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Dopo l’8 settembre 1943 i soldati di Tito consumarono in Istria, Dalmazia e Friuli Venezia Giulia il genocidio italiano

Furono i tedeschi a frenare le atrocità, che però ripresero nel 1944 con l'apporto di partigiani comunisti italiani
Primi eliminati? Non i fascisti bensì la resistenza «bianca»

Nel 1911 vivevano in Istria e in Dalmazia 390.000 italiani, cifra che deriva dal censimento effettuato sotto l'Impero asburgico. Quanti italiani ci sono in Istria e in Dalmazia oggi? Meno di 30.000. Che cosa è successo agli altri? Se per l'Olocausto degli ebrei si è avuta una giustizia storica e grazie alla giustizia umana i colpevoli - ove localizzati - sono stati puniti duramente come meritavano, per questi uomini e donne di Istria e Dalmazia che furono costretti a subire un genocidio non c'è stata giustizia, non esiste memoria storica e soprattutto non esiste verità nella libertà. Sembra che questa storia debba essere rimossa per sempre, perché dietro di essa si celano responsabilità enormi. L'8 settembre 1943 ha inizio il dramma degli istriani e dei dalmati; l'esercito jugoslavo, guidato da colui che sarebbe diventato il Maresciallo Tito, era alleato con gli americani e gli inglesi, quindi Tito sapeva esattamente che l'Italia aveva firmato l'armistizio 5 giorni prima, il 3 settembre 1943; anche lui, come i tedeschi, si predispose a entrare nel territorio italiano, in quanto ambiva conquistare quei territori per allargare l'area controllata allo scopo di creare una «grande Jugoslavia»; lo stesso sogno di Milosevic, la grande Serbia, era condiviso da Tito, lo stesso identico sogno... un grande popolo slavo unito sotto un unico dominatore. Nei giorni dal 3 all'8 settembre i partigiani di Tito si prepararono ad entrare nei nostri territori. Quando si diffuse la notizia dell'armistizio, all'interno dei territori giuliano-dalmati e di parte del Friuli Venezia Giulia gli jugoslavi riuscirono a entrare nei piccoli paesi (perché nelle grandi città arrivarono prima i tedeschi) e cominciarono ad arrestare e portar via tutti gli italiani che potevano prelevare, senza badare se si trattasse di fascisti, di comunisti, di socialisti, preti, donne, intellettuali.

Le torture del Maresciallo
che voleva la grande Serbia
Fu l'inizio di una prima mattanza, anche se questo prog etto di distruzione della presenza italiana in quei territori era già stato concepito nel 1942. Questo primo omicidio di massa condusse centinaia di uomini sull'orlo della foibe. Non si pensi che nei confronti degli italiani ci si limitasse ad eliminarli rapidamente, prendendoli e gettandoli nelle foibe; queste povere vittime furono fatte oggetto di ogni tipo di violenze, secondo un tipico costume balcanico che abbiamo purtroppo rivisto durante le guerre nell'ex Jugoslavia degli anni 90: gli uomini venivano privati degli occhi, le donne violentate. Ma le atrocità non conobbero limite: una povera maestrina fu chiusa dentro una stanza, violentata da 17 partigiani titini, crocefissa a una porta, impalata e gettata in una foiba; don Tarticchio, un prete che aveva l'unico torto di essere tale, fu crocefisso, evirato e gettato con la tonaca e con una corona di filo spinato in una foiba, e così fu trovato; e sopra a questi corpi i partigiani slavo-comunisti gettavano (perché, secondo la loro tradizione, fossero perseguitati anche dopo la morte) delle carogne di cani neri. Questo primo massacro durò solamente qualche giorno; i partigiani slavi non riuscirono ad ammazzare tutti gli italiani di quei territori, ma solo poche centinaia perché l'esercito tedesco partendo dalle città occupate arrivò anche nei villaggi. Il loro scopo non era salvare gli italiani, bensì controllare il territorio dell'Istria e della Dalmazia perché lì giungevano tutte le vie di comunicazione dalle miniere, dei rifornimenti di materie prime e particolarmente del petrolio che giungeva dalla Romania, ancora sotto il controllo dell'Asse: avevano quindi semplicemente bisogno che il territorio fosse - questa è la terminologia utilizzata dal Commissariato Supremo tedesco Rainer - «pastorizzato», quindi reso tranquillo. A questo fine le truppe tedesche si scatenarono: ogni prelevamento di italiani effettuato dai partigiani titini veniva punito con l'incendio totale dei paesi interessati e con la deportazio ne di tutti gli abitanti; e, dopo alcune dure rappresaglie, il fenomeno cessò immediatamente. Di fatto fino al 1944 questi massacri non si verificarono più, a parte qualche scontro sporadico che veniva immediatamente represso dalle truppe tedesche con una spirale di rappresaglie, cui talvolta si rispondeva con controrappresaglie, nello stesso stile che vediamo ancor oggi praticato in Medio Oriente.

Da San Sabba a Basovizza:
un massacro di serie B?
Prima della fine della guerra, nel novembre 1944 - ecco il secondo passaggio fondamentale che ha fatto scomparire questi uomini e queste donne dalla storia -, partigiani comunisti italiani della divisione Natisone-Friuli e della divisione Triestina decisero di confluire armi e bagagli nelle divisioni partigiane del IX Corpus sloveno che aveva come obiettivo la conquista, come si legge nei documenti, non solamente nei territori dell'Istria e della Dalmazia, ma di tutto il Friuli Venezia Giulia fino al Tagliamento: non solo Trieste, Pola, Fiume, Zara, ma anche Gorizia, Udine, Pordenone, tutto doveva passare sotto il dominio slavo-comunista, in aderenza ad un progetto che assegnava tutto questo territorio a una VII Repubblica federativa di Jugoslavia.
La lucida follia ideologica di questi partigiani comunisti italiani li portò a compilare delle vere e proprie liste di proscrizione di tutti coloro che dovevano essere deportati. Possediamo ben 800 documenti originali, che recano tra l'altro le liste di proscrizione complete della provincia di Gorizia. Vi si trovano 900 nomi: 665 riuscirono a prenderli e non si sono più trovati, li hanno massacrati e li hanno buttati in foiba. Chi c'era nei primi posti di questa lista? Si può pensare che, essendo state scritti da partigiani comunisti, al primo posto vi siano elencati i fascisti... Per nulla, dei fascisti non gli è interessato nulla; ai primi posti si trovano i dirigenti non comunisti del Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale antifascista di Gorizia. Costoro furono i p rimi ad essere catturati nella centralissima piazza della Vittoria, infoibati e fatti scomparire; e accanto ad essi tutti i partigiani «bianchi», cioè democristiani o monarchici, della divisione Osoppo: dovevano scomparire, in pratica, tutti coloro che non erano d'accordo col progetto di annessione dell'Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito. Addirittura a Fiume anche gli autonomisti, che sostenevano che la città non dovesse andare né all'Italia né alla Jugoslavia, bensì proponevano la costituzione di uno Stato autonomo, furono catturati e massacrati, in quanto contrari all'annessione... Per i partigiani comunisti, slavi e italiani assieme, il momento di andare a prenderli giunse quando l'esercito tedesco si ritirò; ed è bene ricordare che non ci furono affatto sparatorie contro i tedeschi, nemmeno da parte dei partigiani, tant'è che l'esercito tedesco ebbe il tempo di ringraziare la popolazione con manifesti in cui si elogiava il suo comportamento; la gente in Friuli ancora si ricorda che nell'uscire dai territori giuliano-dalmati i soldati tedeschi regalarono alla popolazione tutte ciò che non potevano portare con loro. Per noi friulani e giuliani nel periodo dal 1943 al 1945 i tedeschi hanno rappresentato un filtro, una protezione contro il rischio del massacro, della pulizia etnica.

Il pericolo viene da Est
Anche la Jugoslavia ebbe i lager
Questo non possiamo dimenticarlo, al di là della politica; per la nostra gente in quel periodo il vero pericolo veniva dall'Est, dal confine orientale, tanto è vero che migliaia e migliaia di nostri conterranei (665 goriziani, 1.200 triestini, oltre 12.000 istriani) sono stati massacrati dagli slavi in collaborazione coi partigiani comunisti italiani, non appena l'esercito tedesco si allontanò: questa è la tremenda verità. Nella primavera del 1945, quando finì la guerra, furono sequestrate dalle proprie abitazioni migliaia di italiani. Dove finirono? In parte nelle foibe, ma gli altri? Purtroppo, qui la censura della memoria ha agito in maniera profonda. Chi ha mai sentito parlare, per esempio, dei campi di concentramento di Borovnica, di Lepoglava, di Idria, Aidussina? Forse è più nota la cittadina slovena di Maribor, perché tutti gli anni vi si fanno i mondiali di sci: a Maribor sono finiti mille italiani, quasi tutti scomparsi, e quel campo tremendo rimase aperto fino al 1949. Stiamo ancora attendendo che la Slovenia ci restituisca - purtroppo senza nome, perché sono stati gettati in fosse comuni - mille corpi di italiani. Ma chi conosce questi campi? Non c'è stato nulla di differente dai campi nazisti, per esempio in questi campi la tortura più usuale era quella del palo. Gli slavi appendevano le proprie vittime a un palo, legate con il filo di ferro sotto le ascelle a 20 cm dal suolo; quando il filo entrava nella carne era finita la tortura, che durava 2 o 3 giorni... Queste sono le verità che si debbono ancor oggi far conoscere. Perché non esistono genocidi di serie A e di serie B. Alla Risiera di San Saba si trovano tutti i supporti per spiegare che cosa è successo: ci sono guide, dépliants, materiale esplicativo per conservare la memoria di quello che è accaduto. Ma quando si va alla foiba di Basovizza è una desolazione, con l'erba alta un metro e mezzo, un'asta di bandiera arrugginita di fronte a una lapide (perché sono stati capaci di chiudere una foiba con una lapide). I visitatori si rendono immediatamente conto che in Italia consideriamo ancora alcuni morti di serie A e altri di serie B.

Marco Pirina
L'Avvenire 17 09 03