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    Predefinito Le nuove catacombe degli islamici convertiti

    Il Corriere della Sera 3.9.2003

    Le nuove catacombe degli islamici convertiti

    di MAGDI ALLAM

    ROMA - Un viaggio nelle nuove catacombe d'Italia. Alla scoperta dei neocristiani del Terzo millennio. Incontri segnati dalla paura. Un incubo che si annida nell'animo e nella mente di chi era nato nella fede in Allah e nel messaggio rivelato dal profeta Mohammad, Maometto. Sono consapevoli che l'apostasia nell'islam non è un semplice sostantivo. Potrebbe trasformarsi in una condanna a morte. Eppure c'è chi ha deciso di infrangere le tenebre e sfidare il terrore. Come frate Antuan, un giovane turco che si è spinto ben oltre la conversione alla fede in Gesù Cristo. Presto diventerà il primo sacerdote cattolico di origine musulmana non soltanto nel nostro Paese, ma nella stessa Turchia. E c'è chi denuncia e lancia accorati appelli. Lo fa Nura, una signora maghrebina che invoca l'intervento della Chiesa cattolica e del governo italiano per far rispettare il diritto alla libertà religiosa dei musulmani convertiti. Ma c'è anche chi non si nasconde e vive l'adesione al cristianesimo con grande serenità. E' il caso di Bekim e Flutura, una coppia di albanesi che erano musulmani solo nominalmente.

    Proprio dalle file degli albanesi, in Italia sono oltre centomila, proviene la maggioranza dei musulmani convertiti. Ma tra i neocristiani ci sono marocchini, tunisini, algerini, egiziani, bosniaci, zingari, nigeriani e somali. Non si sa bene quanti siano. Probabilmente alcune migliaia. Oltre al cattolicesimo, c'è chi è diventato Testimone di Geova o protestante.

    Frate Antuan fa tenerezza. Veste un semplice saio marrone. Pizzetto curato. Sguardo mite e riflessivo. Ha subito vessazioni in patria ed è stato vittima di aggressioni verbali e fisiche in Italia. Ma lui non demorde. Ha un carattere tenace. Con un radicato senso della vita come missione: «Già all’università avevo cominciato a mettere in discussione la mia religione. Avevo scoperto che non mi soddisfacevano spiritualmente le cose che facevo, la preghiera, la lettura del Corano. Il Signore che desideravo così vicino a me, nell’islam lo scoprivo molto lontano. Padrone di ogni cosa, ma non un Dio che sta con noi. Piuttosto un Dio irraggiungibile». Sottolinea la serietà con cui affrontò la sua crisi interiore: «Ho voluto leggere il Corano in turco. Nel mio piccolo ho cominciato a scoprire alcune contraddizioni. Del tipo: in un passo si parla dell’amore e dell’elemosina per i poveri, in un altro si parla della guerra contro gli infedeli e del bottino. Non riuscivo a conciliare queste differenze».

    Poi il destino che si compie: «Per caso, un giorno sono entrato in una chiesa cattolica a Mersin, nel sud della Turchia. Avevo finito l'università. La chiesa è retta da una comunità di religiosi cappuccini di Parma. Lì ho conosciuto il bibliotecario, padre Raimondo Bardelli, un anziano che a me è sembrato come Simeone del tempio di cui si parla nel Vangelo. Mi dava i libri da leggere. Poi con amorevole pazienza rispondeva alle mie domande. Per la mia conversione è stato importante vedere in questa persona la disponibilità, la pazienza, l’amore, il desiderio di annunciare agli altri la fede in Cristo».

    Infine la svolta, la scelta di vita: «A un certo punto ho cominciato a frequentare la messa. All’inizio l’ho fatto per curiosità. Veniva celebrata in turco. Nella mia conversione è stato importante il fatto di capire le parole della preghiera rivolte a Dio. Seguivo la messa cristiana recitata in turco, ma non comprendevo la preghiera islamica pronunciata in arabo. L’islam è una religione che ho praticato nell’esteriorità. Questa è una delle ragioni per cui voglio tornare in Turchia quando diventerò sacerdote. Voglio celebrare la messa in turco, confessare in turco. La mia esperienza dimostra che in Turchia ci sono veramente molti ragazzi alla ricerca della verità. Questi ragazzi, se entrano in chiesa e parlano con un sacerdote, devono essere accolti da un sacerdote che conosca la lingua e la cultura turca. Così il loro cammino spirituale va avanti».

    Nura è una donna colta, intraprendente e battagliera: «Noi musulmani convertiti al cristianesimo in Italia siamo in tanti. Tra noi lo sappiamo. Ma non ce lo diciamo. Tranne quando c’è un rapporto intimo. Ciò avviene più facilmente tra le donne sposate con gli italiani. Quando ci sono i figli delle coppie miste che hanno dei nomi cristiani, è facile intuire la conversione. Ci sono delle mamme formalmente musulmane che festeggiano il battesimo, la comunione e la cresima dei loro figli! Ma in pubblico diciamo che siamo atei. Questa è la strategia adottata all’unanimità: farsi passare per atei».
    Nura vorrebbe emanciparsi dalle catene della paura e dell’ipocrisia. Lancia un vibrante appello: «Dobbiamo aprire le catacombe! Quando ci sarà la libertà di culto anche per noi, vedrete quanti ne usciranno fuori! Oggi non sussiste il diritto alla reciprocità. Perché il cristiano che diventa musulmano può manifestare tranquillamente la propria fede, addirittura si fa della pubblicità senza rischiare nulla, mentre il musulmano che diventa cristiano vive nella paura? Il cristiano che diventa musulmano è fiero. E’ come se si sentisse ben protetto alle spalle. Noi invece ci nascondiamo. Abbiamo paura. Io ho il terrore di entrare in chiesa. Scelgo una chiesa lontana dal quartiere dove abito. Sto molto attenta a non farmi vedere. Ma non rinuncio a andare in chiesa. Ci credo veramente. La prima volta che ho sentito una messa in arabo mi sono messa a piangere».

    La sua denuncia è forte: «La Chiesa non ci dà un angolo per noi. Un angolo per i musulmani convertiti. La Chiesa dovrebbe chiedere ai governi musulmani di sottoscrivere il diritto di reciprocità anche sul piano della libertà di culto. Oggi siamo costretti a vivere nella schizofrenia. In caso di difficoltà sono costretta a dire che non sono cristiana. Se lo dichiarassi non potrei più tornare nel mio paese d’origine. Anche se ho acquisito la cittadinanza italiana, nel mio paese sono sottoposta alle leggi locali». Quindi la stoccata finale: «La Chiesa ci considera una sorta di tabù. Loro hanno i registri. Sanno bene quanti Abdallah e Khadija si sono convertiti in Pietro e Maria. Loro lo sanno. Perché non lo dicono? E’ giusto tutelare le persone. Ma potrebbero almeno dire che il fenomeno esiste, che riguarda molte, molte persone. Perché stanno zitti? Io denuncio il silenzio della Chiesa. Noi ci sentiamo abbandonati. Dopo la conversione non abbiamo nessuno che ci sostenga. Chiediamo aiuto alla Chiesa e all’Italia: proteggeteci! Difendeteci!».

    Bekim è un regista teatrale. Flutura è un’attrice molto nota in Albania: «La nostra generazione è cresciuta senza fede, senza religione, senza Dio. Non sapevamo in che cosa credere. E non sappiamo che cosa eravamo prima, se cristiani o musulmani. Per questo motivo noi albanesi oggi abbiamo il privilegio di scegliere. Siccome adesso viviamo in Italia, stiamo conoscendo il cattolicesimo. Da tre anni siamo in contatto con i cattolici. Loro ci aiutano tanto. Forse la loro bontà, la loro carità ci hanno spinto a entrare nella religione cattolica».
    La coppia albanese spiega così la scelta religiosa morbida, senza traumi: «Noi in realtà non siamo mai stati dei veri musulmani. Ecco perché oggi non ci sentiamo dei convertiti. Non riteniamo di aver abbandonato l’islam. Di fatto aderendo al cattolicesimo noi scegliamo per la prima volta la nostra fede. Ci battezzeremo la prossima Pasqua. Nostra figlia è già stata battezzata. Tante famiglie albanesi in Italia sono diventate cattoliche. Secondo noi il settanta per cento degli albanesi in Italia erano o sono diventati cristiani, ortodossi o cattolici. Non ci sono dubbi».
    Al di là dei numeri alcune considerazioni si impongono. La nuova realtà dei neocristiani fa emergere la dialettica e la vitalità presenti in seno all’islam. Conferma ancor di più quanto sia infondato lo stereotipo che immagina i musulmani come una massa monolitica, oscurantista e immutabile. E poi chiama in causa il Vaticano e l’Italia. Ci sono fedeli cristiani e cittadini italiani che si sentono discriminati e temono per la loro vita nel nostro Paese a causa della loro conversione dall’islam. La condanna di apostasia li perseguita. Finora sono sopravvissuti nel buio come ombre fuggiasche. Ma ora hanno deciso di parlare. Rivendicano il diritto di vivere alla luce del sole.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito

    Molto bello il post. Bravo Lepanto. Ho notato il pezzo ieri, ma ho scordato di postarlo.
    In effetti, mi consta che molte sono le conversioni. Al mio paese due mussulmani sono stati battezzati due mesi fa. Tuttavia, quando essi chiedono aiuto e sostegno, col fervore classico dei neofiti (che è una benedizione per la Chiesa Tutta), siamo sicuri di saper rispondere alle loro aspettative?
    E' una domanda per tutti.


    certo, i preti che si inginocchiano per Allah in Lombardia sono ancora una immagine indelebile, ma non credo sia l'unica. Noi laici, ad esempio, come agiamo? Cosa trasmettiamo, in fatto di esempi? Nulla, o poco.

    Riscoprire attraverso queste conversioni la parte più bella della Fede: l'unicità, come l'amore!
    "

  3. #3
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    Predefinito Seconda puntata

    Il Corriere della Sera 4.9.2003

    Il Papa difenderà la libertà dei musulmani convertiti»

    Magdi Allam

    La Chiesa interviene sulle minacce di condanna a morte per chi lascia l’islam. L’apertura dei teologi moderati: «L’apostata non va ucciso»

    ROMA - «Il Papa non fa altro che chiedere il diritto alla libertà di coscienza. Per lui è uno dei diritti fondamentali dell’uomo, insieme con quello alla vita». Il Vaticano interviene sulla scottante vicenda dei musulmani convertiti al cristianesimo in Italia. Le loro testimonianze, raccolte dal Corriere , sono state recepite con interesse ai più alti vertici della Santa Sede. Monsignor Michael Fitzgerald, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso del Vaticano, afferma in un’intervista: «Dico a tutti i musulmani convertiti al cristianesimo che noi non cessiamo di parlare di questa libertà di coscienza con i nostri partner. Spesso tendono a limitare la libertà di religione alla libertà di culto. Per noi la libertà di religione va oltre, abbraccia anche la libertà di cambiare la religione». Il dado è tratto. Una questione che fino a ieri si preferiva tenere in sordina per non irritare i Paesi e le comunità islamiche, è finalmente approdata all’attenzione e al giudizio dell’opinione pubblica. Ancora una volta la realtà del vissuto delle persone si è imposta sui facili schemi mentali che spesso per ignoranza o per calcolo finiscono per dare un’immagine stereotipata e demonizzante dei musulmani. Ora sappiamo che anche nel nostro Paese ci sono alcune migliaia di musulmani che a un certo punto della loro vita hanno sposato la fede in Gesù Cristo. Emerge con chiarezza che non è soltanto l’islam a piacere a una parte di italiani cristiani, laici, comunisti, fascisti o anarchici, ma anche il cristianesimo convince taluni fedeli di Allah e del messaggio del profeta Mohammad, Maometto. La novità è che sussiste una reciproca attrazione verso le due religioni, che islam e cristianesimo sono entrambe concorrenti nel conquistare la mente e l’animo di tante persone alla ricerca della verità.

    Indubbiamente la libertà di coscienza dei musulmani si pone come la questione centrale dell’islam contemporaneo. E’ chiaro che quanti sostengono la condanna a morte dell’apostata si pongono automaticamente al di fuori del consesso della società civile e della legalità internazionale. Il rispetto della sacralità della vita umana si afferma come il parametro fondamentale con cui valutare il livello della compatibilità dell’islam con i valori fondamentali della persona così come sono concepiti in Occidente.

    Noi siamo andati a cercare e abbiamo voluto valorizzare le voci, come quella del teologo riformista egiziano Gamal al Banna, che sono decisamente schierate a favore della libertà di religione e contro qualsiasi atto violento, intimidatorio o discriminatorio nei confronti dell’apostata. Siamo consapevoli che, nell’ambito strettamente teologico, queste voci sono una minoranza. Ma siamo certi che esprimono la volontà della maggioranza silenziosa dei musulmani. La massa protagonista della «religione popolare» che coniuga la fede con il buon senso, retaggio di tradizioni millenarie. Resta in piedi ed è ancora forte lo scontro con i paladini della «religione massimalista», convinti assertori dell’imperativo di sottomettere la persona, costi quello che costi, alla loro interpretazione dei dogmi della fede affinché trionfi il «vero islam».
    E’ assai significativo che la questione-cardine della fede e dell’apostasia nell’islam emerga e venga affrontata nella culla della cattolicità. Si profila uno scontro tra titani sul piano dei valori e dei modelli di vita. C’è chi pensa che in realtà la riforma liberale e democratica dell’islam scaturirà in Occidente. Per la verità, almeno finora, l’Occidente emerge come fortezza dell’integralismo e dell’estremismo islamico. Ma è un dato di fatto che è qui, a casa nostra, che si sta realizzando l’incontro-scontro tra comunità musulmane stabili e la popolazione autoctona occidentale. Ecco perché le testimonianze dei musulmani convertiti, da noi raccolte, confermano l’intreccio ineludibile tra le due religioni e i due mondi incarnati dalla realtà dell’islam radicato in terra d’Occidente. I loro problemi sono anche i nostri problemi. Dalla loro libertà dipenderà anche la nostra libertà.

  4. #4
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    MAGDI ALLAM , una fonte attendibilissima.

 

 

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