Parla Greenpeace, scacciata dal consiglio dell'Imo

«Si rottama senza sicurezza e con salari da fame»

Il ciclo di vita delle grandi navi oceaniche dura circa 28 anni. Scaduto tale termine, vengono condotte alla rottamazione per recuperare l'acciaio con cui sono costruite.

Lo smaltimento delle "carrette del mare", alimenta un mercato in continua crescita. Le navi vengono vendute, a seconda della grandezza e del prezzo corrente dell'acciaio. In media ognuna di queste frutta al proprietario circa 1,9 milioni di dollari. Uno studio dell'Ufficio di medicina del lavoro di Brema, ha pubblicamente affermato che uno ogni quattro lavoratori dei cantieri di smaltimento, quasi certamente contrarrà il cancro, causa la mancanza di tutela nel contatto di contaminanti. Infatti, l'amianto cancerogeno viene strappato ed accantonato a mani nude, senza l'ausilio di guanti e mascherine. Ne abbiamo parlato con Vittoria Polidori, di Greenpeace Italia, responsabile settore Inquinamento.


Nell'immaginario collettivo, i cantieri dove vengono smantellate le grandi navi oceaniche, viene raffigurato un po' come il cimitero degli elefanti. Indagando poi su questi luoghi, si scopre che la realtà è ben diversa.

Sicuramente c'è poco di romantico in tutto questo. Sono anni che denunciamo i rischi per l'ambiente e per la vita dei lavoratori, legati a questo tipo di attività. Inizialmente i cantieri si trovavano un po' ovunque nel mondo. In seguito, per evitare i costi "troppo alti" di prevenzione dei rischi ed inquinamento richiesti dai paesi industrializzati, questa demolizione si è via via spostata nei paesi poveri dell'Asia, dove la manodopera è a costo quasi zero e le regole per la salute dell'individuo e la tutela dell'ambiente sono quasi inesistenti e non applicate.


Quali sono i rischi maggiori legati a queste attività?

Le operazioni di rottamazione sono molto rischiose; non solo nel tagliare e rimuovere le strutture in acciaio, ma perché quasi tutte le navi contengono sostanze pericolose come: amianto, vernici al piombo e altri materiali pesanti quali cadmio e arsenico, materiali contenenti Pcb. Le misure di sicurezza non esistono e i lavoratori rischiano ogni giorno la vita per un salario da fame. Lo scorso febbraio in India, l'espolsione di una nave ha provocato la morte di sette persone e molti altri sono rimasti feriti. In più, gli incendi che vengono spesso appiccati a cielo aperto sulle spiagge, per eliminare rifiuti non utilizzabili, contaminano; non solo le zone agricole ed abitate adiacenti, ma in particolare le fragili zone costiere.


Gli organi competenti, come hanno risposto alle denunce presentate da Greenpeace?

Richiedendo la nostra espulsione dal Consiglio dell'Organizzazione marittima internazionale (Imo) alla quale partecipavamo come osservatori. Nell'ultima riunione di Londra l'aprile scorso, abbiamo portato di fronte all'ingresso del palazzo dove si svolgeva la riunione, 2,5 tonnellate di materiale (resti delle navi) prelevato da un cantiere indiano. Non so se questa cosa possa averli disturbati, rimane il fatto che alcuni paesi tra cui Cipro e Filippine hanno richiesto la nostra espulsione che verrà decisa a novembre di quest'anno nell'assemblea generale.


Cosa chiede Greenpeace?

Il problema è che quando si decide di smantellare, si dovrebbe garantire un lavoro in sicurezza. Noi abbiamo chiesto all'Imo al vertice di Londra, di produrre delle misure legali vincolanti che obblighino i proprietari a decontaminare le navi, e le società di smantellamento a garantire misure di sicurezza per i lavoratori.

Giuliano Rosciarelli