduto, Il Cavallo Alato, Padova 1989.
    (5) P.C. Jorio, Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina, Priuli e Verlucca,
    Torino 1986, p. 102.
    (6) Massimo Centini, op. cit., p. 123.
    (7) Edoardo Longo, Samivel e il mito primordiale della montagna, Orion 75/90.
    (8) Mircea Eliade, Mito e Realtà, ed. Borla, Milano 1985, p. 107.
    (9) Bent Parodi. LIniziazione, ed. Pungitopo, Palermo 1986, p. 89.
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    IL MISTERO DEL
    "BOSCO ATRO"
    TRA FANTASY
    E TRADIZIONE

    (Tratto da "Il fuoco e le vette" di Edoardo Longo)




    --------------------------------------------------------------------------------

    “Ebbene, questo è il Bosco Atro!
    — Disse Gandalf—
    La foresta più grande
    del mondo settentrionale”
    (J. R. R. Tolkien)

    Vi è una forza magica che traspira dalle pagine di Tolkien; la stessa forza possente e misteriosa che ne ha decretato il successo fra generazioni di ribelli che, a tutte le latitudini ideologiche, hanno colto l’affiato del Mito necessario a combattere le cupe ombre del Mordor tecnocratico in nome del Sogno, dell’Utopia — di un’Altra Realtà, insomma, più arcana e più vera. La forza profonda della saga tolkieniana affonda le sue radici nella inconscia e diuturna origine celtica dell’anima indoeuropea che riaffiora nell’inconscio individuale e collettivo dopo millenni di desolazione e povertà di spirito creatore. Ogni lettura dei capolavori di Tolkien (lo “Hobbit” racchiude in nuce tutti i mitemi sviluppati ne “Il Signore degli Anelli”) svela una singolare caratteristica: vi sono episodi e vicende che colpiscono in profondità l’animo del lettore e, di rilettura in rilettura, episodi, protagonisti e vicende improvvisamente balzano alla luce di una coscienza superiore interna con una vividezza incredibile: le pagine dello scrittore “che ha donato una mitologia all’Inghilterra” riservano sempre sorprese all’animo del lettore partecipe. Tale forza profonda deriva dalla indubbia capacità di Tolkien di innestare la sua epopea nella sorgente profonda degli archetipi immutabili dell’animo, sorgente che ancora rampolla vivida nella più nascosta profondità, nascosta dalla scorza del materialismo contemporaneo. È così che l’opera di Tolkien dipana una vera e propria “foresta di simboli” che l’attento lettore può cogliere. Fra i tanti passaggi letterariamente più fecondi e simbolicamente più pregni di magiche assonanze, la saga del “Bosco Atro” è certo uno dei più significativi. La magia della Foresta cupa e misteriosa è antica come l’animo celtico indoeuropeo e il suo arcaico mistero è sovente evocato da Tolkien in numerosi episodi significativi della sua opera maggiore, ma è forse nell’episodio del “bosco atro” narrato ne “lo Hobbit” che manifesta tutta la sua valenza simbolica tradizionale. L’attraversamento di Bosco Atro — la nera e orrida Foresta che occlude il viaggio verso la riconquista del Tesoro calato nei meandri oscuri della Montagna Sacra — riveste un ruolo centrale ne lo “Hobbit”. Esso è evocato con terrore e mistero fin dalle prime pagine del racconto e neppure il fortunato attraversamento spegne le cupe ridondanze della Foresta misterica nel corso del romanzo. Questa forza letteraria è talmente ricca di valenze evocative nell’animo del lettore proprio perché il mistero del "Bosco Atro” fa vibrare la corda più atavica e primordiale dell’animo europeo. Possiamo cogliere in questa fascinosa saga il mito più archetipo di ogni autentica Tradizione: la catarsi dell’animo umano attraverso tutte le valenze, cupe, misteriche, ma rigeneratrici, del mondo “infero”, primordiale — laddove l’animo umano incontra le pulsioni più profonde del Sé, della Stirpe; cogliendo in un attimo di terrore ed angoscia il mistero del Tempo e del Destino, raccolto nella caoticità senza forma e primordiale racchiusa nel simbolo della Foresta. Possiamo cogliere una profonda corrispondenza fra letteratura e Tradizione, fra le vicende degli Hobbit nell’attraversamento della cupa foresta e le fasi dell' ”opera al nero” degli antichi alchimisti — simbolo di una morte e ri_nascita iniziatica ormai definitivamente perduta con lo spegnersi, in Occidente, di ogni autentica Tradizione. Ma la letteratura, attraverso il Mito, può far rivivere per un istante che poi diviene eternità — il mistero delle tradizioni celtiche. “Ma dobbiamo proprio attraversarlo? Si lagnò lo hobbit. — Certo che sì, disse lo stregone, se volete andare dall’altra parte. O lo attraversate o abbandonate la vostra ri_cerca . Nel commiato di Gandalf alle soglie di Bosco Atro possiamo cogliere il primo segreto della Foresta archetipica e simbolica: solo l’attraversamento dei cupi “inferni”, delle valenze caotiche dell’Io e della Stirpe atavica, permette una rinascita spirituale: la “nigredo” alchemica è disciplina durissima, ma necessaria per cogliere — dopo la Notte — il mistero del Sole che Sorge. Il fascino della Foresta è in assonanza con recondite armonie e ricordi di riti ancestrali delle stirpi indo-ariane: “Dante ha dovuto iniziare il suo viaggio proprio attraverso una foresta aspra e forte. È nel bosco che si svolge la Caccia selvaggia delle Tradizioni nord-europee di matrice celtica. Nell’immaginazione, il bosco è stato popolato da lupi mannari, orchi, streghe, o, al meglio, da folletti dispettosi, regine splendide ma superbe, fate inafferrabili: tutti figli della paura e del fascino obliquo che può esercitare” (1). Lo spazio boschivo è divenuto luogo simbolico di raccolta di presenza spesso terribili ed angoscianti: “vi sono dunque degli archetipi inconsci negli atteggiamenti dell’uomo quando si pone in rapporto con la foresta: la sospensione fra il noto e l’ignoto si fa più viva ed evidente, si fa anche maggiormente nitido il forte peso dell’ambiguità di un luogo dove possibile ed impossibile si amalgamano. Un fascino obliquo che fa svanire le mete nell’incertezza continua” (2). In sintesi, la Foresta rappresenta la materia stessa priva di ogni, nesso formale e limitante, antecedente al perfezionamento raggiungibile attraverso il simbolo solare, nella saga la Montagna che racchiude il Tesoro; la Hyle primordiale dalla cui caoticità e contraddittorietà l’Uomo inizia la sua Cerca (3). Da questa Foresta simbolica il Viandante può assurgere a due Destini: o smarrirsi e morire spiritualmente non superando la terribile prova della “nigredo” alchemica (il terrore della foresta “aspra e forte” di Dante; il comprensibile panico degli Hobbit); o rigenerarsi spiritualmente e giungere alla Meta, la luce spirituale, la Vetta celeste, l’Oro alchemico (“Il Tesoro del Drago”: quante analogie con la prassi alchemica nell’opera di Tolkien!). In fondo, sulla base dell’antica memoria celtico-aria, la foresta ha continuato ad essere il luogo del rito segreto, delle celebrazioni misteriose, conservando un legame inscindibile con i misteri spirituali (4). Come negli antichi rituali alchemici, per superare le prove è necessario esser saldi e forti di Cuore e di Spirito: “Non lasciate il sentiero!” — raccomanda Gandalf agli Hobbit: allegoria evidente della dirittura spirituale e della traccia interiore che congiunge l’Uomo al Cielo sempre, anche nella fase simbolica della morte alchemica.
    Ma accompagnando gli Hobbit nel tragitto attraverso le orride viscere di Bosco Atro, vedremo che la saga è “costellata” (termine interpretabile anche in chiave Junghiana di lettura dell’inconscio) di simboli, ciascuno dei quali rappresenta incredibilmente una delle fasi ascetico-iniziati che dei riti alchemici medievali. La Foresta cupa ma necessaria (metafora dell’Atanor alchemico); il Sentiero come traccia spirituale; il commiato della Guida che indica la solitudine del Viandante nei labirinti dello Spirito; sono simboli che indicano l’accesso all’Altra Realtà, alla prova del Bosco Atro, alla teofania magica dell’incontro con le pulsioni arcaiche del Sé e della Razza, alla sfida con l’Anima Mundi primordiale; al lacerante incontro/sfida con il proprio Doppio Spirituale. Il simbolo successivo di ogni Via spirituale ascetico_guerriera è l’incontro con i Guardiani della Soglia: incontro terribile e spesso senza uscita, lotta totale contro l’eternità del Passato e del Futuro che gli arditi Viandanti della Tradizione sperimentano lungo i tormentati cammini dell’ascesi. È un simbolo arcaico della Tradizione celtica iperborea che vive nello spirito antico delle leggende e del folklore popolare (5) e che Tolkien fa risorgere magistralmente nelle pagine che stiamo leggendo. I Guardiani della Soglia del Nèmeton (il bosco sacro celtico laddove l’eco magica dei riti druidici ancora si effonde nelle narrazioni popolari attraverso una oscura demonizzazione delle foreste del mondo alpino europeo) (6) sono ampiamente raffigurati dalla magica penna dello scrittore anglosassone: i terribili occhi verdastri di insetti repulsivi che guatano gli Hobbit al crepuscolo — quando non è né giorno, né notte: momento di sospensione atemporale magico ed occulto, quando il Sole non è ancora tramontato né l’astro notturno levato nella sfera celeste: tenuti a distanza dal magico Cerchio del Fuoco che difende i Viandanti (7); orridi e schifosi Ragni famelici, Mosche invadenti, Mannari, Orchi e Bestie immonde! La fantasy è qui al servizio della miglior simbologia tradizionale. La vittoria su questi occulti Guardiani richiede tre ulteriori prove agli Hobbit, prove dall’evidente significato iniziatico tipicamente ario-celtico, poiché legato alle valenze guerriere, essenziali nei perduti riti iniziatici dell’alba delle stirpi europee e ben lontane dalle deviazioni levantine delle forme pseudo-iniziatiche dell’occultismo contemporaneo. Sono tutti simboli presenti nell’antica Alchimia medievale: rivivono grazie ad una sorta di magica capacità evocativa in una saga letteraria alle soglie del Duemila. La prima delle tre prove che gli Hobbit devono affrontare consiste nel superare indenni un fiume misterioso le cui acque donano l’oblio a chi vi s’immerga. E la fase cruciale della “nigredo” alchemica: la distruzione della memoria animica come processo dell’ascesi spirituale. Anche qui però si cela l’inganno del Bosco Atro: la distruzione del legame Karmico (il vincolo di nascite/rinascite che preclude l’accesso agli stati superiori dell’Essere non deve significare perdita della memoria atavica individuale ed ancestrale, ma solo superamento dei lacci condizionanti della stessa. Nella saga degli Hobbit, i protagonisti (con l’eccezione di Bilbo) non assurgono a tale livello, subendo un assopimento delle facoltà di veglia e favorendo l’insorgere delle forze infere rappresentate dai Ragni e dalle false visioni degli Hobbit (8). La funzione dei repulsivi insetti è quella di ostacolare l’ascesi nelle sue fasi più cruciali: quella della “dissoluzione” (termine alchemico) e della rinascita. Tale funzione è fondamentalmente limitata e riduttiva rispetto ad altre fasi dell’ascesi spirituale ermetica: lo dimostra la relativa facilità con la quale Bilbo riesce a sconfiggere le mostruose creature. Qui Tolkien evidenzia, con abile celia narrativa, una profonda Verità tradizionale: l’intiero Cosmo — nelle sue sfere superne come in quelle infere- è governato da una sottile armonia, una vibrazione cosmica che permea di sé ogni dimensione dell’Essere (“in principio erat Verbum”): la ‘canzone’ con la quale Bilbo sgomina le venefiche concrezioni del sottosuolo psichico non è altro che il simbolo della possibilità di sgominare, attraverso un rito apotropaico, tutte le concrezioni infere, poiché anch’esse sono dominate dalla legge universale dell’armonia cosmica: colta la chiave della loro essenza (gli Antichi, non a caso, dicevano che “nomina sunt numina”), anche le creature più infernali del ‘sottosuolo’ psichico devono scomparire, morire, esser riassorbite nel “nulla” cosmico. Magia della parola? Forza evocatrice del rito? Nella canzone sorniona di Bilbo (eroe archegenetico, al pari del Parsifal Celto-cristiano e dell’Arijuna indo-ano), il lettore può cogliere molte Verità, al di sopra del velo letterario (9). Da ultima, la terza prova, anch’essa connotata dai carismi guerrieri della spiritualità arcaica celtica, che indica il più sottile artifizio del Bosco Atro: il pericolo di confondere il piani superiori dell’Essere (la Tradizione solare, da tempo scomparsa in Occidente) con quelli “inferi” (la pseudo-Tradizione, strumento dello pseudo-esoterismo). Bilbo e gli Hobbit abbandonano il Sentiero dopo che Bombur — lo Hobbit sprofondato nell’oblio del fiume stregato — li incita a cercare lontano dal Sentiero le immagini fiabesche della Festa degli Elfi, sognate nel lete o incubo che lo ha avvolto. Cercano una scorciatoia, gli Hobbit, che li porti alla Luce senza attraversare i perigli della Notte: l’Eterno Ingannatore li accontenta e ai margini di una radura (simbolo arcano trasudante mistero: evoca le avite presenze rituali celtiche del Dio Pan delle foreste dell’Ellade, del Thor germanico e dei suoi cavalieri) appare una fiamma che arde in mezzo ad un banchetto che poi, assieme alla musica e alle danze, scompare quando gli Hobbit hanno abbandonato il Sentiero: gli Elfi apparsi confondono i loro tratti con quelli degli orridi Ragni... Chi ha conoscenza degli arcani e degli inganni che si celano lungo le vie dello Spirito intuisce il senso della affabulazione tolkeniana. Spesso forme pseudo-tradizionali assumono tratti parodistici della Tradizione e portano alla distruzione, delle valenze superiori nella difficile fase spirituale dell' "opera al nero”, richiudendo il Viandante nei lacci di un’illusione senza fine — che è anche Elusione della meta finale: l' "opera al rosso”, l’Oro Spirituale (10). Ma l’indomito coraggio permette agli Hobbit di uscire dalla Foresta cupa e pulsante di inganni e terrori arcaici, rivelatrice però delle forze superiori dello spirito. Simbolicamente, l’apparire di un cervo (simbolo iperboreo e celtico di sapienza regale) conclude il cerchio delle prove di Bosco Atro, iniziato con l’immagine simbolica dell’orso (simbolo guerriero indoeuropeo) Beorn e “costellato”, lungo la circonferenza, dalle immagini repulsive di Orchi e Ragni, ideogrammi delle prove dell’opera al nero alchemica. Tolkien non abbandona qui le Vesti di un antico Maestro tradizionale, rinunciando a proporre simboli antichi sotto il velame fantasioso della saga: dopo il cupo mistero di Bosco Atro compare la luce degli Elfi (simbolo dell' ”opera al bianco”) che si trasmuta nella maestà dell’ "opera al rosso”, raffigurata nel Tesoro sito nel Cuore della Montagna (11). Alla fine della saga, per Bilbo si è completata l’allegoria del rituale di iniziazione guerriera tipico delle tradizioni celtiche e racchiuso nelle pagine della fiaba, si dipana allora l’ardua prova finale: la tremenda Battaglia dei Cinque Eserciti fra le opposte schiere del Bene e del Male. Ma, questa, è un’altra storia.



    NOTE

    (1) AA.VV., Il Regno Perduto, Padova 1990, p. 59.
    (2) Massimo Centini, Il sapiente del Bosco, Milano 1989, p. 101.
    (3) Adolfo Morganti, Il Mago Merlino, Chieti 1989, p. 100.
    (4) M. Centini, op. cit., p. 103.
    (5)M. Centini, op. cit., p. 89. Interessante è anche la lettura dello studio di Dario Spada, La caccia selvaggia.
    (6) Cfr. di Edoardo Longo, Il ritorno alle sorgenti, post-fazione al citato volume di Spada e pubblicato in anteprima su Diesel 37/92.
    (7) Sul simbolismo del Fuoco, della Veglia e del Cerchio le note potrebbero essere infinite. Rinviamo il lettore ai lavori di Levalois, La terra di luce, (Milano 1987); Guénon. Simboli della scienza sacra, (Milano 1991); AA.VV., Il Regno perduto, cit. Alcuni simboli legati al mistero del Fuoco rinviano palesemente ai riti indo-arii più antichi. Tale simbologia, con riferimenti ai riti delle vette celebrati nella religione Iranica, sono ampiamente illustrati in Ewantz, Cuchama andi sacred mountains, (USA 1989) in un articolo del quale stiamo predisponendo la traduzione italiana. Simboli del Fuoco e del Cerchio, nel quale spesso viene inscritta la Croce o lo Swastika, sono presenti in lontani riti celtici ancora esistenti. Si legga di D’Antuono, Un antico rito celtico vive ancora sui monti della Carnia, Clypeus, Torino, 1990; n. 90. Cfr. anche l’Introduzione di Gianfranco de Turiis a Il bosco oltre il mondo di W. Morris (Roma 1984).
    (8) Non sfuggirà il parallelo fra il fiume stregato di Bosco Atro e il Lete della mitologia classica.
    (9) Sulla forza creatrice/dissolutrice della parola, rinviamo alle note esposte da noi in Libraria 3/90 e all’articolo di D. Orlandi, La malia e i “mula carmina”, Rivista dei Misteri, dicembre 1991.
    (10) Cfr. A. Morganti, op. cit. p.103.
    (11) Per un approfondimento di questo tema si fa rinvio a C. Giacomini, note sul simbolismo orientale della Montagna, in: AA.VV., Il Regno Perduto, op. nt.
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