«Fu un errore inevitabile per non creare le favelas»
I ghetti delle case dei poveri, allora, erano «il minore dei mali»: l’alternativa alle favelas sudamericane. Aldo Aniasi, sindaco socialista di una giunta di centrosinistra dal ’67 al ’76, è uno degli amministratori responsabili di scelte che hanno portato ai quartieri popolari di oggi, dove degrado, spaccio e soprusi sono all’ordine del giorno.

Onorevole Aniasi, non avevate calcolato che la concentrazione del disagio avrebbe portato a una situazione esplosiva?

«Non c’erano alternative. Bisogna tornare indietro nel tempo per capire. Perché si è persa la memoria, si è dimenticata la storia del Paese».

Ce la rinfreschi, allora .

«Per 20 anni Milano ha vissuto una situazione tragica. Ho ripreso in mano in questi giorni il discorso che feci da consigliere comunale nel 1951».

Che cosa disse?

«Che in città c’erano 259 mila locali distrutti dai bombardamenti. Sei anni dopo la guerra, nel 1951, decine di migliaia di persone vivevano in baracche, scuole, sottoscala, cantine».

Sì, ma i grandi quartieri popolari sono molto più recenti.

«La situazione si è andata aggravando negli anni successivi per l’immigrazione dal Sud, dal Veneto e da tutte le zone povere: 500 mila immigrati in una città di un milione e 200 mila abitanti. Si dormiva a turno nelle case, si affittavano i letti a ore».

Così sono nati i palazzon i nelle zone periferiche.

«Il problema era di costruire tanto, in quegli anni c’era una scarsa cultura urbanistica. Si è scelto di realizzare i quartieri satellite o dormitorio».

Qual è secondo lei il più degradato?

«Quarto Oggiaro è in condizioni peggiori di Rozzano. Finirono lì tutti coloro che erano in condizioni miserrime, non povere».

E pian piano si è arrivati alla concentrazione di tutti i disperati nei caseggiati popolari. Non crede sia stato un errore?

«Non è stata una scelta ideologica, ma compiuta sotto la spinta di un’emergenza drammatica. E’ stato commesso dalla grande Milano un errore inevitabile».

Ne è proprio sicuro?

«Milano ha evitato fenomeni come le bidonville di Parigi e Londra, o le favelas sudamericane. Oggi, se si ripresentasse una situazione del genere, non saprei indicare altre soluzioni».



Ro. Ver.