ANTICIPAZIONI
Craxi, quel modernizzatore che il Pci non seppe capire
Nel libro del segretario ds tante critiche a Berlinguer, tanti complimenti a Bettino. E anche a Martelli
Piero Fassino. «Nel 98 D'Alema, prima di chiamare Veltroni alla guida della Quercia, aveva chiamato me»
ANDREA FABOZZI
Povero Berlinguer. Tra i suoi c'è chi lo voleva «dimenticare», chi lo aveva scambiato per un non comunista (e per questo ha detto di essersi iscritto al Pci) e chi tra lui e Craxi, tutto sommato preferisce Craxi. Quest'ultimo è il segretario del partito che fu. Scrive Piero Fassino nel suo atteso libro, e anticipa al Corriere della sera che a Rimini, nel 1982 «Craxi e Martelli lanciano la sfida per la modernizzazione». La quale sfida «coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo nel misurarsi con la modernità». Conclusione: «Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo. Il Pci invece vede nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità, e si arrocca in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica».
Poco importa che alle «domande di dinamicità di una società che cambia» l'ottimo Craxi abbia poi dato risposte politicamente non certo di sinistra e moralmente non proprio adamantine. Anzi, se davvero appassiona lo sport delle letture politiche col senno di poi, è strano che Fassino passi sotto silenzio la «questione morale» che Berlinguer, quella sì, aveva individuato per tempo. Viene da pensare che ciò che il segretario del Pci aveva visto con anticipo nella «modernizzazione» di Craxi (e anche di Martelli), il segretario della Quercia non riesca a scorgere neanche a consuntivo.
Del resto, non sono senza rischi le ricostruzioni tra storia e politica, come quella che offre Fassino. A volte risultano pericolose soprattutto per l'autore, a volte invece l'autore ci fa una gran figura. Fassino, ad esempio, aveva previsto per tempo - e quasi azzeccato le percentuali - il fallimento del referendum contro il taglio della scala mobile. Molti anni dopo, quando D'Alema doveva scegliere un successore alla guida del partito, e scelse Walter Veltroni, in realtà quel posto l'aveva già offerto a lui, a Fassino. Molti anni prima, quando la direzione del partito doveva scegliere il successore di Berlinguer, e scelse Alessandro Natta, lui Fassino in realtà voleva Luciano Lama, anche se non risulta che l'abbia mai detto (almeno finora).
E poi Fassino si ricorda degli affetti. Come Sergio Chiamparino «uno dei miei più cari amici», fino alla divisione, sempre per il referendum del 1985. Fassino era segretario del partito a Torino, Chiamparino il suo «braccio destro», ma dopo quella divisione, scrive Fassino «riesco a "collocare" Sergio a Bruxelles, al nostro gruppo al parlamento europeo». Chissà come Chiamparino, oggi sindaco di Torino, prenderà quel «collocare». Se si risentirà nel vedersi raccontato come un pacco postale o se si accontenterà di quelle virgolette, che tutto sfumano. Insomma, il libro di Fassino dev'essere una vera miniera di rivelazioni. Come quella sulla «ferita del `98», cioè la caduta del governo Prodi. Non ci fu nessun complotto tra il Pds e il Ppi, tra Massimo D'Alema e Franco Marini. Nessuno.
Naturalmente non mancano, da subito, gli estimatori della fatica letteraria del segretario ds: Napolitano, De Michelis e Craxi (Bobo). Napolitano a questo punto ci tiene a ricordare come fossero visti con sospetto lui e quei leader «miglioristi» che, parole sue, «si adoperavano per tenere aperta la strada del dialogo con il Psi di Craxi». Il figlio di Craxi dice che «le tesi contenute nel libro di Fassino confermano quanto sia stato delittuoso l'atteggiamento del Pds nei confronti di Craxi» (padre). De Michelis gioisce in poche parole: «Meglio tardi che mai». Forse è il caso di dissentire. In alcuni casi meglio mai.
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