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    Predefinito Protezionismo, l'unica cura per la "sindrome cinese"

    INTERVISTA CON L'ON. GIANCARLO GIORGETTI




    CONCORRENZA - Lavoratori cinesi in una fabbrica automobilistica. Fra pochi anni i prodotti del Far East saranno concorrenziali anche sotto il profilo tecnologico
    Paolo Bassi
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    A volte l'osservazione empirica della realtà è più utile di tante teorie. E' questo l'assunto dal quale l'onorevole Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera e segretario della Lega Lombarda, parte per spiegare su cosa si basi la battaglia ingaggiata dalla Lega Nord a difesa delle piccole e medie imprese minacciate dalla concorrenza sleale del Far East asiatico. Rispondendo alle domande di Gigi Moncalvo in una trasmissione che andrà in onda nei prossimi giorni su Telepadania, l'esponente del Carroccio fa un'analisi senza sconti della realtà, rispedendo al mittente le critiche di chi non vuole sentire parlare di protezionismo e spiegando perchè non c'è alternativa alle proposte avanzate in questa direzione dal ministro delle Riforme Umberto Bossi.
    LA SINDROME CINESE
    «La difesa delle nostre imprese dalla concorrenza sleale del Far East asiatico è un tema entrato prepotentemente nel dibattito politico grazie alla Lega e all'intuizione del nostro segretario Umberto Bossi, che come sempre è stato in grado di precorrere i tempi interpretando i disagi della nostra gente. Abbiamo infranto un tabù, perché sia i teorici, i "professoroni" del libero mercato, sia i politici che si fanno interpreti di questo tipo di visione, hanno sempre bollato il protezionismo o gli interventi a difesa dei mercati domestici, come qualcosa di superato dal libero mercato senza frontiere e dalla globalizzazione. Noi invece abbiamo analizzato empiricamente la realtà economica delle nostre imprese, constatando come molti settori siano stati prepotentemente aggrediti dalla concorrenza asiatica e spazzati via in poco tempo. Questo problema quindi, assume una dimensione preoccupante in prospettiva, nel momento in cui si valuta che il mercato diventerà sempre più globale con nuovi soggetti, la Cina o altri Paesi del Far East, sempre più presenti, tanto che nessuno potrà rimanere immune dalla loro concorrenza. Uno dopo l'altro, tutti i settori ne saranno toccati. Noi abbiamo fatto questo tipo di ragionamento, assumendoci il peso di rompere il muro di omertà eretto di fronte alla realtà della situazione. Una realtà, che non può più essere affrontata solo con una riduzione di qualche decimale di punto dell'imposizione fiscale, perché le nostre imprese comunque non potranno reggere un tipo di concorrenza che taglia della metà i prezzi, producendo senza riconoscere alcuno standard minimo di difesa del lavoratore e dell'ambiente. Noi non abbiamo avuto paura delle critiche: come già successo in passato, abbiamo sollevato da soli il problema, ci siamo fatti carico degli attacchi, ma ora iniziamo a constatare che non siamo più soli. Prima il ministro Tremonti, pur con i distinguo del caso dovuti al suo ruolo di capofila dei ministri economici europei, ha iniziato a parlare di questo tema; poi le associazioni della piccola e media impresa e dell'artigianato, hanno incominciato a darci ragione. Infine, anche il maggiore quotidiano italiano, il Corriere della Sera, ha dedicato a questo tema il suo inserto economico del lunedì. Questo vuole dire, che ancora una volta, la Lega ha fatto breccia su un tema assolutamente prioritario per il nostro futuro. Non possiamo dire di aver vinto la battaglia. La vittoria avverrà con il tempo, con il coinvolgimento degli operatori, non solo in Italia, ma anche all'estero. L'Unione europea ormai ha una politica economica comune, dovrà decidere che misure prendere. E a quanto ci risulti, anche in altri Paesi Ue questo tipo di ragionamenti comincia a fare capolino. Ci auguriamo che le risposte e gli interventi arrivino presto, perché le imprese stanno chiudendo a ritmo continuo, basta aprire un qualsiasi giornale locale per averne coscienza. Certo, non sarà facile, perché sappiamo bene che la politica è spesso condizionata dalle grandi lobby multinazionali, che a produrre in Cina a basso costo hanno tutti gli interessi».
    CONTRAFFAZIONE E CONCORRENZA SLEALE
    «Le contraffazioni, che si configurano come una sorta di furto della proprietà intellettuale, sono la cartina al tornasole di un certo modo di approcciare i problemi economici molto diverso dal nostro. La slealtà nella cultura europea è un fatto che deve essere colpito e sanzionato, infatti esiste una normativa che tutela la proprietà intellettuale, i brevetti e quant'altro. Altrove questo tipo di cultura non esiste, e si ritiene in qualche modo legittimo copiare brutalmente un certo prodotto e farlo proprio. Teniamo conto che non solo c'è l'aspetto relativo ai prodotti che vengono copiati e riprodotti tout cour, ma anche quello di "recepimento della tecnologia" che avviene attraverso il fenomeno delle joint venture, ossia degli imprenditori che si fanno ingolosire dalla possibilità di andare a produrre in Asia mettendo in piedi società miste con le imprese locali. In base alla regolamentazione che in quei Paesi viene praticata però, entro pochi anni sono costretti a cedere la tecnologia esportata, dando manforte a chi poi la utilizzerà per invadere i mercati domestici. Certo, si potrà obiettare, la qualità dei prodotti fatti in Cina è qualitativamente inferiore. Ma il gap, con il passare del tempo, tende fisiologicamente a ridursi, fino a quando si riesce ad eguagliare l'originale. Quindi, affermare che la soluzione per fronteggiare "la tigre asiatica" è puntare sull'alta qualità e sull'innovazione tecnologica, non regge. Inoltre, vorrebbe dire che scientemente si condannano a morte interi settori che hanno fatto la fortuna della Padania e dell'intero Paese. Io porto sempre l'esempio di una nota ditta pugliese di divani. Questa impresa, che oggi ha 14.000 dipendenti, non riesce più a competere. Ma di certo per migliorare la sua situazione non potrà puntare più di tanto sull'innovazione, perché il divano è una di quelle produzione che anche volendo non riesce a sfruttare più di tanto la tecnologia. Le soluzioni quindi, vanno trovate altrove».
    I DANNI DELLA GLOBALIZZAZIONE
    «La dottrina del libero mercato che dovrebbe valere sempre e per tutti, nasce da un errore di fondo. L'idea liberista era stata pensata per un contesto di mercato dove operavano Stati fondati su modelli di democrazia liberale. Dentro a un mercato così organizzato, il liberismo può funzionare. Ma se si crea un mercato comune, dove devono convivere insieme Stati autoritari o totalitari e Stati democratici; Paesi che sfruttano i lavoratori e Paesi che rispettano le norme sindacali; realtà dove non esistono vincoli ambientali e realtà che curano gli aspetti ecologici, si è sicuri che gli effetti positivi del liberismo, non potranno prodursi, perché manca uno dei presupposti essenziali: le uguali condizioni di movimento sul mercato. Paradossalmente, la Cina che è un Paese comunista, è il paradiso degli imprenditori senza scrupoli, quelli che sognano di massimizzare i profitti, sfruttando allo sfinimento la propria forza lavoro. Poi ci sono i "furbi", ossia le grandi lobby multinazionali, quelle che hanno premuto affinché Paesi come la Cina entrassero a far parte dell'Organizzazione mondiale del commercio, il cui modus operandi è molto semplice: visto che siamo noi a gestire la globalizzazione, facciamo entrare i Paesi emergenti, andiamo da loro a localizzare le nostre imprese, lavoriamo a basso costo e re-importiamo a casa nostra il prodotto finito massimizzando gli utili. Non per niente, in Cina non ci sono arrivati i piccoli produttori, ma solo le grandi imprese, che anche dal punto di vista logistico hanno trovato terreno vergine. Se in Europa, ci si pone delle domande su dove far sorgere e come organizzare le zone industriali, in Cina non ci sono problemi: una volta individuata l'area, si "consiglia" ai residenti di trasferirsi altrove, si abbatte fisicamente tutto quello che c'è e si costruisce il nuovo quartiere industriale».
    LA REALTÀ SUPERA L'IMMAGINAZIONE
    «Non mi stupisce che anche fra la gente stia crescendo la sensibilità verso questo tipo di problema. E' la forza della realtà, che supera il principio di immaginazione. Pensiamo solo al dibattito sul futuro del Sud. Io posso anche non mettere alcun tipo di tassazione sulle nuove iniziative imprenditoriali che nascono in Meridione, ma queste che prospettive potranno avere rispetto alla struttura di costi delle produzioni del Far East dove il lavoro viene pagato l'80-90 per cento in meno rispetto a noi? Allora quale strada scegliere. Rincorrere questi Paesi? Magari proponendo ai lavoratori e ai sindacati di tagliare gli stipendi del 50 per cento? Chiaramente no. Mentre valutare strumenti di protezione, come quello dei dazi o altri, può essere davvero la via di uscita da questo problema».
    LA "TIGRE" NON MOLLA LA SUA MONETA
    «Qualcuno ha fatto notare che la moneta cinese ancorata al dollaro, pur essendo sottovalutata del 30 per cento, viene agevolata nelle esportazioni. Se venisse ripristinato il cambio corretto le merci in uscita dalla Cina costerebbero decisamente di più. Ma naturalmente i cinesi, non sono disposti a rinunciare alla loro sovranità monetaria, come invece hanno fatto l'Italia, la Germania e la maggior parte dei Paesi europei, che hanno deciso di cederla a Bruxelles...».
    LA BANCONOTA DA UNO E DUE EURO
    «Una soluzione per arginare il caro prezzi che sta vivendo il nostro Paese insieme ad altri Paesi europei, potrebbe essere quello di stampare banconote da uno e due euro, per fare in modo che la gente abbia una maggiore percezione di quanto spende. Ma come tutte le cose semplici e di buon senso, sembra che questo obiettivo sia quasi irraggiungibile. Noi in parlamento abbiamo fatto atti di pressione presso il governo affinché vengano adottate iniziative di questo tipo. Purtroppo la decisione non spetta né all'esecutivo, né alla Banca centrale italiana. La scelta di avere solo monete metalliche fu presa in sede europea, dove prevalse la posizione di quei Paesi che essendo già abituati ad usare le monetine anche per valori significativi, non vedevano la ragione di stampare banconote da uno o due euro. E noi abbiamo subito supinamente questa decisione, cui si è legata buona parte dell'inflazione da concambio che si è verificata negli ultimi anni».
    ALL'ASSALTO DELLA FINANZIARIA
    «La legge Finanziaria vive di due fasi. La prima, è quella che attiene solo al governo, fino al 30 settembre la legge è materia esclusiva di palazzo Chigi che la prepara in modo riservato. Alle prime indiscrezioni che escono sui giornali, inizia il "tampinamento" delle varie lobby, dei deputati locali, delle correnti e altro. Quando poi la Finanziaria arriva in Parlamento, le stesse pressioni si spostano e si palesano durante la discussione. In questi anni si è diffusa l'opinione che le modifiche successive siano sempre peggiorative. Io non condivido questo orientamento. Al contrario, penso che negli ultimi ultimi anni dal parlamento siano uscite Finanziarie migliorate e arricchite, anche da emendamenti studiati di concerto con il governo».
    LE PENSIONI SI RIFORMANO SOLO CON LA DELEGA
    «Diversi pronunciamenti, non ultimo quello del presidente della Repubblica, hanno definito la Finanziaria come "strumento non idoneo a trattare la materia previdenziale".
    Questi argomenti al contrario devono trovare compiuta definizione nelle leggi delega, nelle "cornici" che vengono poi tradotte in testi normativi da parte del governo con decreti legislativi. C'è una legge delega elaborata dal ministro Maroni, che oggi è ferma al Senato e rappresenta lo strumento idoneo per portare i cambiamenti (che noi vogliamo basati solo sugli incentivi per la permanenza sul posto di lavoro) che si riterranno opportuni. Io non temo strani blitz in Finanziaria, ma sono certo che questo non sia un'argomento che uscirà di scena in tempi rapidi. Gli attacchi di certi signori, sono sicuro, torneranno presto a farsi sentire. Forse pensano di poter vincere battendo l'avversario per sfinimento, ma non hanno fatto i conti con chi è disposto a battere i pugni sul tavolo per difendere le proprie idee».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Parla l'imprenditore Gualini: difendiamoci come ora fanno gli Usa
    «Solo la Lega ha capito il pericolo dell'Oriente»



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    Abbiamo voluto ascoltare il parere di un piccolo imprenditore allarmato per l'aggressività dei fabbricanti cinesi. Si chiama Giuseppe Gualini, è titolare de "Lartigianabottoni Spa" a Bolgare, in provincia di Bergamo.
    «Sono convinto che un certo mondo politico e giornalistico non conosce a fondo le difficoltà che le imprese si trovano quotidianamente ad affrontare. Possibile che nemmeno le denunce continue che arrivano dagli Stati Uniti contro la concorrenza cinese a danno delle loro aziende, riescano a far aprire gli occhi?».
    «Io credo che il popolo cinese - sottolinea Gualini - abbia una abnegazione per il lavoro e una disponibilità al sacrificio inimmaginabili per noi europei. Sono caratteristiche paragonabili solo a quelle italiane nei primi anni del secondo dopoguerra. Inoltre la comunità cinese è presente in tutti i Paesi ad economia evoluta e quindi forza distributiva, ricerche di mercato, marketing, sono problemi che per loro non rappresentano alcun problema. La struttura industriale cinese è moderna e quindi tecnologicamente al nostro livello, se non addirittura più avanzata. Si aggiunga l'entità demografica pari a quattro-cinque volte l'Europa. Mettiamo insieme tutti questi dati e potremo renderci conto della forza economica di questo Paese».
    Dall'altra parte - continua Gualini - «l'industria manifatturiera italiana è la più importante dell'Unione Europea, e quindi la più colpita. Ho letto sul Sole-24 Ore un articolo di Renato Brunetta e Antonio Preto in cui si illustra il diritto dei Paesi membri del Wto (World Trade Organization), l'Organizzazione mondiale del commercio, la possibilità di limitare le importazioni per periodi transitori. Sarebbe sufficiente, a livello di Unione Europea, che la reciprocità pareggiasse le importazioni con le esportazioni. E quindi in questo modo dovremo moltiplicare per 4-5 volte, a livello europeo, i dati italiani attuali. Questo consentirebbe anche di compensare la notevole riduzione delle vendite dei nostri prodotti all'interno dell'Unione europea proprio a causa dell'aumento delle esportazioni cinesi. La stessa reciprocità dovrebbe praticarsi sui dazi: pari tassazione in entrata nei due mercati (nel flusso tra Ue e Cina e viceversa), mentre invece attualmente le importazioni Ue entro le quote sono esenti da dazio, quelle in eccesso hanno dazi ridicoli, mentre le importazioni in Cina hanno tassi variabili dal 15 al 50%. Basterebbe pertanto equiparare i dazi in entrata nell'Ue a quelli cinesi e destinarli alla ricerca nei relativi settori, con modalità da stabilire. Con questa interpretazione diventerebbe valida anche la proposta di alcuni politici che non intendono proteggere le aziende italiane dalla concorrenza, ma intendono solo alleviarne gli svantaggi competitivi. Io non condivido - sostiene Gualini - l'opinione del ministro Martino che indica la soluzione del problema Cina con la riduzione di imposte, pensioni, costo del denaro, ricerca: questi provvedimenti ridurrebbero i costi di alcuni punti percentuali di fronte a un divario tra Ue e Cina dell'800%!»
    Le conclusioni dell'imprenditore Gualini sono le seguenti: «La situazione è molto grave. Sarebbe più serio e corretto che i cosiddetti "liberisti" ci dicessero chiaramente se l'industria manifatturiera italiana è destinata a morire. Noi imprenditori ne trarremmo le dovute conclusioni e ci prepareremmo per il nostro funerale. Non si possono, infatti, proporre risparmi del 4-5% contro costi più alti dell'800%. Gli Stati Uniti riescono a prendere decisioni protezionistiche quando un settore interno soffre la concorrenza estera, e non hanno difficoltà o remore a creare duri contenziosi in sede di Wto, mentre l'Unione europea si preoccupa più degli accordi presi che della sopravvivenza delle sue imprese. Gli Usa, avendo il quasi monopolio di prodotti ad alta tecnologia sono meno sensibili alla tutela dell'industria manifatturiera, mentre l'Europa, e specialmente l'Italia, sono forti in questo settore, e dunque più penalizzate dalla Cina».
    Quali sono le proposte di un addetto ai lavori? «La mia limitata conoscenza e competenza giuridica non mi permette di fare proposte importanti, ma ci sono alcuni punti che mi stanno a cuore. 1) Lo yuan dovrebbe essere rivalutato almeno del 50%: quest'anno ha toccato meno 25% sull'euro seguendo il dollaro Usa; 2) A Cancun si dovrebbe ottenere l'equità dei dazi: è questo l'aspetto più importante per l'industria italiana; 3) A livello interno riconoscere come "ricerca" anche, ad esempio, l'allestimento delle collezioni, utilizzando i proventi dei dazi all'importazione dei prodotti cinesi; 4) L'esclusione immediata dell'Irap per le industrie manifatturiere che sono ad alto contenuto di manodopera, specie femminile; 5) La possibilità di stornare (tenuto conto del risparmio pensionistico di invalidità di cui fruisce l'Inps) almeno i contributi previdenziali per gli invalidi civili che le aziende sono costrette ad assumere, con carichi sociali non di propria pertinenza; 6) Una seria revisione delle invalidità civili in tutto il Paese con controlli a tappeto che porti il numero a livelli più credibili». «E infine - conclude l'imprenditore Giuseppe Gualini -, poiché non sarà ovviamente possibile intervenire sull'aspetto sociale interno alla Cina, sarebbe indispensabile che tutte le importazioni vengano controllate, per bloccare ogni contraffazione e ogni copia, stabilendo un nuovo protocollo doganale rigido e vincolante in tutte le dogane dell'Unione Europea».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    sarebbe ora che se ne accorgessero dell'Oriente e della sfida che ha lanciato al mondo occidentale.
    Salerno libera nazione del Sud!

 

 

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