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    Predefinito Sartori fatto a pezzi su Ideazione

    IL FALSO MITO DELLA SOVRAPPOPOLAZIONE

    di Nicola Iannello

    Ideazione, n. 4/2003


    Giovanni Sartori ha chiamato direttamente in causa Ideazione nella
    Prefazione del suo ultimo libro, scritto con Gianni Mazzoleni, La
    Terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo (Milano, Rizzoli, 2003.
    Libro: vabbè, sono pagine riempite di scrittura e rilegate, ma si
    tratta di una collezione di articoli di giornale - nulla di inedito,
    quindi, tranne due "pezzi" finali - per giunta corredati da uno
    scritto - questo sì originale - dal giornalista Mazzoleni del Resto
    del Carlino.) Il politologo fiorentino dice di aver provato l'impulso
    a gratificarci con questa sua fatica leggendo le "sciocchezze" scritte
    sul numero 5 del 2002 di questa rivista a proposito di ecologismo, a
    suo dire un "tutto va ben, madama la marchesa" del tutto
    ingiustificato (pp. 7-8). Lasciamo da parte l'offesa "personale" (tra
    l'altro Sartori poteva scegliere frasi più compromettenti, ché quelle
    tacciate di sciocche sono davvero semplice buon senso) e passiamo al
    fatto.

    L'autore di Democrazia e definizioni ha perso un'occasione per lasciar
    ingiallire nelle raccolte dei quotidiani alcuni suoi infelici
    articoli, certo la parte più caduca della sua altrimenti buona
    produzione intellettuale. Destituiti di qualunque valore scientifico,
    questi "pezzi" non rendono giustizia all'alto ingegno dell'autore.
    Veniamo al punto.

    Siamo davvero in troppi sulla terra? Il problema vero è che nessuno lo
    sa. Troppi rispetto a cosa? Allo spazio a disposizione? Alle risorse
    naturali? All'inquinamento che deriva dall'attività umana? Ai gusti
    del professor Sartori? L'intellettuale fiorentino sembra paventare su
    tutto l'esaurimento delle risorse. E lo fa in modo apodittico: "La
    diagnosi è irrefutabile: la Terra è troppo sfruttata, troppo
    'consumata'. Dal che si dovrebbe ricavare che la colpa primaria è dei
    troppi consumatori, del fatto che siamo in troppi a consumare" (p.
    52); "Per le persone di normale buonsenso il problema è che la Terra è
    malata di sovraconsumo: noi stiamo consumando molto più di quanto la
    natura può dare. Pertanto a livello globale il dilemma è questo: o
    riduciamo drasticamente i consumi, oppure riduciamo altrettanto
    drasticamente i consumatori" (p. 72). Troppa gente, troppo consumo.
    Cosa c'è di più lineare di un ragionamento del genere? Ma siamo
    convinti che lo cose stiano proprio in questo modo? Ovvero è corretto
    l'assunto che sovrappopolazione significa esaurimento delle risorse?
    Invero qualche dubbio sarebbe opportuno.

    Due considerazioni, l'una di carattere statistico, l'altra di
    carattere storico. Tra i paesi più ricchi della terra ve ne sono molti
    ad alta densità demografica - Paesi Bassi, Giappone, Belgio, per non
    parlare di Hong Kong e Singapore - che non stanno correndo alcun
    rischio di esaurimento delle risorse (Hong Kong ad esempio per il
    semplice fatto che non ne ha). Sembra quindi che sovraconsumo,
    sovrappopolazione e benessere possano convivere. Se poniamo a
    confronto le tabelle della ricchezza delle nazioni - ovvero le
    statistiche sul reddito pro capite per paese - e quelle sulla densità
    della popolazione ricaviamo un fatto semplice: non esiste alcuna
    relazione di causa-effetto tra densità abitativa e ricchezza o
    viceversa.

    Come riscontro empirico possiamo solo affermare che spesso accade che
    i paesi più ricchi siano anche quelli più (relativamente al
    territorio) popolati. Prendiamo come riferimento un dato: una densità
    di popolazione di 100 abitanti per kmq. Ebbene, soltanto 7 dei 21
    Paesi più poveri del mondo superano questa soglia, mentre sono 12 tra
    i 21 più ricchi a varcarla. Il problema allora è contrario a quello
    sollevato da Sartori: i paesi poveri sono… sottopopolati! I paesi
    ricchi dal canto loro sono tali perché abbondano di risorse a
    disposizione dei consumatori, senza che un'era di penuria sia alle
    viste.

    Il dubbio che sorge allora è questo: non è che invece di essere di
    sovraconsumo la questione è di sottosviluppo?

    Del resto - siamo alla considerazione di carattere storico -
    l'Occidente è lì a dimostrarlo: il più spettacolare incremento di
    popolazione della storia della nostra specie - ovviamente parliamo
    degli ultimi due secoli - si è accompagnato a un aumento senza
    precedenti del livello di vita, concetto in cui comprendiamo
    l'allungamento dell'aspettativa di vita, il crollo della mortalità
    infantile, l'alimentazione, l'igiene, l'istruzione, ecc . In questo
    lasso di tempo la popolazione dell'Europa è sestuplicata; vogliamo
    davvero metterci a discutere chi sta meglio tra noi e i nostri avi?

    Sartori è però convinto dell'impossibilità di continuare su questo
    terreno. Per lui, l'ambiente non è più in grado di sopportare il
    nostro livello di vita: "Tutti sanno, anche se fanno gli struzzi, che
    il pianeta Terra è finito, e che perciò non può sostenere una
    popolazione a crescita infinita. E la 'non sostenibilità' del nostro
    sviluppo è ormai sicurissima" (p. 16). Qui il politologo fiorentino si
    dimostra schiavo di una cultura ecologista votata al catastrofismo
    ingiustificato e soprattutto non più giustificabile; la 'non
    sostenibilità' sartoriana dello sviluppo e lo speculare "sviluppo
    sostenibile" invocato dagli ambientalisti alla moda sono figli gemelli
    di quel The Limits to Growth che ha avvelenato gli anni '70 con le sue
    profezie di sventura puntualmente smentite dai fatti. È francamente
    imbarazzante vedere un intellettuale come Sartori accodarsi
    pedissequamente e acriticamente alla vulgata ecologista di maniera;
    soprattutto perché le proiezioni statistiche stile Club di Roma, Paul
    Ehrlich, Lester Brown e compagnia bella si sono smentite da sé.

    Intruppandosi in siffatta cattiva compagnia Sartori scade nel
    ridicolo; invece di accantonare questi profeti di sventure mai
    accadute (il politologo cita senza batter ciglio la "previsione" di
    Ehrlich, The Population Bomb, 1968, secondo la quale entro il 1983 un
    quarto della popolazione mondiale sarebbe morta per fame), egli invita
    a non confondere le scadenze con il trend (p. 77). Distinzione
    raffinata, invero: ricorda la profondità diagnostica di quel medico
    che, predetta al paziente morte per tumore in sei mesi, si vanta di
    aver azzeccato il quadro clinico quando vent'anni dopo il poveretto
    muore sotto un tram.

    Secondo Sartori più popolazione significa più consumi cioè più
    inquinamento ed esaurimento delle risorse. La corsa verso la
    catastrofe può essere interrotta solo da un intervento che inverta la
    tendenza agendo o sulla popolazione o sui consumi, anche se Sartori se
    ne esce con un malthusianesimo di bassa lega: "La semplice verità è
    che la fame (e ancor prima la sete) sta vincendo, e che vincerà sempre
    più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di
    aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da
    sfamare" (p. 39). Quindi il problema si riduce a uno solo: contenere o
    ridurre il numero degli umani. Per Sartori in tutta evidenza non è
    possibile coniugare incremento demografico e aumento del tenore di
    vita in quanto il secondo condurrebbe alla morte del nostro habitat.
    Il politologo non ha fiducia nel fatto che la terra possa sostenere un
    incremento di produzione di generi alimentari che sia compatibile con
    l'ambiente, benché la storia dimostri come il grande cambiamento
    epocale delle nostre società sia proprio l'aumento esponenziale della
    produzione agricola in senso lato in corrispondenza della riduzione ai
    minimi termine degli addetti del settore.

    L'unica cosa da augurarsi quindi sarebbe che il Sud del mondo - ma
    sarebbe meglio chiamarlo non-Occidente - si incammini sullo stesso
    sentiero imboccato prima dall'Europa occidentale e poi dall'America
    del nord negli ultimi duecento anni, magari evitando proprio quel
    controllo politico che Sartori invoca a proposito della demografia. Eh
    sì, perché invece di guardare a Occidente, a proposito di rimedi lo
    studioso guarda a Oriente. Se la questione è, sartorianamente,
    "diminuire le nascite", ci sono poche opzioni in offerta: o si
    impediscono i rapporti sessuali (rischiosissimi, trasmettono una
    malattia ereditaria: la vita), o si pratica la sterilizzazione, o, se
    il danno è fatto, si impone l'aborto (da escludere la "soluzione
    Erode"). Aborto obbligatorio?, si chiederà. Ebbene sì. La parola a
    Sartori: "Si potrà protestare sulla crudeltà delle norme sulla
    procreazione imposte in Cina dal 1971 in poi. Ma in precedenza, a
    cavallo degli anni '50-'60, tra i 15 e i 30 milioni di cinesi erano
    morti di fame e di epidemie. È più crudele imporre l'aborto o lasciar
    fare alle carestie?" (p. 49. Una chicca anche a p. 83: "Tanto più si
    riesce a prevenire una gravidanza e tantomeno si deve ricorrere alla
    sua interruzione". Si deve?).

    Intendiamoci, il problema esiste; effettivamente in Cina milioni di
    persone sono morte in quel periodo. E pensare che ci sono degli
    ingenui che pensano sia stato il comunismo! Ricordate il comunismo? Si
    tratta di quel sistema politico-sociale ovunque imposto con la forza e
    che ovunque è riuscito a coniugare oppressione e povertà. Bene, magari
    protestate con le sue crudeltà, però che bella soluzione al problema
    che tanto sta a cuore al professor Sartori! Allora imponiamo l'aborto
    e non pensiamoci più. Che poi la Cina dell'esempio abbia provveduto
    all'eliminazione fisica - oltre che dei feti - anche di qualche
    milione di nati - 35 milioni per il massimo studioso di "democidi" - è
    solo una coincidenza, ma imporre l'aborto e sopprimere i vivi, chissà
    perché, spesso vanno a braccetto. E dire che proprio lo sterminato
    paese asiatico fornisce il più lampante controesempio fattuale al
    discorso di Sartori. Mai sentito parlare di Hong Kong? L'ex colonia
    inglese è diventata dal 1° luglio 1997 una Regione amministrativa
    speciale della Repubblica Popolare Cinese ma continua da anni, anche
    nel 2003, ad essere insignita del primo posto nell'Indice della
    libertà economica redatto dalla Heritage Foundation di Washington;
    Hong Kong (dati 2001) stipa 6.724.900 di abitanti in appena 1.092 kmq
    assicurando loro un reddito annuo pro capite di 24.506 dollari. La
    Cina spalma il suo miliardo e 271 milioni di abitanti su 9.596.960 kmq
    con un reddito pro capite di 876 dollari. Lascio giudicare al lettore
    se il problema è di sovrappopolazione o di sistema politico-economico.

    Intendiamoci, nulla di male nell'elogio delle politiche demografiche
    altrui - "Di fronte a questo allucinante crescendo, la Cina, l'India e
    da ultimo il grosso degli Stati islamici hanno aperto gli occhi e si
    sono impegnati nel controllo e nella riduzione delle nascite" (p. 47)
    - purché le si chiami col loro nome: eugenetica, ovvero controllo
    forzato delle nascite, gestione autoritaria della procreazione,
    sorveglianza poliziesca della gravidanza. (Per inciso: questo discorso
    è totalmente indipendente da quello sulla legittimità o meno
    dell'interruzione volontaria della gravidanza. L'aspetto che qui
    interessa è la differenza tra la volontarietà e la coattività
    dell'interruzione.)

    Ripetiamo: nulla di male. Questione di gusti. Si può parlar bene di
    qualunque cosa a patto di non voler passare per quel che non si è.
    Noam Chomsky è ancora un intellettuale rispettato a livello
    internazionale; negli anni '70 gli piaceva tanto Pol Pot da difenderlo
    dalle calunnie della reazione, giungendo a sbeffeggiare i profughi
    cambogiani, accusati di inventarsi un genocidio inesistente. Almeno
    Chomsky non ha la fissazione di farsi passare per un liberale. Ma
    forse Sartori, dopo tanti anni a New York, non è più capace di
    distinguere un liberale da un liberal.

    A proposito di demografia, Sartori si sveglia nel 2003 quando il tasso
    di fertilità nel mondo è in discesa significativa da almeno vent'anni.
    Se Sartori consultasse il World Population Prospect 2002 dell'Onu si
    accorgerebbe che per la prima volta in questa sede si punta il dito
    sulla denatalità nei paesi più sviluppati; l'area più ricca della
    terra si avvia a scendere sotto il tasso di fertilità dei 2,1 figli
    per donna, ovvero la soglia che garantisce il ricambio generazionale.
    Nei paese più ricchi ogni donna ha in media 1,9 figli, e l'Italia è il
    paese con la fecondità più bassa del mondo: 1,3 figli in media per
    donna. Questo ha indotto i demografi dell'Onu a rivedere al ribasso le
    stime sull'incremento demografico del rapporto precedente, quello del
    2000, scendendo per l'anno 2050 dai 9,3 miliardi agli 8,9: una
    riduzione di 400 milioni di persone (Sartori spara un 9-10 miliardi
    che nessuno ormai considera realistico). Tra l'altro la riduzione del
    tasso di fertilità è di tale portata che questa revisione al ribasso
    ha mandato all'aria previsioni ancora precedenti che prevedevano
    proprio per il 2050 il raddoppio della popolazione attuale (6,2
    miliardi) e in ogni caso il passaggio della soglia dei 12 miliardi di
    umani. Tra l'altro, secondo John Clarke, alla luce della flessione
    della fertilità totale, la popolazione della terra è destinata a
    stabilizzarsi proprio sui 12 miliardi .

    La fecondità media dei paesi del terzo mondo (3,7 figli per donna) è
    molto superiore a quella necessaria per il rimpiazzo generazionale, e
    sta comportando una crescita della loro popolazione totale; ma nel
    1960 era ai 6,1 figli per donna. Cosa è accaduto allora veramente in
    questi paesi? È accaduto il fenomeno che gli esperti chiamano con il
    nome di "transizione demografica": l'impatto delle tecniche mediche
    che hanno abbattuto la mortalità infantile e aumentato la speranza di
    vita alla nascita ha causato un grande aumento della popolazione; ma
    mentre nei paesi sviluppati questo aumento nel corso del XIX secolo è
    stato lento e si è accompagnato a uno analogo a livello economico, in
    quelli in via di sviluppo nel XX secolo è stato improvviso, e spesso
    senza una sufficiente contropartita in termini di sviluppo economico,
    creando dunque l'allarme della popolazione. In sostanza, il fatto non
    è tanto che si nasce di più ma che si muore di meno.

    Sartori però non condivide la posizione di chi prospetta al terzo
    mondo la via occidentale: "Si risponde che il calo delle nascite dei
    popoli sottosviluppati avverrà 'naturalmente' (quando? Quando saremo
    15 miliardi?) con lo sviluppo economico. Ma assolutamente no. Anche
    perché l'aumento incontrollato delle nascite è, circolarmente, causa
    ed effetto di povertà e sottosviluppo" (p. 19). L'affermazione è
    sorprendente. Come si spiega allora che l'aumento incontrollato delle
    nascite in Europa occidentale nel XIX secolo non ha portato né povertà
    né sottosviluppo ma il contrario? La nostra storia dimostra proprio il
    successo di un modello che è riuscito a coniugare - ribadiamo: per la
    prima volta nella storia della nostra specie - crescita demografica e
    sviluppo economico.

    Attualmente la popolazione mondiale cresce con un tasso dell'1,2%
    annuo che implica 77 milioni di nuovi terrestri l'anno. Considerando
    che il tasso era del 2,1% nella seconda metà degli anni '60, il trend
    - parola amata da Sartori - è quello di una notevole decelerazione
    dell'incremento demografico. Le tendenze demografiche incoraggiano un
    cauto ottimismo, come quello dello statistico danese Bjørn Lomborg:
    "Viviamo più del doppio di quanto accadeva cent'anni fa, e il
    miglioramento è avvenuto sia nel mondo industrializzato, sia in quello
    in via di sviluppo. La mortalità infantile è crollata sia nei paesi
    sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo di assai più del 50%.
    Infine, siamo molto meno malati di un tempo, e non viceversa" . Tesi,
    quelle di Lomborg, che Sartori definisce chissà perché "pierinesche"
    (p. 71; forse il bello del successo accademico e non solo è proprio
    quello di poter affibbiare definizioni bizzarre al lavoro scientifico
    di colleghi con cui non si è d'accordo). Certo, lui che Pierino non è,
    ha ben chiaro il problema: "L'Unicef denunzia il dramma di 30000
    bambini che muoiono ogni giorno di malattie curabili. Non fa dramma,
    invece, che ogni giorno la popolazione del mondo cresca di più di
    230000 persone" (p. 19). Riflettiamo su questo punto: decessi e
    nascite, secondo questo metro, stanno sullo stesso piano. Disgrazie
    gli uni, disgrazie le altre.

    Ma che mondo ha in mente Sartori? Ma non si rende conto che proprio la
    lotta contro la morte e gli ahimè umanamente relativi successi contro
    di essa sono la caratteristica fondamentale della nostra civiltà? Gli
    storici dell'economia Rosenberg e Birdzell, a proposito dell'enorme
    incremento di ricchezza ottenuto dall'Occidente negli ultimi secoli,
    scrivono: "La minaccia più grande è sempre stata la morte, e il
    cammino dalla povertà alla ricchezza è, prima di tutto, un percorso di
    allontanamento dalla morte" . Ora, di fronte al calo della mortalità
    infantile e all'allungamento dell'aspettativa di vita che fa Sartori?
    Equipara la nascita alla morte, entrambe dei drammi. Come fa Sartori a
    non capire che la "sconfitta" della morte - proprio nel senso
    biologico del termine, come fatto dell'esistenza - è la più grande
    conquista dell'Occidente? Altro che affannarsi a "combattere" le
    nascite! Vien da chiedersi che cosa hanno fatto i bambini al professor
    Sartori.

    "A peste, fame et bello: libera nos Domine", impetravano i nostri
    antenati. Per quanto riguarda noi discendenti diretti, la loro
    preghiera è stata esaudita. Nel mondo sviluppato le grandi epidemie
    sono un ricordo così lontano che le centinaia di morti per Sars hanno
    creato un allarme mondiale; in alcune zone dell'Africa invece alcune
    malattie terribili sono endemiche. La fame è un problema che alle
    nostre latitudini viene risolto tre volte al giorno, mentre si muore
    di denutrizione in altre aree del pianeta. La guerra è un flagello che
    non riguarda più il territorio dell'Occidente (minaccia terroristica a
    parte) ma che devasta ampie porzioni della terra; anzi, è la causa
    principale di fame e malattie e delle morti che ne derivano.

    Non è vero, quindi, che il mondo è sovrappopolato; è vero che ci sono
    aree del mondo dove si muore di fame e malattie e aree del mondo dove
    si vive nella prosperità. Ricordo di aver sentito dire da un
    funzionario della Fao durante il vertice a Roma nel 2002 che la terra
    è già in grado di sfamare 20 miliardi di umani (ovviamente l'esperto
    voleva attirare l'attenzione sul fatto che a risorse alimentari
    globali abbondanti corrisponde un'"ingiustizia" nel godimento tra le
    aree del pianeta). Ci sono certo fatti che testimoniano uno
    squilibrio. L'Europa e l'America Settentrionale - che costituiscono il
    14% della popolazione del pianeta - producono e godono il 60% circa
    del reddito mondiale. Ed è vero il contrario di ciò che denuncia
    Sartori: la ricchezza (disponibilità di risorse) può accompagnarsi ad
    un'alta densità di popolazione. Quindi non è vero che la
    sovrappopolazione è il problema. Lo sviluppo riduce la crescita della
    popolazione e non provoca l'esaurimento delle risorse. Allora il
    rimedio non è, almeno per chi si professa liberale, bloccare
    coattivamente le nascite ma favorire le istituzioni che sostengono il
    benessere: su tutte la proprietà privata e il mercato.

    Dopo aver concentrato la sua attenzione sul problema delle risorse
    messe a repentaglio dalla sovrappopolazione, il politologo fiorentino
    non può trattenersi dalla più classica delle banalità: ci manca lo
    spazio! Comico l'avvertimento: "attenzione, quando saremo, in ipotesi,
    il doppio di oggi (12 miliardi), la Terra vivibile sarà, in ipotesi,
    la metà di oggi" (p. 19). Ma lo sa il professor Sartori che oggi
    l'umanità occupa neanche l'1% delle terre emerse e libere dai ghiacci?
    Ma lo sa il professor Sartori che l'intera popolazione mondiale
    potrebbe insediarsi in Texas dove comunque una famiglia di quattro
    persone avrebbe a disposizione l'equivalente di un isolato urbano? Che
    se l'intera popolazione mondiale si trasferisse in Alaska ogni
    individuo disporrebbe di metà dello spazio di cui gode oggi una
    famiglia americana?

    Segnalo al lettore che volesse un quadro concettuale serio e cifre
    affidabili i saggi di David Osterfeld e Giorgio Bianco , ma
    soprattutto The Ultimate Resource II di Julian Simon ; la monografia
    dell'economista dell'Università del Maryland scomparso nel 1998 fa
    giustizia di tutti i luoghi comuni dell'ecologista di maniera, mito
    della sovrappopolazione incluso. Secondo Sartori siamo al punto di
    rottura. Si consoli: nulla lo fa prevedere. La razza umana è destinata
    ad estinguersi? Certamente, un millennio o l'altro. Ma,
    tranquillizziamo il professore fiorentino, noi non ci saremo. Né
    soprattutto ci sarà più alcun umano per leggere i suoi articoli di
    giornale sulla sovrappopolazione, sottratti all'oblio del tempo grazie
    a questo prezioso volumetto. Forse allora si avvererà il detto che non
    tutto il male vien per nuocere.

    •   Alt 

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  2. #2
    FIAT VOLUNTAS TUA
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    Ideazione pubblica questi articoli???
    STrano, ma bello.

    "

  3. #3
    Globalization Is Freedom
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    Già l'anno scorso Ideazione aveva ospitato una sezione dedicata a distruggere i "falsi miti" dell'ambientalismo. Ma l'ultimo numero della rivista diretta da Domenico Mennitti ha fatto di meglio: prendendo spunto dal libro di Giovanni Sartori, ha pubblicato un ampio focus sulla cosiddetta "sovrappopolazione".
    Riporto l'indice.

    LA BOMBA CHE NON C'E'

    Apocalittici o liberali -- Eugenia Roccella
    Il falso mito della sovrappopolazione -- Nicola Iannello
    Non è vero che la Terra scoppia -- Bjorn Lomborg
    L'implosione demografica -- Nicholas Eberstadt
    Malthus colpisce ancora -- Antonio Gaspari
    Ma già una volta a via Solferino... -- Carlo Stagnaro
    La grana demografica -- Giovannino Guareschi
    Esaurimento delle risorse? -- Gianguido Piani
    Il nucleare non era l'Apocalisse -- Stefano Mensurati
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

 

 

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