….destino “autoritario” dei paesi poveri

Durante la preparazione della guerra in Iraq, i sostenitori della rimozione di Saddam Hussein si compiacevano, per giustificare le loro ragioni, di citare Edmund Burke: “Per il trionfo del male basta soltanto che gli uomini buoni non facciano nulla”. Naturalmente, si può anche girare la frittata. E nel grande pasticcio che si sta rivelando l’occupazione postbellica dell’Iraq, chi si oppone alla guerra, tanto a destra quanto a sinistra, si sta appropriando delle parole di Burke per dimostrare come sia folle pensare di usare la forza per la promozione della democrazia.
Per chi appartiene alla sinistra multiculturale, il sincero rispetto di Burke per la diversità delle culture e delle tradizioni si traduce in un rifiuto dei tentativi occidentali di imporre valori universali come la libertà e la democrazia.
Per chi appartiene alla sinistra isolazionista, la convinzione espressa da Burke che le trasformazioni sociali imposte con la forza dall’alto sono destinate a fallire (soprattutto quando tentate all’estero) porta all’inevitabile conclusione che gli Stati Uniti debbano smettere di cacciare il naso negli affari interni di altri popoli.
Nessuno dei due schieramenti commette un errore scegliendo Burke come proprio portabandiera. Il quale si rivolterebbe nella tomba se fosse a conoscenza dell’ambiziosa strategia elaborata dai neoconservatori per trasformare il Medio Oriente attraverso l’occupazione e la democratizzazione dell’Iraq.
Burke detestava il genere di teorie astratte sulla democrazia liberale di cui si nutrono i neoconservatori. Pensava che la creazione di un’autentica democrazia liberale poteva realizzarsi soltanto per mezzo di graduali riforme, e non con la tecnica dello shock and awe. In presenza di un Iraq ancora privo di stabilità, questa è una critica molto incisiva. Credere che le istituzioni democratiche occidentali possano essere esportate con la bacchetta magica in Iraq, un paese con una lunga tradizione di autoritarismo, appare sempre più una sconsiderata superbia.

Fortunatamente, anche la critica di Burke risulta sbagliata. Il moderno successore dello scetticismo di Burke su questa materia è Fareed Zakaria, il cui ultimo libro, “The Future of Freedom”, mette similmente in guardia dai tentativi di spingere troppo aggressivamente per la democratizzazione. Senza un sufficiente reddito pro capite, il rispetto per il regno della legge, e la “costruzione di un ordinamento sociale elaborato e complesso”, la democrazia o assume forme illiberali oppure degenera in un vero e proprio autoritarismo. Ma l’idea che la democrazia possa fiorire soltanto nei paesi sviluppati è fuorviante.
Anche tenendo conto dell’importanza di un controllo dello sviluppo economico, rimane il fatto che i regimi democratici hanno un legame indissolubile con il miglioramento nel rispetto dei diritti umani. Come ha recentemente sottolineato Larry Diamond, autorevole membro della Hoover Institution, ci sono soltanto due paesi al mondo che non sono democrazie e che ciononostante dimostrano un sufficiente rispetto delle libertà civili: Tonga, e Antigua e Barbuda.
Non vi è inoltre nessuna prova per sostenere che le democrazie povere o non-occidentali prima o poi ritorneranno a forme di autoritarismo. Ecco come la pensa Diamond: “La stragrande maggioranza degli Stati che sono diventati democratici durante la terza ondata di democratizzazione (dal 1974 al 1991), continuano a esserlo, anche nel caso di paesi privi di praticamente tutte le supposte “condizioni necessarie” per la democrazia… Solo 14 delle 125 democrazie prodotte dalla terza ondata sono degenerate in forme di autoritarismo; e di queste 14, nove sono ritornate alla democrazia.
Tra gli esempi preferiti di Diamond c’è il Mali, un paese povero, privo di sbocchi al mare, con una popolazione a maggioranza musulmana, un tasso di alfabetizzazione inferiore al 50 per cento negli adulti e una media di vita al di sotto dei 45 anni. In base alle condizioni di Zakaria, il Mali è l’ultimo posto al mondo dove ci aspetterebbe che una democrazia possa mettere radici. E invece il paese, già da più di dieci anni, è amministrato da un governo democratico relativamente stabile.
Tutto questo suggerisce che, per lo meno, i sostenitori delle teorie di Burke stanno probabilmente sopravvalutando la difficoltà di esportare i valori liberali nei paesi in via di sviluppo. Cosa dire invece dei governi imposti con l’occupazione militare? Senza dubbio, sono l’eccezione a questa regola ottimistica. In effetti, riguardo a questo problema, la realtà storica concreta degli ultimi cinquant’anni offre un’immagine spaccata in due. La Germania, il Giappone, la Bosnia e il Kosovo postbellici costituiscono tutti, in vari gradi, esempi di successo democratico. La Somalia e Haiti si possono invece considerare dei fallimenti.
(Concediamo il beneficio della generosità e diciamo che in Afghanistan si fa ancora rispettare la legge).
A ogni modo, il punto decisivo è che la differenza fondamentale tra i paesi che si sono trasformati in democrazie e quelli che non lo hanno fatto non sta nelle condizioni che li caratterizzavano prima della guerra; ciò che conta è l’impegno della forza di occupazione a mettere in moto il processo di democratizzazione a combattimenti terminati.
Per dirlo con le parole di un nuovo e importante studio fatto dalla RAN Corporation, intitolato “America’s Role in Nation-Building: From Germany to Iraq” (sottoscritto addirittura da Paul Bremer): “Ciò che distingue essenzialmente (i paesi che si sono trasformati in democrazie da quelli che non lo hanno fatto) non è il loro livello di sviluppo economico, di omogeneità culturale o di conoscenza della cultura occidentale.
Al contrario, è la profondità dell’impegno con cui gli Stati Uniti e la comunità internazionale hanno attuato le trasformazioni democratiche.
In Germania e Giappone, ad esempio, sostanziali aiuti da parte dell’America hanno eliminato gli ostacoli sociali, politici e di altro tipo che potevano impedire la ricostruzione della politica parlamentare, facilitando così la transizione democratica. Il nationbuilding, come dimostra chiaramente questo studio, è un impegno che richiede molto tempo e molte risorse”.

Lo studio sottolinea anche un punto che si accorda con le teorie di Burke, ossia che per realizzare Stati democratici stabili attraverso un’occupazione militare ci vuole molta pazienza.
In nessuno dei casi che hanno avuto successo, il periodo di piena occupazione è durato meno di cinque anni. Le forze americane in tutti questi paesi sono rimaste per un periodo alquanto lungo.
La scorsa settimana, un gruppetto di esperti ha sostenuto che bisognava ammettere il nostro fallimento e ritirarci dall’Iraq prima possibile.
Di fronte alle notizie quotidiane di attacchi contro le forze americane è facile lasciare che il proprio Burke individuale faccia simili affermazioni. Dare ascolto a quella voce, tuttavia, significherebbe commettere, secondo lo stesso Burke, il peggiore di tutti i peccati: quello di imprudenza.

Daniel W. Drezner
© New Republic - Il Foglio quotidiano
(Traduzione di Aldo Piccato)

saluti