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    Predefinito Riflessioni di un conservatore

    Riflessioni di un conservatore



    Aprile – Ottobre 2009



    Florian
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    SADNESS IS REBELLION

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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Noi, Conservatori. Chi siamo e dove andiamo, 2 aprile 2009

    Oggi il popolo, domani un partito. Riflessioni sul nuovo centrodestra italiano, 2 aprile 2009

    Il conservatorismo americano è un estremismo?, 4 aprile 2009

    Perché sull’immigrazione (e non solo) ha ragione Fini. I conservatori e l'Europa che verrà, 6 aprile 2009

    "Rischiatutto" Fini, 26 aprile 2009

    Gran Torino. Eastwood tra sacrificio e redenzione, 1 maggio 2009

    Berlusconi vinci, ma poi per favore molla la poltrona!, 4 giugno 2009

    La via più semplice non è mai quella di un conservatore, 11 giugno 2009

    Riflessioni sul PDL. Il partito – Il leader e la classe dirigente – Il re legittimo e il tiranno, 11 giugno 2009

    Se Emilio Fede è tra noi, 23 giugno 2009

    Perchè la destra va al mare e la sinistra no?, 24 giugno 2009

    La giovane Germania multietnica sul tetto d'Europa, 30 giugno 2009

    I Valori e la Libertà. Un viaggio nell'Italia che si divide ma non cambia, 6 agosto 2009

    Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”, 11 settembre 2009

    Cos’è un partito politico? L’indifferenza alla storia e agli ideali al tempo di Videocracy, 14 settembre 2009

    Voglia di normalità. Voglia di Germania, 15 settembre 2009

    Keine Experimente. Le elezioni tedesche e la “sgermanizzazione” della Germania, 28 settembre 2009

    Il valore supremo dell’esempio, 29 settembre 2009

    Quando, un tempo, si era conservatori, ...quella destra dignitosa e senza sbragamenti, svanita a partire dagli anni ’70, 30 settembre 2009

    Progressisti in economia? Il turbocapitalismo disconosce la dignità dell’uomo, 1 ottobre 2009

    Il paradosso di un partito radicale e conservatore, 4 ottobre 2009
    Ultima modifica di Florian; 09-10-09 alle 09:11
    SADNESS IS REBELLION

  3. #3
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Conservatori di Politica in Rete

    Noi, Conservatori
    Chi siamo e dove andiamo


    2 aprile 2009


    Cari amici, per iniziare questa avventura col piede giusto proporrei di chiarire a noi stessi, prima ancora che a quanti vorranno confrontarsi con questo forum, cosa il conservatorismo contemporaneo deve essere e cosa non sarà mai. In poche parole, il recinto nel quale noi tutti possiamo e dobbiamo muoverci.

    Iniziamo col dire cosa il conservatorismo non è:

    - non è un'ideologia politica;
    - non si identifica necessariamente con la destra, in quanto i conservatori, a seconda delle diverse tradizioni nazionali, possono sedere a destra o al centro dello schieramento parlamentare;
    - non è un tradizionalismo, per quanto abbia a cuore la tradizione;
    - non è rivolto al passato (reazione), ma al presente, con un occhio al futuro;
    - non si identifica necessariamente con un credo religioso, pur apprezzando la religione come fonte di stabilità sociale;
    - non si fonda su una dottrina economica, per quanto difenda il sistema capitalistico occidentale e il libero mercato;
    - non si confonde con il populismo e il nazionalismo.

    Proviamo a questo punto a sottolineare invece cosa il conservatorismo è:

    - un temperamento che privilegia la moderazione agli istinti radicali;
    - un atteggiamento di sfiducia verso tutti i propositi di ingegneria sociale;
    - un sentimento di lealtà alla storia e alle consuetudini di un popolo;
    - una filosofia politica che medi tra individualismo e comunitarismo, privilegiando sempre i diritti dell'individuo (liberalismo) su quelli della comunità (collettivismo);
    - un liberalismo non utilitaristico, ma basato sul diritto naturale;
    - un riformismo che accetta i cambiamenti della società purchè siano graduali e non rechino lacerazioni al tessuto sociale.


    Per questa ragione il conservatorismo moderno è di fatto un liberal-conservatorismo ed i partiti conservatori rappresentano la casa naturale dei moderati e dei liberali classici propriamente detti, in opposizione ai progressisti liberal, ai socialdemocratici, alle sinistre radicali e alla destre nazionaliste e populiste.


    Florian
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    SADNESS IS REBELLION

  4. #4
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Congresso fondativo del PDL

    Oggi il popolo, domani un partito
    Riflessioni sul nuovo centrodestra italiano


    2 aprile 2009


    Da pochi giorni si è concluso il Congresso fondativo del PDL, evento di grande importanza per la politica italiana e in particolar modo per l'area di centro-destra. Gli organi d'informazione hanno dato largamente conto di quanto è successo e svariati commentatori ne hanno analizzato da diverse prospettive i momenti salienti. Chi scrive, pur non essendovi stato presente fisicamente, ha potuto seguire quasi integralmente il Congresso in audiovideo attraverso Internet e deve ammettere di essere rimasto soddisfatto da un appuntamento che poteva limitarsi ad un'autocelebrazione (cosa che in buona parte è stato, com'era d'altronde giusto) e che invece ha dato luogo a riflessioni, analisi e posizioni sfaccettate a cui personalmente non avevo mai assistito durante i congressi di FI e AN.
    Si parla molto del PDL come di un partito carismatico e certamente questa definizione gli si addice, tuttavia il congresso in questione ha manifestato una voglia di politica da parte della classe dirigente che se non a parole, sicuramente nei fatti, supera l'era del Partito-Azienda per aprirne una nuova di cui si sono già intravvisti alcuni confortanti aspetti.

    In primo luogo, Gianfranco Fini. Come hanno detto in tanti, pur con accenti diversi e da linee contrapposte, il tono al dibattito e buona parte dell'interesse suscitato in chi l'ha seguito è ascrivibile alla persona di Fini e alla sua magnifica oratoria, arte nella quale probabilmente non ha eguali in Italia. Si può condividerne in toto o solo in parte il discorso, ma non si può non riconoscerne la visione prospettica; rimarchevole oltretutto l’abilità con cui Fini è riuscito a impadronirsi di una platea in buona parte lontana dal suo mondo di riferimento.

    Pur essendo stato in passato (e per certi versi lo sono ancora oggi) ostile ad una certa visione social-nazionale e insieme tecnocratica che caratterizza il profilo dell'ex campione della destra, confesso di essere rimasto rapito, affascinato e a tratti persino soggiogato da quella magnifica retorica che riusciva a comunicarti una vision della politica nazionale, di una politica modernamente conservatrice, ben più ricca e articolata dell'apologia del fare e dell'esperienza governativa propostaci da Re Silvio.

    Intendiamoci, Berlusconi è un fuoriclasse del mezzo catodico e non c'è dubbio che i suoi discorsi, mai sembrati così poveri di contenuti e perfino stucchevoli in un anticomunismo piuttosto di maniera (citare Stalin, Mao e Pol Pot è stato davvero ingeneroso per il PD e anche piuttosto stupido perchè così facendo si continuano a sottacere i disastri assistenzialisti dei partiti socialisti e laburisti del dopoguerra), cosicchè è probabile che filtrati dalle tv e presso un’audience spoliticizzata abbiano ottenuto l'effetto desiderato. Tuttavia, al sottoscritto è sembrato, e forse per la prima volta, che Re Silvio arrancasse nel seguire Fini in un territorio non suo, ovvero quello della politica. Berlusconi si è confermato quello che è e che sempre sarà: un imprenditore che si è prestato alla politica e che vorrebbe oggi modellarla a sua immagine e somiglianza. Niente più ideologia, ma forse nemmeno più partiti, parlamento, giornali, pubblica opinione. Un governo che governa (bene), senza opposizione perchè inadeguata e/o totalmente delegittimata, la stampa amica ridotta pressocchè al ruolo di claque, una pubblica opinione istigata a de-politicizzarsi.

    Il commentatore dell'Economist John Hooper ha ribadito ad Otto e Mezzo la sua nota convinzione che Silvio Berlusconi rappresenti un problema (o addirittura un pericolo) per il suo populismo, per il suo qualunquismo antipolitico. E ha sottolineato abilmente come la sua scelta di rappresentare un popolo piuttosto che una fazione manifesti tutta la sua lontananza dalla politica e lo spregio per i partiti comunemente intesi. A differenza di Hooper non credo che questa evidente anomalia rappresenti un rischio democratico per l’Italia, tuttavia il mio essere conservatore mi impedisce da sempre di annoverarmi tra i fans del Cavaliere. Infatti, pur dovendo riconoscere che Berlusconi ha finora ottenuto con la sua azione di governo dei buoni risultati, la maniera con la quale si è arrivati a questi (e mi riferisco a quanto è accaduto nel corso degli anni e non già a quanto accaduto negli ultimi mesi) fa davvero rabbrividire chi non è ottenebrato dalla partigianeria politica ed ha un minimo di rispetto per le regole condivise.
    Purtroppo - e qui la stampa estera colpevolmente sembra glissare - l'anomalia Berlusconi si inserisce in una più ampia e problematica anomalia-Italia, un Paese dove i problemi sono molteplici, atavici e per giunta concatenati. Berlusconi è riuscito - complice un'opposizione non meno colpevole e interessata anch'essa ai propri interessi di bottega - a far dimenticare agli italiani che un governo non può essere giudicato solo dai risultati conseguiti e che la logica del fare (pure degnissima di lode in un Paese dove si è sempre fatto davvero poco) non può azzerare tutto il resto.

    Eppure durante l'ultima incoronazione e l'acclamazione di una leadership apparentemente incontrastata, c'è qualcosa che ha stonato rispetto a ciò che era previsto in agenda e che poi ha costituito il sale del congresso.
    Abbiamo detto di Fini, capace di parlare e raccogliere ovazioni al di là dei soliti noti (Ronchi, Urso, Mellone), dal drappello socialista che gridava a lui: Bettino, Bettino, agli ex-radicali di Della Vedova, passando per tutta l'ala laico-liberale, Alfredo Biondi in testa. In questa sua inedita capacità di rivolgersi a più componenti del PDL e non solo alla vecchia riserva di voti aennini si è manifestata la caratura di questo vero leader.
    Su quello che Fini ha detto nello specifico bisognerà riparlarne in una prossima occasione: tanti e veramente importanti gli argomenti posti all’attenzione. Il punto qui d’interesse è che grazie a Fini e non solo a lui il dibattito – malgrado Berlusconi - è riuscito ad acquistare un’inedita dimensione politica. E dicevamo, fortunatamente, non solo grazie a Fini.

    Il congresso del neonato PDL è stato caratterizzato dalla buona qualità degli interventi e per alcune performances di notevole spessore. In primis il ministro Renato Brunetta, accolto come autentica star, che non ha deluso le aspettative col solito piglio battagliero e la sua linea liberale; Roberto Formigoni, propostosi come altenativa ciellina a Fini per la successione di Silvio e fustigatore della Lega ha ben impressionato; a mio avviso degna di nota anche Mara Carfagna, la quale nonostante abbia dovuto intervenire dopo Formigoni se l’è cavata benissimo dando dimostrazione di essere una personalità politica di rilievo e in ascesa nonostante il suo passato di starlette televisiva; la giovane Giorgia Meloni ha mostrato intraprendenza e genuinità ed ha ottenuto un meritato successo personale. Forse chi ha deluso maggiormente le aspettative è stato Giulio Tremonti, il cui breve intervento non passerà certo alla storia e la cui statura di possibile leader è uscita ridimensionata decisamente dal confronto con altri pretendenti.

    In chiusura, una sottolineatura positiva per l’immagine fresca e giovanile mostrata dal neonato partito. Ancora una volta il fiuto mediatico di Berlusconi intenzionato come non mai a puntare sui giovani e sulle donne si è dimostrato vincente. Se doveva dare una buona impressione in tv, questo Congresso l’ha data. Ma per la prima volta, come si è detto, i contenuti politici non sono stati da meno.


    Florian
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    La crisi del GOP

    Il conservatorismo americano è un estremismo?


    4 aprile 2009


    Quando il Senatore Repubblicano dell'Arizona Barry Goldwater, nella campagna elettorale del 1964, lanciò il suo celebre slogan: «L’estremismo in difesa della libertà non è un vizio, la moderazione nel perseguire la giustizia non è una virtù» mise probabilmente termine alle sue già ridotte possibilità di vittoria in quanto la parola estremismo iniziò a rimbalzare da tutti i media restando appiccicata alla sua figura per il resto della sua vita. Naturalmente Goldwater non era un nazista come lo dipingeva l'opposizione radicale americana, tantomeno un fascista come si ritenne, a torto, in Europa. Il padre del Conservative Movement era semmai un libertario, termine col quale noi europei spesso identifichiamo gli ultimi alfieri del liberalismo classico ottocentesco, campioni di un individualismo ruvido e fuori moda, ma che negli USA ha un'accentuazione particolarmente radicale, quasi anarchica.

    I libertarians sono le wild nuts della destra americana e le loro intemperanze filosofiche e caratteriali hanno spesso messo in subbuglio il compito mondo conservatore. William F. Buckley fu costretto a cacciare letteralmente dal movimento gli atei seguaci della filosofa oggettivista Ayn Rand, la quale da par suo si dissociò sempre dalla linea liberal-conservatrice della National Review; il tradizionalista Russell Kirk - che li conosceva bene, avendo subìto in gioventù l'influsso di un liberale anarchico quale Alfred J. Nock - finì addirittura col dire che i libertari erano dei pazzi con i quali era impossibile poter dialogare.

    Da allora fino ad oggi i libertarians pur spesso collaterali alle vicende della politica mainstream costituiscono sempre la coscienza profonda del conservatorismo USA, che si risveglia prepotentemente nei periodi di crisi dei Repubblicani. E' avvenuto durante il Watergate, quando l'intero partito sembrò finire stritolato dalle accuse rivolte a Nixon; è accaduto negli anni di Bush Senior in opposizione alla Guerra del Golfo e al ruolo imperiale dell'America; si ripete oggi dopo che il neoconservatorismo di Bush Junior ha letteralmente sparigliato le carte nella vecchia destra americana.

    Il libertarismo è quella componente peculiare del conservatorismo USA che manca totalmente al suo corrispettivo europeo. Se ne sono accorti perfettamente i due commentatori inglesi - John Micklethwait e Adrian Wooldridge - che hanno fotografato l'ascesa della New Right e quindi del Bushismo nel fortunato reportage The Right Nation (La guerra giusta, nella traduzione Mondadori). I due giornalisti, vicini tra l'altro a un think tank conservatore britannico, pur simpatizzando per molti versi con la sterzata a destra della politica americana, si sono premurati di mettere in evidenza i punti di disaccordo con la tradizione classica anglosassone e più generalmente europea, sottolineando come la Right Nation fosse profondamente segnata dal lascito di un liberalismo radicale estraneo alla tradizione tory.

    Ma non è solo l'anarchismo libertario a confliggere col torismo e il moderatismo, c'è un secondo aspetto fortemente caratterizzante della destra USA che inquieta i suoi omologhi europei: il tradizionalismo religioso. L'evangelicalismo politico e altre associazioni religiose militanti hanno occupato la tenda del GOP a partire dagli anni ottanta, grazie anche al peso preponderante assunto dal neoconservatorismo nell'età reaganiana. Nella destra religiosa convivono posizioni più o meno radicali, ma non c'è dubbio che questa abbia spinto nel complesso il conservatorismo USA su posizioni oggi molto più estremiste rispetto a quelle di solo venti-trenta anni fa. Lo stesso Goldwater prese le distanze da quello che considerava un corpo estraneo al vero conservatorismo e così hanno fatto molti politici e commentatori di autentica fede repubblicana attivi durante la Presidenza Nixon. Una folta schiera di personalità storicamente associate al GOP ha addirittura voltato le spalle all'ultimo candidato del partito in totale disaccordo con l'operato della Presidenza Bush e soprattutto in seguito alla scelta - imposta dai neocons e dalla destra religiosa - di puntare sulla figura controversa di Sarah Palin per la Vice Presidenza.

    Sarah Palin, governatrice dell'Alaska, ha ottenuto l'ambivalente risultato di mobilitare gli hard-core conservatives facendo definitivamente allontanare dal GOP il centro moderato che ha appoggiato convinto il candidato democratico Barack Obama. La Palin ha mostrato doti apprezzabili di leadership catturando il fervore di una base per molti versi demoralizzata, ma è rimasta vittima del personaggio che le è stato assegnato - la hockey mom - e che ha impersonato con toni perfino macchiettistici. Il bambino down spupazzato ad ogni convention, il fucile ancora fumante dalla caccia alle alpi, la pettinatura a cofana e i vestiti firmati, interviste imbarazzanti... Un'immagine oltremodo divisiva in un'America lacerata dalla montante crisi economica e desiderosa di unità e di un recupero di credibilità nazionale.

    E' da sottolineare il fatto che per la prima volta dai tempi di Reagan il ticket repubblicano sia stato scelto da correnti estranee alla linea principale del conservatorismo USA. John McCain ha puntato sulla sua identità di maverick slegato dalle correnti, facendo appello al voto indipendente e sui delusi di Bush; Sarah Palin aveva dalla sua l'imponente sostegno della destra religiosa e i neoconservatori di Bill Kristol. Il celebre columnist del Weekly Standard, longa manus neoconservatrice all'interno del Partito Repubblicano, ha perseguito ancora una volta una strategia particolare che lo ha portato spesso a servirsi di candidati culturalmente poco attrezzati (Quayle, Bush Junir, Palin) oppure di frangia (McCain) per i suoi scopi di rifondazione di quel movement di cui non è mai stato parte integrante.

    Non a caso il prescelto dalla National Review, espressione del conservatorismo mainstream, era Mitt Romney, un candidato classico per l'elettorato repubblicano, che aveva buone frecce per il suo arco: un aspetto decisamente presidenziale, ottimi rapporti col mondo del business, una visione moderata del conservatorismo non soggetta a radicalismi. Purtroppo per lui ha pesato negativamente la sua affiliazione alla Chiesa mormone, considerata dalla base evangelical alla stregua di una setta pericolosa. Nonostante il suo profilo fosse del tutto alieno da visioni teocratiche, Romney ha dovuto lottare all'interno di un partito ormai prono a spiriti bellicisti e afflitto da masochismo intellettuale che gli imputava di non essere un conservatore doc. Il che oggi in America sembrerebbe voler dire in pratica una bestia affamata di carne liberal.

    L'esempio più emblematico del deragliamento avvenuto nel conservatorismo USA è attualmente offerto da una figura bizzarra collaterale alla politica, che ha occupato recentemente il ruolo vacante di leadership tra i Repubblicani. E' il caso del noto commentatore radiofonico Rush Limbaugh, una sorta di Michael Moore della destra che ha il solo merito di essere un po' più moderato di figure ancor più radicali e altrettanto influenti come Ann Coulter.
    Qualche anno fa Limbaugh definì Micklethwait e Wooldridge, non particolarmente teneri verso la destra religiosa di gente tipo Ashcroft, come due socialisti europei. A questo punto, il fatto che l'opera documentaristica di due giornalisti inglesi simpatizzanti conservatori venga tacciata dall'attuale campione della destra USA di filo-socialismo è il sintomo dell'involuzione di un mondo sedicente conservatore ma in realtà radicale, avvitato in se stesso e del tutto indifferente a qualsiasi tipo di relazione con il resto del mondo.

    Non c'è dunque da stupirsi se la massima parte dei conservatori e dei moderati europei ha scelto di puntare sul cavallo Obama non fidandosi più dei Repubblicani. Sono ormai lontani i tempi di Ronald Reagan e di George H. Bush in cui il repubblicanesimo si identificava in una dottrina di conservatorismo fiscale e moderatismo sociale. Oggi il Partito Repubblicano ha perso il suo centro di gravità e si è consegnato alle tendenze più radicali, siano esse di segno libertario, teocon oppure neocon. Negli ultimi decenni i conservatori hanno dimenticato la virtù della prudenza che era il loro tratto più caratteristico e con essa, forse, l'identita. Chissà se il già annunciato ritorno sulla scena di Romney, nel 2012, potrà restituirgliela.


    Florian
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    Perché sull’immigrazione (e non solo) ha ragione Fini.

    I conservatori e l'Europa che verrà


    6 aprile 2009


    Compito del buon politico, e ancor più di un politico conservatore, è di guardare allo sviluppo del proprio Paese quali che siano i suoi personali convincimenti.
    Oggi la società occidentale, di fronte ad un fenomeno epocale come l’immigrazione dal Terzo Mondo verso il Nord industriale e tecnologico, ha due possibilità: quella di chiudersi a riccio, negando ostinatamente l’inevitabilità di questo percorso, oppure di considerarlo ineluttabile e tentare quindi di guidarlo nelle forme più opportune e meno laceranti per il suo profilo culturale ed istituzionale.

    La prima scelta è dettata dalla paura: paura di non riconoscerci più come “noi”, paura di perdere la nostra presunta “identità”, paura di rinunciare agli usi e ai costumi che contraddistinguono tuttora i nostri popoli. E’, tuttavia, questa una paura che non dovrebbe sussistere soprattutto se chi vi si riconosce è motivato da sentimenti tradizionalistici.

    L’Europa di oggi ha ormai ben poco dell’immagine statica del passato che i nazionalisti custodiscono intatta come un feticcio, incuranti di guardare alla realtà che li circonda. Dal punto di vista sia etnico che religioso le nostre nazioni non sono più quelle abitate dai nostri padri e risulterebbero probabilmente irriconoscibili ai nostri nonni. Emblema dei mutamenti in corso sono le nazionali di calcio, orgoglio del patriottismo europeo, che rappresentano lo specchio del melting-pot razziale che caratterizza la civiltà contemporanea occidentale.

    Anni fa Jean-Marie Le Pen ebbe da ridire sulla massiccia presenza di calciatori di provenienza africana nelle fila della compagine francese. Avesse torto o ragione, la presenza di colored nelle rappresentative di clubs e in quelle nazionali è ormai la costante, e non l’eccezione, che caratterizza con varia entità le maggiori squadre del continente. Identificare precisi prototipi razziali è una perdita di tempo, ormai, perfino tra i bianchi: cosa fa, apparentemente, di Ibrahimovic uno svedese? E come distinguere un typisch deutsch da un turco bavarese? Si continua ad esaltare la superiorità del calcio inglese quando tutte le squadre britanniche che furoreggiano nella Champions League sono delle vere e proprie multinazionali che persino sul fronte manageriale e proprietario fanno a meno dei sudditi di Sua Maestà.

    D’altronde, persino gli europei doc sono talmente dediti alla contaminazione con stili di vita e mode esotiche che il loro futuro per ogni tradizionalista non dovrebbe suscitare particolari motivi di preoccupazione. La realtà che ci circonda, per chi voglia davvero osservarla senza paraocchi, ci mostra un’Europa che ha già perso – ammesso che li abbia mai realmente avuti - i suoi tratti tradizionali e ogni proiezione statistica in nostro possesso non fa che ricordarci di come nel prossimo futuro questo processo si accelererà ulteriormente.

    La politica, finora soggetta ai pregiudizi ideologici delle destre e delle sinistre tradizionali, non è riuscita ancora ad attuare una strategia coerente per l’integrazione delle genti immigrate. A destra permane l’illusione di una Fortezza Europa che, difesa dalla spada e dalla croce, possa far fronte alle pressioni implacabili delle masse mussulmane. A sinistra, invece, non si aspetta altro che veder diluito in una indistinta civiltà globale ogni forma di particolarismo etnico e culturale.

    Chi invece ha a cuore il futuro del continente europeo, ma si sforza di ragionare pragmaticamente, non può che riconoscere come ineluttabile il progressivo indebolimento dei popoli autoctoni sul suolo europeo. La ragione di ciò non sta principalmente nella frequenza con la quale gli stranieri bussano alle nostre porte, piuttosto nel mutato stile di vita dei nostri connazionali, da tempo dediti ai passatempi edonistici della cultura postmoderna. Volti unicamente al personale piacere, dimentichi di ogni dovere comunitario, gli europei hanno deliberatamente scelto di non fare più figli, di preferire le unioni omosessuali alla famiglia tradizionale, di negare il culto dei loro padri a vantaggio di sincretismi orientaleggianti. Freddi e disinteressati riguardo la fine di una civiltà occidentale verso la quale da tempo hanno deposto ogni sentimento di lealtà. Alla possibilità che un domani l’Europa liberale e cristiana possa cadere sotto il dominio del fondamentalismo islamico rispondono incuranti: “Che ci importa? Se e quando dovesse accadere saremo già tutti morti…”

    * * *

    Queste ragioni dovrebbero indurre un saggio spirito conservatore a valutare positivamente il tentativo di alcuni leaders europei di centrodestra, tra cui il nostro Gianfranco Fini, di cercare una soluzione post-ideologica all’immigrazione e all’integrazione di culture e religioni nell’area euro-mediterranea. Questi sforzi meriterebbero non solo la dovuta attenzione, ma anche l’appoggio più convinto di chi crede nel cambiamento gradualistico.

    La sinistra, orfana di Marx, è ancora prigioniera del politically correct rivelatosi incapace di risolvere le contraddizioni nazionaliste a causa di una malintesa idea dei diritti e della tolleranza. I conservatori, dopo essere stati il motore dello sviluppo economico negli anni ottanta, si trovano nel nuovo millennio con l’opportunità di guidare pragmaticamente il difficile rapporto di culture prevenendo i rischi di uno scontro di civiltà. Se non cedono alle resistenze delle forze xenofobe e cattolico-integraliste, i partiti di centrodestra potrebbero scoprire oltretutto dei vantaggi da questa trasformazione in atto, una trasformazione di cui si sottolineano unicamente i pericoli e raramente le opportunità.

    Si è detto di come le ultime generazioni di europei si siano scrollate di dosso ogni lealtà e dovere nazionale, aderendo ad una fatua e conformistica cultura cosmopolitica dei diritti che ha messo in discussione ogni autorità in primis quella religiosa. Persino, infatti, nelle nazioni in cui l’adesione al Cattolicesimo tocca i picchi più alti, come l’Italia, i sondaggi mostrano inequivocabilmente come ad un senso generico di fedeltà all’Istituzione faccia riscontro contraddittoriamente la mancata adesione alle indicazioni delle gerarchie sulle questioni etiche.

    Di contro, gli immigrati, che non hanno ancora fatto i conti con la cultura postmoderna, posseggono quelle qualità – la fedeltà alla famiglia, il senso comunitario, uno spirito religioso - che gli europei hanno perso e che sono le uniche che permettono ad una civiltà di durare.

    Se i nostri governanti sapranno integrare queste masse desiderose di opportunità abituandole al rispetto delle nostre antiche istituzioni e facendo loro assimilare, almeno in parte, i nostri costumi nazionali, allora il processo migratorio potrà persino considerarsi come un vantaggio per la civiltà europea. Viceversa, se l’ottusità delle destre cedesse questo onere alle forze progressiste, l’orrorifica visione dell’Eurabia, propostaci da Oriana Fallaci prenderebbe presumibilmente corpo e le nostre città diventerebbero il teatro di scontri razziali come è già accaduto nel Londonistan e nelle banlieu.

    * * *

    In chiusura, una nota a margine riguardo le obiezioni di parte cattolica ai presunti cedimenti al laicismo di Gianfranco Fini.

    Oggi il Vaticano dinanzi al decadimento morale dei suoi fedeli si trova dinanzi ad un bivio: modernizzare la propria agenda al seguito dei costumi imperanti, continuando così a fungere da Chiesa di popolo, oppure ridimensionarsi e accontentarsi di difendere i propri valori in posizione di minoranza.

    Del tutto diversa è la posizione di uno statista e di un leader di un grande partito polare quale si promette di essere, in Italia, il PDL. Chi governa un Paese liberale non può imporre per legge il volere di una minoranza alla restante maggioranza, anche se privatamente dovesse concordare con la prima. Fini, per quanto non sia un cattolico praticante è finora stato assai più rispettoso del ruolo e del Magistero della Chiesa di tanti altri suoi omologhi continentali, compresi quelli di estrazione democristiana, sempre più lontani da ogni soggezione nei confronti del Vaticano.

    E’ tempo, dunque, per i moderati italiani di riporre nell’armadio della storia l’abito crociato e di sforzarsi di ragionare pragmaticamente, impedendo che lo scontro sempre latente nella nostra penisola tra potere spirituale e potere temporale possa alla fine recar danno all’interesse nazionale. E a quello dell’Europa.


    Florian
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    Predefinito Rif: Conservare il Centro

    "Rischiatutto" Fini


    26 aprile 2009


    Non passa settimana ormai che le accelerazioni liberal del nostro Presidente della Camera creino il subbuglio nell’area moderata del Popolo della Libertà. L’ultima esternazione ha riguardato la possibilità di una rappresentanza parlamentare per le minoranze etniche; soltanto pochi giorni prima il quotidiano Il Secolo aveva lanciato la proposta di un’inedita alleanza tra il centrodestra e le forze ambientaliste di sinistra: un sassolino buttato nello stagno, oggi senza conseguenze politiche, ma domani chissà.
    D’altronde Gianfranco Fini ci ha abituato a queste mosse d’anticipo che sparigliano certezze più o meno acquisite: in dieci anni appena una forza politica vicina alle posizioni xenofobe del Front National ha mutato radicalmente pelle accettando non solo la democrazia liberale ma ponendosi come avanguardia dell’individualismo libertario nel nuovo partitone berlusconiano.

    I “voltafaccia” di Fini su diritti civili, droghe leggere, immigrazione e dialogo interreligioso lo hanno reso, da qualche anno a questa parte, una figura controversa, assai più criticata all’interno del centrodestra che nel Paese. I sondaggi popolari, infatti, da sempre gli arridono, dando voce ad un apprezzamento trasversale alle varie forze politiche. Di Fini si sottolinea il profilo istituzionale, la serietà, l’onestà, il coraggio per scelte difficili e rischiose. Tuttavia un politico pragmatico sa bene che il gradimento catturato nei sondaggi d’opinione non si traduce automaticamente in voti e che lui, prima ancora che alla nazione, dovrà rendere conto ad un partito, rispondere alle sue aspettative per rappresentarlo ed eventualmente guidarlo. Questa è ad oggi la grande scommessa di “Rischiatutto” Fini.

    Quando era leader di Alleanza Nazionale il nostro ha giocato per anni la carta dell’anti-Berlusconi, prima solleticando le pulsioni della sua base, allergica all’antipolitica del Cav. e contraria all’asse privilegiato con la Lega Nord, finendo poi per contrapporsi ad una parte di essa, quando il carisma e il cesarismo berlusconiano avevano intaccato anche il suo elettorato. Prima che si iniziasse a parlare di partito unico Fini aveva buon gioco a modernizzare AN e qualunque cosa dicesse o facesse gli procurava solo applausi. I malumori dei Gasparri, La Russa, Alemanno, più che in ombra, riuscivano paradossalmente a metterlo ancora più in luce. Chi gli si è parato contro a brutto muso – vedi Storace o la Santanchè, sul piano politico; Veneziani, su quello intellettuale – è finito marginalizzato.
    Adesso però Fini non ha più il compito di rendere “presentabile” il vecchio ambiente missino, ma quello di rappresentare tutto il centrodestra italiano, composto prevalentemente da un popolo di ex – socialisti, democristiani, liberali, neofascisti – alla ricerca di un’identità stabile nell’ambito del Partito Popolare Europeo. E in questo deve misurarsi direttamente con Silvio Berlusconi, che finora ha surrogato con la sua stessa presenza il deficit politico e culturale della compagine moderata.

    Berlusconi e Fini probabilmente non si amano – troppo diversi l’uno dall’altro – ma in questi anni, tra un dissidio e l’altro hanno imparato a convivere e nessuno di loro è mai venuto meno ai propri obblighi di lealtà. Lo si è visto, in ultimo, al congresso fondativo del PDL quando entrambi si sono scambiati elogi e abbracci di rito, nonostante la distanza politica sia balzata all’attenzione di tutti. D’altronde è da quando si è ventilata l’idea di “partito unico” che i due leaders hanno iniziato a confliggere. Laddove infatti la componente finiana mostrava interesse all’idea di partito, i berlusconiani sottolineavano per prima cosa l’importanza dell’unità; mentre i primi puntavano a costruire una struttura solida e democratica, i secondi continuavano ad esaltare la “monarchia anarchica” del loro capo, imputando ai primi i vecchi vizi della politica “politicante”.

    Poiché il centrodestra è una creatura del Cavaliere è naturale che a vincere finora sia stata la sua idea di "popolo" su quella, più ortodossa, di “partito”. Fini ha dovuto abbozzare, ma non ha smesso di tessere la sua tela, servendosi principalmente di un think tank di sostegno (Farefuturo, che oggi è anche un web magazine), il vecchio Secolo d’Italia, completamente rinnovato sotto la guida spregiudicata di Flavia Perina, e lo storico sindacato della destra, l’UGL, risollevato dalla brava Renata Polverini.
    In più, Fini è riuscito a strappare un paio di intellettuali giovani e brillanti - Alessandro Campi e Angelo Mellone – ad ambienti culturali “eretici” rispetto alla destra di governo, rispettivamente la Nuova Destra di Mauro Tarchi e la Destra Sociale di Alemanno, che hanno composto per lui un mix culturale inedito, assai movimentista, che riprende alcuni vecchi temi della destra giovanile (l’anticlericalismo libertario, l’antiliberismo, l’ecologismo) coniugandoli con le più recenti espressioni del conservatorismo internazionale, Sarkozy e Cameron in testa.

    Questo progetto supera di fatto le vecchie correnti aennine e strizza l’occhio a quelle componenti minoritarie della coalizione berlusconiana che finora sono rimaste schiacciate dall’impostazione teocon elaborata dai Baget Bozzo, dai Pera e dai Ferrara. Maestro della “triangolazione”, Fini, dopo aver ricucito con l’ex avversario Tremonti, ha posto oggi le basi per un dialogo privilegiato con componenti radicali (Della Vedova), liberali (Biondi) e socialiste (Brunetta), presentandosi ai loro occhi come un novello Craxi liberalmoderato.

    Se le aperture in questione da un lato gli hanno garantito lustro e prestigio presso l’opinione che conta, dall’altro, come si è detto, hanno creato trambusto nella base moderata, specie fra i militanti di antica data. Ad accusarlo di essere un “corpo estraneo” nel partito sono in primis quei rappresentanti della “vecchia destra” che avevano già abbandonato AN per Forza Italia, sconcertati dalle prime concessioni del leader alla modernità liberale; a questi si è aggiunta in seguito l’area forzista teoconservatrice, ed in ultimo i berluscones di più stretta osservanza (vedasi, ad esempio, politici quali Stefania Craxi e quotidiani come Il Giornale, sempre pronti ad intervenire a gamba tesa quando si tratta di difendere il Cavaliere).

    La vision inclusiva di Fini rischia dunque di dividere un partito le cui varie anime hanno trovato un punto di riferimento nella figura carismatica di Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, pur non essendo per formazione e mentalità un teocon, deve pragmaticamente dar conto a quelle forze del cattolicesimo militante – dalle gerarchie vaticane ai movimenti – che hanno fortissimamente scommesso su di lui come argine alle “derive relativiste” della sinistra e che non gli perdonerebbero una retromarcia sui valori. Per questo motivo Berlusconi si barcamena, non pronunciandosi direttamente né a favore né contro le questioni etiche, proclamando “libertà di coscienza”, ma di fatto appoggiando la linea “social conservative” del partito. E c’è da scommettere che nel breve tempo, almeno fino a quando i risultati arrideranno al centrodestra, la voce più schiettamente liberale continuerà a rimanere fatalmente minoritaria nel PDL.
    Dal canto suo Fini farebbe bene a non scoprirsi troppo sul suo lato destro, concedendo alla Lega Nord territori solo fino a ieri impensabili. Da forza secessionista e liberista il partito padano ha assunto ormai i tratti populistici che caratterizzano i partiti euroscettici più o meno xenofobi. In più, Bossi & Co. sembrano voler accarezzare anche quella parte di elettorato cattolico fortemente ostile alla presenza islamica in Europa. Su questo punto, però, Fini potrebbe trovare una concreta sponda proprio con la Chiesa, che ha particolarmente a cuore il dialogo interreligioso (distinto ovviamente dal sincretismo) e l’accettazione dello straniero.

    Sarebbe dunque sbagliato pensare che la linea liberalmoderata di Fini e quella cattolica debbano necessariamente confliggere. In più occasioni il leader della destra italiana si è mostrato assai meno laico e molto più riverente verso il cattolicesimo di quanto abbiano fatto altri conservatori europei, meno propensi di lui nel riconoscere, per esempio, le radici cristiane del Continente. Ma quando Fini utilizza un linguaggio più ortodosso per un leader conservatore le sue parole passano quasi sotto silenzio, mentre ogni piccola apertura “eterodossa” ha avuto gli onori delle cronache, fino a generare l’assurda visione del Fini “uomo della sinistra”.

    Alla base di quanto detto è arduo scommettere sull’evoluzione politica del Popolo della Libertà. Fini ha il vantaggio di aver tratteggiato i contorni di un’agenda conservatrice pronta ad affrontare l’Italia del domani, mentre i suoi competitori sembrano sprovvisti di una visione di tale portata, eccetto magari Tremonti, che pure al recente Congresso non ha particolarmente brillato lasciando ad altri la scena.
    Nonostante l'alto tasso di popolarità, alcuni elementi fanno pensare che la strada di Fini rimanga ancora in salita e conoscendo la sua intelligenza politica c’è da ritenere che il suo progetto politico preveda tempi non brevi di attuazione e nessuno scontro fratricida all’interno della coalizione.
    La storia insegna che le rivoluzioni politiche all’interno dei partiti hanno preso consistenza nei momenti di crisi, alimentandosi delle proprie sconfitte, quasi mai delle vittorie. Ronald Reagan e Margaret Thatcher si sono lasciati alle spalle un lungo predominio democratico e furono liberisti rivoluzionari (fuori e dentro il loro stesso partito) dopo un'era contrassegnata dalle teorie keynesiane. Al pari di loro un David Cameron è potuto recentemente emergere (non senza difficoltà) sgominando i tories più ortodossi, solo perché il suo partito se non cambiava radicalmente rischiava seriamente di estinguersi, a causa del dominio laburista sotto Tony Blair.

    In questa ottica, per riuscire a vincere le naturali ostilità interne di chi si oppone di per sé al cambiamento, Fini avrebbe bisogno anche lui di un PDL in crisi, oppure di un progressivo avvicinamento di Berlusconi alla sua linea innovativa, avvicinamento che potrebbe essere magari favorito dall’affermazione del “nuovo torysmo” in Inghilterra.
    In un caso come nell’altro, c’è da credere che “Rischiatutto” Fini giocherà la sua partita personale molto attentamente, senza scoprirsi troppo, tentando magari di vincerla all’italiana. In contropiede.


    Florian
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    Gran Torino

    Eastwood tra sacrificio e redenzione


    1 maggio 2009


    Gran Torino, ultima opera cinematografica di Clint Eastwood, è davvero un bel film, oserei dire “edificante”, che ha molte cose da dire, specie a chi non è interessato a distruggere, ma a conservare.

    La critica si è soffermata sui temi dell'immigrazione e dell'integrazione razziale, passandolo agli onori delle cronache come un film antirazzista. Questo certamente è vero e non potrebbe essere altrimenti, ma il razzismo non è il metro (o almeno non è certamente l’unico metro) per comprendere e dunque pienamente apprezzare un'opera densa di significati. Gran Torino è infatti un film che, lontano da buonismi politicamente corretti, ci parla del bisogno di redenzione in un’ottica esplicitamente cattolica, di chi oppone ai desideri di onore e vendetta quelli di pace e sacrificio.

    Walt Kowalsky è un vecchio operaio della Ford, ancora legato ai valori coi quali è cresciuto e che le nuove generazioni di americani – compresi i suoi figli e nipoti – gli stanno a poco a poco portando via. Ora che la sua amata moglie è morta, a Kowalsky non sembra rimanere altro che una mitica auto Ford, la Gran Torino, che conserva gelosamente nel garage.

    Walt non ama gli stranieri, specie gli immigrati asiatici suoi vicini di casa. Li considera fonte di disordine sociale e degenerazione morale. Inoltre ci ha combattuto contro durante la guerra in Corea e le cicatrici di quell’esperienza crudele ancora gli bruciano dentro. L’aver dovuto uccidere gli ha infatti indurito l’animo e lo ha allontanato dalla chiesa. Adesso Walt è vecchio, malato e solo.

    L’occasione per riscattarsi e trovare la vera pace gliela offronono paradossalmente i suoi “esotici” vicini e un giovane prete, che si reca da lui per volere della moglie. Riguardo entrambi Walt finirà col ricredersi. Essere cristiani non significa non sapere cosa siano la vita e la morte. Non tutti gli immigrati sporcano, rubano e ammazzano. Quelli che ha accanto sono persone oneste e profondamente tradizionaliste con le quali Kowalsky scoprirà di avere molto in comune.

    Tao, un ragazzino timido e impacciato, viene costretto dal cugino a seguirlo in una gang di giovani sbandati e il suo rito d’iniziazione sarà quello di rubare la Gran Torino del vecchio Kowalsky. Ma Tao è di un’altra pasta rispetto agli altri e fallirà nell’impresa. Kowalsky imbraccia il suo fucile e allontana la gang diventando per i suoi vicini una sorta di eroe. I Hmong, saputo ciò che ha combinato il loro ragazzo, mandano Tao a lavorare da Kowalsky per una settimana e il vecchio Walt, dopo un’iniziale diffidenza gli si affeziona al punto da istruirlo come un vero padre e trovandogli persino un lavoro stabile ed onesto.

    La gang risponde all'affronto subito rivoltandosi contro Tao e la sua a famiglia, in una spirale di violenze che culminerà nello stupro di Sue, la sorellina. A questo punto i Hmong si aspettano che Kowalsky li vendichi e certamente Walt non vuole sottrarsi a questa responsabilità. A lui ormai sta a cuore il futuro dei suoi vicini e non vuole essere responsabile di una faida che si protragga nel sangue. Kowalsky vuole che Tao e i suoi possano avere un futuro di pace, senza l’incubo corrente di incorrere nella vendetta altrui.

    Ragion per cui, sapendo ormai di essere sulla via del tramonto, afflitto da un male incurabile, prima accetta l’invito rivoltogli con insistenza dal giovane prete di liberarsi dai pesi morali che lo tormentano, confessandosi, quindi decide di affrontare la gang solo e disarmato.

    Il sacrificio di Walt fa sì che l’intero gruppo di delinquenti venga arrestato dalla polizia e che i suoi vicini di casa possano vivere al riparo della paura e della violenza. La sua Gran Torino andrà così a Tao, il giovane Hmong destinato a portare avanti i valori e le speranze di Walt Kowalsky.

    Davvero un bel film e un grande Eastwood, che interrogandosi sul significato della vita e della morte ci riporta, ancora una volta, a fare i conti con la religione dei nostri padri.


    Florian
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    Berlusconi vinci, ma poi, per favore, molla la poltrona!


    4 giugno 2009


    Non so se a parlare è più il tifoso milanista, alle corde in queste ore convulse di calciomercato, o il conservatore allergico al partito carismatico, ma in entrambi i casi si fa sempre più forte il desiderio di vedere il nostro Presidentissimo passare la mano. I successi dell’imprenditore, del politico e dello sportivo sono tantissimi, ma nessuno è eterno, e se è vero che dei cicli storici come si aprono devono necessariamente chiudersi, crediamo sia venuto il tempo per il Cav. di farsi una meritata vacanza alle Bahamas, da pensionato di lusso, oppure di godersi il piacere della vita in famiglia da buon nonno. Presidente, ascolta la voce dei tuoi figli che ti chiedono di lasciare ora e per sempre politica e sport! Ascolta il benevolo consiglio di quanti - da Giuliano Ferrara a Giampaolo Pansa - ti spingono a chiudere in bellezza questo "miracolo italiano"! Perchè accanirsi in questo ruolo salvifico di "salvatore della Patria"? Perchè continuare a gestire questi conflitti d'interesse che sovrappongono la politica allo sport, le tasche degli italiani con le ambizioni, legittime, dei tifosi della squadra che hai reso negli anni la "più titolata al mondo"?

    Oggi pomeriggio frange del tifo milanista daranno luogo ad una plateale contestazione della loro società. Alcuni di loro hanno lanciato l'idea balzana di "votare Kakà" sulle schede elettorali di sabato prossimo. Questa probabile cessione, unita ad un evidente disimpegno verso il Milan, può innescare un'ondata di malumore che si riverserà paradossalmente sull'immagine politica di Silvio Berlusconi. Adesso, non è possibile che, dopo quindici anni dalla fatidica "discesa in campo", le fortune e le sfortune del centrodestra italiano debbano essere ancora intimamente legate alla persona di Silvio Berlusconi. Finora, è vero, i tentativi di killeraggio operati da Repubblica, magistrati e sinistrume si sono rivelati un boomerang per i nostri avversari, ma nulla ci dice che in eterno debba continuare ad andare necessariamente così. Gli italiani dimenticano in fretta i propri eroi e ci mettono poco a farli cadere dall'altare alla polvere. Perchè correre eternamente questo rischio? Perchè farsi invischiare in questo gioco malato che prendendo spunto delle veline e delle Noemi ci sta rendendo ridicoli in tutto il mondo? Sarei tentato di dire che questo scandalo vede il Cav. unicamente nel ruolo di "vittima" delle altrui malignità, ma onestamente credo ci sia dell'altro.

    C'è sempre nell'uomo Berlusconi una volontà di "strafare", che mette costantemente a repentaglio i traguardi faticosamente raggiunti dallo statista. Berlusconi è una persona adulta eppure sembra destinato eternamente a giocare la parte del ragazzino birbante che si fa trovare sempre con le mani sporche di marmellata. La prima volta ci si ride sopra, così pure alla seconda, ma alla terza, alla quarta, alla quinta non si può fare altro che rimanere zitti imbarazzati. Negli ultimi mesi è sembrato che lo scontro politico non fosse più tra il PDL e il PD ovvero tra due forze politiche, ma tra Berlusconi e Repubblica... e che girasse attorno a questioni private di pessimo gusto che sono diventate il leit-motif di questa brutta campagna elettorale. Come se non bastassero i guai da Novella 2000, ecco adesso che sono le gazzette dello sport a bastonare quotidianamente il Cavaliere per le attuali disavventure del Milan, colpendo così, di riflesso, anche tutti quegli italiani che lo votano. O, viceversa, che pur non votandolo, tifano per il Milan! Ciò è inammissibile in una democrazia. Non è possibile che le fortune del centrodestra italiano passino anche per le fortune del Berlusconi imprenditore e del Berlusconi milanista. Non è possibile che sport e politica si trovino così intrecciati. Chi dinanzi al conflitto d'interessi faceva spallucce deve necessariamente ricredersi. Berlusconi deve mollare la politica o il Milan. Meglio, a mio avviso, che ora come ora si decida a mollare tutte e due le cose. Non si tratta di essere irriconoscenti verso il Cavaliere, ma al contrario preoccuparsi che quanto di buono da lui costruito non debba improvvisamente andare in malora. Non è possibile che le vicende - private, politiche e sportive - di quest'uomo occupino costantemente le pagine dei giornali e che si venga ad ogni turno elettorale chiamati a raccolta da Silvio per difenderlo da chi gli vuole male.

    L'Italia del dopo-Tangentopoli aveva bisogno di un nuovo e più maturo sistema politico fondato sull'alternanza bipartitica. Adesso, paradossalmente, ci ritroviamo una sorta di autocrazia modello russo, con un'opposizione scalmanata sui giornali e inconsistente nelle urne. Roba da far rimpiangere addirittura la Prima Repubblica! Se, come tutto lascia presagire, queste elezioni confermeranno il buon momento del centrodestra, e il PDL ottenesse il risultato sperato all'interno del PPE, Berlusconi avrebbe tutto il diritto di fare un passo indietro lasciando ad altri il timone del comando, facendo uscire così l'Italia da questo referendum permanente sulla sua persona. Se fosse davvero lungimirante il Cav. dovrebbe lasciare la scena da vincitore. L'happy end è a portata di mano, dopo potrebbe essere già tardi.


    Florian
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    La via più semplice non è mai quella di un conservatore

    11 giugno 2009


    Le recenti elezioni e le polemiche ad esse connesse mi hanno convinto ancora di più che oggi c'è una via molto semplice che sembra attirare quanti si identificano, da conservatori, nel centrodestra. Questa via inizia con l'identificazione di uno scopo di massima e di un "nemico" che si frappone a questo scopo. La schiacciante maggioranza degli elettori che vota o simpatizza per il centrodestra chiede a Berlusconi di tenere lontano la sinistra dal potere. Chi rischia di vanificare questo fondamentale risultato è un oggettivo nemico, anche se gioca in campo interno, vedi Gianfranco Fini. Ergo, si sta con Berlusconi e Bossi - che insieme hanno dimostrato di essere in grado di tenere a bada nemici interni ed esterni alla coalizione -, salvaguardando il fine e i principi basilari dell'alleanza di centrodestra. Quali sarebbero questi principi? La lotta frontale all'immigrazione islamica e la difesa delle radici cattoliche dal laicismo relativista. Ricapitolando, dunque, quanto abbiamo detto finora, il centrodestra italiano si identificherebbe essenzialmente in questo schema:

    Berlusconi + Bossi = cristianesimo, antiimmigrazione islamica
    Fini + sinistre = laicismo, multiculturalismo

    Poichè il riferimento principale, si è detto, è Berlusconi (+ Bossi), a livello internazionale si guarderanno favorevolmente i vari "amici" del nostro Presidente del Consiglio. Da Putin, col quale abbiamo stabilito importanti accordi economici, a Gheddafi, il quale si spera ci darà una mano nel frenare le ondate immigratorie. Che costoro siano figure controverse, illiberali e persino antioccidentali viene messo in second'ordine. Ciò che conta è che favoriscono l'azione di governo di Berlusconi & Co. E' questa una visione più nazionalista che conservatrice, nel senso che si basa fermamente sugli interessi nazionali (o addirittura regionali), ma che manca quasi totalmente di principi ideali. Si dirà che un conservatore è generalmente colui che è fedele agli interessi e ostile ai principi generali. Ma questo conservatorismo specificatamente nazionale, manca comunque di coerenza laddove, mentre insegue il realismo in politica estera, in quella interna invece ha la pretesa di inseguire i valori cattolici contro ogni logica pragmatica. Simbolo di questa incoerenza è lo scontro con il "nemico interno" Fini, il quale spinge la sua realpolitik fino a disconoscere le radici e l'etica cattolica a vantaggio di un atteggiamento laico meno divisivo sul piano sociale e forse anche più remunerativo in termini elettorali.

    Dunque, se il "destrorso" Fini è il tipico conservatore pragmatico sulla scia dei suoi omologhi del PPE (Merkel, Sarkozy) e dello stesso tory Cameron, Berlusconi e Bossi che hanno sempre fatto sfoggio delle loro credenziali "centriste" finiscono paradossalmente col pendere verso quelle destre estremiste a carattere "populista" che sono solite mischiare insieme le radici (culturali e persino razziali) con gli interessi locali, andando contro quelle Istituzioni internazionali - dalla UE alla NATO - che trovano la loro ragion d'essere innanzitutto in valori liberali e universali. A questo punto è lecito chiedersi a cosa corrisponda per un conservatore italiano il binomio Berlusconi + Bossi. E la risposta potrebbe essere la seguente:

    Berlusconi è colui che mettendoci la "faccia" riesce a rendere vincente il centrodestra sul piano nazionale. Bossi è invece il politico che porta avanti, nella misura più schietta, i principi che si hanno principalmente a cuore. Ragion per cui, Berlusconi porta avanti in Italia ed in Europa quelle che sono, in ultima analisi, le posizioni di Bossi. Ergo, sul piano prettamente valoriale in Italia il partito "conservatore" per eccellenza non è il PDL, ma la Lega. Chi attacca la Lega, secondo questa logica semplicistica, non solo non è "conservatore", ma è addirittura un criptocomunista. E Fini, che non è marcatamente cattolico e antislamico, non è una personalità degna di rappresentare la destra.


    * * *


    Questo è, a mio avviso, in soldoni, il ragionamento schematico che oggi si fa in Italia dentro e ai margini del Popolo della Libertà. Un partito che a parole si riconosce appieno nei valori universali, liberali e democratici, del PPE, ma che nella pratica - soprattutto nella sua realtà di base - è scosso da sentimenti ed interessi nazionali e regionali che lo pongono paradossalmente più in linea con le destre populiste del Continente. Su questo punto ritengo abbiano una certa ragione a scandalizzarsi i vari commentatori (non solo di sinistra) genericamente "antiberlusconiani". Costoro si premurano di distinguere il "centrodestra" della Merkel dalla "destra" di Berlusconi -, cosa che è di una certa evidenza, ma che viene perentoriamente smentita dagli interessati. I quali, anzi, non perdono l'occasione per rimarcare, a mio avviso piuttosto retoricamente, le loro autentiche credenziali "liberali" e "democratiche". Tuttavia, il Berlusconi che insegue Putin e Gheddafi, che preferisce guidare un "popolo" di adoranti piuttosto che un democratico "partito", è un leader che, al di là delle sue vicende private e del suo conflitto d'interessi, è oggettivamente distante da tutti i politici "moderati" nei quali vorrebbe pure specchiarsi. E più la sua politica si sovrappone a quella di Bossi, minore è la possibilità di equiparare il PDL agli altri partiti del PPE.

    E' un dato di fatto che dopo Tangentopoli la politica italiana, a destra sicuramente più che a sinistra, sia proceduta non tanto per idealità ma per mere convenienze. Berlusconi ha fondato un partito liberal-populista, Forza Italia, che doveva porsi nel solco del vecchio PLI con un accento più "reaganiano". In seguito, visto lo scarso appeal di quella proposta politica, ha avuto l'opportunità di creare una "nuova DC" che entrasse a pieno titolo nel PPE. Mentre ciò veniva posto in essere, i dissidi con l'alleato democristiano lo hanno spinto ad accantonare questa ipotesi a vantaggio di un nazionalpopulismo che ben si combinava con le istanze del fedele - e indispensabile al nord - alleato leghista. Sono stati i dissidi con Follini e Casini a portare Berlusconi, per mera convenienza, a stringere un "patto d'acciaio" con Bossi, nonostante l'approdo nel PPE consigliasse una scelta diversa.

    Finora chi si è messo contro Berlusconi ha sempre dovuto fare le valigie e prendere la sua strada. Sul versante intellettuale c'è stato il caso di Montanelli e poi quello, non meno significativo, di Adornato. Ovvero di colui che più di ogni altro si era dato da fare per fornire una cornice teorica a quel partito di "centrodestra" (FI + AN + UDC) che non vedrà mai la luce per l'esclusione dello scudo crociato dall'alleanza. I più attenti si ricorderanno come la stessa AN avesse rischiato seriamente di rimanere fuori dal Popolo della Libertà, se non fosse che l'"infedele" Fini sia riuscito a giocare abilmente tutte le sue carte "costringendo" Berlusconi ad imbarcarlo (malvolentieri?) nella nuova avventura. Oggi Fini rischia in concreto di apparire come il "nuovo Follini", tuttavia la sua posizione di numero 2 del partito lo mette al riparo da possibili epurazioni. Per un conservatore Fini è figura certamente criticabile su vari aspetti, ma non c'è dubbio che stia procedendo - magari spinto da altri, e personali, interessi - nel solco delle destre liberaldemocratiche europee. Il che, per un leader del PDL non può certo essere oggetto di colpa. Anche se le istanze di Fini (al pari di quelle del PPE) rischiano di non essere nè dichiaratamente "cristiane", nè specificatamente "antiislamiche".

    Oltretutto, cosa a mio avviso di estrema importanza, Fini sta cercando di rendere "pesante" un partito che rischia di essere "leggero" non solo per quanto riguarda l'organizzazione interna, ma anche in merito ai suoi contenuti. E' un dato di fatto che gli ultimi anni hanno visto un'accelerazione a destra sulla via del "partito carismatico" e Berlusconi stesso ha favorito un culto della personalità ("Meno male che Silvio c'è") che non ha eguali in un partito d'Occidente.
    Fini - sicuramente non disinteressatamente - ha oggi il merito di fornire un contraltare democratico a questa imbarazzante monarchia. Un bonapartismo democratico e nient'affatto conservatore che rischia seriamente di ostacolare ogni possibile sviluppo della destra italiana post-berlusconiana. Insomma, il paradosso tutto italiano è che ci ritroviamo una destra che sta nel PPE per mera convenienza ma che si identifica maggiormente nel populismo, mentre chi cerca di adattarsi allo stile e ai contenuti dei partiti popolari viene osteggiato e addirittura additato a criptocomunista.


    * * *


    Dirsi Berlusconiani o Finiani è a questo punto la maniera più semplice per mascherare l'assenza di un valido profilo conservatore. Posto che la ricetta conservatrice non può ridursi al semplice e rozzo schema: "cattolicesimo + anti-immigrazione", ma dovrebbe articolarsi lungo una visione più ampia che integri compitamente idealità e interessi, radici e valori universali, la via più semplice di guardare al PDL rischia di essere anche quella più sbagliata. Un conservatore che si ritenga davvero tale dovrebbe tirarsi fuori dalle partigianerie e cercare di analizzare la politica secondo il proprio metro. Scoprirà così che la ragione non sta nè da parte di Berlusconi, nè dalla parte di Fini. Ma che c'è un intreccio di verità e di torti che purtroppo impediscono quello sviluppo politico e organizzativo, che da anni ci si aspetta dalla destra itaiana. Dovremmo sforzarci di analizzare singolarmente le posizioni dei rispettivi campi e a volte persino cogliere solo parzialmente determinate istanze. In conclusione, è evidente a mio avviso che oggi nè Berlusconi o Fini, nè il PDL o la Lega possano fornire risposte adeguate ad uno spirito conservatore. Sta a noi combinare gli elementi più interessanti del dibattito in corso per contribuire ad orientare una proposta politica che possa esaudire almeno in parte i propositi di un centrodestra moderno, liberale, cattolico, nazionale, europeista ed occidentale.


    Florian
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