Alessandri (Lega Emilia): E Prodi elogia il global sfrenato
ANGELO ALESSANDRI*
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Ho letto alcune considerazioni di Romano Prodi e devo ammettere che mi sono venuti i brividi. L'economia sarà anche una scienza poco esatta ed interpretabile, ma leggere certe "certezze" prodiane mi raggela il sangue: forse perché arrivano proprio da Prodi. Che la globalizzazione sia gestibile, salvo che la scelta politica di gestirla venga davvero fatta e non solo annunciata, è condivisibile. Vorrei però ricordare che quella fitta ragnatela di produzione di qualità artigianale e dei piccoli laboratori, vero pilastro della nostra economia a differenza dei sovvenzionati e sorretti mastodonti economici, è in particolare un made in Padania ed anche un made in Emilia.
Prodi dice che basterebbe investire in ricerca senza valutare soluzioni quali i dazi o il protezionismo. Sarebbe anche ora però che qualcuno ci spiegasse perché diversi paesi europei, forse preoccupati anche dalla grande capacità padana di esportare prodotti di eccellenza, già attuano sistemi protezionistici e dighe pseudo daziale a difesa dei loro comparti strategici.
E dovrebbe poter spiegarci come fronteggiare la crescente invasione di prodotti made in China. Con tanto di marchio europeo "CE" clonato. Come possono difendersi i nostri laboratori e le nostre imprese? Investendo in ricerca e basta? Magari quella ricerca che paesi come la Cina poi vengono a copiarci?
Più ci penso e più mi sembra che attuare misure protezionistiche in ottica "local" contrapposta al "global" sia invece moderno e non ottocentesco, vitale anziché fuorviante, lampante anziché balzano. Anche i promotori dell'Europa vedevano la diversità e la competitività, anche interna, come un fattore di valore aggiunto e che è compito dei vari Stati difendere e promuovere oltre che a valorizzarla. Pena il fare un Europa omologata, magari con qualche eurosuccubo che si suicida economicamente, incapace poi di fronteggiare le avanzate dei paesi che si stanno attrezzando con prezzi e costi di produzione inferiori.
Sarebbe la fine non solo dell'Europa ma anche la vittoria della globalizzazione più sfrenata: quella, per intenderci , che mette il grande capitale ed il profitto, contestualmente alla sparizione sociale dei popoli, in una grande salsa indecifrabile e senza più futuro. C'è chi ha svenduto i patrimoni statali gli anni indietro. Noi non ci stiamo a svendere anche il futuro di questa società: futuro che passa anche dalla difesa del territorio e di quanto di importante ha saputo costruire con il sudore dei nostri padri e dei nostri nonni.
Ai voli pindarci del global unitario preferiamo piedi ben saldi alle radici local: sarà anche un peccato di offesa alla regia maestà europeizzante ma ci appare anche così concreta da convincerci in pieno. Le promesse europee invece, ancora adesso, non riescono proprio a convincerci: e anche la nostra gente se ne sta accorgendo.




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