Senz'ombra di pietà per l'Occidente

Più che all'amore per i poveri sembrano dediti all'odio
per i ricchi.
Sono alcuni missionari familiari con la carta stampata

Emi, Fesmi e Misna (cfr. sotto) sono i portavoce
ufficiali dei 16.000 missionari italiani in attività.
Come valutiamo il fatto che mostrino una completa
identificazione con il pensiero no global?
La fame si elimina con una «più equa distribuzione delle
risorse», la povertà con la Tobin tax e con la
cancellazione del debito estero dei paesi del Terzo
mondo, l'Aids in Africa si debella distribuendo
gratuitamente i farmaci; poi ci sono il "commercio equo
e solidale", lo sviluppo sostenibile, i consumi
responsabili, il turismo anch'esso sostenibile e
responsabile, la finanza etica, i microcrediti, il
protocollo di Kyoto, il bando degli Ogm, il boicottaggio
di Nike, Nestlé, fiori, diamanti e coltan...

Il "sistema" deve crollare
Ma c'è di più e di peggio: gli organi di stampa e
d'informazione missionari affiancano i no global nel
sostenere che il mondo non deve scegliere l'Occidente, il
suo modello e il suo stile di vita.
Purché non accada, tutto è lecito: per prima cosa,
commuovere le persone di buona volontà ragguagliandole
sugli infiniti mali che, oltre i confini dell'Occidente,
affliggono l'umanità, solo per poi spiegare che responsabili
di quei mali sono l'Occidente stesso e le sue istituzioni.
Di più e di peggio: l'Occidente deve essere attaccato e
distrutto.
«Il nostro è un mondo assurdo che deve crollare - afferma il
comboniano Alex Zanotelli - non è possibile rattoppare,
mettere delle pezze su un sistema che è morto e che ci dà la
morte».
E dopo l'11 settembre la stampa missionaria italiana ha
sferrato un attacco all'Occidente cristiano senza precedenti.

Per padre Ottavio Raimondo la vera minaccia alla pace è «il
terrorismo economico che affama il sud del mondo».
Nei suoi editoriali on line (www.emi.it) ha condannato
l'offensiva Usa in Afghanistan: «quella che stiamo vivendo e
che qualcuno cerca di farci credere che sia un'indolore
operazione di antiterrorismo, è la guerra del predominio
economico che vuole un pianeta diviso tra chi globalizza e
chi è globalizzato, aumentando i privilegi dei primi e i
doveri per i secondi»; e il suo commento alla guerra contro
Saddam Hussein è stato: dopo l'eliminazione delle sue armi
«il mondo continuerà a essere stracolmo di armi di
distruzione di massa, molte delle quali vengono usate ogni
giorno, da troppi giorni, da così tanti giorni che possiamo
ormai chiamare con il nome di anni, o decenni. Armi forse
più pericolose di quelle chimiche o batteriologiche. Armi
immagazzinate in lussuosi ripostigli, contrassegnati da nomi
e da sigle altisonanti scritti su grandi facciate molto
simili a lastre lucenti di sepolcri dove al posto della vita
ci sono solo ossa secche: Fmi, Wto, G8».
La politica editoriale dell'Emi si può facilmente immaginare.

Le gallinelle del dixie sfidano il presidente Bush
La Misna sostiene senza riserve chiunque punti l'indice contro
l'Occidente: dal Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari
di solidarietà internazionale comprendente 34 Ong di
cooperazione allo sviluppo), secondo il quale la pace è
minacciata non dal terrorismo islamico, ma dalla «violenza
strutturale dei morti per la fame e le malattie, per il debito,
per l'economia fatta a uso e consumo dei ricchi» e
dall'ostinazione occidentale a voler «salvaguardare non la
civiltà, ma un benessere fasullo che si regge sullo
sfruttamento e sull'esclusione»; al Tavolo Intercampagne e Rete
Lilliput per cui la violenza antioccidentale è la manifestazione
della collera giusta «di un mondo che viene rapinato nella
ricerca esasperata di profitti a breve termine e in cui il
divario tra i più poveri e i più ricchi aumenta di anno in
anno».
Gli editoriali del direttore oscillano tra il delirio e il
grottesco: il 18 marzo 2003, tra tante alternative possibili,
Giulio Albanese ha affidato alle texane Dixie Chicks (le
gallinelle del dixie!) il giudizio su George W. Bush:
«sappiatelo, ci vergogniamo che il presidente degli Stati Uniti
sia un texano».

11/9: colpo all'impero
Migliaia di commenti si accumulano ormai negli archivi Misna
(www.misna.org) a testimoniare una linea e uno schieramento
inequivocabili: come quelli di padre Gabriele Ferrari, ex
Superiore Generale dei Missionari Saveriani, e di Antonio
Raimondi, presidente del Vis, Volontariato Internazionale per
lo Sviluppo, Ong promossa dal Centro nazionale opere salesiane.

Secondo padre Ferrari il pericolo per la pace ha origine dalla
«prepotenza del mondo occidentale che impone la propria cultura
umiliando sistematicamente le altre» e «dall'arroganza di un
mondo che decide tutto per conto suo sulla pelle di stati
indipendenti, ma poveri, come se questi ultimi fossero i servi
dell'Occidente»; per rimediare occorre disinnescare,
«intervenendo sulle ingiustizie strutturali proprie del
cosiddetto nuovo ordine mondiale», la «colossale mina vagante
che presto o tardi doveva pur scoppiare», rappresentata dalla
«rabbia accumulata e profonda contro l'arroganza, il disprezzo
e il trionfalismo con cui noi Occidentali ci siamo comportati
negli ultimi tempi nei confronti del Sud del mondo».

Antonio Raimondi individua il problema nella «divaricazione tra
Stati che hanno ogni potere di decidere e popoli che sono
costretti a subire senza scegliere il loro futuro»; per lui
quello al World Trade Center è stato «un attacco al cuore
dell'impero e a tutti coloro che credono di vivere in isole
felici».

Carnefici tutti a Occidente
Riflettere sulle ragioni che inducono dei missionari a essere
no global non basta.
Se anche le accuse rivolte all'Occidente fossero fondate, e non
lo sono, resta da spiegare come mai dei sacerdoti, dei "padri",
non abbiano mai un moto di compassione per i "carnefici del
mondo", un pensiero rivolto a Dio, una preghiera, perché ispiri
gli uomini d'Occidente affinchè capiscano i loro errori, si
redimano e salvino le loro anime.
Viene in mente il priore della comunità monastica di Bose, Enzo
Bianchi: «Se invoco il giudizio finale del Signore è solo per
rispetto delle vittime, sapendo bene che - in quanto occidentale
privilegiato - io appartengo ai carnefici».
È come se neanche si volesse il pentimento dell'Occidente, solo
la sua umiliazione e la sua espiazione, come se l'Occidente non
potesse e non dovesse andare in Paradiso.

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Emi, Fesmi, Misna: sono gli acronimi dei tre organismi
attraverso i quali il mondo missionario italiano
comunica e informa.
Emi (Editrice Missionaria Italiana) è la casa editrice
missionaria, diretta da padre Ottavio Raimondo:
«l'editoria della Chiesa nel mondo; l'editoria nella
Chiesa del mondo».
Fesmi sta per Federazione Stampa Missionaria Italiana,
ne è presidente lo stesso padre Raimondo e coordina
l'attività di 42 riviste «al fine di realizzare una
efficace animazione missionaria della Chiesa italiana
attraverso la stampa» in un'unità ideale di finalità e
di lavoro.
Misna (Missionary Service News Agency) è l'agenzia
stampa nata nel 1997, edita dal Sermis (Servizio
Missionario) di Bologna e diretta dal comboniano Giulio
Albanese. Produce notizie, servizi di approfondimento e
reportage dal Terzo mondo (dai 20 ai 30 lanci
quotidiani), «per dar voce a chi non ha voce», come ama
dire il suo direttore. Inoltre offre alle redazioni
delle riviste missionarie e alle organizzazioni di
volontariato spazi divulgativi e d'informazione.
La Fesmi, promotore dell'iniziativa, e la Cimi
(Conferenza degli Istituti Missionari Italiani) si
incaricano di verificare «la rispondenza del progetto
alle finalità originarie».



(c) 2003 - Editoriale Tempi duri s.r.l., Numero: 37