Berlusconi "burattinaio" dell'affare Telekom-Serbia? Le parole di Piero Fassino fanno discutere, forse perché non si sa bene come prenderle. Se sono il grido dell'innocenza oltraggiata meritano comprensione. Si può capire che un politico dalla reputazione immacolata, qual è il segretario dei DS, reagisca all'accusa di aver intascato tangenti buttandola in politica. Primavera si avvicina, e con essa la campagna elettorale per le europee. Dunque la ragion di partito esige che anche la ricerca della verità abbia una scorta di bugie. Resta il fatto che si può essere disposti a scommettere sulla personale onestà di Fassino, ma ci si deve anche chiedere come mai la Stet abbia acquistato nel '97, per 887 miliardi di lire (dei contribuenti), il 29% di Telekom Serbia, rivenduto cinque anni dopo, per meno della metà. Dare di "burattinaio" a Berlusconi non risponde alla domanda, ma la elude. Peggio ancora se si pretende, al di là del verosimile e del tollerabile, che la Stet abbia deciso di finanziare Milosevic, senza informarne quello stesso governo italiano (di centrosinistra) che lo avrebbe poi giudicato meritevole di bombardamenti. Sarà pur vero che Fassino fa politica "per passione", come asserisce il titolo della sua autobiografia. Ma la passione non dovrebbe sovrapporsi alla ragione. Però non c'è diversivo polemico che esima dall'obbligo civile di rispondere all'opinione pubblica dello strano caso di Telekom Serbia. Si fa buona politica quando la discordia della competizione per la rappresentanza non esclude un certo grado di concordia nell'affrontare temi che toccano l'interesse dei rappresentati. E' vero per Telekom Serbia, e lo è anche di più per le riforme del sistema, politico e sociale. In questa fine d'estate, due fatti speculari hanno preso forma nei palazzi e nelle baite della politica: da una parte la Casa delle libertà si è ricompattata su progetti riformatori (delle istituzioni e anche delle pensioni) intonati all'impegno preso con gli elettori per il cambiamento del Paese; dall'altra la scelta riformista torna ad essere segnacolo della volontà di rivincita e di coesione del centrosinistra. Due buone notizie. Ma a condizione che non manchi la disponibilità della maggioranza e dell'opposizione a confrontarsi sulle cose da fare.
Due retoriche riformatrici che si paralizzano a vicenda non producono alcuna riforma. Se il bipolarismo all'italiana vuol dire paralisi, il Paese non sa che farsene.




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