Il debole governo afghano ha avviato negoziati con i taleban nella provincia sudorientale di Zabul, dove da settimane sono in corso pesanti e sanguinosi scontri. Karzai è stato però preceduto dagli Usa che starebbero trattando direttamente un rientro dei taleban.
Fra un anno o poco più, dopo attacchi e spargimenti di sangue, assisteremo ad una trattativa del governo americano-iracheno con i seguaci di Saddam? Può sembrare fantapolitica, ma è quello che sta già accadendo in Afghanistan: il governo di transizione, anche in questo caso sotto tutela statunitense, di Hamid Karzai sta trattando con esponenti - ufficiali - taleban nella provincia sudorientale di Zabul, dove da settimane sono in corso sanguinosi scontri che hanno provocato numerose vittime, anche tra le truppe americane che stanno bombardando pesantemente. I negoziati sono condotti da Abdul Rehman Hotak, che aveva rappresentato la sua provincia alla Loya Jirga (l'assemblea tribale che aveva eletto Karzai) dello scorso anno, per conto del governatore Hafizullah. I taleban intanto hanno annunciato ufficialmente - per bocca del comandante Maulvi Faizullah - di aver inviato 300 uomini da Khost - dove si trovano anche i militari italiani - al comando dell'ex ministro dell'educazione Amir Khan Mattaqi a rafforzare i mille uomini che stanno già combattendo nella provincia di Zabul e in quella di Uruzgan, luogo di origine della guida spirituale taleban, mullah Mohammed Omar. Il mese di agosto è stato il più sanguinoso dal novembre di due anni fa, quando con una guerra rapida - proprio come è avvenuto in Iraq - le truppe Usa - con il sostegno delle forze dell'Alleanza del nord - avevano messo in fuga il regime dei taleban.
Ma «ci sono sempre più segnali che il regime fondamentalista dei taleban è stato deposto, ma non completamente sconfitto», come scriveva lunedì il quotidiano britannico The Guardian. I taleban si sono riorganizzati nelle zone tribali di confine pakistane e sono all'offensiva, il sempre più debole governo afghano è costretto a fare i conti con i nemici che credeva definitivamente sconfitti. La novità non è tanto e solo la forza dei taleban e persino di al Qaeda, se rispondono al vero le informazioni - riprese anche dalla stampa occidentale - che vorrebbero Osama bin Laden rintanato nelle zone tribali pakistane da dove continuerebbe a dirigere la sua rete terroristica, ma l'atteggiamento nei confronti degli ex studenti di teologia di alcune forze in campo. A partire da quelle che ne avevano sponsorizzato l'ascesa ai loro esordi, nel 1994, il Pakistan e gli Stati uniti. Secondo alcuni osservatori asiatici e conoscitori della situazione regionale, come il giornalista pakistano Ahmed Rashid, gli Stati uniti starebbero abbandonando Karzai che non è riuscito ad estendere il controllo del suo governo su tutto il paese, anzi è costretto a sedersi intorno ad un tavolo a trattare con i taleban. Non solo, gli Stati uniti, pesantemente impegnati in Iraq, ma non tanto da rinunciare all'obiettivo che li aveva portati a una guerra per mettere le mani sul paese si appoggerebbero al Pakistan per contrastare l'asse tagiko-russo-indiano che si è andato rafforzando (il manifesto, 12 agosto 2003). E l'unica carta che i pakistani possono utilizzare per rientrare in gioco è quella dei pashtun, la base etnica dei taleban, che non sembrano aver perso tanto terreno come sembrava e si sono riappropriati anche delle madrasa (scuole coraniche) pakistane per arruolare nuovi combattenti del jihad. Tutto ricomincia dal 1994.
Secondo Valerio Pellizzari (il Messaggero, 16 luglio 2003) i pakistani avrebbero anzi favorito una mediazione tra americani e taleban moderati per una trattativa diretta. E paradossalmente l'escalation militare - da entrambe le parti - potrebbe proprio indicare che una trattativa è in corso e che le due parti devono rafforzare le proprie posizioni. Chi non si rafforza è invece il governo Karzai.
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Ovvio che nessuno imprigionera' Bush per aver appoggiato i talebani.
Che merda di mondo.




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