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A proposito del monumento ai tedeschi cacciati nel ’45
Il nazismo fu solo un incidente storico?
In Germania è in corso una discussione che rappresenta un ennesimo capitolo del dibattito, svoltosi a più riprese nel secondo dopoguerra, sull'identità nazionale. Quest'ultimo episodio è stato aperto dalla richiesta di edificazione di un monumento a Berlino alle minoranze tedesche perseguitate. La richiesta è stata avanzata dai vertici dell'organizzazione dei tedeschi sfollati o cacciati dopo il '45 dall'est europeo. Tra il 1945 e il 1950 infatti circa 12 milioni di tedeschi, all'avanzata dell'Armata Rossa, abbandonarono le loro case o furono spogliati dei loro averi ed espulsi dai Paesi dell'est, a partire dalla Cecoslovacchia. Pagarono, talvolta non senza acrimonia vendicativa, per le espropriazioni e le deportazioni subìte dalle popolazioni slave ad opera del nazismo. Queste erano state cacciate dai Sudeti, dalla Slesia e dalla Prussia orientale, dove Hitler aveva insediato tedeschi provenienti dai Paesi baltici e slavi. Minoranze tedesche esistevano in vari Paesi dell'est: nell'ex-Jugoslavia, in Ungheria, Romania, Polonia e Ucraina. Fin dal Medioevo emigranti tedeschi avevano colonizzato regioni orientali come Vojvodina e Banato, Volinia e Galizia, Bessarabia, Bucovina e Transilvania - da dove peraltro erano venuti alla cultura e alle arti tedesche significativi contributi.
I 2 milioni e mezzo di tedeschi che nell'immediato dopoguerra poterono o dovettero restare all'est, spesso soggetti a discriminazioni e rappresaglie, hanno in gran parte lasciato quei territori dopo la caduta del Muro. Nel '45, accolti malvolentieri nella Germania postbellica dove mancava tutto, quei rifugiati hanno dato vita a proprie organizzazioni (il BdV, "Bund der Vertriebenen"), hanno costituito una lobby potente, che è sempre stata in grado di esercitare forti pressioni politiche, specie in Baviera, dove ha le sue roccaforti. Del resto, la Repubblica Federale, pur non avendo mai avanzato richieste di risarcimento ai Paesi dell'est per quelle espropriazioni, fino al 1990 non le aveva nemmeno accettate. Solo in questi giorni Germania e Cechia, ad esempio, hanno messo una pietra sopra alla questione.
Questo atteggiamento dei tedeschi ha una spiegazione. La recente richiesta del BdV fatalmente ha ridato fiato a quella parte dell'identità nazionale che, richiamandosi in qualche modo ancora al nazionalismo, tende a mistificare l'analisi della storia contemporanea tedesca considerando il III Reich come un incidente storico e negandogli di fatto quell'eccezionale gravità che gli è peculiare e che costituisce un'incancellabile "colpa" per i tedeschi. Questo spirito nazionalistico, che negli anni '50 e '60 aveva fatto del III Reich un tabù, ha profonde radici nella storia e nella cultura tedesca. Non è stato scalzato nemmeno da quegli stretti legami con le democrazie occidentali che la Germania del dopoguerra, a partire da Adenauer, ha annodato con determinazione - forse il suo più grande merito politico (J. Habermas) - e nemmeno dalla saggia decisione del Parlamento negli anni '70 di impedire che cadessero in prescrizione i delitti contro l'umanità commessi dal nazismo.
Tuttavia è un fatto che non pochi tedeschi si consideravano più vittime che responsabili dei crimini compiuti durante la seconda guerra mondiale. Per gran parte della sua storia la stessa Repubblica Federale ha avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti dell'8 maggio 1945: la resa incondizionata firmata quel giorno aveva sancito la sconfitta o la liberazione dal nazismo? Solo 40 anni dopo, nel maggio del 1985, l'allora Presidente della Repubblica Richard von Weizsä
Venerdì 12 Settembre 2003 "Bresciaoggi"
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