“Casa, libertà di culto, lavoro e soggiorno per tutti”, parola di Bachcu.

(5 ottobre 2009)

Nell’intervista che segue, Bachcu, bangladese, portavoce dell’Associazione Dhuumcatu, descrive una realtà originale e lontana dai nostri codici, a un tempo di lotta e comunitaria.
Una realtà le cui caratteristiche colpiscono soprattutto se si pensa che anche Roma, che fino a non molto tempo fa presentava anomalie, si è allineata alle altre metropoli per quanto riguarda fenomeni come l’allentamento dei vincoli sociali e l’anonimato metropolitano.
Un altro aspetto da sottolineare è il carattere moderno della rivendicazione di libertà religiosa che emerge nell’intervista. Chi conosce la storia della città sa bene che solo dopo il 1870 fu possibile per i protestanti costruire veri edifici di culto nella Roma storica, mentre prima potevano pregare solo in luoghi semiprivati al di fuori delle Mura Aureliane. Si trattò di una conseguenza della fine del potere temporale del Papa e di una delle poche cose buone dell’Italia uscita dal Risorgimento, per il resto fortemente autoritaria ed incline a reprimere ogni istanza di giustizia sociale.

Ci puoi fornire un quadro della vostra comunità a Roma?

A Roma, la comunità bangladese è composta da 22000 persone. Di esse solo il 15% sono donne, arrivate qui prevalentemente attraverso i ricongiungimenti familiari. I minori sono il 7%, il 4% è nato in Italia. Quanto al permesso di soggiorno, ne è privo il 30%.
Oltre a questi dati, sono significativi quelli relativi alla presenza nel mondo del lavoro. La nostra comunità si divide in un 20% di lavoratori dipendenti (prevalentemente operanti nel settore della ristorazione) ed in un 80% di lavoratori autonomi (in questo caso si va dagli ambulanti a chi detiene un vero e proprio esercizio commerciale).

Perché la percentuale di donne è così esigua?

Il fatto è che le leggi del Bangladesh sono piuttosto restrittive in materia di emigrazione femminile. In pratica, non si consente di emigrare se non a donne che possono fare un lavoro qualificato. A ciò si deve aggiungere pure una cultura diffusa, maschilista, che non vede di buon occhio la fuoriuscita dal paese di una donna sola.

Il Dhuumcatu è da anni protagonista delle lotte degli immigrati. Ma sappiamo che svolge anche attività di carattere sociale e culturale. Ci puoi descrivere la tua associazione?

Intanto vorrei precisare una cosa, di cui andiamo fieri. Il Dhuumcatu non è una associazione di soli cittadini del Bangladesh, di essa fanno parte pure indiani e pakistani. Se girate per il mondo, vedrete che è raro che queste comunità stiano gomito a gomito. Lacerazioni storiche non ancora sanate e conflitti geopolitici tuttora in corso rendono il dialogo difficile. Nel nostro caso, invece, persone appartenenti a queste comunità magari lavorano insieme, condividono la medesima attività commerciale.
Il Dhuumcatu, inoltre, non è presente solo a Roma, bensì in diverse città italiane, da Vicenza a Palermo. Nel Lazio stiamo in tutti i capoluoghi di provincia, tranne Frosinone.
Siamo una associazione laica, ma sosteniamo le iniziative religiose portate avanti dalle nostre comunità, che siano musulmane, induiste o altro.

Vedendovi dall’esterno, si direbbe che operate dentro una realtà di carattere davvero comunitario…

La comunità bangladese ed anche le altre, tendono a condividere tutto. Le persone in difficoltà vengono sempre sostenute collettivamente. Talvolta, quando le viene richiesto, la Associazione si occupa anche di problemi interni alle famiglie. Ossia, della mancanza di dialogo tra genitori e figli. O anche di problemi di coppia, che poi sono spesso una conseguenza di difficoltà materiali. Se una coppia vive in un appartamento con altre famiglie, perderà quei momenti di intimità che le sono necessari. Se un uomo che lavora in un ristorante fa due turni in un giorno, avrà davvero poco tempo da dedicare a moglie e figli.
Per sanare i motivi di discordia all’interno della collettività si usa rivolgersi ad un Consiglio degli Anziani, che da noi è molto riconosciuto.

La realtà che stai descrivendo, segnata da un forte vincolo comunitario, è di quelle che fanno sobbalzare i media nostrani, che da anni creano allarme rispetto alla presenza, in Italia, di collettività chiuse, separate e con proprie leggi…

Applicate al nostro caso, queste sarebbero gravi deformazioni. Non siamo chiusi, perché abbiamo un dialogo ed una collaborazione permanente con moltissime realtà associative italiane e di altre etnie. Nell’intervenire, poi, nelle piccole controversie del quotidiano, non ci sostituiamo di certo alla legge italiana. Se vi sono problemi di evidente rilevanza penale, non ce ne occupiamo noi.
Diciamo che svolgiamo un ruolo per certi versi analogo a quello del Giudice di Pace rispetto alle controversie minori.

Prima hai parlato di appartamenti condivisi da vari nuclei familiari. Voi avete partecipato pure ad una occupazione in Via Salaria 971, di recente sgomberata dalla giunta Alemanno nel corso di una feroce offensiva contro i movimenti di lotta per la casa…

Sì, e non si è trattato della nostra prima esperienza in questo senso. Già nella estate del 2000 occupammo uno stabile per motivi abitativi, nel quartiere Serpentara. E nel corso del tempo vi sono state altre iniziative in questa direzione, in cui abbiamo coniugato il bisogno di un tetto sopra la testa, con quello di avere spazi per attività socio-culturali. In questi casi, come nell’ultimo, abbiamo agito assieme a realtà del movimento antagonista romano.
A via Salaria in particolare, oltre a noi, c’erano italiani, eritrei, latinoamericani…I nostri occupanti erano una cinquantina, in prevalenza single, ma non mancavano nuclei familiari. Tra gli occupanti vi era Babul con uno dei suoi figli: stiamo parlando del marito di Mary Begum, la donna che si gettò dal quarto piano, con il piccolo Hasib di 11 anni, per sfuggire alle fiamme che stavano divampando nella sua casa di via Buonarroti. Una vicenda emblematica delle difficili condizioni abitative che vivono le nostre comunità. Inoltre, nella occupazione di via Salaria vi era pure una donna con sei minori, abbandonata dal marito, un personaggio discutibile che se ne è andato dall’Italia…
Come si vede, l’amministrazione capitolina ha voluto usare la mano pesante contro persone che vivono situazioni di autentico disagio.

A parte la lotta per la casa, sempre più oggetto di repressione, voi siete sempre stati in prima fila, come dicevamo, nelle battaglie degli immigrati per i propri diritti. Come state preparando la scadenza nazionale del 17 ottobre contro il razzismo?

Intanto va detto che, congiuntamente al Comitato Immigrati in Italia, di cui siamo tra i fondatori, abbiamo seguito ogni fase della preparazione di questa manifestazione. Inoltre, assieme allo stesso Comitato Immigrati ed al Comitato Unitario Lavoratori Immigrati ed Italiani stiamo da tempo effettuando volantinaggi in ogni luogo, piazza o mercato, attraversato da immigrati, ma anche da italiani, cui vorremmo far capire che noi non siamo il loro nemico.
In più, nei giorni tra il 25 ed il 28 settembre abbiamo organizzato un presidio in Piazza dell’Esquilino per richiedere una modifica del provvedimento di Sanatoria adottato dal governo.
Un provvedimento concepito in modo da tagliare fuori l’85% degli immigrati: concentrandosi solo sulla sfera della assistenza familiare, sono stati esclusi in partenza tutti coloro che sono impegnati nell’edilizia, nell’agricoltura, nel terziario, insomma nelle sempre più varie attività lavorative che ci coinvolgono. A ciò si devono aggiungere dei requisiti assurdi, come un reddito annuale del datore di lavoro non inferiore ai 20000 euro, nettamente superiore alla media italiana. Per questo la Sanatoria ha portato ad un numero molto basso di domande di emersione del lavoro irregolare.
Per quanto riguarda la partecipazione alla manifestazione del 17 ottobre, nella condivisione della piattaforma, il Dhuumcatu si caratterizzerà richiedendo “casa, libertà di culto, lavoro e soggiorno per tutti”.
In sostanza, intendiamo lottare per bisogni concreti, unendoci a quei settori di italiani che vedono negati i propri diritti sociali.
Nello stesso tempo, riteniamo irrinunciabile la rivendicazione della libertà di culto. Non dimentichiamo che quest’anno vi è stato un atteggiamento ostile, rispetto alle iniziative legate al Ramadan, tanto a Roma quanto in altre città.
Noi chiediamo che questo paese abbia un atteggiamento più rispondente alla pluralità di religioni che ormai lo contraddistingue. Come ho già detto, non facciamo un discorso rivolto solo alla tutela degli spazi per i musulmani. Non a caso, negli anni passati, come Associazione abbiamo organizzato anche momenti di confronto tra persone di tutte le fedi.

A cura di Corrispondenze Metropolitane – Collettivo di controinformazione e d’inchiesta (Roma)

fonte: [email protected]

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