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    Predefinito Come parla un leader....

    ...... freddo

    Pubblichiamo l’intervista di Jim Lehrer al segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, andata in onda il 10 settembre sul canale americano Pbs durante la trasmissione NewsHour.

    DONALD RUMSFELD: Indubbiamente al Qaida si trova oggi soggetta a un’enorme pressione: molti dei suoi componenti sono stati catturati o uccisi e le sue potenzialità di azione sono state ridotte in modo significativo. Tuttavia, va detto che sono ancora pericolosi, non c’è alcun dubbio su questo. Possono ancora colpire, anche se da quando li abbiamo cacciati dall’Afghanistan, ossia da quando abbiamo tolto il potere ai talebani che governavano quel paese, la loro linea d’azione standard è quella di uscire ogni qualche mese con una cassetta o un video. Io non posso dire di essere un esperto in questo genere di cose e non ho visto quest’ultimo video in particolare, ma la sensazione generale che si ha nel governo è che questi individui stiano facendo finta di godere di ottima salute e di poter agire, vogliono dare l’impressione che la gente debba dar loro dei soldi, finanziarli, dare l’idea che esista un’organizzazione ben precisa che può reclutare persone per la lotta e, in generale, diffondere speranza e incoraggiamento tra la loro gente. Naturalmente lo scopo è chiaro: sono terroristi, e lo scopo del terrorismo è terrorizzare. Dunque, con una campagna di informazione operativa come questa sperano anche di spaventare e terrorizzare la gente.
    JIM LEHRER: E funziona?
    D.R.: Beh, penso che questo lo scopriremo col tempo. Abbiamo reso loro la vita difficile almeno per quanto riguarda trovare il denaro, spostarlo, far attraversare i confini alle persone, comunicare tra loro. Non si sa nemmeno con precisione quando siano stati incisi molti di questi nastri.
    J.L.: Certo.
    D.R.: E non si sa nemmeno quando sia stato girato il video. Se lui è ancora vivo –cosa che potrebbe essere vera, come non vera, per quanto ne so – se è vivo e non è in grado di agire, quello che stanno facendo, ossia mandare cassette, probabilmente è la cosa più spettacolare che riescono a fare.
    J.L.: Deve essere estremamente irritante per lei pensare che questo tizio può essere vivo e vegeto, nascosto chissà dove.
    D.R.: No.
    J.L.: Ah no?
    D.R.: No, direi proprio di no. Ci pensi bene, in realtà è difficile trovare un individuo nel mondo. Non abbiamo trovato il mullah Omar, non abbiamo trovato Saddam Hussein. Ora abbiamo trovato ben 42 dei 55 uomini più importanti dell’Iraq, e questo è un buon risultato. E alcuni di loro si sono addirittura arresi, aggiungo. Pensi alla lunga lista di ricercati dell’Fbi. C’è gente che è in quella lista da 10-15 anni.
    J.L.: Ma non hanno l’intero esercito americano e i marine alle calcagna? Voglio dire…
    D.R.: Ma vede, Jim, l’esercito, la marina, l’aeronautica americani sono forze organizzate, addestrate ed equipaggiate per combattere altri eserciti, marine e aeronautiche; non sono stati addestrati per trovare un singolo individuo, il classico ago nel pagliaio.
    J.L.: Quindi il fatto di non essere ancora riusciti a trovare questo tizio non v’innervosisce?
    D.R.: No. Certo, ci piacerebbe molto trovarlo e stiamo facendo di tutto per fargli pressione, e a un certo punto credo che lo troveremo o almeno riusciremo a stringere il cerchio attorno a lui, come anche attorno a Saddam Hussein, e chiaramente prima ciò avverrà, meglio sarà.
    J.R.: Bene, e per quanto riguarda l’Iraq, com’è la situazione attualmente laggiù rispetto a come prevedevate che fosse quattro mesi dopo la fine del regime di Saddam Hussein?
    D.R.: Oh, che domanda! È difficile rispondere a una simile domanda, perché, prima di tutto, la situazione in Iraq non è la stessa su tutto il territorio nazionale, bensì ci sono enormi differenze tra una zona e l’altra del paese. Nella zona dei curdi c’è una situazione, in quella tra Baghdad e Tikrit, che era la roccaforte del partito baathista, ce n’è un’altra, nel Sud, nella zona di Bassora, la situazione è ancora diversa, così come troviamo un’altra situazione nella zona degli sciiti; quindi i nostri comandanti devono essere flessibili, devono affrontare la situazione del momento, via via che la scoprono. E naturalmente si comportano in modo molto diverso a seconda della zona del paese in cui si trovano, e ciò per un motivo molto serio: perché le situazioni sono molto diverse.
    Una cosa che dovrei dire è che forse avremmo dovuto immaginarlo, se si guarda indietro e si pensa a cosa fece l’Unione sovietica con le proprie infrastrutture, che erano praticamente inesistenti: avevano speso tutti i soldi per l’esercito e per i palazzi del potere, eccetera, come nel caso dell’Iraq, dove non hanno infrastrutture. Il sistema idrico praticamente non esiste. Le infrastrutture per il petrolio hanno bisogno di investimenti enormi perché non hanno mai avuto il denaro di cui avrebbero avuto bisogno. Le infrastrutture sono in condizioni assai peggiori di quelle che ci saremmo mai potuti immaginare, credo.
    J.L.: Quindi prevedete di migliorarle, giusto?
    D.R.: Prevediamo di migliorarle, sì. Un’impostazione economica di tipo stalinista, con la spesa centralizzata e concentrata sul settore militare: questo è quello che ha fatto Saddam Hussein con tutti i suoi palazzi e tutto il denaro che ha mandato all’estero, mentre all’interno il suo popolo moriva di fame e veniva derubato.
    J.L.: Vi aspettavate questa resistenza militare, queste cosiddette “sacche di resistenza”, le bombe, l’uccisione continua di soldati delle vostre truppe, tutte queste cose?
    D.R.: Certamente era una possibilità tenuta in conto.
    J.L.: Ma siete andati là preparati per un’eventualità del genere o no? I vostri soldati erano preparati per tutto ciò?
    D.R.: Preparati? Che le posso dire, eravamo preparati a tante cose. Eravamo preparati per la crisi umanitaria che non c’è stata. Eravamo preparati a spegnere tutti i pozzi di petrolio incendiati, mentre invece ne abbiamo spenti solo qualche manciata senza troppi problemi. Ci aspettavamo la resistenza, specialmente quando è crollato il partito baathista a Nord di Baghdad e invece non c’è stata una grande lotta in quell’occasione. E sono fuggiti nelle campagne, e sono ancora là; quindi, anche se le principali operazioni militari il 1° maggio sono terminate, adesso c’è una sorta di conflitto a bassa intensità, che continuerà finché non riusciremo a sradicare un numero sempre maggiore di quella gente. E questa lotta continua quotidianamente. Ci sono circa dodici, quindici incidenti al giorno che coinvolgono le nostre forze.
    J.L.: Guardando ancora un po’ indietro a come sono andate le cose, lei ritiene che ci fosse una sorta di strategia da parte di Saddam Hussein e dei suoi fin dall’inizio, ossia che fossero ben consci di non avere possibilità di sconfiggere l’esercito statunitense e che dunque avessero pianificato precisamente di ritirarsi, e che ora non stiano facendo altro che seguire il piano che avevano fatto fin dall’inizio?
    D.R.: Mah. A Sud hanno combattuto, quindi non saprei. Forse adesso ne abbiamo in mano abbastanza, voglio dire, abbiamo catturato o ucciso 42 dei primi 55 uomini che erano nostri bersagli, quindi una bella fetta del potere, e li stiamo interrogando. Forse potremmo cominciare a vederci un po’ più chiaro in tutta la questione. Sarà interessante capire se c’era dietro una strategia oppure no.
    J.L.: Lei cosa pensa?
    D.R.: Mah. Ora io penso che la questione di cui ci stiamo occupando abbia diverse sfaccettature. Per esempio, il fatto che in ottobre Saddam Hussein abbia aperto le prigioni e abbia lasciato uscire tutti i criminali, 110, 120 mila delinquenti, s’immagini. […]
    J.L.: Pensa che Saddam li abbia armati in qualche modo?
    D.R.: Non lo so, ma non credo. Penso che li abbia semplicemente lasciati uscire e tornare nella società, il che è terribile, perché ora tutti questi criminali sono là mescolati fra la gente. In secondo luogo, ci sono i baathisti che non siamo riusciti a combattere nella zona a Nord di Baghdad e, terzo, ci sono tutti quelli che sono arrivati da fuori, dai paesi confinanti, a combattere e a cercare di uccidere i soldati della coalizione per cercare di riportare al potere il regime baathista. E con tutti questi gruppi dobbiamo agire in modo diversificato, perché sono tutte persone appartenenti a tipologie assai diverse.
    J.L.: E ora due domande. Cominciamo dalla fine e andiamo a ritroso: perché le nostre forze armate non riescono a fermare quella gente, quegli stranieri che vengono in Iraq a combattere?
    D.R.: Insomma, è come chiedere se penso che i nostri confini con il Messico e il Canada siano a chiusura ermetica o porosi. C’è gente che attraversa avanti e indietro questi confini senza che noi lo sappiamo?
    J.L.: Signor Rumsfeld, lei sa bene che questo non è un paragone calzante: gli Stati Uniti e il Canada sono un’altra cosa.
    D.R.: Gli Stati Uniti e il Messico. Insomma, sono confini, dunque rappresentano un problema. I confini sono problemi.
    J.L.: Ok, va bene.
    D.R.: Guardi i confini tra l’Afghanistan e il Pakistan. Guardi i confini tra l’Iran e l’Afghanistan.
    I confini tra l’Iran e l’Iraq sono porosi. I confini tra la Siria…
    J.L.: E non possiamo farci niente.
    D.R.: Ma naturalmente qualcosa possiamo fare e lo stiamo anche facendo, ma non si possono certo sigillare a chiusura ermetica, questo non sembra proprio possibile. Pensi bene con cosa confina l’Iraq: con il Kuwait, con l’Arabia Saudita, con la Giordania, con la Turchia, con l’Iran.
    J.L.: E arriva gente da tutti questi posti?
    D.R.: Molto probabilmente sì, e naturalmente è tutta gente che sa bene come ottenere un passaporto falso pagando qualcuno.
    J.L.: E sono numerosi?
    D.R.: No.
    J.L.: Tipo, quanti? Ci dia una cifra…
    D.R.: È difficile dirlo, non abbiamo un’idea chiara su quanti siano.
    J.R.: Centinaia, migliaia?
    D.R.: Beh, sicuramente almeno centinaia.
    J.L.: E sono venuti per creare problemi e per uccidere.
    D.R.: Certo. Ne abbiamo scovati parecchi, e li abbiamo arrestati e uccisi. Possiamo stimarne un numero superiore a 100 solo da uno o due paesi. E altrettanti ne abbiamo catturati e uccisi, e alcuni sappiamo che sono stati pagati per farlo, avevano dei volantini di reclutamento con loro.
    J.L.: E chi sta organizzando tutto questo? Chi li paga? Chi li recluta?
    D.R.: Dipende. Una delle cose che abbiamo visto in Iraq è che alcuni tra coloro che hanno preso parte ad attentati erano stati pagati per farli. Sono dei disoccupati, o gente al servizio di criminali, e i baathisti li pagano. I baathisti hanno soldi.
    J.L.: Sì, e da dove li prendono? Sono soldi che hanno rubato prima della fine…
    D.R.: Sono i soldi che hanno rubato agli iracheni per 30 anni.
    J.L.: La seconda domanda: perché non si riesce a individuare questi baathisti e a eliminarli?
    D.R.: Come no? Si stanno individuando, se ne stanno trovando continuamente, e si continua a farlo.
    J.L.: Perché è così difficile? Perché ci vuole così tanto tempo?
    D.R.: Sono quattro mesi e mezzo che lavoriamo. Perché dice che ci stiamo mettendo tanto? Jim, accidenti! Quattro mesi e mezzo dal 1° maggio, dalla fine ufficiale delle ostilità! È incredibile che la gente pensi che si possa prendere un paese grande quanto la California, con 23 milioni di persone, e 30 anni o più di 20 di Saddam Hussein, con un’economia stalinista, un regime repressivo, 110 mila criminali in libera circolazione, stranieri che arrivano da ogni dove e ci attaccano, i baathisti pieni di soldi che arruolano la gente per combatterci, e mi chiede perché ci stiamo mettendo tanto?
    J.L.: Beh, insomma, quello che volevo dire…
    D.R.: Non è già tanto quello che abbiamo realizzato in quattro mesi e mezzo? Siamo passati da 0 a 55 mila iracheni che ora stanno cercando di crearsi una situazione più sicura: polizia, guardie di confine, protezione delle strutture, difesa civile, esercito.
    J.L.: Bene o male, signor segretario, ho riletto i vecchi giornali oggi, e l’impressione che davano le dichiarazioni pubbliche era che quando questa guerra sarebbe finita –perché questa guerra doveva finire – quando Saddam Hussein e il suo regime sarebbero caduti, il resto sarebbe stato praticamente un gioco da ragazzi, si sarebbe “spazzato via tutto”. Quindi mi stavo solo…
    D.R.: Io non ho mai detto questo.
    J.L.: Ok, va bene.
    D.R.: Non ci sono citazioni da…
    J.L.: Ok, non sto citando letteralmente da un testo di un suo discorso, ma stavo dicendo l’impressione generale, insomma, bene o male…
    D.R.: C’erano alcuni che erano abbastanza ottimisti e pensavano che ci sarebbe stata una sorta di resa formale dell’esercito iracheno.
    J.L.: Ecco.
    D.R.: In realtà non si sono arresi. L’intelligence non è stata perfetta su questo. Sono fuggiti nelle campagne. Si sono arresi forse dieci, dodicimila soldati, ma erano solo una parte di un numero certamente maggiore.
    J.L.: Però, volevo dire, lei capisce che ci possa essere gente che si fa le stesse domande che io le sto facendo, no?
    D.R.: Certo! Abbiamo le notizie ogni giorno, la gente è impaziente.
    J.L.: No, no, non sto parlando delle notizie, sto parlando – mi capisce? – dell’impressione che si è data…
    D.R.: Sì, come ho detto, ci sono persone che indubbiamente hanno dato l’impressione di essere di questo avviso, ma la mia opinione era che non si poteva sapere, e io non ho mai dipinto panorami ottimistici perché sapevo che non avrei potuto saperlo prima.
    J.L.: La questione delle truppe. Mandare più soldati o no? Lei ha detto chiaramente in più di un’occasione di non ritenere necessario l’invio di altri uomini. Non ha cambiato idea?
    D.R.: Allora, la situazione è questa: abbiamo i comandanti là sul campo che ci dicono che non hanno bisogno di altri uomini. Abbiamo il generale Sanchez, il responsabile delle operazioni in Iraq, che ci dice che non vuole altri uomini. Secondo lui, l’invio di altri soldati statunitensi significherebbe più protezione per le forze, un maggiore supporto per i combattimenti, e dice che ogni giorno ci sono 15, 12, 15, 18 incidenti. Durano due o tre minuti.
    J.L.: Gli incidenti?
    D.R.: I combattimenti.

    Continua
    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: Come parla un leader....

    In origine postato da mustang
    ...... freddo

    Continua
    Speriamo di no.

  3. #3
    email non funzionante
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    Predefinito

    J.L.: Cioè, il conflitto tra…
    D.R.: Il conflitto militare, dove qualcuno sta attaccando o facendo qualcosa. Alcuni siamo noi a innescarli, altri li iniziano gli altri. E abbiamo 130 mila uomini laggiù, e lui ha detto di non avere una minaccia militare tattica o strategica con cui dover fare i conti. Ha un problema di sicurezza. Quindi lui vuole più iracheni che aiutino a garantire quella sicurezza di cui c’è bisogno nel paese.
    C’è chi la vede in un altro modo e dice: bene, abbiamo 130 mila uomini e ci sono ancora problemi, ne stanno ancora uccidendo. Se 130 mila vanno bene, allora raddoppiamoli, 260 mila sarà ancora meglio. Perché non triplicarli addirittura? Il generale Sanchez, il generale Myers e il general Abizaid ritengono che questa non sarebbe una buona idea. E poi c’è anche un altro motivo per cui questa sarebbe una cattiva idea. Se pensiamo all’Afghanistan, l’Unione Sovietica aveva 300 mila soldati in Afghanistan e non ce l’ha fatta. Noi ne abbiamo 10 mila in Afghanistan e stanno facendo progressi, costantemente. Perché? Perché noi non vogliamo occupare un paese. I sovietici volevano conquistare l’Afghanistan. Noi non vogliamo conquistare l’Afghanistan. Non vogliamo conquistare l’Iraq. Noi vogliamo aiutarli a rialzarsi in piedi e camminare da soli. Non vogliamo continuare a mandare soldati, perché questo potrebbe creare una sorta di dipendenza da noi, che poi ci costringerebbe a restare. Noi vogliamo continuare a creare un ambiente in cui loro possano costruirsi la loro sicurezza. Ieri il senatore McCain, durante un’udienza al Senato, ha sollevato la questione delle truppe, e ha detto: “Un momento, generale Sanchez, il presidente nel suo discorso l’altra sera ha affermato che i comandanti americani hanno richiesto l’invio di una nuova divisione di truppe, e vogliono che queste siano internazionali”.
    Il senatore McCain ha chiesto: “Qual è la differenza tra truppe internazionali e truppe americane?”.
    D.R.: Beh, è semplice. Abbiamo molte responsabilità in tutto il mondo. Abbiamo avuto 130 mila delle nostre forze, che sono molte, in quel paese. E sentiamo che sia importante che vi sia un’unità internazionale più nutrita. E’ bene per l’Iraq. Ci sono più paesi che avranno un interesse nel successo del futuro dell’Iraq. Al momento, ad esempio, la divisione polacca ha truppe di 17 paesi diversi e quattro d’appoggio. Quindi abbiamo una vasta coalizione di 29 paesi e vorremmo vederla allargarsi ulteriormente. Secondo: dovremo far ruotare le nostre forze militari. E se potessimo ottenere un’altra divisione internazionale in aggiunta alla divisione polacca e a quella britannica, diminuirebbe la pressione sulle nostre truppe.
    Terzo: il vero obiettivo è quello di costruire le forze irachene, riducendo ulteriormente la pressione su di noi. Ma l’obiettivo non è quello di aumentare il totale delle nostre forze militari, ma fornire sicurezza al paese, e il miglior modo di farlo è continuare a sostenere la capacità irachena di provvedere alla propria sicurezza.

    J.L.: Dunque, i comandanti americani non stanno dicendo che abbiamo bisogno di un’altra divisione. Dicono che c’è solo un tipo di… può essere solo un tipo di divisione internazionale che non diventi troppo grande per il bisogno sul campo. E’ una necessità politica?
    D.R.: E’ decisamente vantaggioso avere più paesi impegnati in Iraq. Sono convinto di questo. Ma ciò che veramente vogliamo è avere più iracheni. Se si riuscirà a passare da 0 a 55 mila iracheni inpegnati nel servizio di polizia e di controllo dei confini e in altri incarichi del genere, allora l’Iraq sarà in grado di rimpiazzare noi e la coalizione internazionale. Questo è giusto. E’ a questo che vogliamo arrivare. Non vogliamo impiegare altre forze americane e creare… e accollarci, così, sempre più responsabilità rendendo l’Iraq sempre più dipendente dal nostro provvedere alla sua sicurezza. Non è questa la direzione che vogliamo seguire.
    […]
    D.R.: Se i comandanti dicessero “guardate che la situazione dal punto di vista militare è tale da rendere necessarie più forze e lo consigliassero”, e noi la ritenessimo una buona idea, il presidente le manderebbe in un minuto, ma non è questo il caso. […]

    J.L.: Allora perché il presidente ha detto nel suo discorso che i comandanti avevano richiesto un’altra divisione internazionale? D.R.: L’abbiamo fatto. Stiamo cercando di spingere altri paesi ad aggiungere nuove truppe e crediamo così di riuscire a formare un’altra divisione. Abbiamo due divisioni straniere ora, due divisioni internazionali. Gli inglesi ne comandano una, i polacchi l’altra, e stanno facendo un buon lavoro. Se ne potessimo aggiungere un’altra significherebbe solo meno pressione su di noi. Se potessimo aggiungere più iracheni significherebbe ancora meno pressione su di noi.

    J.L.: Si stava parlando della faccenda dei confini proprio un minuto fa. Al generale Sanchez è stata fatta la stessa domanda che io ho fatto a lei. Perché non chiudete i confini? Ha detto di non avere sufficienti truppe per farlo.
    D.R.: Pensi a ciò che significherebbe per il nostro paese. Oh mio Dio! La questione è: come vogliamo utilizzare le nostre truppe? Quello che vogliamo è ottenere che i vicini aiutino a pattugliare i confini in Kuwait, in Giordania, in Arabia Saudita. Lo faranno. Abbiamo modo di fare un lavoro anche migliore ai confini dell’Iran e della Siria. Stiamo assoldando, istruendo sempre più guardie di confine irachene e mettendole sul posto. Ci sono altre cose che potremmo fare riguardo i confini ma non certamente costruirlo, sigillarlo.

    J.L.: Mi pare proprio che lei si stia scaldando su questo argomento dei confini… Tom Donnelly, dell’American Enterprise Institute, avvocato e accanito sostenitore dell’azione militare su Weekly Standard si è riferito a lei come il segretario della testardaggine su questo punto.
    D.R.: Beh, senta, tocca a me rispondere alle domande ma non sono io a decidere di quante truppe c’è bisogno laggiù. Sono i comandanti militari. […] Poi sulla questione della mia testardaggine, saremmo felici di aumentare il numero delle truppe o di ridurre il numero delle truppe. Non ho sentito sostanzialmente nessuna buona argomentazione nelle critiche. Non presentano le argomentazioni in modo persuasivo. Se avessi sentito qualche buon argomento, l’avrei ascoltato e così avrebbero fatto i comandanti, ma non è stato così.

    J.L.: Torniamo al senatore McCain. Ieri ha detto riguardo a questa storia dell’inviare truppe americane che al di là di ciò che si può fare, il tempo sta scadendo.
    D.R.: Sì, ha ragione, questo è vero. E allora la domanda è: quale pensate sia la cosa migliore da fare? Volete che si faccia come hanno fatto i sovietici in Afghanistan e quindi invaderlo […] con 300 mila uomini e perdere e diventare un occupatore, un oppressore, entrando ovunque e mettendo il naso dappertutto. Non credo, credo invece che la cosa importante sia di creare un ambiente nel quale il popolo iracheno possa occuparsi della propria sicurezza e noi potremmo lasciare il paese. Non vogliamo creare una dipendenza. […]

    J.L.: Qualcuno dice che se voi aveste mandato 300 mila truppe e aveste molto velocemente messo al sicuro questo paese in modo che gli iracheni potesserlo gestirlo, voi avreste potuto occuparvi del partito Baath, avreste potuto assicurare i confini e rendere tutto molto più veloce.
    D.R.: Se in questo momento ci sono là 130 mila truppe americane, 55 mila iracheni 22 mila truppe internazionali e si contano solamente 10 o 15 attacchi che durano due tre minuti, che cosa farebbero i 300 mila? E’ interessante. Ho sentito persone molto sensibili a questo argomento e ho ascoltato molto attentamente quello che avevano da dire…

    J.L.: Ogni giorno ci sono storie su questo punto.
    D.R.: Lo capisco ma non ho ancora sentito una vera buona argomentazione che fosse persuasiva. Ciò che è persuasivo per me è ciò che dicono i comandanti e il fatto che siano unanimi su questo punto. Questa è la loro opinione non la mia. Così il suo amico, se vuole parlare di testardaggine dovrà farlo per tutta la catena del comando militare.

    J.L.: Non è un mio amico. Ho solo letto il suo pezzo sul giornale. Non è un mio amico. Si dice anche che negli ultimi giorni lei sia diventato irritabile e sulla difensiva alla minima critica. Infatti lei ha suggerito che le critiche alla politica americana incoraggiano… potrebbero incoraggiare i terroristi uccidere soldati statunitensi in Iraq. […]
    D.R.: Mi è stata fatta questa domanda:“Ci sono state molto critiche verso il presidente e verso di lei, questo ha complicato i vostri sforzi in Iraq e Afghanistan?”. Io ho risposto di sì, che molto spesso le critiche ci complicano il compito. E’ la vita. E ho concluso che questo non significa che non ci debbano essere più dibattiti su questo argomento. Va bene, ci sto, a patto che il dibattito sia il più sano, civile e costruttivo possibile. Le sembra che questo significhi essere irritabile, Jim? Non credo proprio. […]

    J.L.: Allora sta dicendo che lei non avrebbe mai detto che un certo tipo di critica incoraggia i terroristi a sparare contro…
    D.R.: Adesso le dico quello che ho detto. L’ho detto nel senso che ai terroristi è dato modo di pensare che essi avranno la meglio in qualche modo e che si fanno forti di questo e che tutto ciò porta soldi per le loro attività, più reclutamenti, incoraggiamento appoggio. Questo naturalmente rende il nostro compito più difficile.

    J.L.: Va bene. Alcuni dei candidati presidenziali democratici l’hanno attaccata sostenendo che lei ha messo in dubbio il loro patriottismo.
    D.R.: Non faccio politica.

    J.L.: Quindi vuole dire che non stava parlando dei candidati presidenziali democratici?
    D.R.: Assolutamente no. […]

    J.L: Va bene, va bene.
    D.R.: Non entro assolutamente in discorsi politici. E’ il periodo, è la vita. Ci dobbiamo convivere.

    J.L.: Va bene.
    D.R.: Fa bene avere un buon dibattito.

    J.L.: Va bene, va bene, ho capito. Sulle armi di distruzione di massa, il presidente l’altra sera ha detto che il regime di prima possedeva e usava armi di distruzione di massa. Dodici parole. E’ tutto ciò che ha detto sull’argomento. Allora la mia domanda è: è forse un sottile modo indiretto di dire che non importa se Saddam Hussein avesse delle armi di distruzione di massa prima che noi iniziassimo il nostro attacco?
    D.R.: No, no, il presidente… Il presidente è stato molto diretto. Quello che ha detto è vero. Abbiamo una squadra di persone, tantissime persone, centinaia di persone laggiù che interrogano altre persone, che perlustrano zone sospette, che scovano. E lo fanno in modo sistematico. Voglio dire che è un paese enorme, delle dimensioni della California. Abbiamo scoperto posti dove avevano seppellito sottoterra aeroplani come MiG Fighter. Un uomo ha mostrato ai nostri dei materiali di laboratorio seppelliti sotto un roseto nel suo giardino. Ci vorrà del tempo? Sì. Ci sono voluti già quattro mesi, vero? Il gruppo sta procedendo in modo sistematico e approfondito? Sì. Alla fine presenteranno le conclusioni delle loro ricerche? Sì.

    J.L.: Arriviamo al punto su questo argomento. Se infatti questo gruppo non trova nessuna arma di distruzione di massa pensa che questo possa seriamente danneggiare la credibilità del presidente e di questa amministrazione, e soprattutto nel lungo periodo, e quando la storia guarderà indietro?
    D.R.: Credo che le informazioni che il nostro paese ha avuto per un lungo periodo e tuttora ha siano state convalidate da altri servizi di intelligence. Credo siano state ragionevolmente corrette, ovviamente non perfette. Nessuna intelligence è mai perfetta. […]. Troveranno le prove di quei tipi di programmi che il segretario Powell denunciò alle Nazioni Unite.

    J.L.: E se non fosse così sarebbe un problema?
    D.R.: Non faccio ipotesi.

    J.L.: Non fa politica, non fa ipotesi.
    D.R.: Esatto, non faccio, non faccio. Perché? Non posso speculare.

    J.L.: Domani sarà il secondo anniversario dell’11 settembre. Quel giorno un aereo è entrato al Pentagono, due a New York e un altro in Pennsylvania. Ma un aereo è entrato anche nel suo palazzo, non lontano da dove lei è seduto. Lei era nel palazzo allora? Ci pensa ancora?
    D.R.: Naturalmente, abbiamo perso centinaia di persone e migliaia in tutto il paese.

    J.L.: Voglio dire, pensa a quei momenti?
    D.R.: Certo, può esserne certo. E penso anche alle affermazioni che ho fatto brevemente subito dopo quando ero nel Golfo e un capo lì mi ha detto che forse quella era stata una benedizione camuffata. Forse questo sveglierà il mondo sul fatto che ci persone che insegnano ad altre persone ad uccidere uomini innocenti, donne e bambini. Glielo hanno insegnato fin da piccoli e se il mondo non si sveglierà ci saranno molte di queste persone e avranno armi così potenti che forse ci sarà un 11 settembre dove non moriranno tremila persone ma trentamila o trecentomila e quello sarà terribile. Questo deve svegliare il mondo.

    J.L.: Quest’uomo aveva ragione? Lei crede che sia stato un richiamo per il mondo?
    D.R.: Credo proprio di sì. Voglio dire che 90 paesi ora stanno cooperando e mettendo pressione sulla rete terroristica. E’ forse la più grande coalizione della toria.

    J.L.: Mi lasci chiederle questo: subito dopo quei giorni, dopo l’11 settembre, moltissime persone hanno detto che gli Stati Uniti d’America e gli americani sarebbero cambiati per sempre dopo il fatto di quel giorno. Noi siamo ora qui seduti due anni dopo. E’ d’accordo?
    D.R.: Credo di sì, credo che dobbiamo affrontare le vulnerabilità del XXI secolo. E non erano in programma per noi. Con questi due grandi oceani e due grandi amici, il Nord e il Sud, abbiamo avuto un ambiente protetto e sicuro, ma coi terroristi in grado di accedere agli aerei, ai computer portatili, alle trasmissioni e a tutta l’elettronica con la proliferazione della tecnologia legata alle armi chimiche, biologiche, sarà, se ci pensate, un mondo piuttosto diverso. Ci sono due o tre Stati terroristi che potenzialmente saranno potenze nucleari nei prossimi due, tre, cinque, dieci anni. Tutto ciò crea un ambiente molto diverso in cui vivere. J

    .L.: E qui?
    D.R.: Credo che la gente ne abbia preso coscienza. Sono preoccupati per la loro sicurezza ma siamo persone libere. Non vogliamo vivere nella paura. Non vogliamo essere terrorizzati. Sappiamo che non c’è modo per difenderci. L’unica via è inseguire i terroristi là dove sono. […]


    The NewsHour with Jim Lehrer © MacNeil-Lehrer Productions
    Traduzione di Studio Brindani e Veronica Ward

    fine

    saluti

  4. #4
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    In origine postato da mustang

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    Bene.

  5. #5
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    Predefinito

    Caro Mustang,
    ho l'impressione che nella tua lunga (ma ancora verde) vita tu non abbia mai ascoltato un leader.

    A me Rumsfeld sembra più uno che sta nuotanto in un mare di cacca e che cerca disperatamente di attaccarsi a qualcosa di più solido....
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

 

 

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