...... freddo
Pubblichiamo l’intervista di Jim Lehrer al segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, andata in onda il 10 settembre sul canale americano Pbs durante la trasmissione NewsHour.
DONALD RUMSFELD: Indubbiamente al Qaida si trova oggi soggetta a un’enorme pressione: molti dei suoi componenti sono stati catturati o uccisi e le sue potenzialità di azione sono state ridotte in modo significativo. Tuttavia, va detto che sono ancora pericolosi, non c’è alcun dubbio su questo. Possono ancora colpire, anche se da quando li abbiamo cacciati dall’Afghanistan, ossia da quando abbiamo tolto il potere ai talebani che governavano quel paese, la loro linea d’azione standard è quella di uscire ogni qualche mese con una cassetta o un video. Io non posso dire di essere un esperto in questo genere di cose e non ho visto quest’ultimo video in particolare, ma la sensazione generale che si ha nel governo è che questi individui stiano facendo finta di godere di ottima salute e di poter agire, vogliono dare l’impressione che la gente debba dar loro dei soldi, finanziarli, dare l’idea che esista un’organizzazione ben precisa che può reclutare persone per la lotta e, in generale, diffondere speranza e incoraggiamento tra la loro gente. Naturalmente lo scopo è chiaro: sono terroristi, e lo scopo del terrorismo è terrorizzare. Dunque, con una campagna di informazione operativa come questa sperano anche di spaventare e terrorizzare la gente.
JIM LEHRER: E funziona?
D.R.: Beh, penso che questo lo scopriremo col tempo. Abbiamo reso loro la vita difficile almeno per quanto riguarda trovare il denaro, spostarlo, far attraversare i confini alle persone, comunicare tra loro. Non si sa nemmeno con precisione quando siano stati incisi molti di questi nastri.
J.L.: Certo.
D.R.: E non si sa nemmeno quando sia stato girato il video. Se lui è ancora vivo –cosa che potrebbe essere vera, come non vera, per quanto ne so – se è vivo e non è in grado di agire, quello che stanno facendo, ossia mandare cassette, probabilmente è la cosa più spettacolare che riescono a fare.
J.L.: Deve essere estremamente irritante per lei pensare che questo tizio può essere vivo e vegeto, nascosto chissà dove.
D.R.: No.
J.L.: Ah no?
D.R.: No, direi proprio di no. Ci pensi bene, in realtà è difficile trovare un individuo nel mondo. Non abbiamo trovato il mullah Omar, non abbiamo trovato Saddam Hussein. Ora abbiamo trovato ben 42 dei 55 uomini più importanti dell’Iraq, e questo è un buon risultato. E alcuni di loro si sono addirittura arresi, aggiungo. Pensi alla lunga lista di ricercati dell’Fbi. C’è gente che è in quella lista da 10-15 anni.
J.L.: Ma non hanno l’intero esercito americano e i marine alle calcagna? Voglio dire…
D.R.: Ma vede, Jim, l’esercito, la marina, l’aeronautica americani sono forze organizzate, addestrate ed equipaggiate per combattere altri eserciti, marine e aeronautiche; non sono stati addestrati per trovare un singolo individuo, il classico ago nel pagliaio.
J.L.: Quindi il fatto di non essere ancora riusciti a trovare questo tizio non v’innervosisce?
D.R.: No. Certo, ci piacerebbe molto trovarlo e stiamo facendo di tutto per fargli pressione, e a un certo punto credo che lo troveremo o almeno riusciremo a stringere il cerchio attorno a lui, come anche attorno a Saddam Hussein, e chiaramente prima ciò avverrà, meglio sarà.
J.R.: Bene, e per quanto riguarda l’Iraq, com’è la situazione attualmente laggiù rispetto a come prevedevate che fosse quattro mesi dopo la fine del regime di Saddam Hussein?
D.R.: Oh, che domanda! È difficile rispondere a una simile domanda, perché, prima di tutto, la situazione in Iraq non è la stessa su tutto il territorio nazionale, bensì ci sono enormi differenze tra una zona e l’altra del paese. Nella zona dei curdi c’è una situazione, in quella tra Baghdad e Tikrit, che era la roccaforte del partito baathista, ce n’è un’altra, nel Sud, nella zona di Bassora, la situazione è ancora diversa, così come troviamo un’altra situazione nella zona degli sciiti; quindi i nostri comandanti devono essere flessibili, devono affrontare la situazione del momento, via via che la scoprono. E naturalmente si comportano in modo molto diverso a seconda della zona del paese in cui si trovano, e ciò per un motivo molto serio: perché le situazioni sono molto diverse.
Una cosa che dovrei dire è che forse avremmo dovuto immaginarlo, se si guarda indietro e si pensa a cosa fece l’Unione sovietica con le proprie infrastrutture, che erano praticamente inesistenti: avevano speso tutti i soldi per l’esercito e per i palazzi del potere, eccetera, come nel caso dell’Iraq, dove non hanno infrastrutture. Il sistema idrico praticamente non esiste. Le infrastrutture per il petrolio hanno bisogno di investimenti enormi perché non hanno mai avuto il denaro di cui avrebbero avuto bisogno. Le infrastrutture sono in condizioni assai peggiori di quelle che ci saremmo mai potuti immaginare, credo.
J.L.: Quindi prevedete di migliorarle, giusto?
D.R.: Prevediamo di migliorarle, sì. Un’impostazione economica di tipo stalinista, con la spesa centralizzata e concentrata sul settore militare: questo è quello che ha fatto Saddam Hussein con tutti i suoi palazzi e tutto il denaro che ha mandato all’estero, mentre all’interno il suo popolo moriva di fame e veniva derubato.
J.L.: Vi aspettavate questa resistenza militare, queste cosiddette “sacche di resistenza”, le bombe, l’uccisione continua di soldati delle vostre truppe, tutte queste cose?
D.R.: Certamente era una possibilità tenuta in conto.
J.L.: Ma siete andati là preparati per un’eventualità del genere o no? I vostri soldati erano preparati per tutto ciò?
D.R.: Preparati? Che le posso dire, eravamo preparati a tante cose. Eravamo preparati per la crisi umanitaria che non c’è stata. Eravamo preparati a spegnere tutti i pozzi di petrolio incendiati, mentre invece ne abbiamo spenti solo qualche manciata senza troppi problemi. Ci aspettavamo la resistenza, specialmente quando è crollato il partito baathista a Nord di Baghdad e invece non c’è stata una grande lotta in quell’occasione. E sono fuggiti nelle campagne, e sono ancora là; quindi, anche se le principali operazioni militari il 1° maggio sono terminate, adesso c’è una sorta di conflitto a bassa intensità, che continuerà finché non riusciremo a sradicare un numero sempre maggiore di quella gente. E questa lotta continua quotidianamente. Ci sono circa dodici, quindici incidenti al giorno che coinvolgono le nostre forze.
J.L.: Guardando ancora un po’ indietro a come sono andate le cose, lei ritiene che ci fosse una sorta di strategia da parte di Saddam Hussein e dei suoi fin dall’inizio, ossia che fossero ben consci di non avere possibilità di sconfiggere l’esercito statunitense e che dunque avessero pianificato precisamente di ritirarsi, e che ora non stiano facendo altro che seguire il piano che avevano fatto fin dall’inizio?
D.R.: Mah. A Sud hanno combattuto, quindi non saprei. Forse adesso ne abbiamo in mano abbastanza, voglio dire, abbiamo catturato o ucciso 42 dei primi 55 uomini che erano nostri bersagli, quindi una bella fetta del potere, e li stiamo interrogando. Forse potremmo cominciare a vederci un po’ più chiaro in tutta la questione. Sarà interessante capire se c’era dietro una strategia oppure no.
J.L.: Lei cosa pensa?
D.R.: Mah. Ora io penso che la questione di cui ci stiamo occupando abbia diverse sfaccettature. Per esempio, il fatto che in ottobre Saddam Hussein abbia aperto le prigioni e abbia lasciato uscire tutti i criminali, 110, 120 mila delinquenti, s’immagini. […]
J.L.: Pensa che Saddam li abbia armati in qualche modo?
D.R.: Non lo so, ma non credo. Penso che li abbia semplicemente lasciati uscire e tornare nella società, il che è terribile, perché ora tutti questi criminali sono là mescolati fra la gente. In secondo luogo, ci sono i baathisti che non siamo riusciti a combattere nella zona a Nord di Baghdad e, terzo, ci sono tutti quelli che sono arrivati da fuori, dai paesi confinanti, a combattere e a cercare di uccidere i soldati della coalizione per cercare di riportare al potere il regime baathista. E con tutti questi gruppi dobbiamo agire in modo diversificato, perché sono tutte persone appartenenti a tipologie assai diverse.
J.L.: E ora due domande. Cominciamo dalla fine e andiamo a ritroso: perché le nostre forze armate non riescono a fermare quella gente, quegli stranieri che vengono in Iraq a combattere?
D.R.: Insomma, è come chiedere se penso che i nostri confini con il Messico e il Canada siano a chiusura ermetica o porosi. C’è gente che attraversa avanti e indietro questi confini senza che noi lo sappiamo?
J.L.: Signor Rumsfeld, lei sa bene che questo non è un paragone calzante: gli Stati Uniti e il Canada sono un’altra cosa.
D.R.: Gli Stati Uniti e il Messico. Insomma, sono confini, dunque rappresentano un problema. I confini sono problemi.
J.L.: Ok, va bene.
D.R.: Guardi i confini tra l’Afghanistan e il Pakistan. Guardi i confini tra l’Iran e l’Afghanistan.
I confini tra l’Iran e l’Iraq sono porosi. I confini tra la Siria…
J.L.: E non possiamo farci niente.
D.R.: Ma naturalmente qualcosa possiamo fare e lo stiamo anche facendo, ma non si possono certo sigillare a chiusura ermetica, questo non sembra proprio possibile. Pensi bene con cosa confina l’Iraq: con il Kuwait, con l’Arabia Saudita, con la Giordania, con la Turchia, con l’Iran.
J.L.: E arriva gente da tutti questi posti?
D.R.: Molto probabilmente sì, e naturalmente è tutta gente che sa bene come ottenere un passaporto falso pagando qualcuno.
J.L.: E sono numerosi?
D.R.: No.
J.L.: Tipo, quanti? Ci dia una cifra…
D.R.: È difficile dirlo, non abbiamo un’idea chiara su quanti siano.
J.R.: Centinaia, migliaia?
D.R.: Beh, sicuramente almeno centinaia.
J.L.: E sono venuti per creare problemi e per uccidere.
D.R.: Certo. Ne abbiamo scovati parecchi, e li abbiamo arrestati e uccisi. Possiamo stimarne un numero superiore a 100 solo da uno o due paesi. E altrettanti ne abbiamo catturati e uccisi, e alcuni sappiamo che sono stati pagati per farlo, avevano dei volantini di reclutamento con loro.
J.L.: E chi sta organizzando tutto questo? Chi li paga? Chi li recluta?
D.R.: Dipende. Una delle cose che abbiamo visto in Iraq è che alcuni tra coloro che hanno preso parte ad attentati erano stati pagati per farli. Sono dei disoccupati, o gente al servizio di criminali, e i baathisti li pagano. I baathisti hanno soldi.
J.L.: Sì, e da dove li prendono? Sono soldi che hanno rubato prima della fine…
D.R.: Sono i soldi che hanno rubato agli iracheni per 30 anni.
J.L.: La seconda domanda: perché non si riesce a individuare questi baathisti e a eliminarli?
D.R.: Come no? Si stanno individuando, se ne stanno trovando continuamente, e si continua a farlo.
J.L.: Perché è così difficile? Perché ci vuole così tanto tempo?
D.R.: Sono quattro mesi e mezzo che lavoriamo. Perché dice che ci stiamo mettendo tanto? Jim, accidenti! Quattro mesi e mezzo dal 1° maggio, dalla fine ufficiale delle ostilità! È incredibile che la gente pensi che si possa prendere un paese grande quanto la California, con 23 milioni di persone, e 30 anni o più di 20 di Saddam Hussein, con un’economia stalinista, un regime repressivo, 110 mila criminali in libera circolazione, stranieri che arrivano da ogni dove e ci attaccano, i baathisti pieni di soldi che arruolano la gente per combatterci, e mi chiede perché ci stiamo mettendo tanto?
J.L.: Beh, insomma, quello che volevo dire…
D.R.: Non è già tanto quello che abbiamo realizzato in quattro mesi e mezzo? Siamo passati da 0 a 55 mila iracheni che ora stanno cercando di crearsi una situazione più sicura: polizia, guardie di confine, protezione delle strutture, difesa civile, esercito.
J.L.: Bene o male, signor segretario, ho riletto i vecchi giornali oggi, e l’impressione che davano le dichiarazioni pubbliche era che quando questa guerra sarebbe finita –perché questa guerra doveva finire – quando Saddam Hussein e il suo regime sarebbero caduti, il resto sarebbe stato praticamente un gioco da ragazzi, si sarebbe “spazzato via tutto”. Quindi mi stavo solo…
D.R.: Io non ho mai detto questo.
J.L.: Ok, va bene.
D.R.: Non ci sono citazioni da…
J.L.: Ok, non sto citando letteralmente da un testo di un suo discorso, ma stavo dicendo l’impressione generale, insomma, bene o male…
D.R.: C’erano alcuni che erano abbastanza ottimisti e pensavano che ci sarebbe stata una sorta di resa formale dell’esercito iracheno.
J.L.: Ecco.
D.R.: In realtà non si sono arresi. L’intelligence non è stata perfetta su questo. Sono fuggiti nelle campagne. Si sono arresi forse dieci, dodicimila soldati, ma erano solo una parte di un numero certamente maggiore.
J.L.: Però, volevo dire, lei capisce che ci possa essere gente che si fa le stesse domande che io le sto facendo, no?
D.R.: Certo! Abbiamo le notizie ogni giorno, la gente è impaziente.
J.L.: No, no, non sto parlando delle notizie, sto parlando – mi capisce? – dell’impressione che si è data…
D.R.: Sì, come ho detto, ci sono persone che indubbiamente hanno dato l’impressione di essere di questo avviso, ma la mia opinione era che non si poteva sapere, e io non ho mai dipinto panorami ottimistici perché sapevo che non avrei potuto saperlo prima.
J.L.: La questione delle truppe. Mandare più soldati o no? Lei ha detto chiaramente in più di un’occasione di non ritenere necessario l’invio di altri uomini. Non ha cambiato idea?
D.R.: Allora, la situazione è questa: abbiamo i comandanti là sul campo che ci dicono che non hanno bisogno di altri uomini. Abbiamo il generale Sanchez, il responsabile delle operazioni in Iraq, che ci dice che non vuole altri uomini. Secondo lui, l’invio di altri soldati statunitensi significherebbe più protezione per le forze, un maggiore supporto per i combattimenti, e dice che ogni giorno ci sono 15, 12, 15, 18 incidenti. Durano due o tre minuti.
J.L.: Gli incidenti?
D.R.: I combattimenti.
Continua
saluti




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