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    Predefinito Scuola e scuole: l'interesse di tutti

    Fine dell'astrattismo negli ultimi provvedimenti

    Scuola e scuole l'interesse di tutti

    Giuseppe Savagnone

    È ancora possibile, nel nostro Paese, un approccio sereno all'argomento scuola non statale? Per dubitarne, basta considerare le reazioni al recentissimo decreto sul rimborso per le famiglie che la scelgono. Eppure, non si può abbandonare la speranza che persone di buona volontà, pur in una legittima diversità di vedute, possano dialogare anche su questo tema.
    C'è un dato di partenza oggettivo. Ed è la legge, varata nel 2000 da un governo di centro-sinistra, che sancisce la parità tra scuole statali e scuole non statali, nella convinzione che il pluralismo è un valore se finalizzato al bene comune, e che un servizio è pubblico non a seconda di chi (Stato o privati) lo gestisce, ma di come viene gestito. A questa legge per lungo tempo non ha corrisposto un effettivo sostegno finanziario da parte dello Stato, che così ha costretto un certo numero di cittadini a finanziare - mediante le tasse - un'istruzione che non ricevevano (presso la scuola statale), e a pagare di nuovo per quella di cui effettivamente fruivano (da parte della scuola non statale). Una situazione abnorme, il cui superamento dovrebbe essere salutato con soddisfazione da chiunque abbia a cuore la logica e la legalità.
    E' vero: contro una tale soluzione, molti in questi anni si sono appellati all'art. 33 della Costituzione, che recita al terzo comma: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato". Ma dagli atti dell'Assemblea costituente risulta anche che Corbino e Codignola, i proponenti della formula "senza oneri per lo Stato", precisarono in aula che il suo significato era di escludere non la possibilità di interventi economici statali a favore di istituti privati, bensì soltanto l'obbligo di effettuarli (seduta del 29 aprile 1947).
    Per contro, il quarto comma dello stesso articolo 33, impegnando lo Stato a fornire agli alunni delle scuole non statali che chiedono la parità "un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni d i scuole statali", sembrerebbe indicare l'opportunità di contributi atti a evitare una sostanziale diversità di trattamento.
    Peraltro, è chiaro che se questi ragazzi non frequentassero scuole non statali, sarebbero direttamente a carico dello Stato, che dovrebbe così stanziare dei soldi per la loro istruzione. Niente di più logico, a questo punto, che dare gli stessi soldi - anzi in percentuale inferiore a quanto in media lo Stato spende per ogni alunno - a chi si accolla l'onere di integrarlo in questo servizio.
    Il problema quindi non può annidarsi nel principio a cui il decreto si ispira, o nelle decisioni attuative che con snervante flemma vengono adottate. Critico semmai è il contesto in cui esso viene a cadere. E che ha visto, per esempio, in quest'ultimo anno la scuola statale puntualmente sacrificata - a dispetto di tutte le promesse elettorali - dalle scelte finanziarie del governo. Alunni accatastati in classi composite, continuità didattica spesso compromessa, sistema delle supplenze praticamente cancellato - e l'elenco potrebbe continuare. C'è da chiedersi inoltre se almeno in questa prima fase attuativa del provvedimento, e senza smentire la filosofia dello stesso, non risulti più apprezzabile introdurre un tetto al reddito per l'ottenimento del rimborso. Si ripartirebbe così la modesta cifra posta a bilancio dallo Stato tra un numero maggiore di famiglie meno abbienti. Il che consentirebbe non solo di ampliare l'area dei fruitori della libertà scolastica ma anche di risagomare l'immagine della scuola non statale come servizio offerto a tutti, non solo ai ricchi. Nello stesso tempo sarà bene dare effettività ai controlli ministeriali sulle scuole perché nessuna di essi speculi, ma anche perché a nessuno sia dato di speculare su eventuali non-controlli.
    Insomma, adottate finalmente delle scelte coerenti è nell'interesse di tutti, e in primo luogo della scuola, sfilare i motivi di disagio o di contestazione. Avvelenarla con pregiudizi astratti - come sta avvenendo - serve solo ad allontanarsi dai problemi reali e ad impedire uno sforzo comune perché la scuola - tutta la scuola - veda finalmente riconosciuta la priorità che le spetta, nella gerarchia di obiettivi di un Paese civile.

    •   Alt 

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    Predefinito

    L'AGONIA DELLE STATALI

    di Marco Lodoli

    ............................bisognerebbe che lo Stato investisse molto più denaro nella formazione dei giovani italiani, altrimenti lo sfacelo sarà inevitabile. Servono palestre efficienti, computer funzionanti, biblioteche dove trovare qualche libro recente e non solo venti copie polverose dei Promessi Sposi. Servono segnali positivi, e servono in fretta, perché l'acqua è già nelle stive e i topi fuggono. E anche perché la nebbia di questa decadenza non riesce a nascondere l'importanza della scuola pubblica, che è il luogo dove i ragazzi apprendono i fondamenti della vita lavorativa e sociale.

    Un patrimonio di tutti, ma le cose sembrano andare in tutt'altra direzione. E anche gli investimenti corrono altrove, verso le scuole private. E finiranno per arrivare anche nelle tasche di quelle famiglie che mandano i figli negli istituti cattolici che hanno piscine e campi sportivi, auditorium e belle biblioteche e offrono un buon livello di istruzione. L'aspetto religioso conta pochissimo, a spingere i genitori verso questa scelta non è certo la presenza di una chiesetta all'interno della scuola né l'eventuale quarto d'ora di rosario mattutino. Ciò che conta è soprattutto mantenere i figli all'interno di un gruppo privilegiato, tra ragazzi che dovranno diventare classe dirigente e che si terranno in contatto e si aiuteranno per tutta la vita. Le rette sono salatissime, sono un ostacolo volutamente alto che nessun disgraziato deve saltare, perché verrebbe meno l'assunto di base, che è appunto quello di marcare una differenza e una solidarietà di classe. I centocinquanta o duecento euro che il governo ha destinato a ogni famiglia che voglia iscrivere il proprio figlio in una di queste scuole non basta neanche a pagare i primi quindici giorni di lezione. E' solo un minimo e inutile sconto fatto ai ricchi e un regalo a questi istituti esclusivissimi, che con questo gruzzolo potranno rifare le poltroncine del teatro o il sistema di depurazione della piscina.

    Oppure i soldi pubblici finiranno in un'altra grande parte delle scuole private italiane, quelle che accolgono gli studenti bocciati a ripetizione nelle pubbliche. Queste scuole non hanno confort di alcun tipo, di solito occupano villette di quartieri semicentrali o qualche piano di un anonimo palazzo, hanno aule sbilenche e professori malpagati raccattati qua e là nel grande e disperato mondo della disoccupazione intellettuale. Non offrono sport, cultura o funzioni religiose, non promettono un'educazione elitaria: vendono semplicemente promozioni. I loro denari li investono nei mille cartelloni pubblicitari sparsi per la città che garantiscono tre anni in uno e magari anche quattro, diplomi senza fatica, recuperi miracolosi. Sono piccole associazioni a delinquere, che invece di essere calpestate duramente si moltiplicano come funghi. Se aprite le pagine gialle di Roma o Milano, troverete elenchi infiniti di queste scialuppe di salvataggio per giovani somari. Anche a loro andranno i soldi dello Stato, i nostri soldi?

    Temo che ci si avvii a una separazione netta tra superscuole fornite di ogni ben di dio (scuole religiose, d'altronde), destinate a formare gli italiani di prima classe, e scuolette dove tirare a campare, mesti parcheggi per italiani senza troppo futuro. Quello che accade nel calcio, incredibilmente accadrà anche nella scuola: una superlega e un campionato cadetto che non parte. Questo sembra il disegno del nostro governo. A pochi fortunati il meglio, agli altri la televisione, brutte scuole e una pacca d'incoraggiamento sulle spalle.

 

 

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