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    Predefinito Sartori ridicolizzato da Nicola Iannello su Ideazione

    IL FALSO MITO DELLA SOVRAPPOPOLAZIONE

    di Nicola Iannello

    Ideazione, n. 4/2003


    Giovanni Sartori ha chiamato direttamente in causa Ideazione nella Prefazione del suo ultimo libro, scritto con Gianni Mazzoleni, La Terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo (Milano, Rizzoli, 2003. Libro: vabbè, sono pagine riempite di scrittura e rilegate, ma si tratta di una collezione di articoli di giornale - nulla di inedito, quindi, tranne due "pezzi" finali - per giunta corredati da uno scritto - questo sì originale - dal giornalista Mazzoleni del Resto del Carlino.) Il politologo fiorentino dice di aver provato l'impulso a gratificarci con questa sua fatica leggendo le "sciocchezze" scritte sul numero 5 del 2002 di questa rivista a proposito di ecologismo, a suo dire un "tutto va ben, madama la marchesa" del tutto ingiustificato (pp. 7-8). Lasciamo da parte l'offesa "personale" (tra l'altro Sartori poteva scegliere frasi più compromettenti, ché quelle tacciate di sciocche sono davvero semplice buon senso) e passiamo al fatto.

    L'autore di Democrazia e definizioni ha perso un'occasione per lasciar ingiallire nelle raccolte dei quotidiani alcuni suoi infelici articoli, certo la parte più caduca della sua altrimenti buona produzione intellettuale. Destituiti di qualunque valore scientifico, questi "pezzi" non rendono giustizia all'alto ingegno dell'autore. Veniamo al punto.

    Siamo davvero in troppi sulla terra? Il problema vero è che nessuno lo sa. Troppi rispetto a cosa? Allo spazio a disposizione? Alle risorse naturali? All'inquinamento che deriva dall'attività umana? Ai gusti del professor Sartori? L'intellettuale fiorentino sembra paventare su tutto l'esaurimento delle risorse. E lo fa in modo apodittico: "La diagnosi è irrefutabile: la Terra è troppo sfruttata, troppo 'consumata'. Dal che si dovrebbe ricavare che la colpa primaria è dei troppi consumatori, del fatto che siamo in troppi a consumare" (p. 52); "Per le persone di normale buonsenso il problema è che la Terra è malata di sovraconsumo: noi stiamo consumando molto più di quanto la natura può dare. Pertanto a livello globale il dilemma è questo: o riduciamo drasticamente i consumi, oppure riduciamo altrettanto drasticamente i consumatori" (p. 72). Troppa gente, troppo consumo. Cosa c'è di più lineare di un ragionamento del genere? Ma siamo convinti che lo cose stiano proprio in questo modo? Ovvero è corretto l'assunto che sovrappopolazione significa esaurimento delle risorse? Invero qualche dubbio sarebbe opportuno.

    Due considerazioni, l'una di carattere statistico, l'altra di carattere storico. Tra i paesi più ricchi della terra ve ne sono molti ad alta densità demografica - Paesi Bassi, Giappone, Belgio, per non parlare di Hong Kong e Singapore - che non stanno correndo alcun rischio di esaurimento delle risorse (Hong Kong ad esempio per il semplice fatto che non ne ha). Sembra quindi che sovraconsumo, sovrappopolazione e benessere possano convivere. Se poniamo a confronto le tabelle della ricchezza delle nazioni - ovvero le statistiche sul reddito pro capite per paese - e quelle sulla densità della popolazione ricaviamo un fatto semplice: non esiste alcuna relazione di causa-effetto tra densità abitativa e ricchezza o viceversa.

    Come riscontro empirico possiamo solo affermare che spesso accade che i paesi più ricchi siano anche quelli più (relativamente al territorio) popolati. Prendiamo come riferimento un dato: una densità di popolazione di 100 abitanti per kmq. Ebbene, soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo superano questa soglia, mentre sono 12 tra i 21 più ricchi a varcarla. Il problema allora è contrario a quello sollevato da Sartori: i paesi poveri sono… sottopopolati! I paesi ricchi dal canto loro sono tali perché abbondano di risorse a disposizione dei consumatori, senza che un'era di penuria sia alle viste.

    Il dubbio che sorge allora è questo: non è che invece di essere di sovraconsumo la questione è di sottosviluppo?

    Del resto - siamo alla considerazione di carattere storico - l'Occidente è lì a dimostrarlo: il più spettacolare incremento di popolazione della storia della nostra specie - ovviamente parliamo degli ultimi due secoli - si è accompagnato a un aumento senza precedenti del livello di vita, concetto in cui comprendiamo l'allungamento dell'aspettativa di vita, il crollo della mortalità infantile, l'alimentazione, l'igiene, l'istruzione, ecc . In questo lasso di tempo la popolazione dell'Europa è sestuplicata; vogliamo davvero metterci a discutere chi sta meglio tra noi e i nostri avi?

    Sartori è però convinto dell'impossibilità di continuare su questo terreno. Per lui, l'ambiente non è più in grado di sopportare il nostro livello di vita: "Tutti sanno, anche se fanno gli struzzi, che il pianeta Terra è finito, e che perciò non può sostenere una popolazione a crescita infinita. E la 'non sostenibilità' del nostro sviluppo è ormai sicurissima" (p. 16). Qui il politologo fiorentino si dimostra schiavo di una cultura ecologista votata al catastrofismo ingiustificato e soprattutto non più giustificabile; la 'non sostenibilità' sartoriana dello sviluppo e lo speculare "sviluppo sostenibile" invocato dagli ambientalisti alla moda sono figli gemelli di quel The Limits to Growth che ha avvelenato gli anni '70 con le sue profezie di sventura puntualmente smentite dai fatti. È francamente imbarazzante vedere un intellettuale come Sartori accodarsi pedissequamente e acriticamente alla vulgata ecologista di maniera; soprattutto perché le proiezioni statistiche stile Club di Roma, Paul Ehrlich, Lester Brown e compagnia bella si sono smentite da sé.

    Intruppandosi in siffatta cattiva compagnia Sartori scade nel ridicolo; invece di accantonare questi profeti di sventure mai accadute (il politologo cita senza batter ciglio la "previsione" di Ehrlich, The Population Bomb, 1968, secondo la quale entro il 1983 un quarto della popolazione mondiale sarebbe morta per fame), egli invita a non confondere le scadenze con il trend (p. 77). Distinzione raffinata, invero: ricorda la profondità diagnostica di quel medico che, predetta al paziente morte per tumore in sei mesi, si vanta di aver azzeccato il quadro clinico quando vent'anni dopo il poveretto muore sotto un tram.

    Secondo Sartori più popolazione significa più consumi cioè più inquinamento ed esaurimento delle risorse. La corsa verso la catastrofe può essere interrotta solo da un intervento che inverta la tendenza agendo o sulla popolazione o sui consumi, anche se Sartori se ne esce con un malthusianesimo di bassa lega: "La semplice verità è che la fame (e ancor prima la sete) sta vincendo, e che vincerà sempre più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare" (p. 39). Quindi il problema si riduce a uno solo: contenere o ridurre il numero degli umani. Per Sartori in tutta evidenza non è possibile coniugare incremento demografico e aumento del tenore di vita in quanto il secondo condurrebbe alla morte del nostro habitat. Il politologo non ha fiducia nel fatto che la terra possa sostenere un incremento di produzione di generi alimentari che sia compatibile con l'ambiente, benché la storia dimostri come il grande cambiamento epocale delle nostre società sia proprio l'aumento esponenziale della produzione agricola in senso lato in corrispondenza della riduzione ai minimi termine degli addetti del settore.

    L'unica cosa da augurarsi quindi sarebbe che il Sud del mondo - ma sarebbe meglio chiamarlo non-Occidente - si incammini sullo stesso sentiero imboccato prima dall'Europa occidentale e poi dall'America del nord negli ultimi duecento anni, magari evitando proprio quel controllo politico che Sartori invoca a proposito della demografia. Eh sì, perché invece di guardare a Occidente, a proposito di rimedi lo studioso guarda a Oriente. Se la questione è, sartorianamente, "diminuire le nascite", ci sono poche opzioni in offerta: o si impediscono i rapporti sessuali (rischiosissimi, trasmettono una malattia ereditaria: la vita), o si pratica la sterilizzazione, o, se il danno è fatto, si impone l'aborto (da escludere la "soluzione Erode"). Aborto obbligatorio?, si chiederà. Ebbene sì. La parola a Sartori: "Si potrà protestare sulla crudeltà delle norme sulla procreazione imposte in Cina dal 1971 in poi. Ma in precedenza, a cavallo degli anni '50-'60, tra i 15 e i 30 milioni di cinesi erano morti di fame e di epidemie. È più crudele imporre l'aborto o lasciar fare alle carestie?" (p. 49. Una chicca anche a p. 83: "Tanto più si riesce a prevenire una gravidanza e tantomeno si deve ricorrere alla sua interruzione". Si deve?). Intendiamoci, il problema esiste; effettivamente in Cina milioni di persone sono morte in quel periodo. E pensare che ci sono degli ingenui che pensano sia stato il comunismo! Ricordate il comunismo? Si tratta di quel sistema politico-sociale ovunque imposto con la forza e che ovunque è riuscito a coniugare oppressione e povertà. Bene, magari protestate con le sue crudeltà, però che bella soluzione al problema che tanto sta a cuore al professor Sartori! Allora imponiamo l'aborto e non pensiamoci più. Che poi la Cina dell'esempio abbia provveduto all'eliminazione fisica - oltre che dei feti - anche di qualche milione di nati - 35 milioni per il massimo studioso di "democidi" - è solo una coincidenza, ma imporre l'aborto e sopprimere i vivi, chissà perché, spesso vanno a braccetto. E dire che proprio lo sterminato paese asiatico fornisce il più lampante controesempio fattuale al discorso di Sartori. Mai sentito parlare di Hong Kong? L'ex colonia inglese è diventata dal 1° luglio 1997 una Regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese ma continua da anni, anche nel 2003, ad essere insignita del primo posto nell'Indice della libertà economica redatto dalla Heritage Foundation di Washington; Hong Kong (dati 2001) stipa 6.724.900 di abitanti in appena 1.092 kmq assicurando loro un reddito annuo pro capite di 24.506 dollari. La Cina spalma il suo miliardo e 271 milioni di abitanti su 9.596.960 kmq con un reddito pro capite di 876 dollari. Lascio giudicare al lettore se il problema è di sovrappopolazione o di sistema politico-economico.

    Intendiamoci, nulla di male nell'elogio delle politiche demografiche altrui - "Di fronte a questo allucinante crescendo, la Cina, l'India e da ultimo il grosso degli Stati islamici hanno aperto gli occhi e si sono impegnati nel controllo e nella riduzione delle nascite" (p. 47) - purché le si chiami col loro nome: eugenetica, ovvero controllo forzato delle nascite, gestione autoritaria della procreazione, sorveglianza poliziesca della gravidanza. (Per inciso: questo discorso è totalmente indipendente da quello sulla legittimità o meno dell'interruzione volontaria della gravidanza. L'aspetto che qui interessa è la differenza tra la volontarietà e la coattività dell'interruzione.)

    Ripetiamo: nulla di male. Questione di gusti. Si può parlar bene di qualunque cosa a patto di non voler passare per quel che non si è. Noam Chomsky è ancora un intellettuale rispettato a livello internazionale; negli anni '70 gli piaceva tanto Pol Pot da difenderlo dalle calunnie della reazione, giungendo a sbeffeggiare i profughi cambogiani, accusati di inventarsi un genocidio inesistente. Almeno Chomsky non ha la fissazione di farsi passare per un liberale. Ma forse Sartori, dopo tanti anni a New York, non è più capace di distinguere un liberale da un liberal.

    A proposito di demografia, Sartori si sveglia nel 2003 quando il tasso di fertilità nel mondo è in discesa significativa da almeno vent'anni. Se Sartori consultasse il World Population Prospect 2002 dell'Onu si accorgerebbe che per la prima volta in questa sede si punta il dito sulla denatalità nei paesi più sviluppati; l'area più ricca della terra si avvia a scendere sotto il tasso di fertilità dei 2,1 figli per donna, ovvero la soglia che garantisce il ricambio generazionale. Nei paese più ricchi ogni donna ha in media 1,9 figli, e l’Italia è il paese con la fecondità più bassa del mondo: 1,3 figli in media per donna. Questo ha indotto i demografi dell'Onu a rivedere al ribasso le stime sull'incremento demografico del rapporto precedente, quello del 2000, scendendo per l'anno 2050 dai 9,3 miliardi agli 8,9: una riduzione di 400 milioni di persone (Sartori spara un 9-10 miliardi che nessuno ormai considera realistico). Tra l'altro la riduzione del tasso di fertilità è di tale portata che questa revisione al ribasso ha mandato all'aria previsioni ancora precedenti che prevedevano proprio per il 2050 il raddoppio della popolazione attuale (6,2 miliardi) e in ogni caso il passaggio della soglia dei 12 miliardi di umani. Tra l'altro, secondo John Clarke, alla luce della flessione della fertilità totale, la popolazione della terra è destinata a stabilizzarsi proprio sui 12 miliardi .

    La fecondità media dei paesi del terzo mondo (3,7 figli per donna) è molto superiore a quella necessaria per il rimpiazzo generazionale, e sta comportando una crescita della loro popolazione totale; ma nel 1960 era ai 6,1 figli per donna. Cosa è accaduto allora veramente in questi paesi? È accaduto il fenomeno che gli esperti chiamano con il nome di "transizione demografica": l’impatto delle tecniche mediche che hanno abbattuto la mortalità infantile e aumentato la speranza di vita alla nascita ha causato un grande aumento della popolazione; ma mentre nei paesi sviluppati questo aumento nel corso del XIX secolo è stato lento e si è accompagnato a uno analogo a livello economico, in quelli in via di sviluppo nel XX secolo è stato improvviso, e spesso senza una sufficiente contropartita in termini di sviluppo economico, creando dunque l’allarme della popolazione. In sostanza, il fatto non è tanto che si nasce di più ma che si muore di meno.

    Sartori però non condivide la posizione di chi prospetta al terzo mondo la via occidentale: "Si risponde che il calo delle nascite dei popoli sottosviluppati avverrà 'naturalmente' (quando? Quando saremo 15 miliardi?) con lo sviluppo economico. Ma assolutamente no. Anche perché l'aumento incontrollato delle nascite è, circolarmente, causa ed effetto di povertà e sottosviluppo" (p. 19). L'affermazione è sorprendente. Come si spiega allora che l'aumento incontrollato delle nascite in Europa occidentale nel XIX secolo non ha portato né povertà né sottosviluppo ma il contrario? La nostra storia dimostra proprio il successo di un modello che è riuscito a coniugare - ribadiamo: per la prima volta nella storia della nostra specie - crescita demografica e sviluppo economico.

    Attualmente la popolazione mondiale cresce con un tasso dell’1,2% annuo che implica 77 milioni di nuovi terrestri l’anno. Considerando che il tasso era del 2,1% nella seconda metà degli anni '60, il trend - parola amata da Sartori - è quello di una notevole decelerazione dell'incremento demografico. Le tendenze demografiche incoraggiano un cauto ottimismo, come quello dello statistico danese Bjørn Lomborg: "Viviamo più del doppio di quanto accadeva cent'anni fa, e il miglioramento è avvenuto sia nel mondo industrializzato, sia in quello in via di sviluppo. La mortalità infantile è crollata sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo di assai più del 50%. Infine, siamo molto meno malati di un tempo, e non viceversa" . Tesi, quelle di Lomborg, che Sartori definisce chissà perché "pierinesche" (p. 71; forse il bello del successo accademico e non solo è proprio quello di poter affibbiare definizioni bizzarre al lavoro scientifico di colleghi con cui non si è d'accordo). Certo, lui che Pierino non è, ha ben chiaro il problema: "L'Unicef denunzia il dramma di 30000 bambini che muoiono ogni giorno di malattie curabili. Non fa dramma, invece, che ogni giorno la popolazione del mondo cresca di più di 230000 persone" (p. 19). Riflettiamo su questo punto: decessi e nascite, secondo questo metro, stanno sullo stesso piano. Disgrazie gli uni, disgrazie le altre.

    Ma che mondo ha in mente Sartori? Ma non si rende conto che proprio la lotta contro la morte e gli ahimè umanamente relativi successi contro di essa sono la caratteristica fondamentale della nostra civiltà? Gli storici dell'economia Rosenberg e Birdzell, a proposito dell'enorme incremento di ricchezza ottenuto dall'Occidente negli ultimi secoli, scrivono: "La minaccia più grande è sempre stata la morte, e il cammino dalla povertà alla ricchezza è, prima di tutto, un percorso di allontanamento dalla morte" . Ora, di fronte al calo della mortalità infantile e all'allungamento dell'aspettativa di vita che fa Sartori? Equipara la nascita alla morte, entrambe dei drammi. Come fa Sartori a non capire che la "sconfitta" della morte - proprio nel senso biologico del termine, come fatto dell'esistenza - è la più grande conquista dell'Occidente? Altro che affannarsi a "combattere" le nascite! Vien da chiedersi che cosa hanno fatto i bambini al professor Sartori.

    "A peste, fame et bello: libera nos Domine", impetravano i nostri antenati. Per quanto riguarda noi discendenti diretti, la loro preghiera è stata esaudita. Nel mondo sviluppato le grandi epidemie sono un ricordo così lontano che le centinaia di morti per Sars hanno creato un allarme mondiale; in alcune zone dell'Africa invece alcune malattie terribili sono endemiche. La fame è un problema che alle nostre latitudini viene risolto tre volte al giorno, mentre si muore di denutrizione in altre aree del pianeta. La guerra è un flagello che non riguarda più il territorio dell'Occidente (minaccia terroristica a parte) ma che devasta ampie porzioni della terra; anzi, è la causa principale di fame e malattie e delle morti che ne derivano.

    Non è vero, quindi, che il mondo è sovrappopolato; è vero che ci sono aree del mondo dove si muore di fame e malattie e aree del mondo dove si vive nella prosperità. Ricordo di aver sentito dire da un funzionario della Fao durante il vertice a Roma nel 2002 che la terra è già in grado di sfamare 20 miliardi di umani (ovviamente l'esperto voleva attirare l'attenzione sul fatto che a risorse alimentari globali abbondanti corrisponde un'"ingiustizia" nel godimento tra le aree del pianeta). Ci sono certo fatti che testimoniano uno squilibrio. L’Europa e l’America Settentrionale - che costituiscono il 14% della popolazione del pianeta - producono e godono il 60% circa del reddito mondiale. Ed è vero il contrario di ciò che denuncia Sartori: la ricchezza (disponibilità di risorse) può accompagnarsi ad un'alta densità di popolazione. Quindi non è vero che la sovrappopolazione è il problema. Lo sviluppo riduce la crescita della popolazione e non provoca l'esaurimento delle risorse. Allora il rimedio non è, almeno per chi si professa liberale, bloccare coattivamente le nascite ma favorire le istituzioni che sostengono il benessere: su tutte la proprietà privata e il mercato.

    Dopo aver concentrato la sua attenzione sul problema delle risorse messe a repentaglio dalla sovrappopolazione, il politologo fiorentino non può trattenersi dalla più classica delle banalità: ci manca lo spazio! Comico l'avvertimento: "attenzione, quando saremo, in ipotesi, il doppio di oggi (12 miliardi), la Terra vivibile sarà, in ipotesi, la metà di oggi" (p. 19). Ma lo sa il professor Sartori che oggi l'umanità occupa neanche l'1% delle terre emerse e libere dai ghiacci? Ma lo sa il professor Sartori che l'intera popolazione mondiale potrebbe insediarsi in Texas dove comunque una famiglia di quattro persone avrebbe a disposizione l'equivalente di un isolato urbano? Che se l'intera popolazione mondiale si trasferisse in Alaska ogni individuo disporrebbe di metà dello spazio di cui gode oggi una famiglia americana?

    Segnalo al lettore che volesse un quadro concettuale serio e cifre affidabili i saggi di David Osterfeld e Giorgio Bianco , ma soprattutto The Ultimate Resource II di Julian Simon ; la monografia dell'economista dell'Università del Maryland scomparso nel 1998 fa giustizia di tutti i luoghi comuni dell'ecologista di maniera, mito della sovrappopolazione incluso. Secondo Sartori siamo al punto di rottura. Si consoli: nulla lo fa prevedere. La razza umana è destinata ad estinguersi? Certamente, un millennio o l'altro. Ma, tranquillizziamo il professore fiorentino, noi non ci saremo. Né soprattutto ci sarà più alcun umano per leggere i suoi articoli di giornale sulla sovrappopolazione, sottratti all'oblio del tempo grazie a questo prezioso volumetto. Forse allora si avvererà il detto che non tutto il male vien per nuocere.

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  2. #2
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    Tre hurrà per Iannello!
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    Sul tema segnalo anche un altro thread, aperto sempre da Paleo su Cattolici Romani. Per leggerlo basta cliccare qui.

    In quel thread, tra l'altro, si citano tre articoli apparsi su Il Domenicale dello scorso 23 agosto.
    Uno, quello di Guglielmo Piombini, lo posto qui sotto.
    Buona lettura.

    NEL MONDO MEGLIO ESSERE IN TANTI
    di Guglielmo Piombini



    A dispetto delle teorie maltusiane e neomaltusiane, la storia ci insegna che il crescere della popolazione ha sempre caratterizzato le civiltà sane e in ascesa, mentre il suo calo ha spesso rappresentato un segnale di declino della civiltà. Non occorre risalire alla storia dell’Impero romano o del Medioevo per trovarvi delle conferme: basta guardare agli ultimi quarant’anni, durante i quali in molti Paesi occidentali il miracolo economico ha coinciso con il baby-boom, mentre il raddoppio della popolazione mondiale dal 1960 ad oggi è andata di pari passo con l’esplosione della produttività e il netto miglioramento delle condizioni di vita in tutte le aree del pianeta (con la sola eccezione dell’Africa subsahariana).

    I politici e gli intellettuali più ascoltati in Occidente, dopo aver battuto per anni sui tasti della “crescita zero” e della “limitazione delle nascite” in risposta ad un immaginario problema di sovrappopolazione, sembrano oggi impreparati ad affrontare un fenomeno che non rientrava nelle loro previsioni: la drammatica crisi di nascite nei paesi più sviluppati. L’atteggiamento prevalente è stato quello della rimozione, tanto che ha suscitato una certa sorpresa l’allarme sull’estinzione demografica degli italiani lanciato dal sociologo di sinistra francese Henry Mendras su Le Monde. In realtà tutte le proiezioni indicano che il rischio di scomparire non riguarda solo gli italiani, sebbene da noi i problemi legati alla denatalità siano indubbiamente più acuti che altrove, ma l’intero l’Occidente.

    Non ci saranno più bianchi

    Molte volte, nella storia, le civiltà si sono trovate in situazioni di crisi, temendo il declino o la scomparsa. Non era mai accaduto, però, che una tale prospettiva venisse accolta con indifferenza se non con favore dalla popolazione stessa e dalle sue élite politiche e intellettuali. Se in Europa, a parte la Chiesa Cattolica, ben poche voci si sono levate contro questo pericolo, è almeno un fatto incoraggiante che l’anno scorso negli Stati Uniti abbia scalato la vetta dei best-seller un libro controverso, ma denso di dati ed analisi che fanno riflettere: The Death of the West di Patrick J. Buchanan, politico e opinionista cattolico-conservatore più volte candidato alle elezioni presidenziali. Basandosi su dati ufficiali, per la maggior parte elaborati dalle Nazioni Unite, Buchanan avverte che il collasso demografico dei popoli di origine europea ha raggiunto livelli così preoccupanti da far temere nel XXI secolo un evento che all’inizio del XX secolo sembrava inimmaginabile: “la morte dell’Occidente”, l’estinzione planetaria dei popoli bianchi.

    Agli inizi del Novecento, infatti, un abitante della terra su tre era di origine europea, e nel 1960, malgrado due catastrofiche guerre, erano ancora circa uno su quattro (750 milioni su 3 miliardi). A partire dalla fine di quel decennio, tuttavia, mentre la popolazione mondiale raddoppiava, gli europei hanno progressivamente cessato di riprodursi. La popolazione del Vecchio Continente è rimasta stabile, e in alcuni paesi ha già iniziato a calare. Nel 2000 la popolazione di origine europea è diventata un sesto di quella mondiale, e salvo riprese dei tassi di natalità, dei quali finora non si vede nemmeno l’ombra, sarà solo un decimo nel 2050. Oggi diciotto delle venti nazioni del mondo con la più bassa natalità sono europee. A parte forse l’Albania, non vi è un solo paese europeo il cui tasso di fertilità (che in media è di 1,4 figli per donna) si avvicini a 2,1, il minimo necessario per la stabilizzazione della popolazione. Con questi ritmi, i 728 milioni di europei di oggi crolleranno nel 2050 a 600 milioni, a parte l’immigrazione: queste – commenta Buchanan – sono statistiche di una civiltà moribonda. Un calo così pronunciato non si era verificato in Europa dai tempi della peste nera del 1347-52, quando almeno l’epidemia creava vuoti in tutte le classi d’età, e non solo tra i giovani. Se non si tiene conto dell’immigrazione, con una natalità di 1,2 figli per donna, i 57 milioni di italiani caleranno a 41 milioni nel 2050. Il demografo Nicholas Eberstadt ha calcolato che a quella data solo il 2 % della popolazione avrà più di cinque anni, mentre il 40 % sarà ultrasessantacinquenne. L’Italia è considerato un caso esemplare di invecchiamento della popolazione, ma le altre nazioni europee non navigano in acque migliori. Nel 2050 i tedeschi caleranno di 23 milioni di unità, e i rimanenti 59 milioni saranno per due terzi ultrasessantacinquenni. In Russia, dove il tasso di natalità è crollato addirittura a 1,17 figli per donna, si prevede che gli abitanti caleranno da 145 a 123 milioni nel 2015, e a 114 milioni del 2050: una perdita umana superiore ai trenta milioni di vittime attribuibili al periodo staliniano! In Gran Bretagna, dove le minoranze etniche già oggi rappresentano il 40 % degli abitanti londinesi, si calcola che alla fine del XXI secolo la popolazione anglosassone sarà minoritaria nel Paese: questa è la prima volta nella storia, ha osservato il London Observer, che una popolazione indigena si riduce volontariamente in minoranza, in assenza di guerre, carestie, o epidemie. Nel 1950 la Spagna aveva il triplo degli abitanti del Marocco, ma nel 2050 questi ultimi saranno più numerosi del cinquanta percento.

    L’Africa triplicherà l’Europa

    Più in generale, la popolazione africana, che nel 1995 era numerosa quanto quella europea, diventerà tre volte maggiore nel 2050. Anche nella composizione etnica degli Stati Uniti, da qualche decennio, si assiste a un crollo della popolazione di origine europea: se nel 1960 l’88,6 % era bianca, nel 1990 lo era solo il 75,6 %: un calo di tredici punti in 30 anni. Nel 1960 solo sedici milioni di americani non avevano antenati europei, oggi sono ottanta milioni. Nel 2020 saranno scesi ulteriormente al 61 %. Nessun paese della storia è mai passato attraverso uno stravolgimento demografico in così breve tempo senza traumi. Un tale mutamento della composizione della popolazione non potrà non produrre profondi sconvolgimenti culturali, che cambieranno completamente il volto del Vecchio e del Nuovo Mondo.

    Il calo e l’invecchiamento della popolazione avranno effetti devastanti anche sul piano economico. Solo popolazioni numerose possono garantire l’alta produttività derivante da un’estesa specializzazione e divisione del lavoro; e solo popolazioni giovani producono innovazione intellettuale e tecnologica. Tra cinquant’anni, con una popolazione occidentale ridotta ad una percentuale infima di quella mondiale, e composta perlopiù da persone anziane, è quasi impossibile che potrà continuare a germogliare quella straordinaria creatività che ha fatto per secoli la gloria della civiltà europea. L’Europa, scrive Buchanan, diventerà un continente abitato da vecchi, in vecchie case, e con vecchie idee. Infatti, per mantenere nel 2050 l’attuale entità di popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni, l’Europa dovrebbe importare 169 milioni di immigrati, dato che – se il tasso europeo di fertilità non sale – nel 2050 i giovani sotto i 15 anni crolleranno del 40 % arrivando ad essere 87 milioni. Il numero dei pensionati sopra i 65 anni salirà però del 50 % fino a 169 milioni. Per mantenere l’attuale rapporto lavoratori/pensionati, che è di 4,8 a 1, l’Europa dovrebbe a quel punto importare quasi un miliardo di immigrati! In pratica, si appresterebbe a diventare culturalmente un paese del Terzo Mondo.

    Più sicurezza, meno figli

    Perché gli europei hanno cessato di volere figli, condannandosi all’autoestinzione con tanta indifferenza? Perché, a differenza delle generazioni precedenti, sembrano non desiderare più le responsabilità e le gioie della maternità o della paternità? Le cause sono numerose, ma con tutta probabilità hanno giocato un ruolo di primo piano i profondi cambiamenti culturali indotti verso la fine degli anni Sessanta dalla cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, che si sono tradotti da un lato nel rifiuto nei tradizionali modelli di comportamento, e dall’altro nell’edificazione di un imponente apparato assistenziale di tipo socialista “dalla culla alla bara”.

    I giganteschi apparati di sicurezza sociale hanno infatti finito inevitabilmente per colpire l’istituzione famigliare e l’idea della responsabilità personale. Sollevando gli individui dall’obbligo di provvedere al proprio reddito, benessere, salute, vecchiaia, e educazione dei figli – spiega l’economista Hans-Hermann Hoppe – si è ridotto l’orizzonte temporale degli individui, e il valore del matrimonio, della famiglia, dei figli si è abbassato: e infatti le nascite sono crollate della metà da quando, proprio negli anni della Contestazione, sono stati ampliati a dismisura i moderni sistemi welfaristici.

    I comportamenti irresponsabili, dissoluti e insani non solo vengono giustificati o esaltati dalla “Controcultura” divenuta dominante, ma sono spesso sussidiati da uno Stato sociale che provvede a tutte le evenienze; d’altro canto, i comportamenti responsabili e previdenti vengono puniti perché fortemente tassati.

    Come l’Impero romano

    In particolare è stato rilevato, fra gli altri dal Premio Nobel per l’economia Gary Becker, che i sistemi pensionistici pubblici incoraggiano la riduzione dei tassi di natalità, poiché i genitori diventano meno dipendenti dai propri figli per il sostegno negli anni della vecchiaia. Mentre un tempo tutte le risorse risparmiate rimanevano entro il gruppo famigliare, con i sistemi statali a ripartizione coloro che non fanno figli possono risparmiare consistenti spese per il loro allevamento, per poi incassare in vecchiaia i contributi versati dai (sempre più pochi) figli delle altre coppie, o dagli immigrati. Perdipiù chi interrompe l’attività lavorativa per allevare i figli viene penalizzato anche sul piano pensionistico, a causa dell’interruzione dei versamenti contributivi. Chi invece punta tutto sulla carriera e non sul famiglia avrà una pensione più alta. Il risultato, ha osservato amaramente il giornalista Maurizio Blondet, è che i ricchi pensionati di oggi ricevono le loro pensioni dai figli…degli altri. Mentre chi genera questi figli preziosi per la società viene, in più, peggio retribuito in vecchiaia.

    È evidente che il declino nella fertilità sta rendendo insostenibile il sistema di welfare, e che l’unico modo per mantenerlo in piedi è quello di importare massicce quantità di immigrati. Secondo un recente studio dell’ONU, l’Italia necessita addirittura di 2,2 milioni di immigrati all’anno per generare la base fiscale necessaria a sostenere la “spesa sociale”. È dunque prevedibile che gli immigrati del terzo mondo, con un alto tasso di fertilità, saranno destinati a diventare più numerosi degli europei autoctoni, e questo pone un’importante questione: il futuro dell’Europa sarà europeo? I musulmani e gli africani si europeizzeranno, o avverrà il contrario?

    Per adesso gli uomini politici europei sembrano più interessati al mantenimento dello Stato assistenziale che alla difesa della propria cultura, anche a costo di consegnare il destino della loro progenie nelle mani di una maggioranza di stranieri. L’Impero romano morì per esaurimento quando lo statalismo burocratico, il fiscalismo e l’assistenzialismo del panem et circenses raggiunsero il culmine, insieme alla diffusione di una cultura libertina ed edonista e ad un crollo verticale della natalità. Oggi sembra proprio che il Vecchio Continente abbia deciso di imboccare la stessa strada.

    BIBLIOGRAFIA

    Gary Becker, “Gli effetti perversi dei sistemi a ripartizione”, Biblioteca della Libertà, n. 128, 1995;

    Maurizio Blondet, “Perchè favorire i figli dev’essere di sinistra”, L’Avvenire, 6 febbraio 2003;

    Patrick J. Buchanan, The Death of the West: How Dying Populations and Immigrant Invasions Imperil Our Country and Our Civilization, St. Martin Press, New York, 2002;

    Nicholas Eberstadt, “Liberiamo le cicogne”, Global FP, n. 8, aprile 2001;

    Hans-Hermann Hoppe, “Ridare vita all’Occidente” (recensione a The Death of the West di Patrick J. Buchanan), Enclave. Rivista libertaria, n. 15, 2001, Treviglio, Leonardo Facco Editore (tel. 333-8082280).

    Henry Mendras, “L’Italie malade de sa famille”, Le Monde, 18 febbraio 2002.

 

 

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