Da Roma Arturo Celletti
«Responsabilità significa aspettare e tacere. C'è la Finanziaria, c'è il semestre di presidenza... Ma il primo gennaio si volta pagina». Per Carmelo Briguglio voltare pagina significa pronunciare la parola impronunciabile: rimpasto. Il vicepresidente dei deputati di An si sposta lungo le strade di Taormina e lancia la sfida: «C'è un vistoso calo di consenso, di fiducia. Solo tre italiani su dieci promuovono il governo e noi non possiamo restare a guardare. Non ci possiamo accontentare di un piccolo ricostituente. Ora serve un rimpasto energico, forte. Deve nascere un "Berlusconi 2" con più destra. E non parlo solo di programmi; parlo di uomini».
Dalla Sicilia a Roma. Chiuso nel suo ufficio a Palazzo Montecitorio Bruno Tabacci completa e spinge al centro quel ragionamento. «Serve un rilancio vero; il Paese ha bisogno di qualcosa di nuovo», ripete sottovoce il potente presidente udc della commissione Attività produttive. E Berlusconi? «Certo il Cavaliere non ama i passaggi difficili, ma capirà che questa volta non ci sono alternative. Un nuovo governo è inevitabile. Altrimenti? Un appoggio solo esterno dell'Udc». Parla con la solita brusca schiettezza Tabacci. Denunciando il problema e suggerendo la soluzione. «Noi dell'Udc siamo in realtà fuori da questo governo, ma il primo gennaio si cambia. Serve rispetto per gli alleati, serve considerazione per noi centristi». Considerazione? «Sì. E sarebbe giusto che l'Udc presidiasse tre posizioni strategiche, tre ministeri chiave: uno economico, uno sociale, uno istituzionale».
Dietro l'affondo di Briguglio e Tabacci c'è una strategia già definita. C'è un patto forte tra An e Udc («oggi più che mai c'è una sensibilità affine», ammette sornione Rocco Buttiglione) che dovrebbe portare a un nuovo governo. Ma soprattutto che dovrebbe proiettare Fini alla Farnesina e D'Antoni alla guida di un ministero sociale. Mario Landolfi, il portavoce di An, parla con la consapevolezza del suo ruolo. Pesando le parole e calibrando gli agg ettivi. Ma non negando la sostanza. «Adesso c'è la Finanziaria che impone a tutti di stare sottocoperta. Ma dai, come fai a mettere le mani sul governo ora? Ma il 31 dicembre si uscirà allo scoperto e si rilancerà l'azione di governo». E Fini? E questa voce di un suo interesse per la Farnesina? Landolfi è netto: «Gianfranco ha la statura. E con il lavoro fatto alla Convenzione l'ha dimostrato». Si accavallano le voci, si muovono le caselle. E per Franco Frattini oggi alla guida degli Esteri si ragiona su due soluzione: ministro della Giustizia al posto del leghista Castelli o segretario generale della Nato al posto di Lord Robertson.
L'idea è un rimpasto forte. Che segni davvero la discontinuità. Proprio come fece Aznar che a metà legislatura cambiò nove ministri. E l'Udc? D'Antoni vuole evitare personalizzazioni. Vuole evitare di avanzare autocandidature. Ma non rinuncia a porre il problema. «L'alleanza deve essere a quattro. C'è anche l'Udc che è, tra l'altro, l'unico partito dell'alleanza che cresce davvero». E allora? Sorride l'ex capo della Cisl: «Se parlo di rimpasto dicono "ecco il solito democristiano..." Pazienza. A dicembre porremo la questione e vedrete sarà una sorpresa». Ma, intanto si comincia a ragionare su cose concrete. Su tornare indietro a prima della "Bassanini" che ha unificato in un unico ministero, quello dell'Economia, cinque ministeri: Bilancio, Tesoro, Finanze, Partecipazioni statali e Mezzogiorno. Briguglio annuisce e torna a "spingere" Fini: «È lui che ci ripete poche parole chiare: "Devo pesare io e deve pesare An"». E a gennaio sembra che sarà così.
da "Avvenire"




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