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Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    stanziale
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    Thumbs up avete letto il Corriere???

    oggi avete letto il corriere della sera
    supplemento economia?
    Alvi...
    Bossi...
    Covre...

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  2. #2
    www.leganordromagna.org
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    Predefinito

    non ho letto, c'è modo di reperire l'articolo on-line ?
    di che si tratta in sostanza ?
    ciao

  3. #3
    stanziale
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    Predefinito

    Celtic
    purtroppo il sito del Corsera
    ora è a pagamento
    e io non ho lo scanner
    Gelminello Alvi ha scritto un bel articolo
    sul primato della politica rispetto all'ecomomia
    (devo assolutamente leggere il libro di Alvi
    delle edizioni Adelphi -IL SECOLO AMERICANO!!!)
    Sempre sul Corsera c'è un pezzo
    onesto e leale su Covre
    (mente pensante della Lega Nord)
    E incredibile....
    Gli industriali iniziano a dar ragione a Bossi
    sui dazi doganali contro i prodotti cinesi

    --spero che qualche anima buona riporti
    i 3 articoli in questo forum

  4. #4
    stanziale
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    CorrierEconomia Lunedì 8 settembre 2003

    Covre, il suggeritore di Bossi e Tremonti

    Industriale veneto e ex parlamentare leghista con molti amici a sinistra. Ecco l’uomo che ha contribuito alla linea filo-protezionistica del governo

    «Applicare i dazi e restituire i proventi alla Cina sotto forma di cooperazione vincolata al progresso sociale»



    Hai visto? Ho toccato il tema che ti sta a cuore. Ne faremo un cavallo di battaglia». Era lo scorso febbraio quando Umberto Bossi scese dal palco allestito in un cinema di Treviso, e nel salutare l'ex parlamentare e sindaco di Oderzo Giuseppe Covre preannunciò quella che da lì a qualche mese sarebbe diventata l'offensiva a tenaglia con Giulio Tremonti contro la concorrenza cinese. L'esponente veneto era arrivato in ritardo in sala. Ma appena lo aveva visto entrare, Bossi aveva preso a menare fendenti contro Pechino, che copia i prodotti italiani e strozza i nostri imprenditori.
    Ci vogliono i dazi, disse. E con quella battuta, poi pronunciata davanti a pochi amici, indicò in Covre il gran suggeritore della futura campagna del semestre europeo sul pericolo giallo.
    «Gran suggeritore io? Via, non esageriamo. Ho solo dato qualche idea». Se la ride lisciandosi i baffi Giuseppe Covre, dondolando dietro la sua scrivania d'imprenditore che giura che la politica attiva lo ha stufato, anche se molti lo danno tra i possibili aspiranti alla Regione Veneto del dopo-Galan.
    «Ho cominciato a parlare e a scrivere del problema cinese quando ancora non lo faceva nessuno, questo si: subito dopol'll settembre. E con Bossi ne ho parlato in vari incontri.
    Ne parlai anche con Tremonti in una cena lo scorso Natale.
    Ma poi il tema se lo sono elaborato tra loro. Diciamo che ho contribuito... .».
    Titolare di Eureka,un gruppo di tre aziende di componenti per l'arredamento con un centinaio di dipendenti e 15 milioni di euro di fatturato «<calato in due anni del venti per cento: i cinesi mi hanno sottratto il mercato tedesco e parte di quello francese»), 53 anni, Covre combina il tipico profilo leghista del politico-imprenditore fatto da se con un certo gusto peri' eresia, nei limiti in cui in Lega è consentita, e per le provocazioni intellettuali. Era dichiaratamente contro la secessione, anche quand'era il Verbo del Carroccio. Fece parte con Rutelli, Cacciari e Illy del movimento dei sindaci e diventò amico dell'allora ministro diessino Bassanini, «che è un grande: con la sua riforma ha lasciato il segno».
    Da cinque anni ripete che il Nordest «deve fermare la cementificazione» mettendo un freno agli insediamenti industriali e puntando sull'alta tecnologia. Oggi, dopo otto anni da sindaco di Oderzo e un mandato parlamentare nella scorsa legislatura «<Non mi sono ricandidato per mia scelta», si limita a fare il consigliere comunale e provinciale. E' vice-commissario nazionale dell'lnail, nominato dal ministro Maroni dopo lo scandalo tangenti. E nel frattempo è diventato editorialista dei giornali veneti del gruppo L'Espresso, da dove batte da tempo sulla questione cinese.
    «Da ormai due anni – nota - l'Occidente perde competitività rispetto ai produttori cinesi. Ed è inevitabile: hanno un'enorme potenza produttiva, voglia di emergere, capacità tecnologiche.
    Ci copiano i prodotti senza rispettare le regole. Copiare è imparare, me l'hanno detto loro stessi.
    E' anche un fatto culturale: per il bambino cinese, lo sforzo più importante è copiare l'alfabeto. Oggi loro producono con le nostre macchine, ma alle condizioni sociali che noi avevamo cent'anni fa. Lo so bene anch'io che il commercio internazionale si basa da sempre sul differenziale di costo. Ma quanto può essere un differenziale leale? Se, come oggi, è del 70 per cento, non c'è più competizione.
    Poco tempo fa la mia azienda ha brevettato un reggimensola piuttosto innovativo. Passa qualche mese e a una fiera me lo ritrovo tale e quale, di fabbricazione cinese, a un prezzo che è la metà del mio costo di produzione. E come posso competere ?».
    Da qui la proposta di Covre: che non solo l'Europa, nel semestre italiano, chieda alla Wto di pretendere dalla Cina il rispetto delle regole internazionali, ma applichi anche una nuova gamma di dazi i cui proventi vengano però «restituiti» alla Cina in forma di sviluppo sociale. «Io dico: ritrasferiamo a Pechino l'ammontare internazionale dei dazi, sotto forma di cooperazione vincolata alle creazione delle protezioni oggi inesistenti: scuole, ospedali, sistema pensionistico, eccetera.
    Solo così ridurremo il differenziale sociale». E i danni che le barriere al commercio creano allo sviluppo? I costi per i consumatori? Il grande mercato che già oggi la Cina sta diventando? «Tutte panzane - taglia netto Covre -. Primo: i dazi non sono mai scomparsi. Gli Usa, maestri di
    liberismo, li applicano all'agricoltura e all'acciaio e lasciano flettere il dollaro, il che è una forma di protezionismo valutario. Secondo: dall'Occidente la Cina aumenta sì le importazioni, ma di beni d'investimento.
    Comprano robot, frese e presse con i quali poi fabbricano i nostri stessi prodotti a un terzo del costo. Capisce? La Cina acquista da noi le armi economiche, si fabbrica le pallottole e ci spara».

  5. #5
    stanziale
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    CorrierEconomia lunedì 8 settembre 2003

    Il liberismo. è in crisi, ritorna la politica

    di Geminello Alvi

    Chi nella euforia venale degli anni trascorsi pensava che il liberismo avrebbe plasmato il Muro del mondo deve ormai ricredersi. Recessioni, Bin Laden, ristagno della Borsa, fino a qualche mese fa potevano forse bastare per spiegare gli affanni del liberismo. Ma poi troppo è cambiato per considerarli solo degli affanni.
    In Europa persino i tedeschi, non solo i latini, si ricredono, vogliono disavanzi e investimenti pubblici. E oltre Oceano la ripresa dipende dall'enormità di 455 miliardi di dollari di disavanzo, che farebbero nel 2003 un rapporto al Pii peggiore di quelli europei. Considerando che ancora due anni fa gli Stati Uniti prevedevano un surplus dei conti pubblici di 334 miliardi, il salto ammonta a 789 miliardi di dollari. Pari a circa due terzi il prodotto lordo italiano di un anno.
    In Italia l'una volta liberista ministro Tremonti intanto pensa ai dazi. Come li predicava il non liberista Keynes settant'anni. fa: «Simpatizzo perciò con quanti ridurrebbero al minimo, invece che con quanti massimizzerebbero gli intrecci economici tra le nazioni... lasciamo che le merci siano fatte in casa nel caso in cui sia ragionevole e convenientemente possibile». E del resto la Cina, che crescerà del9%, quanto può dirsi liberista, retta come essa è da un partito-Stato? Comunque per uscire dai guai provocati dal crollo di Wall Street non può ora dirsi che nel mondo ci si affidi al liberismo. .
    Se quello applicato prima era liberismo dunque non solo è andato in crisi ma nessuno si sogna d'usarlo per uscirne. E allora per non ritornare tutti keynesiani resta soltanto una possibilità: dubitare che quello di fine millennio sia stato davvero liberismo.
    In effetti,comparando agli eventi, quanto hanno,scritto liberisti come Hayeke Bruno Leonio quelli della scuola di Chicago, il dubbio si giustifica. Nessun liberismo richiedeva che le banche centrali stampassero a profusione moneta, e lasciassero gonfiare una rovinosa bolla speculativa com'e avvenuto.
    Ne implicava che monopoli statali venissero trasmutati in monopoli privati coi debiti, alla russa.
    Nemmeno richiedeva quant'è avvenuto in Europa e Argentina: che si rinunciasse alle monete nazionali per un'altra nuova. Anzi, von Hayek favoriva monete in concorrenza e la fine del monopolio delle banche centrali. E come può poi dirsi liberista chi ha aumentato le tasse, come hanno fatto i governi europei, cosi da adeguarsi ai numeretti di Maastricht tagliando il meno possibile le spese statali?
    A rileggerli davvero i liberisti, ci spiegheremmo certo in altro modo lo svolgersi degli eventi. Usando paroloni, come sfide e globalizzazione,si è solo creata una confusione di cui ovunque si sono giovati i politici per avere la botte piena e la moglie ubriaca. E i guai presenti sono tutti in fondo esiti di questo loro fingersi bravi, dicendosi liberisti senza esserlo. Il liberismo vero sarebbe stato troppo per loro.
    Non implicava i criteri di Maastricht o di tassare il lavoro invece dei capitali o di imbalsamare le banche come in Giappone. Una miglior vita di tutti avrebbe richiesto qualcosa di ancora più sgradevole per politici e prepotenti: terminare la nostra condizione di sudditi dello stato e delle sue appendici. Il liberismo di Bruno Leoni era questo: terminare le prepotenze del diritto pubblico su quello privato, dunque l'eccesso di leggi e soggetti sussidiati che ne deriva. Ma in Italia sarebbe stata una rivoluzione e per non farla, lasciare allo Stato di espropriare con le tasse
    la metà del reddito, appunto si è fatto tutt'altro.
    E si continua a fare. Il liberismo implicherebbe, per esempio, un ritorno alle mutue in cui si può pretendere solo quanto si è versato, non di più. Semmai lascerebbe alla scelta solidale interna ai soci di redistribuire il reddito versato, e dunque non imporrebbe allo Stato di pagare con le tasse di tutti i privilegi di alcuni. Invece, come nell'impero Ottomano, in Italia sono Io Stato, e i visir dei sindacati, non i bilanci, a decidere chi e come andrà in pensione.
    Il tutto mentre prosegue ogni giorno il giochino di fingere pianificabile il Pii Muro: crescerà dello zero virgola e tanto, ci spiegano saccenti...
    Residuo vizio da pianificazione sovietica, le statistiche decidono quanto i sudditi sono beati. Ipnotico ossequio ai numeretti imposti da altri numeretti, decisi in una cittadina olandese; e poco importa che ora siano chiamati stupidi pure da chi li ha, più di tutto, voluti

 

 

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