Dal sito: www.corriere.it
"IL DOCENTE DI PSICOLOGIA
Lo studioso: è la ricetta Usa, fa l’uomo della strada
«I magistrati sono antropologicamente diversi dagli altri cittadini? Beh, in un certo senso è davvero così: come lavoro hanno scelto di mandare in galera le altre persone. Ma mister Berlusconi dovrebbe sapere che, in questo caso, anche gli uomini politici sono antropologicamente diversi: di mestiere fanno fare agli altri quello che hanno deciso loro». Il professor Paul Kowert, esperto di psicologia politica e docente universitario a Miami, autore di Groupthink or Deadlock («Cattive decisioni collegiali o paralisi», State University of New York Press ), studio sui processi decisionali dei presidenti Usa da Eisenhower a Reagan, non nasconde il suo divertimento. «Lo stile della leadership del primo ministro Berlusconi è indubbiamente ricco di spunti per uno studioso», spiega al Corriere .
Ma le analisi antropologiche del presidente del Consiglio hanno suscitato reazioni indignate.
«Ci sono leader - e questo non è certo il primo caso - che in un certo senso quasi si vantano di scavalcare le normali convenzioni del discorso politico, esprimendosi come l’uomo della strada. O meglio, come loro immaginano che si esprima un uomo della strada (non sempre è la stessa cosa, ma questo è un altro discorso). E’ comunque evidente che Berlusconi punta a far leva sulla diffidenza dei cittadini verso la politica: pur essendo da tempo capo del governo, tiene a conservare almeno i modi e l’immagine dell’ outsider . Negli Stati Uniti è una ricetta che funziona a meraviglia. E’ interessante vedere se si rivelerà vincente anche in Italia».
Qual è la sua impressione sulla personalità di Berlusconi come leader?
«In linea generale, mi sembra evidente che appartenga a quel genere di leader dalla forte personalità e che rischiano però di peccare di ostinazione: quelli cioè sempre alle prese con la tentazione di scavalcare i consigli - generalmente prudenti - del loro staff puntando tutto sul proprio carisma personale. E’ la figura del "leader dominante" (in genere sono più spesso conservatori che progressisti), che ha il vantaggio di poter fare con notevole facilità retromarcia in caso di bisogno. Ma questo tipo di leader ha il grosso problema di finire per consumare capitale politico molto rapidamente, trovandosi a volte davanti a un’opposizione difficile da dribblare. E, come se non bastasse, ad alleati sempre meno compatti».
Altri problemi tipici di un «leader dominante»?
«Quello di finire spesso per sentirsi dire sempre sì da chi gli sta intorno, isolato dai consiglieri che disapprovano il suo operato. Nel caso di Berlusconi poi l’aver svolto per tutta la vita un mestiere nel settore privato con grande successo alimenta la tendenza comune a tutti i leader dominanti, cioè utilizzare processi decisionali "chiusi". Questo tipo di leader è generalmente refrattario ad allargare la cerchia dei consulenti e a cercare input diversi - Ronald Reagan utilizzava processi chiusi, come fa oggi George W. Bush; Eisenhower e Clinton preferivano processi più aperti».
Qual è il rischio di chi utilizza invece processi decisionali «aperti»?
«Per loro stessa natura le consultazioni sempre più allargate rischiano di portare alla paralisi (troppe idee, troppi distinguo, troppi cuochi in cucina per così dire, vedi le incertezze di Clinton sulla Bosnia). Ma i processi chiusi preferiti dai "leader dominanti" (pochi consiglieri fidatissimi, struttura organizzativa piramidale molto accentuata) possono fare andare molto rapidamente in una direzione sbagliata. I leader dominanti, se vogliono avere successo, non devono essere traditi dal loro fiuto. Sono condannati ad avere molto spesso ragione, se non vogliono passare dei guai».
Matteo Persivale
Politica "




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