Tratto dall'Opinione di oggi.
Molti arabi odiano l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, per una serie di ragioni. Alcune risalgono al tempo delle Crociate, altre più recenti alla Palestina e all’Iraq. Gli occidentali, a causa della loro crescente potenza economica e morale, sono visti come dominatori, esattamente come hanno fatto tutte le potenze umane: Assiri, Greci, Romani, Persiani, Arabi, Turchi, e altri ancora. Dopo il secondo conflitto mondiale, a partire dagli anni Cinquanta, però, “dominatori” e “dominati” hanno avviato il tentativo di edificare un mondo nuovo nel quale la competizione, insita nella natura umana, passasse gradualmente dai campi di battaglia al campo dell’economia. Nonostante ciò, il mondo arabo ha perso il treno dello sviluppo, eccetto nella veste di consumatore. Si pensi alle armi. Dal 1948 a oggi le spese per armamenti in Medioriente sono state fra le più alte del mondo. La maggior parte di queste spese sono state giustificate con la scusa di combattere per la liberazione della Palestina. Me le armi erano e sono usate anche nel corso di guerre intestine e aggressioni contro paesi vicini. La tardiva applicazione della spartizione decretata dall’Onu nel 1947 e respinta dagli arabi con mezzo secolo di guerre, non avrebbe solo l’ambizione di porre fine al rifiuto di Israele e quindi alle ragioni profonde del conflitto mediorientale. Da allora, con il pretesto di lottare per la liberazione della Palestina e di distruggere gli “occupanti”, la maggior parte dei paesi arabi sono caduti sotto il controllo di personaggi dispotici, per lo più di estrazione militare. Lo sviluppo dell’economia rimase bloccato, anzi è regredito rispetto al resto dei paesi del mondo, come ha confermato anche l’ultimo approfondito rapporto delle Nazioni Unite. Dunque è dal 1948 che il primitivo totalitarismo arabo ha avuto mano libera, sostenuto da militari retrogradi e da partiti reazionari, che sovente si autoproclamavano progressisti, spesso alleati con i fondamentalisti islamici.
Il totalitarismo arabo non ha nulla da offrire alla popolazione araba se non vuoti slogan roboanti che insistono tutti sul tema della resistenza e della lotta. E siccome nessuna voce può risuonare più forte di quella che chiama alla battaglia, nel frattempo la corruzione si diffondeva dappertutto e il totalitarismo arabo era costantemente sconfitto in tutte le sue donchisciottesche guerre con qualunque forza straniera. L’unica guerra che ha saputo vincere è quella contro la sua stessa popolazione, da esso regolarmente sconfitta.
Perché non è mai esistita una rivoluzione contro le satrapie? I politologi mettono spesso in guardia sui pericoli di destabilizzazione e caduta di regimi, di tale regione, sotto pressione della rabbia popolare della piazza. Forse è cominciata una nuova fase della politica moderna, di cui i moti di piazza arabi sono il primo annuncio, come uno squillo di tromba dadaista? Crediamo di no. Piuttosto c’è da ricordare quanto temessero gli esperti “la strada araba” durante le preparazioni per la seconda guerra del Golfo. Per non parlare prima della campagna in Afghanistan: l’intervento occidentale avrebbe provocato terribili conseguenze.
Insomma i focolai di protesta e rivolta avrebbero presto incendiato la regione, portato al crollo i regimi. Eppure le dittature della regione sono ancora tutti lì con l’eccezione dell’Iraq.
E se fossero “preoccupati”, i despoti, di cosa pensa la loro opinione pubblica in una regione dove “elezioni libere” e “libertà di stampa” sono più rari dei temporali estivi, farebbero ricorso come al solito al manganello e torture, metodo principe nella formazione del consenso in Medioriente da quando se ne andarono gli inglesi. La rivoluzione, dunque, nel mondo arabo non spaventa certo i loro regimi, ma solo a chi crede nella Cassandra mediorientale. Le dittature arabe dovrebbero riflettere sui propri atteggiamenti, in primis quelli di orgoglio: la deriva estremista e demagogica che attuano, gli amoreggiamenti con i kamikaze, l’ambiguità nei confronti dell’Occidente e soprattutto il disastroso sottosviluppo che per la loro opera incombe nel Medioriente. Si tratta, a questo punto, di rinfrescare l’immagine della politica che attuano nel suo complesso: meno boria, più concretezza.
Il fatto è che ogni regione del mondo ha avuto le sue rivoluzioni popolari, alcune buone altre cattive. L’Occidente le ha vissute a partire dalla rivoluzione americana a quella francese, dai moti risorgimentali e le rivoluzioni liberali del 1848 in Europa.
Dalla rivoluzione russa, all’occupazione nazista e da ultimo la rivoluzione cosiddetta di velluto cecoslovacca e la caduta del muro di Berlino.
In tutto il resto del mondo gli slogan e le ideologie estremiste quasi cadono uno dopo l’altro. Al contrario, nel mondo arabo essi hanno raggiunto un tale livello che moltissime persone semplici e poco istruite ne subiscono un infausto lavaggio del cervello, e si trasformano in carne da cannone per l’estremismo religioso. Ne conseguono enormi problemi sociali, politici e ambientali che popolazioni e governi, persi nei loro slogan bellicosi, non sono nemmeno in grado di affrontare.
Giovanni Russo
Cordiali Saluti




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