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La Francia lo onora con un francobollo, in Italia potrebbe diventare il Che Guevara della destra e nella sua patria afghana il ricordo sfiora il culto della personalità. Stiamo parlando di Ahmad Shah Massoud, il leggendario comandante della resistenza afghana contro i sovietici e i talebani, ucciso in un attentato suicida il 9 settembre del 2001.
Due giorni prima del mostruoso attacco terroristico contro l’America.
Un segnale che pochi riuscirono a cogliere. Gran parte dei media, a parte un piccolo giornale d’opinione italiano, dedicarono scarsa attenzione alla morte del “Leone del Panjsher”, invece l’attentato era il primo tassello della sfida agli Stati Uniti ordita da al Qaida. Osama bin Laden, che ne fu il mandante, sperava di far crollare l’ultima sacca di resistenza al regime talebano nel Nord-est del paese. Così la vendetta americana avrebbe perso un’ottima base di partenza per la rappresaglia. Il piano fallì miseramente, ma Massoud rimane la prima vittima dell’11 settembre.
A due anni dalla strage, il mondo è tornato a dimenticare il caduto afghano, a parte alcune apprezzabili e talvolta stravaganti celebrazioni in sua memoria. La Francia che, attraverso giornalisti, volontari di Medicines sans Frontieres e intellettuali, aveva adottato Massoud negli anni 80, durante l’invasione sovietica, lo ha ricordato in pompa magna. Il 5 settembre il ministro d’Oltralpe Nicole Fontaine ha tenuto a battesimo l’emissione di un francobollo, con il volto tagliente del comandante, la barbetta dannunziana e l’inseparabile pacol, il tradizionale copricapo di lana a ciambella dei montanari tagiki nella valle del Panjsher. La Fontaine aveva conosciuto il martire afghano quando era presidente del Parlamento europeo. Massoud, in una delle sue poche visite al di fuori dell’Afghanistan, lanciò da Strasburgo, nella primavera del 2001, l’allarme sulla minaccia dei talebani e di al Qaida per il mondo intero. A parte gli scroscianti applausi, la richiesta d’aiuto all’Occidente rimase lettera morta, ma il suo appello convinse i fondamentalisti che Massoud andava tolto di mezzo.

Alla commemorazione francese, oltre uno stuolo di ambasciatori afghani, ha partecipato anche l’europarlamentare Cristiana Muscardini, presidente della delegazione di Alleanza nazionale.
In Italia nessuno si è degnato di dedicare un francobollo e neppure una via o una targa a Massoud. La Muscardini, che aveva già organizzato conferenze e dibattiti per ricordare l’eroe afghano, non si è persa d’animo e ha preparato una Tshirt con il Leone del Panjsher attorniato da un’eloquente scritta: “La lotta al terrorismo deve essere impegno di tutti”. La maglietta è stata inviata a mezzo parlamento europeo, ma il mito di Massoud si sta radicando soprattutto fra i giovani di destra. Azione giovani, movimento di An, ha dedicato a Massoud diverse iniziative adottandolo come una specie di Che Guevara di destra. Affascinato dalla biografia del generale de Gaulle, Massoud impersonifica una figura di condottiero, islamico moderato e per certi versi asceta, solo contro tutti, che colpisce il mondo di destra.
Michael Barry, un medico americano che incontrò l’eroe afghano durante l’invasione sovietica, ha scritto un’intensa biografia su Massoud, definendolo un re filosofo, ovvero “uno di quei condottieri capaci di assumersi le responsabilità del comando e al tempo stesso di meditarne le finalità, non guidati da ambizione o vanità personale ma da spirito di sacrificio e compassione”. Curioso che lo stesso Barry firmi sul numero di Linus di settembre, della casa editrice di sinistra Baldini&Castoldi, un ricordo del martire Massoud. Linus è stata l’unica rivista italiana a mettere in copertina il comandante con una fotografia a piena pagina.
Il culto diffuso e l’eredità contesa
A Kabul, invece, in occasione del secondo anniversario della scomparsa del Leone del Panshjir, è stato rappresentata la solita manifestazione esagerata con lancio di fiori da un elicottero. La morte di Massoud ha subito scatenato una sorta di culto della personalità con le sue fotografie negli uffici pubblici a fianco di quelle del presidente in carica Hamid Karzai. Un culto un po’ ambiguo, dato che nell’ombra del ricordo di Massoud sono in molti a scannarsi per accoglierne l’eredità. L’uomo forte di Kabul, il maresciallo Fahim, ministro della Difesa, cerca di mettere le mani sul partito di ispirazione tagika, Movimento nazionale. Gli si oppone il ministro dell’Istruzione Yunes Qanooni, vera eminenza grigia e mente politica dei tagiki. Il terzo “leone”, erede di Massoud, il ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, sta alla finestra e si è impossessato della Fondazione dedicata al comandante scomparso. I parenti più stretti, come il fratello Ahmad Walì o l’amico fedele Massoud Khalili, ferito nell’attentato del 9 settembre, sono ambasciatori rispettivamente a Londra e New Delhi, in pratica “esiliati”.
Fausto Biloslavo

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