Nel giro di pochi giorni, l'Italia è passata dall'essere il paese la cui filosofia canina suonava più o meno è il padrone che fa il cane, nel senso che (si teorizzava) sono i cattivi padroni che fanno i cattivi cani, al paese in cui saranno le assicurazioni a farla da padrone. Non è dato sapere se il ministro della sanità, Girolamo Sirchia, avesse davvero in mente questo corollario quando ha messo mano al decreto per rimediare ai tragici episodi dell'estate. Ma il risultato non cambia: secondo le nuove norme, decine di migliaia di proprietari di animali di grossa stazza dovranno correre dal più vicino assicuratore e dotare la loro bestia di polizza antimorso. Prima domanda: era necessario arrivare a questo? Seconda domanda: c'era bisogno di allungare la lista delle razze pericolose fino a trasformarla in un elenco che comprende anche il normale pastore tedesco e persino quel porta-cognac da pubblicità che è il San Bernardo? La risposta è no. Non ci devono essere dubbi circa il fatto che l'approccio animalista precedente la rivoluzione sirchiana fosse perdente. Il problema non è infatti stabilire quanta aggressività il padrone trasferisca sul suo più fedele amico (il quale, perlomeno per fedeltà, cercherà di imitarlo). I rapporti giuridici non consentono transfert, di nessun genere. La responsabilità civile di una devastazione da denti tipo rottweiler ricade sì sul proprietario umano, ma la responsabilità penale è tutta del soggetto a quattro zampe. Non si è mai voluto accettare questa logica e si è fatto un gran danno. Ad esempio, l'obbligo della museruola non è affatto nuovo. Esisteva da sempre, per i cani «pericolosi», ma avete mai visto qualcuno applicarla? Nessuno. Il costume permissivo italiano ha sempre mandato a spasso i cani liberi da quella fastidiosa limitazione e, talvolta, persino liberi dal guinzaglio. E' sempre stato il padrone del cane a decidere se il suo fosse o meno un animale pericoloso. Tanto non morde, ci si sentiva ripetere. E poi improvvisamente, mordeva: che strano, non è mai successo, quasi fosse colpa del malcapitato passante, provocatore di bestie altrimenti gentilissime.
Il fenomeno dei pitbull (e simili) sbranatori non è certo di oggi. Ma neanche quando sono cominciati i primi episodi c'è stato qualcuno che ha proposto, senza decreti rivoluzionari e senza ricorrere alle assicurazioni (solo i ricchi potranno permettersi cani di razza grossa e pura?), di fare applicare le regole già esistenti. Adesso, siamo agli antipodi e il ministro ha imposto restrizioni a un tal numero di razze che il primo probabile effetto della sua politica sarà un'impennata delle adozioni canine bastarde (e ciò servisse almeno ad arginare l'altra faccia della medaglia, gli abbandoni estivi dei cuccioli troppo cresciuti). C'è infine una norma dal sapore decisamente antistorico, in questo decreto, ed è la clausola che vieta ai «delinquenti» e a chiunque abbia subito una condanna superiore ai due anni di comprarsi o detenere uno degli esemplari definiti come pericolosi. I cani lupo, allora, solo per i poliziotti. Per i ladri, solo bassotti. Signor ministro, ma in che mondo vive, quello di Topolino?
Daria Lucca




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