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Discussione: Liberismo massonico

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    Arrow Liberismo massonico

    http://www.granloggia.it/gldi/centro.asp?idmenu=48

    Se le radici della Massoneria "speculativa" possono farsi risalire all'innesto nelle corporazioni muratorie medievali di elementi ermetici e rosacruciani, la nascita della Massoneria "moderna" ha una data ben precisa: il 24 giugno 1717, con il costituirsi a Londra della prima Gran Loggia. In realtà, per comprendere come un episodio in fondo banale - il raggruppamento di quattro Logge che decidono di costituirsi in Gran Loggia - sia potuto assurgere a fatto di rilevanza universale, bisogna far riferimento a quel particolare momento storico e culturale che si stava maturando, soprattutto in Inghilterra, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo.

    È, infatti, questo felice innesto tra il filone corporativo - esoterico delle Logge massoniche e la cultura illuminista del tempo che, fungendo da catalizzatore, può spiegare il "miracolo" del successo e del diffondersi dell'Istituzione massonica. Il substrato fertile per lo sviluppo della Massoneria moderna fu, dunque, la cultura inglese del tempo che, traendo i suoi presupposti da filosofi come Locke o da scienziati come Newton, avrebbe rivoluzionato i dogmi metafisici della conoscenza tradizionale ed avrebbe imposto al mondo occidentale nuove concezioni nella vita politica, economica e sociale.

    Il liberalismo politico ed il liberismo economico, scaturiti dalla seconda rivoluzione inglese (sono emblematici in proposito la Dichiarazione dei diritti, "Bill of rights", per quanto riguarda l'assetto politico, o l'"Atto di tolleranza" per quanto riguarda la libertà religiosa), avrebbero avviato il mondo occidentale verso quei modelli di vita, prettamente "massonici", che sono tutt'oggi alla base della nostra civiltà. Basti pensare che proprio in quel periodo ed in quel clima culturale sono nati i concetti stessi di "progresso", di cosmopolitismo, di economia (si pensi alla rivoluzione agricola con la chiusura degli open fields e la trasformazione della produzione da uso diretto a coltura intensiva destinata ai mercati).

    È in questo identificarsi con l'Illuminismo che la Massoneria propugna i principi cardine della libertà e della tolleranza, sicché l'uomo, liberato dalla schiavitù politica, dal fanatismo e dai pregiudizi, grazie alla Ragione ("sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto!" avrebbe proclamato Kant), sarebbe potuto pervenire alla costruzione di un mondo migliore. In conclusione la valenza di quel 24 giugno 1717 è nei suoi presupposti e questi vanno ricercati nell'"Epistola de tolerantia" di Locke, nel tentativo di Robert Boyle di conciliazione tra scienza e fede sottraendo l'una al dogmatismo e l'altra al fanatismo, nelle concezioni religiose di John Toland, nel "Discorso sul libero pensiero" di Antony Collins, o negli scritti dello Shaftesbury, vale a dire nel clima culturale che si respirava in quegli anni in Inghilterra e che poi avrebbe trovato nell'"Encyiclopédie" lo straordinario veicolo di diffusione in tutta Europa.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    LIBERISMO: CONTRO L'IDENTITA' E LA TRADIZIONE DEI POPOLI!


    Il Council of Foreign Relations (CFR)

    La Mont Pelerin Society


    Quello che leggerete di seguito è il primo di una serie di dossier sull’”impero invisibile”, su quell’intreccio, cioè, di strutture che, lontano dalla luce dei riflettori, costruiscono i paradigmi teorici della globalizzazione liberista.

    Nate in genere all’interno di potenti logge massoniche e di lobbies economiche, sono oggi rispettabili think tank o fondazioni accademiche, fornite di illimitate risorse economiche e i cui membri sono inseriti nei gangli nevralgici dell’impero: governi, banche, consigli d’amministrazione di multinazionali, media e università.

    A dispetto dell’aspetto patinato e professionale, queste strutture sono i veri laboratori del pensiero unico e raccolgono sia la sfera più estremista e spregiudicata iperliberista che l’intellighentzia tecnica del potere economico e militare. Una miscela esplosiva, insomma.
    La loro influenza sugli assetti geopolitici mondiali è enorme e nelle loro stanze hanno lavorato e lavorano gli uomini più potenti della terra: Kissinger, Brezwinsky, Powell, Bush, Luttwak e tanti altri. Conoscerete probabilmente i nomi di alcune di queste strutture - come la Trilateral, il Bildeberg Group, il Council of Foreign Relations – e forse ne ignorerete altre altrettanto potenti come la Mont Pelerin Society, gli Illuminati, i Crown Agents o il Center for Preventive Action. Cercheremo di tratteggiare per tutte loro un quadro il più possibile esaustivo per capire quale ruolo esse possano giocare negli scenari futuri.







    Il Council of Foreign Relations (CFR)

    "Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fanno produrre gli avvenimenti; un gruppo un po' più importante che veglia alla loro esecuzione e assiste al loro compimento, e infine una vasta maggioranza che giammai saprà ciò che in realtà è accaduto".
    (Nicholas Murray Butler, membro del CFR - Council on Foreign Relations)

    Il C.F.R. ( Council of Foreign Relations, http://www.cfr.org/) fu fondato a Parigi nel 1921 da Edward Mandell House, consigliere del presidente Wilson alla Conferenza per la Pace, grazie al finanziamento della famiglia Rockefeller. All’atto di fondazione parteciparono 650 membri, il Gotha del mondo degli affari americano, e, negli anni, hanno finanziato il C.F.R. giganti economici del peso di American Express, American Security Bank, Archer Daniel Midland Foundation, Cargill Inc., Chase Manhattan Bank, Coca Cola C., Coopers & Librand, Elf Aquitane, Exxon Corp., Finmeccanica S.p.a., General Electric Foundation, General Motors Corp., Hill & Knowlton, ITT Corp., Johnson & Johnson, Levi Strauss Fdt., Manufacturers Honover Trust, McKinsey, Mobil, PepsiCo, RJR Nabisco, Salomon Inc., Shearson Lehman Brothers, Smithkline Beecham Corp., Volvo Usa, Young & Rubicam.

    Certa letteratura di taglio esoterico fa risalire le origini del C.F.R. al pensiero di John Ruskin, bizzarro pensatore aristocratico della fine dell’800, predicatore della superiorità razziale della casta signorile britannica, e all’azione di Cecil Rhodes, ricco uomo d’affari fondatore della Rhodesia, oggi Zimbawe. Rhodes fu uno degli avventurieri più spregiudicati e uno dei colonialisti più sanguinari dei tempi moderni. Sponsorizzato dalla Regina Vittoria e affiancato dalla più corrotta aristocrazia britannica (i duchi di Abercorn e di Fife e il conte Grey) si impossessò in pochi anni, tra il 1888 e il 1895, del territorio degli Ndebele, raggirando il re Lobengula con un contratto capestro che gli consegnava, in cambio di un vitalizio di 1200 sterline annue, lo sfruttamento a vita degli immensi giacimenti minerari e mantenendo con la violenza il controllo del territorio. Sostenuto dal ministro britannico per le colonie Joseph Chamberlain, Rhodes fu dunque uno dei protagonisti della sanguinosa guerra contro i Boeri, il cui obiettivo era , oltre a rafforzare l’imperialismo inglese in Africa e contrastare quello tedesco, assicurarsi il possesso dei giacimenti d’oro e diamanti. Per capire la “profondità” del personaggio basterebbe il suo motto preferito: “il più importante bene commerciale è la bandiera inglese”; e in effetti, da abile venditore quale era, Cecil Rodhes divenne uno degli uomini più ricchi del pianeta, nonché uno dei più potenti. Fondò quella che ancora oggi è la più importante società nel campo dei diamanti – la De Beers – e soprattutto entrò a far parte dei circoli più occulti e influenti del capitalismo di fine secolo. Membro del Comitato dei 300, fondò la società segreta "Tavola Rotonda" in Inghilterra il 5 febbraio 1891, tra i cui soci fondatori vi erano anche quelli del futuro C.F.R.: Lord Esher, Lord Alfred Milner, Lord Rothschild e Lord Arthur Balfour.

    La costituzione del C.F.R. rispondeva alle mutate esigenze dei tempi: all'epoca della decolonizzazione e delle indipendenze, gli investitori e i commercianti europei poterono infine "agire con loro piena soddisfazione nel quadro politico della maggior parte degli stati indigeni ricostruiti (come avevano sognato di fare i loro predecessori nel XIX secolo) senza peraltro dover necessariamente affrontare i problemi legati al sistema, in passato indispensabile, della dominazione diretta ". Detto in altri termini: il colonialismo non era morto per la rinuncia da parte delle potenze europee ai vantaggi che procurava, ma piuttosto perché ormai esse erano in grado di ottenere i medesimi vantaggi con metodi più accettabili e più efficaci.
    Quel che è certo è che alla fine della prima guerra mondiale, con gli Stati Uniti già dominatori della scena, fu proprio lord Alfred Milner (1854-1925), ministro della guerra britannico negli ultimi sette mesi del primo conflitto mondiale, ex governatore in Sud Africa e massone della loggia Round Table, a stilare la prima piattaforma per la creazione del Council on Foreign Relations, avente come obiettivo principale l’affermazione degli Stati Uniti nella politica estera internazionale. E questo stesso obiettivo animava i diplomatici e i dirigenti economici che si riunirono a Washington fin dal 1939, sotto l'egida del Council on Foreign Relations. Essi cercavano i mezzi più efficaci per riuscire, a guerra finita, a piegare l'economia mondiale post-coloniale agli interessi del commercio americano.

    Queste discussioni portarono alla famosa conferenza di Bretton Woods del 1944, nel corso della quale furono fondati la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (Fmi). In quegli anni l’influenza del CFR continua ad essere particolarmente forte nella politica estera americana e a cavallo del secondo conflitto mondiale gli esperti del Consiglio lavorano alacremente alla messa a punto delle future strategie imperialiste USA che, con largo anticipo sui tempi, ritengono debbano fondarsi prevalentemente sul dominio della finanza e su “forme non convenzionali” di imperialismo estese all’intero pianeta.
    Henry R. Luce, membro di spicco del CFR, spiega efficacemente tale concetto sulla rivista Life del febbraio 1941. “Le tirannie possono aver bisogno di un vasto spazio vitale…ma la libertà richiede e richiederà uno spazio vitale molto più vasto della Tirannia". Negli stessi anni il CFR è particolarmente attivo all’interno dei gruppi di studio a cui il governo USA affida il compito di rielaborare un vecchio progetto del finanziere Bernard Baruch: la creazione di una Società delle Nazioni a cui affidare, almeno nelle intenzioni, porzioni sempre più ampie della sovranità degli Stati-membri, progetto che, almeno in parte, porterà alla creazione delle Nazioni Unite che nelle intenzioni del CFR dovevano divenire un sistema internazionale finanziario di controllo: <<…il CFR ha vigorosamente appoggiato al debutto con tutta la sua potenza economica e finanziaria la costituzione dell’ONU, considerata come una tappa maggiore verso la realizzazione del Governo mondiale…>> (cfr. Carroll Quigley, “Tragedy and Hope”). Un concetto analogo lo esprime Paul Scott, cronista del Washington Post, parlando dell’uomo politico più potente che il CFR abbia mai annoverato tra le sue fila: <<Kissinger crede che controllando gli alimenti si può controllare il popolo e controllando l’energia, il petrolio, si possono controllare le nazioni e i loro sistemi finanziari. E’ convinto che mettendo il cibo e il petrolio sotto un controllo internazionale e istituendo un nuovo ordine monetario internazionale è possibile che un governo mondiale, almeno agli inizi sotto l’egida delle Nazioni Unite, diventi una realtà...>>. Nel 1948, il CFR è nell’entourage di Harry Dexter White, il funzionario del Tesoro che, a Bretton Wood, pone le basi per creare il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale. Negli anni successivi, il CFR potenzia ulteriormente i suoi ranghi e molti degli uomini di potere americani transitano per le sue stanze: certamente il Segretario di Stato Warren Christopher e il Generale Colin Powell e, secondo alcuni, lo stesso presidente Clinton.


    Nell’elegante sito del CFR, del resto, possiamo leggere che la mission dell’organizzazione si sostanzia:
    nel contribuire ad accrescere la rilevanza degli Stati Uniti nel mondo influenzando la politica estera statunitense e dotandola di una prospettiva sinceramente “nazionalista” attraverso l’elaborazione teorica dei membri del CFR ( che pubblicano, tra l’altro, la “prestigiosa” rivista Foreign Affaire) e formando la prossima generazione di leaders in affari internazionali.
    Fanno parte del progetto CFR il Center of Geoeconomic studies e il Center for Preventive Action, fondato nel 1994, avente come strategia di intervento per la prevenzione dei conflitti quella del carrots and sticks (bastone e carota o incentivi e imposizioni) per “modificare” l’atteggiamento dei leaders locali di paesi che si ritengano potenzialmente pericolosi. Sul C.P.A. vale la pena spendere ancora qualche parola sul suo organigramma. Presidente dall’aprile 2001 è il generale William L. Nash, esperto in sicurezza nazionale, guerra psicologica e azioni preventive. Nash è stato comandante militare in Bosnia e amministratore delle Nazioni Unite in Kosovo; veterano del Vietnam e dell’operazione Desert Storm è oggi considerato uno dei maggiori esperti mondiali di peacekeeping. Collabora stabilmente con l’ O.N.U., per conto della quale era stato incaricato di svolgere l’inchiesta sul massacro di Jenin. Direttori sono poi Janine Hill, esperta in diritto internazionale e prevenzione dei conflitti, ex vice presidente della Salomon Brothers, e David L. Phillips, esperto di azioni umanitarie, prevenzione dei conflitti e mediazione diplomatica, ex membro del Dipartimento di Stato U.S.A. e del Center for Strategic and International Studies ed editorialista dell’International Herald Tribune e del Wall Street Journal.






    La Mont Pelerin Society


    "La ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di lavoratori poveri ... Per rendere la società felice e la gente tranquilla nelle circostanze più difficili, occorre che la maggior parte di essa sia ignorante e povera ...”
    Bernard Mandeville

    La potentissima Mont Pelerin Society è uno dei laboratori cardine dell'ultraliberismo. Fondata nel 1947 a Mont Pelerin, in Svizzera, da 38 economisti, nasce come società semi segreta che raccoglieva i seguaci oltranzisti di Adam Smith. Molti dei primi aderenti alla Mont Pelerin Society erano contemporaneamente membri della Unione Pan-Europea, un’associazione di oligarchi fondata negli anni Venti dal conte Richard Coudenhove-Kalergi che si riproponeva di costituire una "Europa delle regioni", una confederazione feudalista di piccole enclavi etniche, che avrebbe dovuto soppiantare l’Europa degli Stati Nazionali.
    Alla fondazione della Mont Pelerin non mancavano Ottone d’Asburgo e Max von Thurn und Taxis, della famiglia bavarese di origine italiana (Torre e Tasso). Massimo ispiratore fu l’economista della scuola austriaca Friedrich von Hayeck (Vienna 1899-Friburgo 1992), cugino di Ludwig Wittengstein, formatosi alla scuola di Carl Popper, probabilmente il più autorevole esponente del pensiero liberale novecentesco. Vittima degli attacchi di Hayek è l’idea socialista da chiunque sostenuta; non a caso il suo The Road to Serfdom (La via della servitù) inizia con un eloquente "Ai socialisti di tutti i partiti", dove per socialisti il nostro intende non solo gli esponenti degli stati totalitari o i socialisti dichiarati degli stati democratici, ma anche tutti coloro che negli stati democratici, pur proclamandosi liberali, vorrebbero ampliare l’influenza del governo nella vita dei cittadini, in particolare nella sfera economica.
    Le istituzioni cardine che hanno consentito lo sviluppo dell’ordine esteso sono quelle della proprietà individuale e del commercio. Nel 1974 ottenne il Nobel per l’economia. Testo chiave di Von Kayek, dicevamo, è La via della servitù (1944), nel quale rende omaggio al pensiero di Karl Menger, padre della scuola austriaca fisiocratico-utilitarista e strenue avversario di ogni forma di controllo statale sull’economia. Von Hayek, utilizzando lo spettro del nazismo, associa strumentalmente al totalitarismo hitleriano ogni forma di intervento dirigistico dello Stato sul libero mercato. Obiettivo della sua critica è in realtà Roosevelt e il sistema economico americano, non sufficientemente rispettoso della supremazia assoluta dell’individuo. La ricetta economica di Von Hajek si fonda su tre punti : monetarismo puro, deregolamentazione assoluta del mercato e federalismo pan-europeo. Sulla scorta di questa strategia, Hayek e la sua scuola ingaggiarono una vera e propria guerra al keynesismo e a tutte le dottrine economiche che tenessero in eccessiva considerazione il sociale. Insieme a Hayek scesero in campo altri due fondatori della Mont Pelerin, Ludwig Von Mieses, uno dei maggiori teorici del monetarismo e Milton Friedman, luminare della Chicago University e uno delle eminenze grigie del regime di Pinochet in Cile, che elesse a laboratorio per la sperimentazione dell’economia ultraliberista: in tre anni fu dimezzata la produzione industriale – ad eccezione di quella mineraria – l’inflazione raggiunse il 340% e il paese fu ridotto alla fame. Da notare che sia il ministro dell’economia Dergio de Castro che il presidente della banca centrale Barahona avevano studiato direttamente sotto Friedman a Chicago. Quanto insofferente fosse Friedman del controllo statale si evince dal suo elogio di Honk Kong:
    "Nel mondo di oggi i governi accentratori sono ovunque. Ci possiamo chiedere se esiste un esempio attuale di società che faccia essenzialmente affidamento sullo scambio volontario attraverso il mercato per organizzare l’attività economica e in cui il governo abbia un ruolo limitato ... Forse l’esempio migliore è Hong Kong — un lembo di terra vicino alla Cina continentale ... non ha tariffe o altre barriere al commercio internazionale ... Il governo non esercita una direzione dell’attività economica, non c’è una legge sul salario minimo ... C’è una certa ironia nel fatto che Hong Kong, Colonia della Corona inglese, debba essere il moderno esempio di libero mercato e di governo ridotto".
    Nel 1976 Friedman ha ottenuto il Premio Nobel per l’economia. Questo riconoscimento accademico è diventato una sorta di appannaggio della Mont Pelerin. Viene conferito quasi sempre ai suoi membri oppure a gente indottrinata dai suoi guru. Tra questi George Stigler (1982), James Buchanan (1987) e Gary Becker (1992).

    La Mont Pelerin si ramificò in breve tempo in un complesso arcipelago di associazioni e fondazioni, grazie soprattutto all’attivismo dell’ inglese, Antony Fisher, leaureato a Eton e Cambridge. Cooptato nella Mont Pelerin nel 1954, ne fondò la prima succursale a Londra nel 1955, sotto il nome di Institute of Economic Affairs (IEA). Nell’impresa lo aiutarono von Hayek, che allora si trovava a Chicago, e Ralph Harris, uno dei leader della Società di Eugenetica Britannica, fautrice delle stesse teorie che portarono alle leggi razziali di Adolf Hitler. Quando ottenne l’incarico di Primo ministro nel 1979, Margaret Thatcher manifestò tutta la sua gratitudine all’apparato dell’IEA nominando Antony Fisher lord a vita e conferì un’onorificenza cavalleresca a Ralph Harris. Tra le operazioni più riuscite di Fisher si annovera la rimessa a nuovo della Heritage Foundation, dopo averla condotta nell’orbita della Mont Pelerin. La Heritage ebbe un ruolo fondamentale nell’elezione di Ronald Reagan alla presidenza nel 1980. Per l’occasione, al timone della Heritage si piazzarono due britannici, sir Keith Joseph, hayekiano, e Stuart Butler, della Società Fabiana. Con l’esplicito sostegno di von Hayek, di Milton Friedman e della Thatcher, Fisher avviò una strategia della IEA tesa a cancellare l’immagine "estremista" del liberismo per farne la "nuova ortodossia". Oggi sono 108 i centri studi affiliati alla IEA diffusi un po’ in tutto il mondo e alcuni di essi, come il Cato Institute, in nome della libertà dei mercati e per dotarsi di una facciata “progressista”, si fanno promotori della depenalizzazione completa di tutte le sostanze stupefacenti al fine di recuperare e valorizzare l’economia sommersa.
    La teorizzazione dell’economia "informale", il sommerso, è opera del conte Max von Thurn und Taxis, tesoriere della Mont Pelerin, che trattò questo tema nel convegno che la Mont Pelerin tenne in Texas nel 1980: "Che cosa dobbiamo intendere per economia sommersa? Il nome suggerisce attività criminali come il traffico dei narcotici, gioco d’azzardo, estorsioni e rapine. Queste attività fanno certamente parte dell’economia sommersa", e cosa dire delle transazioni finanziarie non registrate, la speculazione rampante, fuori da ogni controllo?: "Queste transazioni sono state chiamate ‘libere’ non soltanto perché sono esentasse, ma sono anche libere dalle regole e restrizioni dei governi e di tutte le prassi burocratiche necessarie".

    Questa è la libera impresa nella sua forma pura, dice il titolato mitteleuropeo. Secondo le sue stime essa ammonterebbe al 7,5% in Inghilterra, si aggirerebbe tra il 5 ed il 25% negli USA e tra il 10 ed il 30% in Italia, dove il massimo esperto dell’economia sommersa è uno dei due soli aderenti italiani alla Mont Pelerin, il ministro Antonio Martino ( che ne è stato presidente dal 1988 al 1990), l’altro è l’economista Sergio Ricossa.

    Illustrando i vantaggi del sommerso von Thurn scrive: "Un pool flessibile di forza lavoro può essere usato o meno, a seconda delle esigenze delle attività, indisturbate dalle leggi che proteggono i lavoratori", "salari e condizioni di lavoro ... che vengono liberamente negoziate", la mancanza di regolamentazione è tale per cui "chi ha un lavoro regolare trova nel ‘sommerso’ gli incentivi per attività che sarebbero altrimenti frustrate dalle tasse". Per far sentire bene tutti questi vantaggi, von Thurn raccomanda che si aboliscano o riducano i salari minimi, consentire o aumentare il lavoro giovanile: "I salari minimi ai livelli attuali in molti paesi rendono difficile se non impossibile occupare i giovani impreparati nell’economia di superficie. Non hanno altra alternativa oltre all’offrire i loro servizi nel sommerso". L’istituzionalizzazione dell’economia nera in Russia è stato il compito più importante al quale la Mont Pelerin si è dedicata dopo il 1992. I parlamentari americani della Rivoluzione Conservatrice capeggiati da Newt Gingrich, che furono eletti in massa nel 1996, dicevano ai colleghi russi di non preoccuparsi, il boom della criminalità a cui essi stavano assistendo nel loro paese rappresentava soltanto un fenomeno secondario della fase di crescita, essa viene attraversata da qualsiasi economia "liberista".

    Un personaggio come Edward Luttwak, del centro di Georgetown per gli Studi Strategici e Internazionali è tanto entusiasta di questa politica del sommerso in Russia, da arrivare a proporre il Nobel per i fautori del modello russo. All’inizio del 1996 lord Harris of High Cross, il luminare della Mont Pelerin che dirige la succursale inglese dell’IEA, si esibì in lodi sperticate per un gruppo di mafiosi russi, il raggruppamento attorno a Gaidar, che lui aveva personalmente coltivato nei suoi uffici dell’IEA a Londra. Tra i suoi rampolli spiccava anche Igor Kagalowsky, il funzionario del FMI a Mosca famoso per gestire le enormi transazioni illecite effettuate dalla mafia russa attraverso la Bank of New York.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    L A L E G G E N D A D I H I R A M



    di Aldo Giannatiempo



    Questa è una serie di appunti dove si cerca di indagare sui meccanismi della storia e sull' insorgenza e significato dei miti nel momento in cui il quadro della società deve mutare per sollecitazioni insite nel rapporto tra uomo e natura.


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    Non conosciamo esattamente il momento di ideazione e codificazione della leggenda di Hiram che probabilmente deve essere attribuita a Desagulier nel momento in cui si andava definendo il tracciato complessivo del quadro di formazione massonica; in essa ritroviamo la base comune di partenza dei miti, delle leggende e degli aspetti di frattura fra tradizioni e comportamenti che si possono individuare in particolari momenti dei processi formativi delle società.

    Zoroastro, Osiride, Tammuz, Adone, ecc. fanno tutti parte di un complesso mitico attraverso il quale occorre indagare per l' individuazione di un principio, di un termine comune che possa spiegare il momento evolutivo dei popoli alla ricerca del mito della felicità e dell' equilibrio primordiale o età dell' oro.

    La morte di un Dio o di un eroe, definito come elemento di collegamento tra uomini e divinità, sta a rappresentare una frattura nel percorso di identificazione e collocazione dell' uomo nel mondo delle origini, ma anche come vedremo indica il momento di mutazione insito in questo rapporto.

    Il tema dell' iniziazione e quello della rottura e ricostruzione della cosmogonia restano i passaggi fondamentali per la strutturazione di questi miti, le due proposizioni sono strettamente collegate dato che la trasformazione cosmogonica implica un' iniziazione per costruirne un' altra sottolineata e concepita sempre da un essere che intellettualmente e spiritualmente si eleva al di sopra della massa comune.

    Il problema legato antropologicamente all' iniziazione comporta la morte dell' uomo voluta dalla divinità come esperienza iniziatica, ma l' uomo che non la comprende risponde con l' uccisione del Dio e la conseguente creazione dell' apparato filosofico mitico o misterico per porre le basi di una nuova concezione.

    L' analisi invece del problema cosmologico impone la fine di un ciclo con l' uccisione del Dio o dell' eroe ad esso collegato per ricostruire il Cosmo secondo nuovi parametri ed anche in questo caso si ha la formazione del culto misterico per dare nuove basi a questa manifestazione .

    Antropologicamente si può individuare la stessa operazione nei momenti fondamentali di mutazione delle società, come quello da nomadica a stanziale o agricola, in cui il tema dell' uccisione è l' irruzione sulla scena di nuove divinità in sostituzione di quelle passate ed altri aspetti che possiamo citare sono il passaggio dalle società matriarcali a quella patriarcali, la nascita della polis, l' inizio dell' industrializzazione, l' esaurimento di determinate fonti energetiche e la sostituzione con altre ecc..

    Nella filosofia greca la visione globale dell' universo sviluppava la tendenza all' annichilimento; sia Aristotele che Platone consideravano la storia come un processo di decadenza che secondo Esiodo si sarebbe sviluppato in 5 fasi :

    età dell' oro, dell' argento, del bronzo, degli eroi, del ferro.

    La possibilità fornita all' uomo dello sviluppo continuo veniva annullata dall' ipotesi dell' allontanamento dal Centro e dal Principio per arrivare alla decadenza nel progressivo oscurarsi della memoria delle origini.

    Non concordiamo assolutamente con Hobbes che tendeva a considerare gli antichi come una razza stupida e primitiva, solo in seguito si è sviluppata l' analisi dello sviluppo drammatico che seguì ogni passaggio di soglia entropica il cui primo esempio fu la fase di transito da cacciatori a raccoglitori. I problemi legati alla comprensione dello sviluppo furono giustificati e rappresentati dal mito di Pandora che rese sempre più difficili i cicli di crescita anche per l' uscita graduale da un modello e l' accesso ad un altro.

    Indubbiamente alcuni elementi come l' insorgenza del concetto di proprietà e relativa difesa di essa con l' emanazione in seguito di regole appropriate ed il legame conseguente con l' orizzonte religioso influì sullo sviluppo dell' area tribale.

    In definitiva nella visione greca si ha un modello di sviluppo che va dall' ordine al caos, con la riproposta ciclica delle varie ere che nel quadro generale si presentano sempre più deboli nell' organizzazione e nella strutturazione degli elementi suddetti.


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    Nella visione giudaico cristiana si innesta il concetto lineare della storia attraverso la manifestazione del profetismo e della soluzione messianica; il percorso si sviluppa attraverso la seguente successione:

    Creazione, redenzione, giudizio.

    Sono molte le differenze che Tra il Cristianesimo e la religione ebraica, ma anche se alcune posizioni sarebbero utilissime a giustificare l' insorgenza del mito di Hiram, preferiamo analizzarle sotto l' aspetto particolare delle variazioni addotte al superamento delle soglie entropiche.

    Nel 1750 all' università della Sorbona avvenne un fatto che possiamo considerare fondamentale, Turgot ipotizzò che il progresso era sempre migliorativo e questa idea sostituì rapidamente tutte le altre visioni anche appoggiandosi a quella speranza e quella fiducia che l' illuminismo come erede del rinascimento aveva dato al mondo.

    La fase della preindustrializzazione forniva orizzonti di progresso sconosciuti che al momento apparivano certamente risolutivi per l' umanità. Turgot aveva respinto l' andamento ciclico di decadenza per affermare un andamento migliorativo continuo; lo stesso ribaltamento temporale che il cristianesimo aveva introdotto come superamento dell' epoca pagana si affacciava ora anche nell' evoluzione del progresso.

    L' azione indicava indubbiamente un grande atto e dichiarazione di fiducia nel potere di costruzione delle civiltà con la mediazione dell' intelligenza e non si poneva affatto il concetto di limite o almeno di traguardo da raggiungere, e puntualmente veniva trascurato il tema dell' eventuale ridistribuzione della ricchezza che derivava da questo processo.

    Questo atteggiamento costituiva l' atto finale di quella visione meccanicistica della vita e dell' Universo nata con Bacone, sviluppata da Cartesio e da Newton che codificarono le leggi e le strutture matematiche atte a dimostrare l' equilibrio universale.

    Se per i Greci era importante porsi il perchè metafisico delle cose, per Bacone era più importante conoscere il come delle cose poichè " lo scopo vero e legittimo delle scienze era quello di fornire alla vita umana nuovi poteri attraverso le nuove scoperte".

    Cartesio asseriva la sua convinzione che la matematica era lo strumento di conoscenza più potente di qualunque altro trasmesso dalla conoscenza umana perchè era alla base di tutte le cose manifeste.

    Newton quando asseriva che " tutti i fenomeni dipendono da certe forze..." implicitamente aveva annullato l' ultimo residuo di intervento soprannaturale nel mondo.

    Continuando sulla visione filosofica potremmo citare Loke con la sua visione della natura che deve essere totalmente utilizzata dagli uomini per la produzione di ricchezza, facendo attenzione all' insorgere dei problemi sociali che avevano come causa prima la visione teocentrica del mondo.

    Se Bacone aveva tolto l' area sacrale dalla natura, Locke l' aveva tolta dalla vita degli uomini.

    Questa tendenza proseguì su tutti i campi di applicazione delle scienze.

    Adam Smith asseriva che "occorre togliere la moralità dall' economia perchè essa è un ostacolo alla ricchezza ed al progresso individuale e collettivo."

    Queste sono le idee portanti di un edificio che è stato man mano costruito, senza addentrarci nella mutazione del pensiero che da S. Agostino passò attraverso Gioacchino da Fiore, che dalla visione tolemaica passò alla cartesiana, che vide in Calvino la memoria dell' interpretazione della ricchezza ripresa da Paolo ecc.

    L' oblio delle cosmologie e la solitudine dell' uomo comincio' ad essere sempre più presente nel mondo, quel complesso di visione umana e sacrale da interpretare come una via di sviluppo nell' ambito della creazione e del successivo manifestarsi venne pian piano ad avere un unico referente, l' essere umano che sostituiva qualsiasi incidenza soprannaturale nella manifestazione e qualsiasi legge universale tradizionale.

    La morte di Hiram , l' oscuramento volontario di alcune possibilità offerte dal pensiero, il lento procedere dei concetti di proprietà, Legge umana in sostituzione di quella divina, le stesse religioni sempre in evoluzione sotto aspetti puramente dettati dalle esigenze profane e sempre più lontane dalle esperienze primitive delle scritture, tutto questo viene rappresentato dalle figure degli assassini del maestro.

    La via dell' evoluzione ha seguito tracciati di decadenza supportati solo dalla speranza nella tecnica non identificabile come scienza.


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    Ma cosa rappresenta in questo quadro la figura di Hiram inserita come momento di riflessione e approfondimento nella filosofia massonica?

    Certamente Desagulier era un profondo conoscitore della storia del popolo ebraico, del suo culto e delle sue tradizioni ed ha voluto inserire la figura mitica di Hiram per comunicare qualcosa che deve essere relazionato alle conoscenze della Fratellanza, al suo modo di agire nel mondo, al suo fine di rifondazione di civiltà e al potere di confrontarsi con espressioni diverse.

    Noi sappiamo dalla Bibbia che Hiram era il Re di Tiro che ricevette la richiesta da Salomone di aiuto per la costruzione del Tempio.

    Il popolo ebraico, composto da una molteplicità di tribù nomadi sparse sul territorio seguiva una religione che molto doveva a quella del popolo cananeo stanziato sullo stesso territorio con la raffigurazione del Dio guerriero e interferente nella vita dello stesso popolo.

    Salomone, con la sua nuova concezione di regno e la conseguente immagine che doveva dare di esso promosse grandi attività edilizie mutando lo stato pastorale e nomadico in quello stanziale; la conseguente esperienza delle costruzioni doveva essere appoggiata e interpretata da qualcuno che avesse già esperienza in materia.

    Questa tendenza ruppe l' equilibrio tradizionale ma ancor più questo fu distrutto dalla sede stanziale del Dio decisa dal Re che finì per togliere la sua presenza presso il popolo per relegalo nel Sancta Santorum del Tempio costruito nell' area del palazzo reale.

    Il concetto di Tempio quindi e del suo realizzatore, Hiram sta a rappresentare questo complesso di mutazioni e costruzione di una nuova cosmogonia che rompeva la continuità della Tradizione ebraica tanto che si ebbero le prime scissioni in seno alle tribù con la nascita di molteplici sette come ad esempio quella dei rechabiti di tendenza tradizionale.Tutta questa operazione significava mutare i rapporti con il territorio, creare il concetto di proprietà e conseguente ricchezza, stabilire delle regole nuove in difesa di essa e mutare il rapporto con il divino per far rispettare quete regole.

    Fino a quel momento tutto era in comune, esisteva la collettività e non l' individualità ed il nuovo quadro di eventi venne a ribaltare tutte queste visioni.

    Troppo lontano dalla concezione ebraica era il tipo di costruzione e di ornamento che il Tempio rappresentava; ricordiamo la presenza del Dio nella tenda che veniva eretta per sua volontà e su precise indicazioni da Lui fornite, e ricordiamo anche la manovra di trasformazione che avviò Salomone nel senso dell' assolutismo reale che volle che la dimora del Dio fosse unica e venisse controllato e gestito da una casta speciale il santuario dove questi poteva essere adorato.

    E' chiaro che il Tempio di Salomone con la sua magnificenza, la sua grandezza e la collocazione all' interno di una cinta muraria fortificata o acropoli reale e gestito solo da una classe gerarchica sacerdotale fortemente chiusa era totalmente distante dalla pura religione che Mosè aveva portato fuori dal deserto ed in più l'obbligo della corvèe per la costruzione in alternativa al servizio militare che era vissuto come servizio per la volontà del Dio guerriero prefigurato come quello Cananeo, toccava le strutture profonde emotive e tradizionali che avevano rappresentato il punto di coesione di tutto un popolo.

    Uccidere Hiram, quindi, per evitare la rottura della Tradizione (equivalente ad evitare anche una colonizzazione straniera spirituale e culturale) significa il sacrificio rituale per preservare valori storici vissuti per secoli. A sua volta Hiram era l' emanazione di un' altra Tradizione già consolidata che in definitiva aveva già staccato il popolo dal suo Dio relegandolo sempre nei Templi ossia togliendogli l' immanenza presso le genti e dandogli una dimora ufficiale.

    Molto più tardi gli Ebrei cominciarono a riconoscere il Tempio come punto di aggregazione ma possiamo anche considerare un motivo di desacralizzazione l' atto di togliere a Yahweh la sua costante presenza presso le genti trasformandolo come analizza Eliade nel Deus Otiosus ossia nel Dio ormai incapace di portare avanti la sua quotidiana e permanente azione presso il popolo che venne sostituita dalla speranza messianica .

    Il Tempio fu recepito come simbolo solo all' epoca della dominazione romana e cominciò a rappresentare il punto unitario e centrale dell' unità ebrea nell' attesa dell' intervento messianico che liberasse il popolo dall' invasore.

    Ma Hiram era stato chiamato come esperto per la costruzione di qualcosa di più grande; il Tempio doveva rappresentare il primo nucleo della città da costruire per le tribù nomadi, la sua azione primitiva nel Tempio doveva avere una relazione con la manifestazione del divino nelle nuove strutture con l' obbiettivo della stanzialità.

    Questa visione nuova per le tribù doveva implicitamente portare alla definizione di una nuova proprietà, di nuove leggi più caratterizzate sullo sviluppo della società e su di un mutamento della visione religiosa.

    Ancora una volta riscontriamo i termini equiparabili ai nomi degli assassini del maestro.

    ( Per inciso possiamo affermare che l' inizio del concetto di desacralizzazione prese l' avvio dal Tempio e proseguì nella divisione fra cattolicesimo paolino, e relativa teologia, molto distante dalla situazione del cristianesimo primitivo di tipo ebionita e nestoriano o anche ortodosso che rispettava i codici e le intenzioni del fondatore descritto nei Vangeli.)

    Quale significato ha dunque per la massoneria questa leggenda e quale insegnamento trarne sulla base sia culturale che etica?


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    Una considerazione fondamentale e curiosa è la verifica del passaggio da una soglia entropica ad un' altra con tutto il conseguente problema di paure per il futuro e per il momento di disorganizzazione che questo comporta; viene ucciso chi ha previsto questo futuro o colui che conosce già alcuni metodi organizzativi, cercando con ciò di mantenere l' impossibile stato attuale dato che il futuro rappresenta un salto nel buio.

    Il concetto di entropia è in definitiva il passaggio dallo stato di ordine a quello di disordine; l' energia del sistema subisce continuamente una trasformazione a causa dell' attività umana che trasforma la stessa energia da rinnovabile a non rinnovabile.

    Ogni mutamento sociale porta ad un maggiore utilizzo di energie facendo continuamente aumentare la soglia entropica.

    Un esempio tipico è quello della fase di stanzialità nel deserto delle tribù ebraiche; nell' area di Har Karkoum le tribù ebraiche sfruttarono per 40 anni le possibilità del territorio e delle poche sorgenti che si trovavano in quella zona fino ad apportare un degrado così intensivo sul territorio da portarlo alla desertificazione. Gli scavi recenti stanno dimostrando questa tesi.

    Nel periodo in cui venne codificata la massoneria la mancanza del legno era diventata endemica, circa 80 anni prima era stata data la possibilità di sfruttare le miniere di carbone; Londra in quel momento iniziava a ricostruire tutti i suoi edifici in legno con quelli in pietra.

    I mutamenti sociali,come sempre avviene al passaggio della soglia entropica erano radicali, occorreva stabilire nuovi tipi di organizzazzione del lavoro per la fase preindustriale, occorreva emanare nuove leggi che in seguito si dimostrarono sempre a difesa del capitale e della proprietà escludendo gran parte della popolazione dal benessere che il cambiamento doveva apportare, si annullò tutta quella fascia di credenze e spiritualità che agivano anche nel senso del controllo sociale.


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    L' intellettuale ed il Massone come possibili elementi da sacrificare nello scontro tra cultura e progressivo imbarbarimento?

    La fiducia nella tecnica sta producendo tutto questo.

    Ora che ci avviciniamo ad un' altra soglia entropica i massoni sono tutti degli epigoni del maestro Hiram che, interessandosi alla stabilità, alla culturizzazione e riqualificazione sociale ed al progresso etico dell' umanita' dovranno lottare nel momento di disgregazione dell' attuale sistema in attesa che si ricomponga un nuovo modello.

    L' ammonimento sul futuro, la dimostrazione dell' avanzata del deserto interiore e esteriore farà sì che la Fratellanza potrebbe seguire la stessa sorte di Hiram poichè susciterà la paura della imminente destabilizzazione, perchè dovrà colpire i livelli di benessere e interesse attuali, perchè sarà portatrice della visione apocalittica che significa la fine di una nuova barriera entropica e quindi una nuova accelerazione verso il pianeta terra ormai precluso alla vita.


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    E se la leggenda di Hiram volesse significare anche questo meccanismo ben conosciuto agli iniziati che individua nel passaggio delle soglie entropiche il momento della barbarie?

    Questi salti di soglia si manifestano ciclicamente, ma non cè in essi un ritorno all' origine in senso temporale ma mitico. Sarebbe quindi la sintesi tra processi ciclici susseguenti ed andamento lineare che va da un principio ad una fine.

    Potremmo quindi pensare ad un collegamento, ad una fusione tra il mondo pagano e quello delle religioni rivelate, potremmo pensare ad un nuovo quadro etico che riesca a fondere le antiche conoscenze con le attuali.

    Hiram e codificazione etica fanno un percorso paritario!

    L' esoterismo, troppo spesso interpretato in modo frammentario e standardizzato, ci porta ad una cultura dove l' equilibrio e le possibilità erano più dilatate, dove il bilancio fra uomo e natura era paritario, dove la vita era forse migliore.

    Periodicamento il maestro Hiram viene ucciso per l' invenzione di percorsi che storicamente si stanno dimostrando sempre più carenti nell' identità culturale, filosofica, educativa, e di sviluppo.

    Hiram viene ucciso per annullamento della coscienza e della conoscenza!

    Hiram viene ucciso dal concetto di proprietà e di ricchezza polarizzate!

    Hiram viene ucciso dalle leggi poste a difesa di questo sistema!

    Hiram viene ucciso per annullamento di dimensioni spirituali!

    Noi massoni siamo convinti di aver recepito questo messaggio?


    Adam Smith asseriva che "occorre togliere la moralità dall' economia perchè essa è un ostacolo alla ricchezza ed al progresso individuale e collettivo."

    http://www.esoteria.org/documenti/ma...gendahiram.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    http://www.vitriol.it/Nigra_4%B0%5CNIGR010.htm

    Inquadramento storico del ‘700 fino alla Rivoluzione francese


    Mentre nell’Europa orientale è in corso la prima fase della Seconda guerra del Nord, in Occidente si combatte la guerra di successione spagnola. Carlo II d’Asburgo, privo di discendenti diretti, lascia la corona di Spagna a Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV. L’Inghilterra, l’Olanda, gli Asburgo d’Austria, la Prussica, temendo che l’ascesa di un Borbone sul trono di Madrid favorisca la ripresa dei disegni egemonici del Re Sole, si uniscono nella Grande Alleanza dell’Aia e muovono guerra ai Franco-spagnoli. Dopo varie vicende, l’Alleanza riesce ad imporre ai nemici le paci di Utrech e Rastad, che riconoscono Filippo V come successore di Carlo II ma segnano un deciso regresso sia per la Francia sia per la Spagna. La Francia, infatti, cede all’Inghilterra le più importanti basi coloniali di Terranova e di Acadia; la Spagna cede all’Inghilterra la rocca di Gibilterra e l’isola di Minorca, e all’Austria le Fiandre e tutti i domini italiani ad eccezione della Sicilia, assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, che nel 1720 dovrà poi scambiarla con la Sardegna. Vantaggi notevoli ottiene la Prussica, mentre l’Inghilterra s’avvia a diventare la massima potenza coloniale del pianeta, proprio in un periodo nel quale lo sfruttamento delle colonie acquista un valore decisivo ai fini economici e politici.

    Esauritesi le miniere americane d’oro e d’argento, le colonie vanno assumendo un nuovo significato come fonti preziose dei cosiddetti generi coloniali: zucchero di canna, cotone, tabacco, caffè, droghe e simili. Per la coltura dei generi coloniali occorre mano d’opera numerosa e a basso costo. Le navi negriere la procurano deportando dall’Africa in America grandi masse di schiavi.

    L’età che si chiude con la morte di Luigi XIV presenta un bilancio positivo: gli orizzonti geografici degli Europei si sono enormemente dilatati, con conseguenze materiali e culturali di grande rilievo.

    La scienza, grazie all’opera di geni come Galilei (1564-1642), Keplero (1571-1630), Pascal (1623-1662), Leibeniz (1646-1716), Newton (1643-1727) ha elaborato una precisa e fecondissima metodologia, ma ha compiuto progressi quantitativi e qualitativi di importanza fondamentale. In connessione strettissima con la tecnica, essa è ormai diventata uno strumento essenziale per modificare e migliorare le sorti del mondo e della società.



    Dopo la guerra di successione spagnola l’Europa gode di un ventennio di pace, e i governi ne approfittano per cercar di rianimare l’economia dei propri paesi: particolarmente interessanti, come manifestazioni tipiche del sistema capitalistico sono, in Inghilterra, la fondazione di società per azioni Bubbles (per il loro carattere speculativo e avventuroso), e in Francia le iniziative di John Law, rivolte a incrementare le attività produttive e gli scambi mediante la facilitazione del credito, l’aumento della liquidità (ottenuto mediante l’adozione della carta-moneta) e la mobilitazione del risparmio, largamente investito dai cittadini nell’acquisto di azioni della Compagnia delle Indie. I risultati pratici di queste iniziative, parziali e sporadiche, furono nel complesso modesti; restò comunque acquisito che l’azione dei governi doveva esercitarsi anche in ambiti un tempo ignorati dai poteri pubblici oppure considerati sono in via eccezionale. Questa è la premessa esplicita delle riforme più impegnative ed organiche promosse nella seconda metà del ‘700.



    Scomparso Luigi XIV nel 1715, la corona di Francia passò al pronipote Luigi XV, un fanciullo di soli 5 anni, affidato alla reggenza di Filippo d’Orleans. Il reggente ereditava una situazione difficilissima perché negli ultimi anni del Re Sole, l’ostilità contro l’assolutismo si era fatta più aspra e diffusa, le finanze erano state dissanguate dalle guerre. Il debito pubblico aveva raggiunto livelli così elevati che lo stato non era in grado di restituire il danaro ricevuto in prestito. Il sistema fiscale rimaneva caotico, iniquo e inefficiente, nobiltà e clero erano esenti dalle tasse, le imposte indirette (sull’oro, sull’argento, sulle carte da gioco, sul sale, sui tabaccai, sui contratti ecc.) erano volte più a frenare gli scambi e le attività produttive che a rinsanguare le finanze. Le imposte non erano neppure equamente distribuite su tutto il paese, la tassa sul sale, per esempio, variava enormemente da regione a regione; analogamente la taglia, la più importante delle imposte dirette, in alcune regioni cadeva soltanto sulla proprietà terriera, in altre sui redditi globali, valutati essi stessi con criteri approssimativi e arbitrari. Sarebbe stata necessaria una riforma fiscale che mettesse un minimo d’ordine e di giustizia ma, Filippo d’Orleans non volle tentarla. Restituì parte dell’antico potere ai parlamenti, alla nobiltà e al clero. Il reggente affrontò il problema delle finanze riducendo le spese militari e svalutando la moneta, accettò i consigli del banchiere scozzese John Law, ideatore di un piano per il rilancio dell’economia francese.



    Una delle acquisizioni più originali del pensiero settecentesco è la fondazione della scienza economica, dovuta all’opera di studiosi francesi ed inglesi.

    Data l’importanza decisiva dei fatti economici può sembrare strano che la riflessione scientifica sia iniziata solo nella seconda metà del ‘700, con quasi due secoli di ritardo rispetto alla fisica. Si deve però considerare che l’economia si occupa di processi estremamente complessi; legati all’imprevedibile creatività dell’uomo e perciò più difficilmente riducibili agli schemi quantitativi usati dalle altre scienze. In secondo luogo va notato che solo la maturazione del sistema capitalistico fornì le condizioni adatte perché l’attività economica fosse colta nelle sue caratteristiche specifiche. Il latifondista dell’età classica sfruttava gli schiavi per procurarsi i mezzi necessari a svolgere le attività politiche e culturali, uniche degne dell’uomo libero. Il feudatario sfruttava i servi della gleba per procurarsi i mezzi necessari a svolgere le attività militari, vanto e decoro del cavaliere. In tutti e due i casi la produzione era un mezzo per fornire i beni necessari alla classe dirigente, che realizzava se stessa in attività superiori, del tutto estranee all’economia. Con l’avvento del capitalismo, la classe dirigente borghese pone l’attività economica al centro dei suoi interessi e considera la produzione non come un mezzo per soddisfare i bisogni, propri e dei lavoratori, ma come uno strumento mediante il quale il capitale stesso si moltiplica indefinitamente.

    I fondatori della scienza economica si convinsero che la condizione ottimale per lo sviluppo della produzione si sarebbe ottenuta lasciando la piena libertà all’iniziativa privata, capace di auto- regolarsi grazie ai meccanismi del mercato e della concorrenza.

    I fondatori furono, in Francia Francois Quesnay (1694-1774), esponente della scuola fisiocratica, così chiamata per la sua fiducia in un presunto ordine naturale; in Inghilterra Adam Smith (1723-1790) caposcuola del liberismo. L’esaltazione della libera iniziativa fu comunque tratto comune ad entrambe le scuole.

    Sull’Europa del primo ‘700, pur moderna sotto certi aspetti, gravano ancora usi e istituti ereditati dal medioevo (privilegi della nobiltà e del clero, autonomie cittadine, ordinamenti corporativi, pedaggi, esenzioni fiscali e simili) che intralciano l’esercizio dell’autorità sovrana e ostacolano l’espansione delle attività economiche borghesi. In nome della filosofia illuministica, che denuncia l’assurdità di tali sopravvivenze, molti principi intraprendono una vasta opera di riforma che, mentre consolida il loro potere secondo le prospettive del dispotismo illuminato, rende più efficiente e razionale l’ordinamento degli stati, riduce le sperequazioni fiscali, migliora la procedura

    Giudiziaria e il sistema delle pene, sottrae l’insegnamento al monopolio del clero grazie all’istituzione di scuole laiche, abolisce i privilegi della Chiesa e tende anzi a sottoporre la Chiesa a controlli rigidi e vessatori (giurisdizionalismo). L’episodio più clamoroso della politica anticlericale è l’espulsione dei gesuiti dal Portogallo (1759), dalla Francia, dalla Spagna, dal Regno di Napoli e dal Ducato di Parma e Piacenza, cui segue lo scioglimento della Compagnia di Gesù, deliberato nel 1773 dal papa Clemente XIV per le pressioni esercitate su di lui dai sovrani.

    In generale i Principi, pur professandosi ispirati alle idee dell’illuminismo, le utilizzano solo per dare nuovo vigore e più aggiornata giustificazione alla tradizione politica di accentramento del potere, cosicché il nuovo dispotismo è “illuminato” più di nome che di fatto. Federico II (1740-1786) segue, per esempio, le suggestioni dell’illuminismo solo in quanto esse non intaccano in profondità l’ordinamento della società prussiana; Caterina II (1762-1796) attua in Russia delle riforme che rimangono marginali o addirittura consolidano l’autorità delle genti di servizio a scapito delle grandi masse contadine. Ben più incisiva è invece la politica riformatrice di Maria Teresa (1740-1780) e di Giuseppe II (1780-1790) nell’Impero e nel Milanese. Giuseppe II, in particolare vara una serie di provvedimenti umanitari (abolizione della pena di morte, della tortura, della servitù della gleba, tolleranza per gli ebrei ecc.) e nello stesso tempo pratica un giurisdizionalismo radicale che suscita le proteste dei sudditi cattolici e che Leopoldo II, suo successore, dovrà abbandonare.

    La cultura illuministica ha ampia diffusione anche in Italia e fa da supporto all’attività riformatrice dei Principi non solo nel milanese austriaco, ma anche nel granducato di Toscana e nel regno di Napoli. A Milano i fratelli Verri promuovono con gli scritti e con le opere il rinnovamento civile e culturale del paese; Cesare Beccaria denuncia la nefandezza della tortura e della pena di morte nell’opera Dei delitti e delle pene (1764), che ottiene risonanza in tutta Europa. A Napoli Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri e Ferdinando Galliani trattano di economia, di legislazione, di problemi attinenti alla vita pratica e politica, e contribuiscono così a reinserire l’Italia nel vivo circuito della cultura europea.



    Verso la fine del ‘700 inizia in Inghilterra una radicale trasformazione dei processi produttivi che, per le sue conseguenze economiche, sociali, politiche e culturali e per la sua progressiva espansione in aree sempre più vaste del mondo, ha avuto ed ha un’importanza decisiva nel determinare le condizioni di vita dell’umanità: essa viene giustamente denominata rivoluzione industriale. Sviluppandosi grazie all’applicazione sistematica delle conoscenze scientifiche ai processi produttivi, l’industria determina una vertiginosa accelerazione dei progressi tecnici e rende pertanto più evidente che mai il carattere storico e relativo delle cosiddette materie prime. L’adozione massiccia di macchine, capovolge il tradizionale rapporto fra l’uomo e gli strumenti e nello stesso tempo accresce enormemente la produttività del lavoro. Gli investimenti richiesti dall’industria assumano proporzioni tali da comportare una sempre più netta divisione fra capitale e lavoro (gli operai separati dai mezzi di produzione che non posseggono, non possono vendere, come faceva l’artigiano, le merci da loro prodotte, ma devono vendere come merce l’unica cosa rimasta in loro possesso, la propria forza-lavoro.

    Le innovazioni tecniche procedettero dalle macchine terminali alle macchine motrici, dalle industrie tessili all’industria pesante, metallurgia e meccanica, il cui peso, inizialmente secondario, diverrà determinante solo nell’Ottocento in concomitanza con lo sviluppo delle ferrovie. Poiché i motori sono “a monte” dei terminali e l’industria pesante è di fatto l’industria basilare che fornisce i mezzi e gli strumenti a tutte le altre, questa successione sembra sconvolgere l’ordine “logico”; essa è invece pienamente giustificata dalle organiche interazioni che collegano i vari campi di produzione. Dato che l’industriazzazione inglese fu promossa dall’iniziativa privata per soddisfare una domanda crescente, è del tutto ovvio che essa sia iniziata dall’industria leggera e si sia trasmessa all’industria pesante solo per retroazione.

    La condizione degli operai è però abissalmente diversa da quella delle classi subalterne dell’antichità e del medioevo (schiavi e servi della gleba), perché essi sono di fatto, protagonisti di un processo produttivo che, in quanto fondato sul progresso scientifico-tecnico e quindi sulle capacità creative della mente umana, è virtualmente suscettibile di sviluppi che vanno ben oltre i limiti dello stesso sistema capitalistico da cui la rivoluzione industriale ha preso origine.





    La rivoluzione americana è preparata e alimentata dalla convergenza di una serie di motivi: 1) nelle colonie inglesi del Nord America affluiscono dall’inizio del ‘600 emigranti di varia origine che hanno abbandonato le loro rispettive patrie per cercare nel Nuovo Continente libertà di coscienza e di iniziativa; dall’amalgama di genti diverse, accomunate da un coraggioso e duro spirito pionieristico, va dunque nascendo una nuova nazionalità, dotata di caratteri originali; 2) la vittoria nella guerra dei sette anni ha permesso agli inglesi di strappare alla Francia il Canada e ha quindi reso superflua per i coloni la protezione della madrepatria, prima ritenuta indispensabile; 3) liberi dalla minaccia francese, gli Americani si rendono progressivamente conto delle immense prospettive di sviluppo che si aprirebbero davanti a loro, se solo potessero spezzare le catene del monopolio britannico. Per tutti questi motivi le pretese del Parlamento inglese di costringerli a contribuire alle spese generali dell’impero, per quanto in se stesse non eccessive, sono respinte e boicottate dai coloni, che si rifiutano di pagare imposte deliberate da una Camera dei Comuni nella quale essi non possono inviare i propri rappresentanti.

    Da qui nasce uno stato di cronica tensione fra le colonie e la madrepatria, che si protrae dal 1765 al 1775 e precipita alla fine della guerra aperta (1776-1783), condotta dai coloni non per ottenere alcune concessioni marginali nell’ambito dell’impero britannico, ma per rivendicare la piena e completa indipendenza, da loro dichiarata solennemente il 4 luglio 1776.

    La ribellione degli americani, esplicitamente ispirata ai principi democratici dell’illuminismo, suscita gli entusiasmi dell’opinione pubblica progressista europea, ed è concretamente appoggiata dalla Francia e dalla Spagna, che intervengono nella guerra contro la Gran Bretagna rispettivamente nel 1778 e nel 1779. in tal modo i coloni – che da soli, per quanto condotti valorosamente da Gorge Washington, non avrebbero avuto alcuna speranza di successo – riescono alla fine vittoriosi, e l’Inghilterra è costretta a firmare la pace di Versailles (1783) con la quale riconosce la piena indipendenza degli Stati Uniti, restituisce alla Spagna Minorca e la Florida e cede alla Francia alcune Antille e il Senegal.

    La vittoria della rivoluzione americana dimostra che gli ideali illuministici di libertà e di democrazia non sono vuote utopie, accelera la crisi già in atto dell’assolutismo monarchico francese, stimola le aspirazioni dell’indipendenza delle colonie latino-americane soggette alla Spagna e al Portogallo, prepara il terreno per quell’impetuoso sviluppo delle forze produttive che in circa un secolo e mezzo permetterà agli Stati Uniti di affermarsi come massima potenza industriale del mondo.

    Gli Stati Uniti sono però inizialmente un paese arretrato e poco omogeneo, la cui compattezza è a mala pena garantita dalla Costituzione del 1787, fondata sulla divisione dei poteri. La grande risorsa degli americani sarà dunque la progressiva colonizzazione del continente, autorizzata dall’Ordinanza di Nord-Ovest (1787) per quanto riguarda la Luisiana ma poi di fatto estesa sino a raggiungere il Pacifico.



    Nel 1743, più di trentenni prima della Dichiarazione di Indipendenza, Franklin pubblicò a Filadelfia un progetto per la promozione del sapere (poi concretatosi effettivamente nella fondazione della Società Filosofica) che dimostra con quanto fresco entusiasmo e con quanta chiarezza egli intuisse le grandiose possibilità di sviluppo delle colonie americane. Una così vivace volontà di sottomettere la natura ai fini dell’uomo, grazie al progresso e alla diffusione della scienza e delle sue applicazioni, era destinata col tempo a scontrarsi con le preoccupazioni degli inglesi, di precludere alle colonie ogni libertà nello sviluppo dell’industria e della produzione in generale.







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    Inquadramento filosofico fino alla Rivoluzione francese


    INQUADRAMENTO FILOSOFICO


    Le vicende storiche del XVII e del XVIII secolo influenzano profondamente la vita culturalee scientifica di tutta l’Europa. Movimenti quali l’Arcadia, il Rococò, il Neoclassicismo dominano l’arte letteraria, figurativa e musicale di tutta l’Europa con grandissimi esponenti in ogni campo che sono influenzati e, a loro volta, influenzano il pensiero filosofico di tutto il secolo. Di particolare rilievo però per lo sviluppo del pensiero filosofico sono i progressi della scienza in questo periodo con grandi avanzamenti in campo matematico(Eulero), astronomico(Halley), elettrico(Volta), chimico(Lavoisier) ed infine biologico.

    Tutta l’Europa è un fermento intellettuale che si esprime dal punto di vista filosofico in vari movimenti anche profondamente diversi tra loro ma culminanti tutti nell’Illuminismo inteso come trionfo della ragione.

    Kant ha scritto: “L’Illuminismo è l’uscita degli uomini da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. A loro stessi dovuta è questa minorità se la causa di essa non è un difetto dell’intelletto ma la mancanza della decisione e del coraggio di servirsene come guida. SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! È il motto dell’Illuminismo.”





    FILOSOFIA INGLESE DEL SECOLO XVIII


    La filosofia inglese del secolo XVIII si presenta con una grande varietà di tendenze e di personalità animate da notevoli esigenze razionalistiche con il predominante influsso di Locke (empirismo moderno). Infatti le problematiche politiche della fine del ‘600, i contrasti religiosi che le accompagnano e l’incipiente nascita del liberismo offrono un vasto materiale di riflessione a tutta la cultura inglese della prima metà del ‘700: sorge l’esigenza di un’analisi etica, in parallelo a quella filosofica già operata da Locke nel campo delle idee, e di una determinazione della vita morale indipendente sia dall’ateismo sia dal fanatismo religioso e che si può considerare il corrispettivo del liberismo sul piano politico.

    I principali movimenti della prima metà del ‘700 sono rappresentati dal “DEISMO” che già si manifesta in Locke e Newton e si esplica poi compiutamente in Shaftesbury, Hutchison e Hume e dal “METODISMO” i cui maggiori esponenti sono Wesley e Bercheley.

    Da un lato quindi il Deismo di Shaftesbury( 1671-1713) con la formulazione del concetto di “SENSO MORALE” inteso come priorità della morale sulla religione, concetto che si esaspera in Hutchison(1694-1746) che rende il senso morale esclusivo fondamento della vita etica; dall’altro la polemica sul deismo con Bercheley (1685-1753)che sviluppa l’empirismo di Locke formulando il concetto di “IMMATERIALISMO” (ESSE EST PERCIPI) ma che giunge poi, in età più matura, ad una metafisica neoplatonica considerando sempre tuttavia la filosofia come conferma della visione religiosa e dei principi morali.

    Successivamente la critica al razionalismo filosofico e la tradizione dell’empirismo inglese approdano alla filosofia di Hume(1711-1776) che vuol essere ed è “il filosofo della natura umana” nel senso che la scienza della natura umana è la sola scienza propria dell’uomo: cerca allora di estendere alla scienza della natura umana quei metodi di studio e di ricerca così produttivi nella scienza della natura fisica abbandonando il razionalismo metafisico e coltivando invece l’empirismo iniziato da Bacone, Locke e Newton.

    Per Hume il fondamento delle nostre conoscenze sono le percezioni distinte in due classi , le “impressioni” e le “idee” che , a loro volta, trovano ordine e connessione mediante l’”associazione” e l’”immaginazione”.Il filosofo distingue le idee ulteriormente in “idee di relazione” e “proposizioni di fatti”: è questa la base dell’analisi e della critica dell’oggettività del principio di causalità che è uno degli aspetti più importanti del suo pensiero.

    Dal punto di vista etico, religioso ed estetico Hume considera invece il “sentimento” come principio della vita morale(morale della simpatia), fondamento delle religioni positive ed infine anche origine del gusto estetico.

    La discussione sui problemi etici che impegna in maniera vivace il mondo filosofico anglosassone

    di questo periodo trova una continuità dell’opera di Hume in Adam Smith (1723-1790) che identifica nella “morale della simpatia” il principio regolatore non solo della nostra morale ma anche delle dottrine economiche di derivazione fisiocratica cui Smith dà una delle prime sistemazioni scientifiche.

    Merita infine un accenno la cosiddetta “SCUOLA SCOZZESE” che con Reid(1710-1796) e Stewart(1753-1828) approfondisce le discussioni sul sentimento e formula la dottrina del “senso comune”.





    ILLUMINISMO FRANCESE


    E’ proprio dalla filosofia inglese di Locke e Newton e dalla discussioni sul Deismo che nascono le idee germinative di quel movimento non solo filosofico ma anche culturale e politico che si estrinsecherà soprattutto in Francia e culminerà con l’Illuminismo dando notevole impulso alla Rivoluzione Francese.

    Il concetto fondamentale alla base dell’Illuminismo cioè l’ideale della ragione intesa come “lume” capace di rischiarare le tenebre del pregiudizio, del dogma e del privilegio può accomunare tutti gli uomini in quanto la ragione è uguale in tutti gli uomini: da qui i concetti di egualitarismo e di pacifismo che si scontrano inevitabilmente con il mondo religioso e non solo dal punto di vista teorico ma anche dal punto di vista socio-politico in quanto il mondo clericale rappresentava l’incarnazione del privilegio e dell’autorità.

    Accanto a questi straordinari cambiamenti si assiste anche ad un modificarsi del modo di concepire la filosofia: non ci troviamo più di fronte ad una disciplina trattata solo da un’elite di competenti eruditi ma la filosofia sfocia anche in altri ambienti divulgandosi e semplificandosi contribuendo così a porre le basi di una nuova cultura.

    Infine la politica è uno dei campi in cui si estrinseca maggiormente la polemica illuminista francese in nome degli ideali di uguaglianza: si sviluppa un concetto di “razionalismo illuministico” che sembra incontrarsi con l’esperienza politica inglese e da questa trarre preziosi suggerimenti fino allo sviluppo di una delle prime espressioni del liberismo politico moderno con il pensiero di Montesquieu(1689-1755).

    Charles de Secondat, Barone di Montesquieu cerca di individuare, nella sua opera più importante “Lo spirito delle leggi”, il principio su cui si fonda la scienza della società;, distingue quattro forme di governo, la monarchia il cui principio è l’onore, l’aristocrazia, il cui principio è la moderazione, la democrazia, il cui principio è la virtù ed il dispotismo, il cui principio è l’arbitrio; sviluppa poi la problematica della libertà del cittadino e della distinzione dei poteri secondo una visione senza dubbio innovativa ma che tuttavia si scontra con gli ambienti illuministici più radicali che sostituiscono l’ideale del principe illuminato con forme esasperate di radicalismo democratico.

    Ma la cultura francese deve soprattutto all’opera di Voltaire(1694-1778) il contatto ed il confronto con la filosofia inglese e l’introduzione delle idee di Locke e di Newton: questo grande pensatore che fu senz’altro il principale ispiratore dei “PHILOSOPHES” illuministi (intesi non tanto come filosofi in senso tradizionale ma come liberi pensatori, uomini di vasti interessi e di vasta cultura, soprattutto dotati di spirito critico), impersonò perfettamente l’uomo nuovo del ‘700, frutto dell’empirismo Lockiano e si fece promulgatore, attraverso i suoi numerosi scritti dei motivi critici della cultura dell’epoca contro il dispotismo, il fanatismo, l’intolleranza, le superstizioni; ma soprattutto dette voce con il suo pensiero ad una nuova concezione di storia e di religione, concetti che già si venivano formando e che poi furono essenziali aspetti dell’Illuminismo.

    La storia non va più intesa come uno studio fine a se stesso nel rispetto della tradizione ma si viene formando la concezione di una natura umana sempre uguale a sé ed identica in tutti con la ragione come elemento liberatore dagli errori: ecco che allora nella storia è necessario considerare ciò che è sempre uguale e che ne costituisce l’ordine progressivo: da qui la nascita dell’idea di “PROGRESSO” dell’Illuminismo.

    L’altro concetto,costante in Voltaire è quello che concerne la religione: le religioni positive e soprattutto il cattolicesimo, appaiono l’espressione del fanatismo, dell’intolleranza, dei privilegi, tuttavia Voltaire non è ateo, non è deista(in opposizione ai filosofi inglesi), non è materialista ma definisce la figura del TEISTA, cioè colui che ammette l’esistenza di un Dio unico, intelligente e provvidente, l’esistenza di una religione naturale e di una morale naturale cui attenersi.

    Per Voltaire la vera religione è quella che insegna “...il massimo di morale ed il minimo dei dogmi”.

    Siamo nella seconda metà del ‘700 e, nel 1751, si pubblica, con un memorabile “DISCORSO PRELIMINARE” di D’Alembert(1717-1783) il primo volume dell’”ENCICLOPEDIA o DIZIONARIO RAGIONATO DELLE SCIENZE, DELLE ARTI E DEI MESTIERI”, opera emblematica della cultura illuministica, frutto dell’opera instancabile di D’Alembert e Diderot(1713-1784) prima e solo di quest’ultimo negli ultimi anni a causa delle polemiche con gli ambienti più tradizionalisti ma soprattutto a causa degli aspri attacchi da parte dei gesuiti che portarono nel 1759 alla condanna ufficiale pronunciata da Clemente XIII. Diderot continuò l’opera in attesa di tempi più propizi ed infatti nel 1772(dopo l’espulsione dei gesuiti) la pubblicazione fu completata.

    L’enciclopedia che, come la definì Diderot fu “.... il tentativo di un secolo filosofico” fu sorprendentemente meno esauriente nella trattazione filosofica rispetto a quella scientifica o economica a causa probabilmente delle cautele necessarie per la sua stessa sopravvivenza.

    Tutta l’opera tuttavia è fondata su una basilare ripartizione del sapere: la CONOSCENZA DIRETTA delle cose che, unita alla memoria, dà luogo alla storia, la CONOSCENZA RIFLESSA, di carattere razionale, che dà luogo alla filosofia ed alla scienza e la conoscenza di ciò che è simile agli oggetti della conoscenza diretta, cioè l’IMMAGINAZIONE, che dà luogo alle arti.

    Contemporaneamente si inserisce l’opera di Condillac(1715-1780) che segna il definitivo passaggio dall’empirismo al sensismo e la corrente materialista con D’Holbach(1720-1793) e Helvetius(1715-1771).

    Ecco che già prende sempre più forma l’idea di “PROGRESSO”, espressione della funzione emancipatrice della ragione, che si riflette anche in ambito economico con il passaggio dall’età del mercantilismo secentesco all’affermazione del liberismo economico in Inghilterra e della scuola Fisiocratica in Francia.

    E’ sempre in questa seconda metà del secolo XVIII che si pone l’opera controversa di Rousseau(1712-1778) che, con i suoi concetti di “ritorno alla natura”,di “sentimento”, di “istinto” spesso si trova in antitesi con le idee illuministiche a lui contemporanee. Tuttavia rivestono certamente notevole importanza i suoi scritti sull’origine della disuguaglianza(Discorso sulla Disuguaglianza), sulla politica (Contratto sociale), sull’educazione individuale e sulla religione(Emilio).; è infatti Rousseau che per primo ha spiegato i principi fondamentali della sovranità popolare secondo un modello di “democrazia diretta” ed attraverso l’attività della “volontà generale”e che ha formulato un modello pedagogico in cui si cerchi di riportare il processo educativo al libero manifestarsi delle facoltà naturali.





    ILLUMINISMO ITALIANO


    Già nella prima metà del secolo si ha una graduale penetrazione nell’ambiente culturale italiano di idee cartesiane, lockiane e newtoniane: ugualmente intensa è la diffusione delle idee illuministiche, soprattutto francesi, nella seconda metà del secolo.

    Tuttavia in Italia l’Illuminismo non ha lo spiccato originale carattere filosofico e la stessa radicalità che si riscontra in Francia ma si inserisce, in maniera più graduale, in quel movimento di riforme politiche e sociali messo in atto da molti stati della penisola: ecco perché l’Illuminismo italiano si occupa prevalentemente di problemi politici o economici piuttosto che filosofici o morali con la sola grande eccezione del Beccaria (1738-1794).

    In Italia lo sviluppo dell’Illuminismo si deve principalmente all’attività culturale di due centri: Milano e Napoli. A Milano opera l’Accademia dei Pugni ove si pubblica il periodico “Il Caffè”, importantissima opera di diffusione delle nuove idee cui collaborano i principali esponenti dell’Illuminismo milanese, i fratelli Verri ed il Beccaria. Si deve a quest’ultimo la stesura di un’opera che è a tutt’oggi fondamentale nell’ambito del diritto penale, “Dei delitti e delle pene”, in cui si proclama l’illeicità della pena di morte e l’illeicità della tortura.

    A Napoli invece i maggiori esponenti (Genovesi, Galieni, Filangieri) affrontano prevalentemente problemi economici e politici rifacendosi in larga misura ai maggiori esponenti dell’Illuminismo francese.





    ILLUMINISMO TEDESCO


    Nel quadro culturale post-secentesco la cultura teologica e la filosofia protestante rappresentano una traccia importante su cui si innesteranno le dottrine newtoniane e successivamente le idee illuministiche dando luogo alla nascita di due correnti: da un lato un indirizzo accademico, sistematico, rappresentato da Wolff(1679-1754) che cerca una sintesi tra tradizione scolastica, filosofia di Leibniz ed idee illuministiche; dall’altro un indirizzo più libero e meno sistematico rappresentato principalmente da Lessing(1728-1781)e dai cosiddetti “filosofi popolari”.

    Lessing può essere considerato a ragione la figura preminente dell’illuminismo tedesco: egli, muovendo dal deismo, dibatte lungamente il problema religioso (illuminismo religioso) ma sviluppa il motivo più profondo della sua filosofia ponendo l’accento sull’esigenza di una continua perfettibilità dell’uomo e del genere umano piuttosto che su un ideale di perfezione e di verità. Frutto di questo pensiero è la pubblicazione del testo “ L’Educazione del genere umano” in cui si identifica la rivelazione come educazione e si pongono le basi dell’idea di storia come “ordine progressivo”.

    Ma tutte le tendenze della filosofia secentesca e settecentesca, dal razionalismo all’empirismo, allo scetticismo, al sentimentalismo, alla filosofia della scienza, alla filosofia della ragione, trovano la loro conclusione sintetica nella “filosofia critica” di Kant.

    Immanuel Kant nasce a Konisberg nel 1724 e già nel 1746 presenta il primo scritto che darà vita alla filosofia del periodo precritico in cui ad un iniziale interesse per i problemi filosofici della tradizione leibniziana e wolffiana e per quelli scientifici della fisica newtoniana, sostituisce successivamente un orientamento più morale(il risveglio dal sonno dogmatico) che risente dell’empirismo, di Hume e di Rousseau.

    Si giunge nel 1781 alla pubblicazione del suo capolavoro: “CRITICA DELLA RAGION PURA” nel quale Kant intende per “ragione” la nostra facoltà di conoscere in generale e quindi la critica della ragione è la critica della nostra facoltà di conoscere in generale; mentre“pura” significa che ad essa non è mescolato niente di empirico. Scrive Kant: “...sotto il nome di conoscenze a priori s’intendono quelle che sono indipendenti non da questa o da quella, ma da ogni esperienza. Ad esse si oppongono quelle a posteriori, che sono possibili solo per mezzo dell’esperienza. Delle conoscenze a priori diciamo pure quelle a cui non è misto nulla di empirico”; il punto di vista critico si chiarisce come punto di vista trascendentale nel senso che l’oggetto della conoscenza umana non è la cosa in sé ma ciò che della cosa può apparire all’uomo tramite la sensibilità, il fenomeno.Significa anche che la conoscenza umana, in quanto conoscenza di fenomeni, è sempre e soltanto esperienza.

    Nel 1788 vede la luce la “CRITICA DELLA RAGION PRATICA” nel senso di esame dei limiti della ragione nel suo uso pratico, cioè in quanto capace di guidare la volontà mediante le sue leggi(imperativi). Questo è il punto centrale dell’etica kantiana: l’uomo è composto di ragione e di sensibilità e se la sua volontà fosse determinata solo dall’una o dall’altra il problema morale non esisterebbe; ma proprio in quanto l’uomo può essere determinato sia dalla ragione sia dalla sensibilità, la moralità richiede che esso debba poter essere determinato dalla ragione ed è appunto questo dovere che è espresso dal comando o imperativo “tu devi!”.

    Riflettiamo sulle tre formule dell’”imperativo categorico”:

    -“Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come legge universale”

    -“Opera in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, mai come semplice mezzo”

    -“Agisci in modo che la volontà possa considerare se stessa, mediante la sua massima, come universalmente legislatrice.

    Kant affronta poi nella “CRITICA DEL GIUDIZIO” la problematica dell’esistenza del “sentimento” come facoltà dell’Io per giungere infine, nelle ultime opere della sua vita, a trattare temi più specificatamente politici o pedagogici.

    Questi i temi predominanti nella cultura filosofica dell’Europa del 700, temi che con il loro afflato innovativo penetrarono, grazie anche ai cambiamenti socio politici contemporanei in ambienti diversi da quelli accademici in senso stretto, ne furono influenzati e a loro volta li influenzarono: le idee cominciarono a circolare non solo nei salotti aristocratici ma anche in ambito borghese, tramite la stampa, i circoli mercantili, le società letterarie o le logge massoniche creando quel fermento culturale che avrebbe coinvolto tutta l’Europa anche nel secolo successivo.





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    Massoneria ed evoluzione sociale e culturale dal 1750 fino alla Rivoluzione francese

    Le logge massoniche settecentesche e le società segrete politiche del primo settecento, costituiscono il più importante laboratorio moderno di nuove forme del vivere associato.

    Lo stesso vincolo associativo fondato sull’eguaglianza, la libertà e la fratellanza che consegue al rito di iniziazione, finisce per costituire un fine proprio, ovvero un valore “fondante” per il legame sociale che si vuole realizzare per estendersi poi nei progetti di riforma della società profana.

    Questi luoghi associativi permettono di cogliere meglio l’origine e la natura di quella che sembra a noi aver costituito la religione dei moderni, “la politica”, ovvero l’essenza di nuova una religione fondata su forme associative originali.

    La nascita della Massoneria all’inizio del settecento costituisce infatti una vasta fucina di idee che nelle forme che essa assume estendendosi e differenziandosi negli stati europei continentali, evidenzia la rivendicazione di eguaglianza e la distinzione fra la religione come principio regolativo interiore e le religioni positive come prodotto storico. Distinzione questa, tesa ad un’opera di costruzione dell’autonomia della legge morale.

    La Libera Muratoria pertanto rappresenta l’unico progetto possibile di rifondazione di quel legame sociale che proprio dalla nascita dell’individuo, come protagonista spirituale della storia europea, apporterà un preciso distinguo tra religione naturale e religioni positive, mettendo in crisi le precedenti forme e teorie sociali espresse dalla Res Publica Christiana.

    Infatti il fine di questa Associazione sarà “lavorare efficacemente a quello scopo che l’intero ordine dei Liberi muratori si propone <<il bene di tutti gli uomini>>“

    Di ciò ne è conferma la stessa composizione sociologica delle logge, dove i variegati gruppi sociali e professionali che maggiormente troviamo presenti in esse, sono più di altri alla ricerca di un legame sociale reale, sostitutivo dei legami comunitari e cetuali tradizionali. E’ rafforzativo di quanto già detto riportare una citazione tratta da “Mémoire” che può rendere più evidente tale concetto: “……un legame universale le cui fila partono da tutte le nazioni, uniscono un grande numero di uomini illuminati…in una istituzione il cui fine è di condurre gli spiriti alla conoscenza di un creatore universale della natura e dei rapporti originari di fraternità ed uguaglianza che esistono fra tutti gli uomini, nell’obbligo che ne deriva di soccorrersi vicendevolmente e di lavorare per il bene dell’umanità…”

    Pertanto la strategia di riforma della società dovrà porsi come obiettivo primario l’unità di genere prima che l’unità dei singoli, dunque dovrà compiere un’opera spirituale ed insieme istituzionale di rifondazione dell’unità del genere umano.

    Si tratterà di far vivere l’uguaglianza, ovvero di restituire all’uomo la sua naturale socievolezza e di permettere lo sviluppo perfettibile sulla base di pari opportunità, a partire da nuove condizioni e ordinamenti sociali che rendano possibile tutto ciò, affinché queste nuove condizioni vengano individuate anzitutto nella costruzione di una unicità della giurisdizione.

    E’ interessante qui riportare un’altra citazione tratta da “Mémoire”“…E’ dunque ad illuminare gli uomini che occorre impegnarsi per renderli saggi e virtuosi; è anzitutto ad illuminarli finché sono giovani che bisogna operare…è a diffondere le verità e le conoscenze utili…a farle giungere fino alla classe popolare che devono impegnarsi…

    L’introduzione della ragione, del buon senso, della sana filosofia nell’educazione di tutti i ceti sociali, sarà così il primo scopo dell’associazione…”

    Occorrerà dunque concentrare la polemica, la critica e l’azione modificativa nei confronti di quelle istituzioni che maggiormente sostanziano la differenza sociale, cercando la rifondazione del legame sociale nella nazione, luogo genetico di questo tipo di legame, mettendo il luce pertanto il rapporto fra riforma religiosa e rivoluzione politica.



    Si realizza in questa fase storica ed in questa sperimentazione di nuove fondazioni del legame sociale, un processo di rovesciamento-superamento dell’atteggiamento massonico verso lo Stato, in quanto nello Stato assolutistico viene visto il simbolo e la sanzione di una società della differenza, con un radicalismo che si consolida maggiormente nel continente europeo.

    Questa lotta contro l’ordinamento istituzionale finisce per individuare nella pluralità gerarchizzata delle giurisdizioni, il primo e principale nemico da abbattere.

    Ciò motiva una prima fase di appoggio alle esperienze riformatrici del dispotismo illuminato, in particolare contro le autonomie ed i privilegi delle istituzioni ecclesiastiche, ma, visti i limiti di questo processo, la strategia verrà indirizzata individuando nel passaggio dal principe al popolo, la forma della Costituente. Il nuovo sovrano dotato di legittimità sarà l’unico in grado di fondare teoricamente e realizzare praticamente l’unità della giurisdizione.

    Ne consegue un diverso atteggiamento massonico verso le istituzioni confessionali, oscillante fra antagonismo e riforma, mentre nei confronti dello Stato l’atteggiamento verrà ribaltato in quanto il progetto massonico prevede, nella realizzazione del passaggio dallo Stato patrimoniale allo Stato razionale-legale, prioritariamente il compito culturale e politico.

    Va rilevato come in questa nuova forma concettuale di Stato, si realizzi il passaggio dalle medievali nationes alla nazione, cioè da una pluralità di tradizioni comunitarie di lingua e vita dotate di autonomia giurisdizionale, ad una unicità di giurisdizione frutto dell’opera di gruppi dirigenti e identificata con atto legittimo supremo in cui si sostanzia la sovranità popolare con “La Costituzione”.

    Il processo di costruzione della nazione è prima culturale che istituzionale, processo nel quale l’influenza libero-muratoria sarà costante e talora egemone.

    Durante questo processo di costruzione dello stato-nazione, si registra una diversità fra l’esperienza britannica, dove si intrecciano i primi istituti rappresentativi ed i residui teocratici dell’istituto monarchico e l’esperienza europea continentale.

    Quest’ultima legittima e radicalizza i nuovi istituti di rappresentanza attraverso un atto di fondazione, sperimentando nel contempo le prime forme di libertà dei culti risultando, a pieno titolo, sorella e figlia dell’esperienza rivoluzionaria delle Costituzioni della Virginia (1776) e degli Stati Uniti d’America (1787).

    Vi è dunque un passaggio che conduce dall’utopia della repubblica universale alla costruzione della nazione come frutto di una progettualità umana consapevole; infatti si viene realizzando un’avanguardia protagonista del processo di riforma delle istituzioni, avanguardia che esce dalle logge per farsi movimento costituente della nuova Res Publica.

    Da ciò emerge chiaramente il tipo di apporto che la Massoneria ha dato al movimento illuministico sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, considerandola a pieno titolo come specifico laboratorio culturale per la conquista della nascente “opinione pubblica” prima ancora che luogo genetico di nuove forme di sociabilità.

    L’Illuminismo, questo nuovo movimento ideologico e culturale portò i lumi della ragione in ogni campo dell’attività umana, rinnovando la cultura, le istituzioni e la vita sociale nel suo insieme, si assisté anche all’ascesa della BORGHESIA ed alla sua affermazione non solo politica ma anche economica.

    Il suo sviluppo inizia dal 1688 (tempi della rivoluzione inglese) sino al 1789, (rivoluzione francese), stabilendo ben presto il proprio fulcro in quella Francia in cui, alla preponderanza economica e alla crescente coscienza della propria funzione sociale propulsiva, si opponevano tenacemente i radicati poteri politici ed i privilegi civili dei nobili e del clero alleati della monarchia assoluta.



    Meno impetuosa e radicale invece fu la fioritura dell’Illuminismo in Inghilterra perché il nuovo equilibrio fra aristocrazia e borghesia, stabilì un clima favorevole al conservatorismo ideologico.

    Tuttavia questo nuovo movimento attuò le sue prime conquiste politiche e sociali proprio in Inghilterra, sua stessa patria di origine, portando la concezione di un nuovo diritto dello stato che segnò, se pur in forma minore per la radicata natura monarchica, l’ascesa della borghesia.

    In Francia quegli stessi principi costituirono la premessa ideologica della rivoluzione che portò alla proclamazione dei “diritti dell’uomo”.

    In Germania Federico II di Prussia razionalizzò le strutture del suo Stato, affrancandolo da un feudalesimo agrario, impegnando la nobiltà nella nuova organizzazione militare e dando alla borghesia maggiore respiro per abbinare le attività commerciali a quelle ormai insufficienti dell’agricoltura.

    Anche in altri stati d’Europa l’illuminismo portò ad una maggiore tolleranza religiosa; ridusse lo strapotere della chiesa cattolica, limitò i privilegi della nobiltà ed i diritti delle comunità rurali a favore dell’individualismo agrario.

    In Italia le riforme illuministiche trovarono applicazione in Lombardia, in Toscana e nel regno di Napoli; svilupparono la libertà di commercio, potenziarono l’istruzione elementare, le riforme delle amministrazioni locali, la creazione della piccola proprietà contadina.

    Il culto della ragione, la condanna del trascendentalismo religioso, l’esigenza di riforme politiche e sociali, trovarono larga applicazione anche nel campo letterario.

    Si riscoprì nei classici antichi anche un nuovo esempio di saggezza capace di disciplinare la fantasia e la soggettività dando nel contempo, il gusto dell’intelligenza.

    La massoneria settecentesca, nella misura in cui ribadisce queste norme della tradizione corporativa in nome dei rapporti fraterni fra gli iniziati e della divisione fra di essi ed il mondo profano, esprime nella sua pratica associativa un progetto di separazione della vita civile e politica da ogni religione confessionale proprio in nome dei principi di fraternità, pace e tolleranza religiosa di cui si fa propugnatrice.

    Estrinseca inoltre un progetto di associazione fra gli uomini regolato dai principi di libertà ed eguaglianza naturale di cui, la vita di loggia, è prima realizzazione. Con il superamento delle distinzioni profane di ordine e ceto e, in questo suo prefigurare, l’eguaglianza politica in senso moderno, finisce per operare a sua volta come riforma religiosa di cui, gli intellettuali-organizzatori culturali, finiscono per essere i nuovi sacerdoti.

    Di qui la politica, figlia della Massoneria, come religione dei moderni.

    Il mondo delle logge massoniche tende a costituirsi nel secolo XVIII come modello di rapporti fraterni, fondati sulla naturale sociabilità dell’uomo e sul suo essere indefinitivamente perfettibile; ed è sulla base di queste due categorie di sociabilità e perfettibilità, che il libero muratore lavora per innalzare templi alla virtù e carceri al vizio, impegnandosi nella costante costruzione di una vera scienza dell’uomo.

    Il progetto massonico si configura dunque anzitutto come progetto etico.

    La costituzione del 1723 regola <<i doveri di un libero muratore>> ed inizia affermando che “un muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale”.

    Il massone deve essere uomo libero, di buoni costumi, convenire sulla religione riguardo a cui tutti gli uomini ragionevoli convengono e rispettare le leggi civili del Magistrato.

    L’Ordine non può intervenire direttamente sulla società politica in quanto la sua strategia di perfettibilità richiede un paziente preliminare lavoro all’interno della società civile, lavoro culturale, filantropico e organizzativo al fine di costruire uomini virtuosi, liberi dalle passioni e dai pregiudizi.

    L’Ordine richiede la costruzione di un nuovo senso comune che solo nel suo affermarsi storico può produrre forme politiche conformi a ragione.

    Ciò impedisce, beninteso, a singoli gruppi massonici, di intervenire direttamente sul terreno della lotta politica, ma non deve implicare un coinvolgimento dell’Ordine in quanto tale.

    Non a caso vedremo nei momenti più conflittuali della storia politica europea, operare gruppi massonici spesso con ruoli di rilievo, su fronti diversi, dai conflitti fra orangisti e stuardisti alla ribellione delle logge coloniali americane, dalla rivoluzione francese alla comune di Parigi.



    Abbiamo parlato di idee-guida che, nate nel mondo delle logge radicali durante gli anni del dispotismo illuminato e riformatore, guideranno poi il processo rivoluzionario e costituente nella Francia di fine secolo.

    Queste idee-guida, su cui il radicalismo massonico costruisce la sua cultura politica, la sua filosofia della storia ed il suo progetto di riforma sociale, sono fondamentalmente tre: sociabilità, eguaglianza e perfettibilità.

    Anzitutto la sociabilità, con cui si intende far riferimento ad una oggettiva natura umana, spontaneamente socievole e ad una naturale fratellanza che rinasce soggettivamente nella vita iniziatica di loggia che aspira ad estendersi, per successiva influenza culturale, a tutta la società.

    E’ questo il rapporto naturale di fratellanza che fonda la convivenza fra gli uomini e la fonda come parità naturale di diritti e di doveri, da cui scaturisce la seconda idea-guida che è appunto quella di eguaglianza.

    Tuttavia questa eguaglianza è soltanto una base naturale, una premessa che si può realizzare solo se si consente all’individuo, ad ogni singola personalità, di avere la possibilità e le opportunità di svilupparsi pienamente, da realizzare la terza idea-guida di perfettibilità., la capacità della natura umana di adattarsi e di evolvere attraverso progressivi incrementi e mutamenti, senza che questo potenziale di adattamento flessibile e di miglioramento progressivo, incontri mai un limite.

    Da questi diversi ma non contraddittori percorsi di fondazione delle libertà, derivano obiettivi che sono parte del modello massonico di emancipazione sociale.

    Obiettivi che ritroviamo poi nelle componenti radicali della rivoluzione, dai girondini ai giacobini, e che ritroveremo più tardi nei movimenti di democrazia sociale con la libertà di stampa e di associazione, la libertà religiosa, il sistema di istruzione pubblica obbligatoria e gratuita, l’emancipazione femminile attraverso l’istruzione ed il lavoro,la tutela dei ceti socialmente deboli, la scienza come madre del progresso.



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    Massoneria e Rivoluzione francese

    In Francia a partire dal 1789, gli avversari della rivoluzione presero ad attaccare la fratellanza.

    Il primo attacco documentato risale posteriormente al luglio 1789 ed è degno di interesse per ciò che afferma in merito alla sociabilità massonica: “ il lavoro della loggia è occasione di associazione; l’associazione comporta le assemblee; le assemblee sono piene di discorsi eloquenti; questi discorsi presentano le stesse caratteristiche del fanatismo religioso; questi discorsi stimolano il desiderio della conoscenza”.

    Nel corso del primo anno della rivoluzione le accuse si fecero più pesanti, indicando nei circoli massonici covi di spie in cui era nata la congiura.

    Per gli oppositori di destra della rivoluzione francese, l’Assemblea Nazionale si rifaceva alla forma di governo massonica e aveva origine nella pratiche massoniche, che sono repubblicane e democratiche. E il governo massonico nazionale era a sua volta preso a modello dal nuovo governo rivoluzionario che, analogamente alle logge, amministrava su base locale conservando però una struttura centralizzata mediante il sistema dei dipartimenti, dei distretti et similia. Persino i responsabili ai vari livelli dell’ordine massonico, assomigliavano alle nuove magistrature create dalla rivoluzione.

    Non è affatto da escludersi che alcuni massoni francesi abbiano creduto a questo genere di somiglianza. Del resto, scrivendo alla Gran Loggia di Parigi, una loggia di provincia non aveva difficoltà ad affermare che “nell’ordinamento civile i deputati di una provincia la rappresentano alle assemblee generali della nazione e lo stesso vale nel caso delle logge”.

    Nelle mani dei nemici della Massoneria questi fatti si trasformarono in pesanti capi d’accusa: in breve tempo gli oppositori della rivoluzione elaborarono una tesi che, da allora in poi, non avrebbe smesso di aleggiare sugli studi dedicati alla massoneria europea del secolo XVIII.

    Secondo questa tesi i massoni furono responsabili più di qualsiasi altro gruppo dello scoppio della rivoluzione.

    In seguito si sostenne anche che i massoni si contrapponevano in tutto e per tutto all’ancien régime; la massoneria divenne sinonimo di cospirazione e sovversione, e tale rimane ancora oggi secondo certi ambienti.

    Lo storico più noto della massoneria del secolo XVIII, l’abate Augustin de Barruel, riprese e approfondì il tema della cospirazione e della sovversione adottandolo come tesi interpretativa. In un libro che ebbe un gran numero di lettori, “Memorie per la storia del giacobinismo”, egli indicò nella massoneria la causa primaria della rivoluzione francese.

    Barruel credeva che la rivoluzione in Francia, con tutte le violenze che ne erano derivate e con i suoi attacchi sacrileghi alla monarchia e alla chiesa cattolica fosse stata provocata dalla cospirazione dei philosophes illuministi, riuniti in organizzazioni segrete come quella degli Illuminati di Baviera e le logge massoniche diffuse in tanta parte d’Europa. Mentre gli scritti dei philosophes minavano i valori tradizionali da cui dipendevano lo stato e la società, membri degli Illuminati e frequentatori delle logge massoniche si infiltravano nel governo.

    Per Barruel, dunque, la rivoluzione non era una forma politica radicalmente nuova o una rottura drammatica col passato come pensavano molti rivoluzionari, ma piuttosto una realizzazione di sviluppi di lungo periodo interni all’illuminismo stesso.

    A partire da Barruel la produzione storiografica relativa ala rivoluzione francese ha pressoché unanimamente ignorato il contesto internazionale costituito dalle rivoluzioni democratiche verificatesi in Europa occidentale nei decenni 1780 e 1790.

    Così i critici della rivoluzione hanno elevato i massoni francesi a causa della stessa, ignorando del tutto la presenza delle logge nell’intera Europa occidentale.

    Del resto solo in Gran Bretagna vi era stretta affinità tra il tipo di vita civica e il sistema di governo delle logge propugnati dalla massoneria e il vigente ordinamento politico e costituzionale.

    Analogamente a molti storici successivi, Barruel non si diede la pena di prendere in esame circostanze e cause della rivoluzione americana né delle altre rivoluzioni democratiche verificatesi sul continente europeo.

    In compenso si soffermò a considerare il linguaggio ed il suo uso nel contesto specifico, visto che i massoni usavano parole come libertà e uguaglianza. Egli affermava che le logge tedesche e quelle francesi, che praticavano la massoneria dei philosophes, ne fornivano una spiegazione che costituiva un abuso di quelle parole.

    Inoltre riteneva che il linguaggio massonico in tema di uguaglianza, libertà e fraternità fosse da mettere in relazione con la fase radicale e democratica della rivoluzione francese, ossia col linguaggio giacobino.

    Analoga convinzione fu espressa due secoli più tardi dallo storico inglese Michael Roberts che in un saggio rigoroso e dotto del 1970 affermò che il motto “libertà, uguaglianza e fraternità” si ricollegava alle parole d’ordine massoniche più che a qualsiasi altro antecedente del secolo XVIII.

    Lo storico americano Robert Palmer ha fatto notare che queste tre parole, nello stesso ordine e come motto ufficiale, furono usate per la prima volta nel 1795 nella Repubblica rivoluzionaria Batava, fatto che autorizza ad ipotizzare una comunanza di valori e di interessi tra i rivoluzionari di Francia e Olanda, e quindi un comune patrimonio culturale.

    Ma invece di tener conto di ciò, molti storici della rivoluzione francese continuano ad attenersi ad un presunto carattere di unicità del giacobinismo francese.

    In questa prospettiva risulta ovviamente difficile liberarsi dall’ossessione delle origini massoniche del terrore; se le logge massoniche furono il semenzaio del giacobinismo, perché mai non lo diffusero a Filadelfia nel 1780 o ad Amsterdam e Bruxelles negli anni 1790?

    Nell’intero corso del secolo non ci fu praticamente riunione di loggia senza partecipazione di visitatori stranieri. Questa dimensione internazionale della Massoneria è totalmente trascurata dall’attuale storiografia europea.

    Negli anni intorno al 1979, per Francois Furet, storico tra i più insigni della sua generazione, la loggia diventa un partito politico che teoricamente incarna la società e insieme lo stato, in situazione di reciproca identificazione. Egli riprende la versione benigna della tesi di Tocqueville, enfatizzando l’importanza delle riunioni intellettuali informali pre-rivoluzionarie, le società di pensiero, quali precorritrici di molte delle forme di organizzazione e di mobilitazione rivoluzionarie.

    Forse involontariamente le logge massoniche del secolo XVIII sarebbero diventate, secondo quanto sospettato dalla polizia fin dagli anni 1740, il fertile terreno di coltura delle minoranze militanti nelle quali si acquisiva la nuova legittimazione.

    I precedenti settecenteschi della nostra politica e del nostro discorso democratico sono più facilmente individuabili nelle logge che in qualsiasi altra forma di sociabilità dell’Europa continentale e la Massoneria contribuì alla trasmissione ed alla concreta strutturazione dell’Illuminismo e tradusse i lessici culturali dei suoi appartenenti in un’esperienza comune e condivisa che fu civile e pertanto politica.

    Secondo la storico Vartanian in Francia nel XVIII secolo si svilupparono parallelamente due illuminismi: quello intellettuale dei philosophes e quello popolare non intellettuale.

    La Massoneria costituisce il più importante movimento dove i philosophes e i loro seguaci avevano la possibilità di incontrarsi con commercianti, uomini di governo, professionisti.

    Per quanto distanti dai salotti parigini, i fratelli si collocavano a giusta ragione tra gli illuminati.

    Una menzione particolare merita il “Cercle Social”, un centro di propaganda rivoluzionaria costituito da un gruppo di intellettuali legati da una comune militanza culturale e da preesistenti vincoli massonici, impegnati in un progetto politico di radicale riforma della società.

    Il Cercle Social inizia ad operare nell’ottobre del 1790 come sede di assemblee pubbliche, come casa editrice e come sedicente confraternita mondiale e fu il più importante strumento di questa propaganda rivoluzionaria.

    Gli appartenenti al gruppo incarnarono una nuova concezione dell’uomo di lettere, inteso come intellettuale militante, impegnato nel lavoro culturale e politico di massa. Sarà questa l’identità degli intellettuali rivoluzionari del Cercle Social, espressione del radicalismo massonico europeo di fine secolo che rappresenta il passaggio storico dalla battaglia culturale all’organizzazione politica. In questa fase storica l’eguaglianza esce dalle logge per crescere all'interno della società civile come diritti di cittadinanza e all’interno della società politica come corpo legislativo riformatore.

    Ciò che costituisce l'originalità del Cercle Social è la scelta di operare pubblicamente, scelta che crea una frattura rispetto alla tradizione massonica.

    Intorno ad esso vengono coagulandosi molteplici iniziative: emancipazione della donna, dei neri, degli ebrei, riforma del diritto di famiglia e delle successioni ereditarie, scolarizzazione pubblica, riforma elettorale anticensitaria, libertà di stampa, fino al problema giuridico dei diritti degli animali.

    In conclusione, per rispondere alla domanda se è lecito ricollegare la Massoneria alla rivoluzione francese, la risposta è, a nostro parere, sì, in quanto nelle logge degli anni 1770-1790, alcuni suoi promotori e oppositori discussero della forma più auspicabile di società e di governo, prima che società e governo subissero un cambiamento simultaneo ed irreversibile. La Massoneria spianò la strada all’avvento di una società civile nuova e matura creando una nuova cultura politica, costituzionale e rappresentativa, che certamente favorì gli accadimenti del 1789, ma non si può certo dire che li determinò causalmente.

    La Massoneria realizzò a livello di microcosmo quel nuovo ordinamento politico secolare e civile che sarà poi conosciuto come “mondo moderno”.



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    Dal Congresso di Vienna al 1860: Massoneria e Carboneria, inquadramento storico politico e filosofico

    Panorama storico politico e culturale dell’Europa dal Congresso di Vienna all’inizio del Risorgimento Italiano



    Nel 1815 il Congresso di Vienna, grazie al principio della legittimità, aveva “restaurato” nei vari stati europei gli antichi regimi, precedenti all’ascesa napoleonica.

    La solidarietà internazionale, la rinnovata alleanza fra il trono e l’altare, il profondo sentimento conservatore e anti-giacobino diffuso nelle classi dirigenti, dovevano essere non solo stabili garanzie contro ogni ritorno di fiamma della rivoluzione, ma anche la condizione per cancellare quell’atmosfera di libertà e tolleranza che aveva lasciato in eredità la dominazione napoleonica.

    Il cancelliere austriaco Principe di Metternich, cervello della restaurazione, controllava direttamente la Confederazione Tedesca e indirettamente l’Italia; inoltre con il patto di ferro della “Santa Alleanza” stretto con la Prussia e la Russia aveva costituito una formidabile forza militare capace di stroncare qualsiasi forma di rivoluzione o di dissenso che si fosse levato in Europa. Solo in Francia la restaurata monarchia di Luigi XVIII di Borbone non aveva potuto insistere a fondo nella politica di conservazione, ma soddisfacendo le esigenze della nobiltà dell’antico regine aveva mantenuto un minimo di libertà costituzionali. L’Inghilterra che lasciò, in un certo senso, mani libere alle altre potenze europee, riservandosi di intervenire direttamente là dove venisse meno l’equilibrio raggiunto, praticava ufficialmente una forma di governo costituzionale che, però, nelle mani dei Tories, riconosceva la pienezza dei diritti politici solo ad un ristretto numero di grandi proprietari e e capitalisti.

    Lo spauracchio del giacobinismo e del terrore avevano allontanato ogni tipo di riforma che rendesse più articolata e liberale la vita politica. I Whigs che erano all’opposizione, in modo più o meno opportunistico sostenevano, fondamentalmente, il sistema.

    Questo programma di stabilizzazione conservatrice trovò il consenso e l’appoggio di una parte della cultura romantica. I romantici reazionari come Louis De Barale, Joseph De Maistre, Savigny, Gustav Hugo, Pucta fecero una apologia della chiesa di Roma del medio evo con il mondo feudale della tradizione, del sentimento “Cavalleresco di fedeltà” e del principio di autorità.

    L’interesse per il medio evo, ravvivato dai romanzi di Walter Scott, dagli scritti di Novalis e Friedirich Schlegel, aveva spesso un contenuto politico conservatore che a volte poteva giustificare il regime oppressivo imposti ai popoli.

    La restaurazione in Europa riconsiderò in senso negativo e quasi condannò lo sviluppo economico, in quanto se ne vedevano gli effetti sconvolgenti nella vita politica, nei rapporti sociali e nel costume. La denuncia delle tristi condizioni delle classi lavoratrici serviva come protesto per respingere in blocco l’industrializzazione e lo sviluppo capitalistico, ai quali si contrapponeva un mitio mondo di serenità e d’equilibrio, tipico della campagna, retto dalla patriarcale benevolenza dei grandi proprietari e dei signori feudali.

    Il romanticismo conservatore però non mantenne a lungo il predominio assoluto. Già nel 1820 la tendenza si era rovesciata e la figura dell’intellettuale romantico cominciò ad identificarsi piuttosto con quella del ribelle politico, che, del portavoce della reazione governativa. Il caso di Lord Byron, il celebre poeta inglese che morì combattendo per la libertà in Grecia, fu il primo esempio con una vasta eco fra gli intellettuali europei.

    Il filo-ellenismo divenne il simbolo della svolta politico-culturale nel pieno della restaurazione. La giovane letteratura francese con Victor Hugo, La Martine, Merimé e Balzac non aveva più nulla a che vedere con i miti conservatori del primo romanticismo; Shelley, Keats e Byron in Inghilterra, Puskin in Russia, Mickievicz in Polonia, il giovane Leopardi e poi il Manzoni in Italia, proponevano e sostenevano valori etici e politici ben diversi da quelli della cultura ufficiale della restaurazione; erano schierati dalla parte del rinnovamento e del progresso.

    Il ribellismo romantico cominciò ben presto ad intrecciarsi con il movimento di opposizione politica, finché nel periodo dal 1830 al 1848, gran parte della letteratura e dell’arte fu permeata di sentimenti rivoluzionari. A questa svolta artistica letteraria, corrispondeva, la ripresa del pensiero politico liberale e radicale, legato sia a concezioni di tipo monarchico come nel primo caso o repubblicano nel secondo, e la volontà di lotta contro l’ordine costituito.





    Solo in Francia, cui la restaurazione aveva lasciato un modesto margine di libertà politica, una parte del movimento liberale moderato poté svolgere la sua attività; in tutti gli altri paesi, i vari gruppi politici contrari al regime (radicali, democratici, liberali, cristiano-democratici, socialisti ed altri…….) dovettero agire segretamente e in clandestinità.

    I vari tiranni abolirono ogni norma che riconducesse alle passate libertà, e, con l’azione implacabile della polizia che direttamente, o indirettamente, tramite spie, esercitava un controllo costante e capillare, ripristinarono un clima d’ oppressione e di terrore.

    Sorsero così nei vari paesi della restaurazione le società segrete. Esse trovarono un discreto seguito nelle università, nelle scuole, nella borghesia e aristocrazia illuminata, e, soprattutto nell’esercito grazie all’attività di ex ufficiali napoleonici.

    Almeno nei primi anni della restaurazione la comune lotta contro il dispotismo accomunò sia liberali, radicali, bonapartisti, socialisti e cattolici democratici. Quest’unità non durò a lungo e si crearono in seguito defezioni, trasformazioni, innovazioni. Fra le varie sette operanti in Europa vanno ricordate: la Società Patriottica Nazionale in Polonia, la Eteria in Grecia, la Società del Nord e del Sud in Russia, il Burgerschaft e tracce degli Illuminati di Baviera in Germania i Comuneros ed i Massoni in Spagna; la Massoneria, la Carboneria, l’Adelfia e Filadelfia, i Federati, la Società dei Maestri Perfetti ed altre in Italia.

    Altre società segrete nacquero in Portogallo, Inghilterra e Svizzera.





    Le Società Segrete in Italia ed in Europa


    Nel nostro paese, caduto Napoleone Bonaparte, subentrò al predominio francese quello austriaco.

    Il Mazziotti descrisse così il rammarico degli italiani: “L’occupazione francese aveva lasciato presso di noi tracce ormai incancellabili: aveva destato l’Italia da un letargo di secoli, l’aveva trascinata nel turbine della vita moderna ed assieme ai valori di libertà e tolleranza politica, aveva gettato i germi di una coscienza nazionale.”

    Agli spiriti nobili che volevano lottare per le antiche libertà contro la restaurazione asburgica non restò che agire nel segreto. La prima delle associazione segrete presa in considerazione in quanto già conosciuta dai patrioti, fu la massoneria. Essa era stata già apprezzata nel 1700 per il ruolo che aveva avuto con l’assolutismo illuminato e la rivoluzione francese, inoltre per l’incoraggiamento e la legittimazione ricevuta da Napoleone Bonaparte (vi aveva raggruppato tutti i nomi più illustri dell’impero).

    Oltre a questa la Carboneria, l’Adelfia e Filadelfia, i Federati, la Società dei maestri Perfetti, la Nuova Carboneria Riformata, la Carboneria Democratica Universale, gli Apofasimeni e con qualche differenza la Giovane Italia (nata da una costola della carboneria con l’intenzione di superare la discrezione della setta ed operare un’informazione politica e sociale fra la popolazione).

    Altre organizzazioni hanno avuto un’eco e risultati minori: la Guefia, i Pellegrini Bianchi, i Figli di Marte, i Latinisti, gli Illuminati, i Patrioti, i Patrioti Europei Uniformati, gli Ermanoanalisti, i Fratelli Artisti, i Cavalieri del Sole, i Difensori della Patria.

    Quasi tutte queste associazioni segrete riuscirono ad avere contatti e o filiazioni in altri paesi europei. Anche se avevano in comune dei programmi minimali come la lotta per le libertà civili e la costituzione, divergevano per obiettivi massimali che potevano variare dalla monarchia costituzionale, alla repubblica, fino a forme di socialismo utopistico o ancora più radicale di uguaglianza economica e sociale con comunione di beni.

    L’evoluzione politico filosofica del pensiero e l’esperienza individuale fecero sì che diversi individui, non sentendosi a proprio agio da una parte si trasferissero in un’altra setta, contribuendo così ad un arricchimento e forse anche ad una parziale trasformazione della stessa.

    Colui che si rivelò un organizzatore capillare ed una specie di “semaforo” che consentì un lavoro sinergico delle società segrete europee e quindi italiane, fu una figura singolare: Filippo Buonarroti.

    Costui che faceva parte del comitato centrale carbonaro di Parigi prima e di Berna dopo era stato membro e riformatore della Adelfia nel 1818, inoltre aveva fondato la Società dei Sublimi Maestri Perfetti, la Carboneria Riformata e gli Apofasimeni. Riusciva a conciliare nel primo obiettivo carbonaro un programma liberale incoraggiante l’iniziativa privata e la libertà di mercato, inoltre una strategia politica di carattere repubblicano ma anche aperta verso forme dinastiche illuminate come quelle di Luciano Buonaparte o degli Orleans, per arrivare a concezioni più radicali di lotta sociale influenzate dal pensiero di Babeuf.

    Lo storico Saitta nella sua opera: “Filippo Buonarroti: contributo alla storia della sua vita e del suo pensiero”, parla di un “giuramento di terzo grado” trovato tra i manoscritti buonarrotiani con un radicale impegno sociale ed economico che trasversalmente avrebbe attraversato tutte le sette di cui egli era membro ed ispiratore. Senz’altro nell’Adelfia, nei Sublimi Maestri perfetti , nella Carboneria Riformata e negli Apofasimeni egli auspicava un sistema politico di libertà, uguaglianza di diritti civili e sul piano economico una gestione comune dei beni di produzione.

    Gli Apofasimeni che nacquero in Toscana dal 1818 al 1820 con una prima sede in Livorno, allora porto internazionale, ed anche meta di arrivo di persone e d’idee politiche si diffusero successivamente a Firenze ed a Siena. Il loro programma, organizzato in una società di tipo massonico, ebbe un indirizzo prevalentemente agricolo. Essi auspicavano una confisca dei grandi latifondi ed una gestione comune da parte dell’intera popolazione con un sistema di tipo cooperativistico. È inutile dire che dopo un modesto iniziale successo, rimasero ben presto delusi.



    Nel concludere l’argomento occorre dire che tutta questa costellazione di sette sia a livello europeo che italiano si poteva reggere in piedi perché aveva come tessuto connettivo, che garantisse sia il reclutamento degli elementi, che gli scambi di idee, e, i trasferimenti di persone da una organizzazione all’altra una istituzione già preesistente: la massoneria (Luzio, Cazzaniga).

    Le società segrete, però, che riuscirono ad avere un peso indiscusso nella storia del risorgimento italiano furono due, la massoneria e la carboneria.





    La Carboneria


    Origini: non è facile stabilire né una data né un’ipotesi valida delle origini di questa istituzione.

    Sicuramente sappiamo che è nata nel Regno di Napoli in un periodo che va dal 1810 al 1816.

    Pietro Dolce parla di una trasformazione degli Illuminati di Napoli da sempre anti bonapartisti ed in contrasto con la politica anti sociale del Murat verso il 1810; oppure trasformazione della Guelfia in Sicilia ad opera degli Inglesi nel 1813. Secondo Vincenzina Zara (“La Carboneria in Terra d’Otranto”) la Sorsa ed il Tanzi, essa comparve per la prima volta in terra d’Otranto in un periodo dal 1810 al 1820, ove già erano presenti Logge Massoniche, con rapida diffusione in tutto il napoletano.

    Senz’altro nacque con una simpatia filo-inglese: la sua propaganda fu favorita, all’inizio, da Lord Caventish Bentenick, comandante delle truppe inglesi di stanza in Sicilia nel 1817. Costui aveva avuto il compito di ristabilire nel mediterraneo l’influenza britannica gravemente compromessa da Napoleone I e da Murat.

    Aspetto politico: alcuni scrittori come Gian Mario Cazzanica, Ulisse Bacci ed in parte Alessandro Luzio, profondi conoscitori di “cose massoniche”, insistono nel presentare una stretta connessione fra Massoneria e carboneria, intendendo la seconda come fase successiva o completamento della prima. Altri come Omodeo, Leti, Villari, Brancati ed Esposito, in modo più distaccato, tendono a relegare al silenzio l’impegno politico della Massoneria fino al 1850 (anno della fondazione della loggia Ausonia di Torino) e, a dare importanza, invece, dal 1815 al 1848 alla Carboneria, cui spetterebbe il merito indiscusso di aver risvegliato e coltivato il sentimento nazionale. A onor del vero molti carbonari erano stati in precedenza massoni e lo ritorneranno ad essere dopo il 1850, quando ufficialmente l’istituzione sposerà la causa dell’unità d’Italia con Cavour-Nigra da una parte e Giuseppe Garibaldi dall’altra. Fino al 1815 la Massoneria d’estrazione medio-alta borghese ed aristocratica aveva mantenuto un carattere cosmopolita, incoraggiava una convivenza tra le diverse popolazioni in virtù della tolleranza politica e religiosa. Manteneva tutte le radici etniche sullo stesso piano; si mostrava lealista verso tutte le forme di governo legittimo e storicamente appariva statutariamente monarchica. Aveva assunto, sotto l’influenza francese, uno spirito forse più laicista che laico e soprattutto era ancora impreparata e lontana dalle rivendicazioni di tipo nazionalistico o etnico.

    I fratelli, indubbiamente soffrirono in silenzio per la perdita delle libertà e parteciparono alla prima parte del risorgimento italiano affiliandosi alla carboneria.

    Ulisse Bacci nel suo “Libro del Massone Italiano” scrive che “quasi tutti i carbonari erano massoni: il massone era ammesso nella carboneria con semplice scrutinio, non era sottoposto alle prove indispensabili pei candidati ordinarii; di più, non si conferivano i gradi più alti del carbonarismo a chi non li avesse prima ottenuti nel rito scozzese antico ed accettato”. Piero Maroncelli, Silvio Pellico ed il conte Porro da massoni aderirono in gruppo alla Società dei Buoni Cugini (nome storico della carboneria), Guglielmo Pepe e la sua intera loggia si trasformarono, in Sicilia in una vendita carbonara. Il patriota Leonida Montanari, medico a Rocca di Papa, salendo sul patibolo a Piazza del popolo a Roma il 13 novembre 1825 disse: “Popolo, muoio senza delitti ma massone e carbonaro”. La carboneria, era intenzionalmente più diretta verso la piccola borghesia e il popolo delle città. Si prefiggeva, tramite l’insurrezione popolare, in un primo tempo, lo scopo di raggiungere la costituzione con un governo parlamentare democratico, e, successivamente l’unità d’Italia sotto i Savoia.

    In realtà fra il 1815 e il 1830 l’attività propagandistica fatta in modo capillare ad personam, o tramite affissioni murali notturne, volantini e giornaletti esplicativi, raggiunse prevalentemente: ufficiali dei vari eserciti degli staterelli italiani, aristocratici e borghesi ben pensanti, artigiani e commercianti evoluti, insegnanti e sacerdoti con idee progressiste. Purtroppo rimasero escluse le popolazioni delle campagne, immerse nell’ignoranza e nell’analfabetismo ed il popolo minuto cittadino che vedeva solo la propria miseria. L’assenza delle classi popolari fu una delle cause degli insuccessi dei moti nella penisola fra il 1821 e il 1831. Un'altra causa di questi insuccessi militari fu la mancanza di coordinamento fra i patrioti dei singoli stati e la differenza dei singoli programmi: i carbonari lombardi e veneti auspicavano la formazione di un regno dell’Italia settentrionale con l’aiuto del Piemonte; quelli dello Stato Pontificio chiedevano un governo laico e democratico dopo anni di mal governo ecclesiastico; i carbonari siciliani esigevano che l’isola diventasse uno stato separato da quello di Napoli, contrariamente ai napoletani che volevano tenerla unita al regno. Nonostante tutto questo, ci furono dei successi più militari che politici, che anche se di breve durata tennero vivo nel paese e all’estero il problema della libertà e dell’unità italiana. In seguito al moto carbonaro in Spagna del 1820 (sollevamento dell’esercito a Cadice) si ebbero in Italia varie ripercussioni: nel 1820 a Nola i tenenti di cavalleria Michele Morelli e Giuseppe Salviati al grido di “viva il re e viva la costituzione” con l’aiuto del generale Guglielmo Pepe fecero insorgere la città di Napoli e costrinsero Ferdinando I a concedere una costituzione simile a quella spagnola. A questa fece eco nel Piemonte una insurrezione guidata dal conte Santorre di Santarosa in contatto con i Federati milanesi del conte Federico Gonfalonieri. Il vecchio re Vittorio Emanuele I si ritirò dalla scena politica; il reggente il nipote Carlo Alberto di Savoia dopo un comportamento indeciso concesse la costituzione. Un’altra pagina di gloria fu scritta nel ducato di Modena da Ciro Menotti e da Enrico Misley che riuscirono a strappare la costituzione al duca Francesco IV, assieme all’impegno di creare uno stato democratico nell’Italia centro-settentrionale. Queste effimere vittorie carbonare portarono in seguito alle 5 giornate di Milano………….fino alla prima guerra di Indipendenza del 1848 .

    Aspetto spirituale e simbolico della carboneria: la carboneria si distinse dalla massoneria, non solo politicamente ma anche sul piano spirituale: attinse alla storia cristiana e al nuovo testamento. Gesù, il primo carbonaro, visto con gli occhi di uno zelota, affronta il sacrificio della croce per il bene della nazione. Anche il carbonaro sarà crocifisso, ma dopo tre giorni “l’idea risorgerà”. L’istituzione attingendo ad una religiosità di carattere popolare, presente soprattutto nel napoletano, elesse come protettore San Teobaldo che era venerato dai boscaioli e dai mercanti di legname. Questo richiamo religioso guadagnò le simpatie del clero colto e progressista e si dice anche di Papa Pio VII che secondo il Cantù (“Il conciliatore ed i carbonari”) avrebbe detto nel 1815 in un colloquio con il Conte Luigi Porro: “I carbonari hanno sentimenti italiani, e italiano sono io pure”. Diversamente purtroppo la penserà il suo successore Gregorio XVI. Il Cazzaniga parla di una religiosità di tipo esoterico: una rivelazione segreta di Gesù trasmessa per via orale ai discepoli e quindi diffusa, attraverso di essi, ad un gruppo di iniziati fino ad arrivare ai Carbonari.

    Il nome carboneria viene fatto risalire al monastero di San Carbone nel napoletano, sede di un probabile primo incontro di patrioti, oppure al pezzo di legno bruciato o destinato tale, che i Buoni Cugini portavano sulle vesti, detto Echantillon, per riconoscersi fra di loro.

    La simbologia cristiana si mescolava con una di tipo naturale per lo più forestale. “Vendite” o “Baracche” erano dette le loro associazioni, “Carbone” le armi, “Lupi” i tiranni, “Selva” l’Italia.

    Il Cazzaniga evidenzia un primo, secondo e terzo grado. Nel primo in un clima di tipo cristiano naturalistico era presente la concezione cattolica del pagano smarrito nella foresta che cerca la luce nell’ordine sul culto dei santi (San Teobaldo) per partecipare, successivamente, al ciclo di morte e resurrezione nell’ambiente vegetale con parole di tipo: legno, fascina, ciocco etc. …

    Nel secondo grado primeggiano le parole sacre: amore, virtù, probità.

    Nel terzo libertà e uguaglianza (presumibilmente di fronte alla legge). Inoltre fra i simboli compare il “gomitolo di filo” che come la catena di unione massonica, raffigura “la catena dei diritti naturali” che unisce i Buoni Cugini, ed il mezzo che essi hanno per legare il tiranno.

    A differenza della tradizione massonica, che, impernia il processo di crescita interiore sul concetto della pietra grezza, che, deve essere sgrossata e quindi levigata, i carbonari facevano riferimento al processo di CARBONIZZAZIONE: combustione e raffinamento del legno grossolano che attraverso il fuoco della fornace si purifica e diventa materiale combustibile “carbone”.





    LA MASSONERIA


    È mia convinzione che fino al 1850 nelle logge sia stata sempre presente una coscienza nazionale con un desiderio sofferto di partecipare alla lotta per le libertà costituzionali e l’unità d’Italia. Tuttavia la maggior parte dei fratelli hanno ritenuto opportuno utilizzare una società segreta, in un certo senso affine sia spiritualmente che simbolicamente, però debutata in modo specifico al rovesciamento della tirannide tramite l’insurrezione popolare. In un certo senso è come se, in un periodo di tolleranza un massone restando tale si iscrivesse ad un partito politico per realizzare le proprie idee personali. L’ingresso ufficiale della Massoneria nella lotta per l’indipendenza e l’unità d’Italia avvenne nel 1850, allorché a Torino fu fondata la loggia Ausonia da Livio Zambeccari, già fervente carbonaro e da altri sei: Corday, Tolini, Govean, Sisto, Mirano Anfossi. L’Officina fu la prima pietra per la creazione di Grande oriente d’Italia. La loggia praticò i tre gradi del Rito Simbolico Italiano (da qui l’origine del rito in questione) e le simpatie dei suoi membri furono rivolte chiaramente al governo costituzionale di Cavour ed alla politica estera dell’intraprendente primo ministro. Da allora la Massoneria ricettacolo di cospiratori, provenienti da ogni regione, con il suo spirito lealista e legalitario entrò ufficialmente alla guida del movimento politico che portò all’unità d’Italia.

    Il 29-12-1859 veniva costituito a Torino il Grande oriente d’Italia con Gran Maestro Filippo Delfino, devoto di Vittorio Emanuele II e soprattutto fedele collaboratore di Cavour.

    Nel settembre 1861 fu eletto Gran maestro Costantino Nigra ambasciatore del Regno di Sardegna a Parigi. Costui mantenne l’incarico fino al 1° Marzo 1862.

    Non tutti i fratelli piemontesi però, seguirono il cammino del Rito Simbolico Italiano: ben presto le logge Dante Alighieri e Osiride di Torino si staccarono dal Grande Oriente ed aderirono al Rito Scozzese Antico ed Accettato riportato a Palermo da Giuseppe Garibaldi nel 1860. Il Nizzardo già iniziato nel 1844 alla loggia “Asile de la Vertu” a Montevideo fondò un Grande oriente Italiano di Rito Scozzese in contrapposizione politica a quello di Torino. Garibaldi che aveva avuto contatti frequenti con Giuseppe Mazzini, aveva introdotto nel Rito Scozzese elementi repubblicani ex iscritti alla Giovane Italia e patrioti della repubblica romana. Inoltre si era prefissato, con Nino Bixio ed il suo stato maggiore, il programma segreto, una volta liberata Napoli di raggiungere Roma presidiata dall’esercito francese. Questa sua segreta aspirazione contrastava la strategia politica di Cavour che temeva una reazione diretta da parte di Napoleone III o comunque il mancato appoggio al programma di annessioni. Così Garibaldi venne fermato, in modo elegante, da Vittorio Emanuele II a Teano, e costretto a ritirarsi nell’isola di Caprera.





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    Epilogo

    La conclusione di questa tavole vuole essere che l’esperienza muratoria, negli ultimi 3 secoli, abbia contribuito in modo determinante alla crescita culturale e spirituale dell’individuo, e ancora, sviluppando la coscienza sociale lo abbia coinvolto in scelte politiche: da qui la partecipazione alla cosa pubblica.

    La storia ci insegna che laddove siano sorti movimenti di pensiero che abbiano favorito importanti riforme civili, o lotte per la libertà e l’indipendenza dei popoli, la Massoneria era presente. Come è stato scritto dalle SS\RR\e dal Fr\ che mi hanno preceduto: l’Illuminismo e l’Assolutismo Illuminato, la Rivoluzione Francese, il Liberismo economico, la Nascita degli Stati Uniti d’America, inoltre aggiungerei l’Unità d’Italia con Garibaldi e Nigra-Cavour, il Socialismo italiano con Andrea Costa, Bissolati e Pascetti, hanno visto la generosa presenza di Massoni. Vorrei tornare alla prima metà dell’800 italiano. Il lavoro dei fratelli nella penombra delle logge, è stato per lo più ignorato da molti storici. Coloro che si aspettavano una partecipazione diretta e palese della nostra organizzazione sono stati spesso delusi. Nelle officine non si può parlare di religione e di politica, però, gli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità ed i concetti di tolleranza e di rispetto per tutto ciò che è “diverso”, hanno sempre intrito gli animi dei fratelli anche in quei momenti “storicamente morti”, cioè nei periodi in cui non era prevista una azione politico militare ed il sentimento nazionale sembrava spegnersi. Ebbene proprio in quei momenti le logge hanno tenuto in vita la fiamma della coscienza nazionale ed hanno preparato i massoni ad aderire a quelle società segrete deputate alla lotta alla tirannia tramite il sollevamento polare prima, e poi in molti come volontari prendendo parte alle battaglie della II Guerra d’Indipendenza e all’Impresa dei Mille.

    Purtroppo la storia ricorda solo i personaggi più famosi, ma noi sappiamo che tanti fratelli anche modesti, nell’anonimato, hanno contribuito validamente alla nascita e allo sviluppo della coscienza nazionale.



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    Bibliografia


    “Storia d’Italia e d’Europa comunità e popoli” – vol 5 – ed. Iaca book - 1989

    “Encarta” – CD – Microsoft - 1999

    Gian Mario Cazzaniga: “La religione dei moderni” – Ed. ETS

    Storia della letteratura italiana: l’800 – Ed. Garzanti

    Giuseppe Leti : “Carboneria e Massoneria nel risorgimento italiano” – Ed. Arnaldo Forni

    Alessandro Luzio: “La Massoneria nel Risorgimento italiano” – saggio storico – Ed. Forni

    Rosario F. Esposito: “La Massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni” – Ed. Paoline

    Rosario Villari: “Storia contemporanea” –– Ed. Laterza

    N.ABBAGNANO: “Storia della Filosofia”, UTET, Torino, 1969

    G.GIANNANTONI: “Profilo di storia della filosofia”, LOESCHER, Torino, 1969

    G.GIARRIZZO: “ Massoneria ed Illuminismo”, MARSILIO, Venezia, 1994

    G.RUDE’: “L’europa del settecento. Storia e cultura”, LATERZA, Bari, 1993



    M. Jacob: “Massoneria Illuminata” – Ed: Einaudi – 1995

    D. Outram: “ “L’Illuminismo” – Ed. Il Mulino - 1997
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Inquadramento storico del ‘700 fino alla Rivoluzione francese


    Mentre nell’Europa orientale è in corso la prima fase della Seconda guerra del Nord, in Occidente si combatte la guerra di successione spagnola. Carlo II d’Asburgo, privo di discendenti diretti, lascia la corona di Spagna a Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV. L’Inghilterra, l’Olanda, gli Asburgo d’Austria, la Prussica, temendo che l’ascesa di un Borbone sul trono di Madrid favorisca la ripresa dei disegni egemonici del Re Sole, si uniscono nella Grande Alleanza dell’Aia e muovono guerra ai Franco-spagnoli. Dopo varie vicende, l’Alleanza riesce ad imporre ai nemici le paci di Utrech e Rastad, che riconoscono Filippo V come successore di Carlo II ma segnano un deciso regresso sia per la Francia sia per la Spagna. La Francia, infatti, cede all’Inghilterra le più importanti basi coloniali di Terranova e di Acadia; la Spagna cede all’Inghilterra la rocca di Gibilterra e l’isola di Minorca, e all’Austria le Fiandre e tutti i domini italiani ad eccezione della Sicilia, assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, che nel 1720 dovrà poi scambiarla con la Sardegna. Vantaggi notevoli ottiene la Prussica, mentre l’Inghilterra s’avvia a diventare la massima potenza coloniale del pianeta, proprio in un periodo nel quale lo sfruttamento delle colonie acquista un valore decisivo ai fini economici e politici.

    Esauritesi le miniere americane d’oro e d’argento, le colonie vanno assumendo un nuovo significato come fonti preziose dei cosiddetti generi coloniali: zucchero di canna, cotone, tabacco, caffè, droghe e simili. Per la coltura dei generi coloniali occorre mano d’opera numerosa e a basso costo. Le navi negriere la procurano deportando dall’Africa in America grandi masse di schiavi.

    L’età che si chiude con la morte di Luigi XIV presenta un bilancio positivo: gli orizzonti geografici degli Europei si sono enormemente dilatati, con conseguenze materiali e culturali di grande rilievo.

    La scienza, grazie all’opera di geni come Galilei (1564-1642), Keplero (1571-1630), Pascal (1623-1662), Leibeniz (1646-1716), Newton (1643-1727) ha elaborato una precisa e fecondissima metodologia, ma ha compiuto progressi quantitativi e qualitativi di importanza fondamentale. In connessione strettissima con la tecnica, essa è ormai diventata uno strumento essenziale per modificare e migliorare le sorti del mondo e della società.



    Dopo la guerra di successione spagnola l’Europa gode di un ventennio di pace, e i governi ne approfittano per cercar di rianimare l’economia dei propri paesi: particolarmente interessanti, come manifestazioni tipiche del sistema capitalistico sono, in Inghilterra, la fondazione di società per azioni Bubbles (per il loro carattere speculativo e avventuroso), e in Francia le iniziative di John Law, rivolte a incrementare le attività produttive e gli scambi mediante la facilitazione del credito, l’aumento della liquidità (ottenuto mediante l’adozione della carta-moneta) e la mobilitazione del risparmio, largamente investito dai cittadini nell’acquisto di azioni della Compagnia delle Indie. I risultati pratici di queste iniziative, parziali e sporadiche, furono nel complesso modesti; restò comunque acquisito che l’azione dei governi doveva esercitarsi anche in ambiti un tempo ignorati dai poteri pubblici oppure considerati sono in via eccezionale. Questa è la premessa esplicita delle riforme più impegnative ed organiche promosse nella seconda metà del ‘700.



    Scomparso Luigi XIV nel 1715, la corona di Francia passò al pronipote Luigi XV, un fanciullo di soli 5 anni, affidato alla reggenza di Filippo d’Orleans. Il reggente ereditava una situazione difficilissima perché negli ultimi anni del Re Sole, l’ostilità contro l’assolutismo si era fatta più aspra e diffusa, le finanze erano state dissanguate dalle guerre. Il debito pubblico aveva raggiunto livelli così elevati che lo stato non era in grado di restituire il danaro ricevuto in prestito. Il sistema fiscale rimaneva caotico, iniquo e inefficiente, nobiltà e clero erano esenti dalle tasse, le imposte indirette (sull’oro, sull’argento, sulle carte da gioco, sul sale, sui tabaccai, sui contratti ecc.) erano volte più a frenare gli scambi e le attività produttive che a rinsanguare le finanze. Le imposte non erano neppure equamente distribuite su tutto il paese, la tassa sul sale, per esempio, variava enormemente da regione a regione; analogamente la taglia, la più importante delle imposte dirette, in alcune regioni cadeva soltanto sulla proprietà terriera, in altre sui redditi globali, valutati essi stessi con criteri approssimativi e arbitrari. Sarebbe stata necessaria una riforma fiscale che mettesse un minimo d’ordine e di giustizia ma, Filippo d’Orleans non volle tentarla. Restituì parte dell’antico potere ai parlamenti, alla nobiltà e al clero. Il reggente affrontò il problema delle finanze riducendo le spese militari e svalutando la moneta, accettò i consigli del banchiere scozzese John Law, ideatore di un piano per il rilancio dell’economia francese.



    Una delle acquisizioni più originali del pensiero settecentesco è la fondazione della scienza economica, dovuta all’opera di studiosi francesi ed inglesi.

    Data l’importanza decisiva dei fatti economici può sembrare strano che la riflessione scientifica sia iniziata solo nella seconda metà del ‘700, con quasi due secoli di ritardo rispetto alla fisica. Si deve però considerare che l’economia si occupa di processi estremamente complessi; legati all’imprevedibile creatività dell’uomo e perciò più difficilmente riducibili agli schemi quantitativi usati dalle altre scienze. In secondo luogo va notato che solo la maturazione del sistema capitalistico fornì le condizioni adatte perché l’attività economica fosse colta nelle sue caratteristiche specifiche. Il latifondista dell’età classica sfruttava gli schiavi per procurarsi i mezzi necessari a svolgere le attività politiche e culturali, uniche degne dell’uomo libero. Il feudatario sfruttava i servi della gleba per procurarsi i mezzi necessari a svolgere le attività militari, vanto e decoro del cavaliere. In tutti e due i casi la produzione era un mezzo per fornire i beni necessari alla classe dirigente, che realizzava se stessa in attività superiori, del tutto estranee all’economia. Con l’avvento del capitalismo, la classe dirigente borghese pone l’attività economica al centro dei suoi interessi e considera la produzione non come un mezzo per soddisfare i bisogni, propri e dei lavoratori, ma come uno strumento mediante il quale il capitale stesso si moltiplica indefinitamente.

    I fondatori della scienza economica si convinsero che la condizione ottimale per lo sviluppo della produzione si sarebbe ottenuta lasciando la piena libertà all’iniziativa privata, capace di auto- regolarsi grazie ai meccanismi del mercato e della concorrenza.

    I fondatori furono, in Francia Francois Quesnay (1694-1774), esponente della scuola fisiocratica, così chiamata per la sua fiducia in un presunto ordine naturale; in Inghilterra Adam Smith (1723-1790) caposcuola del liberismo. L’esaltazione della libera iniziativa fu comunque tratto comune ad entrambe le scuole.

    Sull’Europa del primo ‘700, pur moderna sotto certi aspetti, gravano ancora usi e istituti ereditati dal medioevo (privilegi della nobiltà e del clero, autonomie cittadine, ordinamenti corporativi, pedaggi, esenzioni fiscali e simili) che intralciano l’esercizio dell’autorità sovrana e ostacolano l’espansione delle attività economiche borghesi. In nome della filosofia illuministica, che denuncia l’assurdità di tali sopravvivenze, molti principi intraprendono una vasta opera di riforma che, mentre consolida il loro potere secondo le prospettive del dispotismo illuminato, rende più efficiente e razionale l’ordinamento degli stati, riduce le sperequazioni fiscali, migliora la procedura

    Giudiziaria e il sistema delle pene, sottrae l’insegnamento al monopolio del clero grazie all’istituzione di scuole laiche, abolisce i privilegi della Chiesa e tende anzi a sottoporre la Chiesa a controlli rigidi e vessatori (giurisdizionalismo). L’episodio più clamoroso della politica anticlericale è l’espulsione dei gesuiti dal Portogallo (1759), dalla Francia, dalla Spagna, dal Regno di Napoli e dal Ducato di Parma e Piacenza, cui segue lo scioglimento della Compagnia di Gesù, deliberato nel 1773 dal papa Clemente XIV per le pressioni esercitate su di lui dai sovrani.

    In generale i Principi, pur professandosi ispirati alle idee dell’illuminismo, le utilizzano solo per dare nuovo vigore e più aggiornata giustificazione alla tradizione politica di accentramento del potere, cosicché il nuovo dispotismo è “illuminato” più di nome che di fatto. Federico II (1740-1786) segue, per esempio, le suggestioni dell’illuminismo solo in quanto esse non intaccano in profondità l’ordinamento della società prussiana; Caterina II (1762-1796) attua in Russia delle riforme che rimangono marginali o addirittura consolidano l’autorità delle genti di servizio a scapito delle grandi masse contadine. Ben più incisiva è invece la politica riformatrice di Maria Teresa (1740-1780) e di Giuseppe II (1780-1790) nell’Impero e nel Milanese. Giuseppe II, in particolare vara una serie di provvedimenti umanitari (abolizione della pena di morte, della tortura, della servitù della gleba, tolleranza per gli ebrei ecc.) e nello stesso tempo pratica un giurisdizionalismo radicale che suscita le proteste dei sudditi cattolici e che Leopoldo II, suo successore, dovrà abbandonare.

    La cultura illuministica ha ampia diffusione anche in Italia e fa da supporto all’attività riformatrice dei Principi non solo nel milanese austriaco, ma anche nel granducato di Toscana e nel regno di Napoli. A Milano i fratelli Verri promuovono con gli scritti e con le opere il rinnovamento civile e culturale del paese; Cesare Beccaria denuncia la nefandezza della tortura e della pena di morte nell’opera Dei delitti e delle pene (1764), che ottiene risonanza in tutta Europa. A Napoli Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri e Ferdinando Galliani trattano di economia, di legislazione, di problemi attinenti alla vita pratica e politica, e contribuiscono così a reinserire l’Italia nel vivo circuito della cultura europea.



    Verso la fine del ‘700 inizia in Inghilterra una radicale trasformazione dei processi produttivi che, per le sue conseguenze economiche, sociali, politiche e culturali e per la sua progressiva espansione in aree sempre più vaste del mondo, ha avuto ed ha un’importanza decisiva nel determinare le condizioni di vita dell’umanità: essa viene giustamente denominata rivoluzione industriale. Sviluppandosi grazie all’applicazione sistematica delle conoscenze scientifiche ai processi produttivi, l’industria determina una vertiginosa accelerazione dei progressi tecnici e rende pertanto più evidente che mai il carattere storico e relativo delle cosiddette materie prime. L’adozione massiccia di macchine, capovolge il tradizionale rapporto fra l’uomo e gli strumenti e nello stesso tempo accresce enormemente la produttività del lavoro. Gli investimenti richiesti dall’industria assumano proporzioni tali da comportare una sempre più netta divisione fra capitale e lavoro (gli operai separati dai mezzi di produzione che non posseggono, non possono vendere, come faceva l’artigiano, le merci da loro prodotte, ma devono vendere come merce l’unica cosa rimasta in loro possesso, la propria forza-lavoro.

    Le innovazioni tecniche procedettero dalle macchine terminali alle macchine motrici, dalle industrie tessili all’industria pesante, metallurgia e meccanica, il cui peso, inizialmente secondario, diverrà determinante solo nell’Ottocento in concomitanza con lo sviluppo delle ferrovie. Poiché i motori sono “a monte” dei terminali e l’industria pesante è di fatto l’industria basilare che fornisce i mezzi e gli strumenti a tutte le altre, questa successione sembra sconvolgere l’ordine “logico”; essa è invece pienamente giustificata dalle organiche interazioni che collegano i vari campi di produzione. Dato che l’industriazzazione inglese fu promossa dall’iniziativa privata per soddisfare una domanda crescente, è del tutto ovvio che essa sia iniziata dall’industria leggera e si sia trasmessa all’industria pesante solo per retroazione.

    La condizione degli operai è però abissalmente diversa da quella delle classi subalterne dell’antichità e del medioevo (schiavi e servi della gleba), perché essi sono di fatto, protagonisti di un processo produttivo che, in quanto fondato sul progresso scientifico-tecnico e quindi sulle capacità creative della mente umana, è virtualmente suscettibile di sviluppi che vanno ben oltre i limiti dello stesso sistema capitalistico da cui la rivoluzione industriale ha preso origine.





    La rivoluzione americana è preparata e alimentata dalla convergenza di una serie di motivi: 1) nelle colonie inglesi del Nord America affluiscono dall’inizio del ‘600 emigranti di varia origine che hanno abbandonato le loro rispettive patrie per cercare nel Nuovo Continente libertà di coscienza e di iniziativa; dall’amalgama di genti diverse, accomunate da un coraggioso e duro spirito pionieristico, va dunque nascendo una nuova nazionalità, dotata di caratteri originali; 2) la vittoria nella guerra dei sette anni ha permesso agli inglesi di strappare alla Francia il Canada e ha quindi reso superflua per i coloni la protezione della madrepatria, prima ritenuta indispensabile; 3) liberi dalla minaccia francese, gli Americani si rendono progressivamente conto delle immense prospettive di sviluppo che si aprirebbero davanti a loro, se solo potessero spezzare le catene del monopolio britannico. Per tutti questi motivi le pretese del Parlamento inglese di costringerli a contribuire alle spese generali dell’impero, per quanto in se stesse non eccessive, sono respinte e boicottate dai coloni, che si rifiutano di pagare imposte deliberate da una Camera dei Comuni nella quale essi non possono inviare i propri rappresentanti.

    Da qui nasce uno stato di cronica tensione fra le colonie e la madrepatria, che si protrae dal 1765 al 1775 e precipita alla fine della guerra aperta (1776-1783), condotta dai coloni non per ottenere alcune concessioni marginali nell’ambito dell’impero britannico, ma per rivendicare la piena e completa indipendenza, da loro dichiarata solennemente il 4 luglio 1776.

    La ribellione degli americani, esplicitamente ispirata ai principi democratici dell’illuminismo, suscita gli entusiasmi dell’opinione pubblica progressista europea, ed è concretamente appoggiata dalla Francia e dalla Spagna, che intervengono nella guerra contro la Gran Bretagna rispettivamente nel 1778 e nel 1779. in tal modo i coloni – che da soli, per quanto condotti valorosamente da Gorge Washington, non avrebbero avuto alcuna speranza di successo – riescono alla fine vittoriosi, e l’Inghilterra è costretta a firmare la pace di Versailles (1783) con la quale riconosce la piena indipendenza degli Stati Uniti, restituisce alla Spagna Minorca e la Florida e cede alla Francia alcune Antille e il Senegal.

    La vittoria della rivoluzione americana dimostra che gli ideali illuministici di libertà e di democrazia non sono vuote utopie, accelera la crisi già in atto dell’assolutismo monarchico francese, stimola le aspirazioni dell’indipendenza delle colonie latino-americane soggette alla Spagna e al Portogallo, prepara il terreno per quell’impetuoso sviluppo delle forze produttive che in circa un secolo e mezzo permetterà agli Stati Uniti di affermarsi come massima potenza industriale del mondo.

    Gli Stati Uniti sono però inizialmente un paese arretrato e poco omogeneo, la cui compattezza è a mala pena garantita dalla Costituzione del 1787, fondata sulla divisione dei poteri. La grande risorsa degli americani sarà dunque la progressiva colonizzazione del continente, autorizzata dall’Ordinanza di Nord-Ovest (1787) per quanto riguarda la Luisiana ma poi di fatto estesa sino a raggiungere il Pacifico.



    Nel 1743, più di trentenni prima della Dichiarazione di Indipendenza, Franklin pubblicò a Filadelfia un progetto per la promozione del sapere (poi concretatosi effettivamente nella fondazione della Società Filosofica) che dimostra con quanto fresco entusiasmo e con quanta chiarezza egli intuisse le grandiose possibilità di sviluppo delle colonie americane. Una così vivace volontà di sottomettere la natura ai fini dell’uomo, grazie al progresso e alla diffusione della scienza e delle sue applicazioni, era destinata col tempo a scontrarsi con le preoccupazioni degli inglesi, di precludere alle colonie ogni libertà nello sviluppo dell’industria e della produzione in generale.







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    Inquadramento filosofico fino alla Rivoluzione francese


    INQUADRAMENTO FILOSOFICO


    Le vicende storiche del XVII e del XVIII secolo influenzano profondamente la vita culturalee scientifica di tutta l’Europa. Movimenti quali l’Arcadia, il Rococò, il Neoclassicismo dominano l’arte letteraria, figurativa e musicale di tutta l’Europa con grandissimi esponenti in ogni campo che sono influenzati e, a loro volta, influenzano il pensiero filosofico di tutto il secolo. Di particolare rilievo però per lo sviluppo del pensiero filosofico sono i progressi della scienza in questo periodo con grandi avanzamenti in campo matematico(Eulero), astronomico(Halley), elettrico(Volta), chimico(Lavoisier) ed infine biologico.

    Tutta l’Europa è un fermento intellettuale che si esprime dal punto di vista filosofico in vari movimenti anche profondamente diversi tra loro ma culminanti tutti nell’Illuminismo inteso come trionfo della ragione.

    Kant ha scritto: “L’Illuminismo è l’uscita degli uomini da una minorità a loro stessi dovuta. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. A loro stessi dovuta è questa minorità se la causa di essa non è un difetto dell’intelletto ma la mancanza della decisione e del coraggio di servirsene come guida. SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! È il motto dell’Illuminismo.”





    FILOSOFIA INGLESE DEL SECOLO XVIII


    La filosofia inglese del secolo XVIII si presenta con una grande varietà di tendenze e di personalità animate da notevoli esigenze razionalistiche con il predominante influsso di Locke (empirismo moderno). Infatti le problematiche politiche della fine del ‘600, i contrasti religiosi che le accompagnano e l’incipiente nascita del liberismo offrono un vasto materiale di riflessione a tutta la cultura inglese della prima metà del ‘700: sorge l’esigenza di un’analisi etica, in parallelo a quella filosofica già operata da Locke nel campo delle idee, e di una determinazione della vita morale indipendente sia dall’ateismo sia dal fanatismo religioso e che si può considerare il corrispettivo del liberismo sul piano politico.

    I principali movimenti della prima metà del ‘700 sono rappresentati dal “DEISMO” che già si manifesta in Locke e Newton e si esplica poi compiutamente in Shaftesbury, Hutchison e Hume e dal “METODISMO” i cui maggiori esponenti sono Wesley e Bercheley.

    Da un lato quindi il Deismo di Shaftesbury( 1671-1713) con la formulazione del concetto di “SENSO MORALE” inteso come priorità della morale sulla religione, concetto che si esaspera in Hutchison(1694-1746) che rende il senso morale esclusivo fondamento della vita etica; dall’altro la polemica sul deismo con Bercheley (1685-1753)che sviluppa l’empirismo di Locke formulando il concetto di “IMMATERIALISMO” (ESSE EST PERCIPI) ma che giunge poi, in età più matura, ad una metafisica neoplatonica considerando sempre tuttavia la filosofia come conferma della visione religiosa e dei principi morali.

    Successivamente la critica al razionalismo filosofico e la tradizione dell’empirismo inglese approdano alla filosofia di Hume(1711-1776) che vuol essere ed è “il filosofo della natura umana” nel senso che la scienza della natura umana è la sola scienza propria dell’uomo: cerca allora di estendere alla scienza della natura umana quei metodi di studio e di ricerca così produttivi nella scienza della natura fisica abbandonando il razionalismo metafisico e coltivando invece l’empirismo iniziato da Bacone, Locke e Newton.

    Per Hume il fondamento delle nostre conoscenze sono le percezioni distinte in due classi , le “impressioni” e le “idee” che , a loro volta, trovano ordine e connessione mediante l’”associazione” e l’”immaginazione”.Il filosofo distingue le idee ulteriormente in “idee di relazione” e “proposizioni di fatti”: è questa la base dell’analisi e della critica dell’oggettività del principio di causalità che è uno degli aspetti più importanti del suo pensiero.

    Dal punto di vista etico, religioso ed estetico Hume considera invece il “sentimento” come principio della vita morale(morale della simpatia), fondamento delle religioni positive ed infine anche origine del gusto estetico.

    La discussione sui problemi etici che impegna in maniera vivace il mondo filosofico anglosassone

    di questo periodo trova una continuità dell’opera di Hume in Adam Smith (1723-1790) che identifica nella “morale della simpatia” il principio regolatore non solo della nostra morale ma anche delle dottrine economiche di derivazione fisiocratica cui Smith dà una delle prime sistemazioni scientifiche.

    Merita infine un accenno la cosiddetta “SCUOLA SCOZZESE” che con Reid(1710-1796) e Stewart(1753-1828) approfondisce le discussioni sul sentimento e formula la dottrina del “senso comune”.





    ILLUMINISMO FRANCESE


    E’ proprio dalla filosofia inglese di Locke e Newton e dalla discussioni sul Deismo che nascono le idee germinative di quel movimento non solo filosofico ma anche culturale e politico che si estrinsecherà soprattutto in Francia e culminerà con l’Illuminismo dando notevole impulso alla Rivoluzione Francese.

    Il concetto fondamentale alla base dell’Illuminismo cioè l’ideale della ragione intesa come “lume” capace di rischiarare le tenebre del pregiudizio, del dogma e del privilegio può accomunare tutti gli uomini in quanto la ragione è uguale in tutti gli uomini: da qui i concetti di egualitarismo e di pacifismo che si scontrano inevitabilmente con il mondo religioso e non solo dal punto di vista teorico ma anche dal punto di vista socio-politico in quanto il mondo clericale rappresentava l’incarnazione del privilegio e dell’autorità.

    Accanto a questi straordinari cambiamenti si assiste anche ad un modificarsi del modo di concepire la filosofia: non ci troviamo più di fronte ad una disciplina trattata solo da un’elite di competenti eruditi ma la filosofia sfocia anche in altri ambienti divulgandosi e semplificandosi contribuendo così a porre le basi di una nuova cultura.

    Infine la politica è uno dei campi in cui si estrinseca maggiormente la polemica illuminista francese in nome degli ideali di uguaglianza: si sviluppa un concetto di “razionalismo illuministico” che sembra incontrarsi con l’esperienza politica inglese e da questa trarre preziosi suggerimenti fino allo sviluppo di una delle prime espressioni del liberismo politico moderno con il pensiero di Montesquieu(1689-1755).

    Charles de Secondat, Barone di Montesquieu cerca di individuare, nella sua opera più importante “Lo spirito delle leggi”, il principio su cui si fonda la scienza della società;, distingue quattro forme di governo, la monarchia il cui principio è l’onore, l’aristocrazia, il cui principio è la moderazione, la democrazia, il cui principio è la virtù ed il dispotismo, il cui principio è l’arbitrio; sviluppa poi la problematica della libertà del cittadino e della distinzione dei poteri secondo una visione senza dubbio innovativa ma che tuttavia si scontra con gli ambienti illuministici più radicali che sostituiscono l’ideale del principe illuminato con forme esasperate di radicalismo democratico.

    Ma la cultura francese deve soprattutto all’opera di Voltaire(1694-1778) il contatto ed il confronto con la filosofia inglese e l’introduzione delle idee di Locke e di Newton: questo grande pensatore che fu senz’altro il principale ispiratore dei “PHILOSOPHES” illuministi (intesi non tanto come filosofi in senso tradizionale ma come liberi pensatori, uomini di vasti interessi e di vasta cultura, soprattutto dotati di spirito critico), impersonò perfettamente l’uomo nuovo del ‘700, frutto dell’empirismo Lockiano e si fece promulgatore, attraverso i suoi numerosi scritti dei motivi critici della cultura dell’epoca contro il dispotismo, il fanatismo, l’intolleranza, le superstizioni; ma soprattutto dette voce con il suo pensiero ad una nuova concezione di storia e di religione, concetti che già si venivano formando e che poi furono essenziali aspetti dell’Illuminismo.

    La storia non va più intesa come uno studio fine a se stesso nel rispetto della tradizione ma si viene formando la concezione di una natura umana sempre uguale a sé ed identica in tutti con la ragione come elemento liberatore dagli errori: ecco che allora nella storia è necessario considerare ciò che è sempre uguale e che ne costituisce l’ordine progressivo: da qui la nascita dell’idea di “PROGRESSO” dell’Illuminismo.

    L’altro concetto,costante in Voltaire è quello che concerne la religione: le religioni positive e soprattutto il cattolicesimo, appaiono l’espressione del fanatismo, dell’intolleranza, dei privilegi, tuttavia Voltaire non è ateo, non è deista(in opposizione ai filosofi inglesi), non è materialista ma definisce la figura del TEISTA, cioè colui che ammette l’esistenza di un Dio unico, intelligente e provvidente, l’esistenza di una religione naturale e di una morale naturale cui attenersi.

    Per Voltaire la vera religione è quella che insegna “...il massimo di morale ed il minimo dei dogmi”.

    Siamo nella seconda metà del ‘700 e, nel 1751, si pubblica, con un memorabile “DISCORSO PRELIMINARE” di D’Alembert(1717-1783) il primo volume dell’”ENCICLOPEDIA o DIZIONARIO RAGIONATO DELLE SCIENZE, DELLE ARTI E DEI MESTIERI”, opera emblematica della cultura illuministica, frutto dell’opera instancabile di D’Alembert e Diderot(1713-1784) prima e solo di quest’ultimo negli ultimi anni a causa delle polemiche con gli ambienti più tradizionalisti ma soprattutto a causa degli aspri attacchi da parte dei gesuiti che portarono nel 1759 alla condanna ufficiale pronunciata da Clemente XIII. Diderot continuò l’opera in attesa di tempi più propizi ed infatti nel 1772(dopo l’espulsione dei gesuiti) la pubblicazione fu completata.

    L’enciclopedia che, come la definì Diderot fu “.... il tentativo di un secolo filosofico” fu sorprendentemente meno esauriente nella trattazione filosofica rispetto a quella scientifica o economica a causa probabilmente delle cautele necessarie per la sua stessa sopravvivenza.

    Tutta l’opera tuttavia è fondata su una basilare ripartizione del sapere: la CONOSCENZA DIRETTA delle cose che, unita alla memoria, dà luogo alla storia, la CONOSCENZA RIFLESSA, di carattere razionale, che dà luogo alla filosofia ed alla scienza e la conoscenza di ciò che è simile agli oggetti della conoscenza diretta, cioè l’IMMAGINAZIONE, che dà luogo alle arti.

    Contemporaneamente si inserisce l’opera di Condillac(1715-1780) che segna il definitivo passaggio dall’empirismo al sensismo e la corrente materialista con D’Holbach(1720-1793) e Helvetius(1715-1771).

    Ecco che già prende sempre più forma l’idea di “PROGRESSO”, espressione della funzione emancipatrice della ragione, che si riflette anche in ambito economico con il passaggio dall’età del mercantilismo secentesco all’affermazione del liberismo economico in Inghilterra e della scuola Fisiocratica in Francia.

    E’ sempre in questa seconda metà del secolo XVIII che si pone l’opera controversa di Rousseau(1712-1778) che, con i suoi concetti di “ritorno alla natura”,di “sentimento”, di “istinto” spesso si trova in antitesi con le idee illuministiche a lui contemporanee. Tuttavia rivestono certamente notevole importanza i suoi scritti sull’origine della disuguaglianza(Discorso sulla Disuguaglianza), sulla politica (Contratto sociale), sull’educazione individuale e sulla religione(Emilio).; è infatti Rousseau che per primo ha spiegato i principi fondamentali della sovranità popolare secondo un modello di “democrazia diretta” ed attraverso l’attività della “volontà generale”e che ha formulato un modello pedagogico in cui si cerchi di riportare il processo educativo al libero manifestarsi delle facoltà naturali.





    ILLUMINISMO ITALIANO


    Già nella prima metà del secolo si ha una graduale penetrazione nell’ambiente culturale italiano di idee cartesiane, lockiane e newtoniane: ugualmente intensa è la diffusione delle idee illuministiche, soprattutto francesi, nella seconda metà del secolo.

    Tuttavia in Italia l’Illuminismo non ha lo spiccato originale carattere filosofico e la stessa radicalità che si riscontra in Francia ma si inserisce, in maniera più graduale, in quel movimento di riforme politiche e sociali messo in atto da molti stati della penisola: ecco perché l’Illuminismo italiano si occupa prevalentemente di problemi politici o economici piuttosto che filosofici o morali con la sola grande eccezione del Beccaria (1738-1794).

    In Italia lo sviluppo dell’Illuminismo si deve principalmente all’attività culturale di due centri: Milano e Napoli. A Milano opera l’Accademia dei Pugni ove si pubblica il periodico “Il Caffè”, importantissima opera di diffusione delle nuove idee cui collaborano i principali esponenti dell’Illuminismo milanese, i fratelli Verri ed il Beccaria. Si deve a quest’ultimo la stesura di un’opera che è a tutt’oggi fondamentale nell’ambito del diritto penale, “Dei delitti e delle pene”, in cui si proclama l’illeicità della pena di morte e l’illeicità della tortura.

    A Napoli invece i maggiori esponenti (Genovesi, Galieni, Filangieri) affrontano prevalentemente problemi economici e politici rifacendosi in larga misura ai maggiori esponenti dell’Illuminismo francese.





    ILLUMINISMO TEDESCO


    Nel quadro culturale post-secentesco la cultura teologica e la filosofia protestante rappresentano una traccia importante su cui si innesteranno le dottrine newtoniane e successivamente le idee illuministiche dando luogo alla nascita di due correnti: da un lato un indirizzo accademico, sistematico, rappresentato da Wolff(1679-1754) che cerca una sintesi tra tradizione scolastica, filosofia di Leibniz ed idee illuministiche; dall’altro un indirizzo più libero e meno sistematico rappresentato principalmente da Lessing(1728-1781)e dai cosiddetti “filosofi popolari”.

    Lessing può essere considerato a ragione la figura preminente dell’illuminismo tedesco: egli, muovendo dal deismo, dibatte lungamente il problema religioso (illuminismo religioso) ma sviluppa il motivo più profondo della sua filosofia ponendo l’accento sull’esigenza di una continua perfettibilità dell’uomo e del genere umano piuttosto che su un ideale di perfezione e di verità. Frutto di questo pensiero è la pubblicazione del testo “ L’Educazione del genere umano” in cui si identifica la rivelazione come educazione e si pongono le basi dell’idea di storia come “ordine progressivo”.

    Ma tutte le tendenze della filosofia secentesca e settecentesca, dal razionalismo all’empirismo, allo scetticismo, al sentimentalismo, alla filosofia della scienza, alla filosofia della ragione, trovano la loro conclusione sintetica nella “filosofia critica” di Kant.

    Immanuel Kant nasce a Konisberg nel 1724 e già nel 1746 presenta il primo scritto che darà vita alla filosofia del periodo precritico in cui ad un iniziale interesse per i problemi filosofici della tradizione leibniziana e wolffiana e per quelli scientifici della fisica newtoniana, sostituisce successivamente un orientamento più morale(il risveglio dal sonno dogmatico) che risente dell’empirismo, di Hume e di Rousseau.

    Si giunge nel 1781 alla pubblicazione del suo capolavoro: “CRITICA DELLA RAGION PURA” nel quale Kant intende per “ragione” la nostra facoltà di conoscere in generale e quindi la critica della ragione è la critica della nostra facoltà di conoscere in generale; mentre“pura” significa che ad essa non è mescolato niente di empirico. Scrive Kant: “...sotto il nome di conoscenze a priori s’intendono quelle che sono indipendenti non da questa o da quella, ma da ogni esperienza. Ad esse si oppongono quelle a posteriori, che sono possibili solo per mezzo dell’esperienza. Delle conoscenze a priori diciamo pure quelle a cui non è misto nulla di empirico”; il punto di vista critico si chiarisce come punto di vista trascendentale nel senso che l’oggetto della conoscenza umana non è la cosa in sé ma ciò che della cosa può apparire all’uomo tramite la sensibilità, il fenomeno.Significa anche che la conoscenza umana, in quanto conoscenza di fenomeni, è sempre e soltanto esperienza.

    Nel 1788 vede la luce la “CRITICA DELLA RAGION PRATICA” nel senso di esame dei limiti della ragione nel suo uso pratico, cioè in quanto capace di guidare la volontà mediante le sue leggi(imperativi). Questo è il punto centrale dell’etica kantiana: l’uomo è composto di ragione e di sensibilità e se la sua volontà fosse determinata solo dall’una o dall’altra il problema morale non esisterebbe; ma proprio in quanto l’uomo può essere determinato sia dalla ragione sia dalla sensibilità, la moralità richiede che esso debba poter essere determinato dalla ragione ed è appunto questo dovere che è espresso dal comando o imperativo “tu devi!”.

    Riflettiamo sulle tre formule dell’”imperativo categorico”:

    -“Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come legge universale”

    -“Opera in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, mai come semplice mezzo”

    -“Agisci in modo che la volontà possa considerare se stessa, mediante la sua massima, come universalmente legislatrice.

    Kant affronta poi nella “CRITICA DEL GIUDIZIO” la problematica dell’esistenza del “sentimento” come facoltà dell’Io per giungere infine, nelle ultime opere della sua vita, a trattare temi più specificatamente politici o pedagogici.

    Questi i temi predominanti nella cultura filosofica dell’Europa del 700, temi che con il loro afflato innovativo penetrarono, grazie anche ai cambiamenti socio politici contemporanei in ambienti diversi da quelli accademici in senso stretto, ne furono influenzati e a loro volta li influenzarono: le idee cominciarono a circolare non solo nei salotti aristocratici ma anche in ambito borghese, tramite la stampa, i circoli mercantili, le società letterarie o le logge massoniche creando quel fermento culturale che avrebbe coinvolto tutta l’Europa anche nel secolo successivo.





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    Massoneria ed evoluzione sociale e culturale dal 1750 fino alla Rivoluzione francese

    Le logge massoniche settecentesche e le società segrete politiche del primo settecento, costituiscono il più importante laboratorio moderno di nuove forme del vivere associato.

    Lo stesso vincolo associativo fondato sull’eguaglianza, la libertà e la fratellanza che consegue al rito di iniziazione, finisce per costituire un fine proprio, ovvero un valore “fondante” per il legame sociale che si vuole realizzare per estendersi poi nei progetti di riforma della società profana.

    Questi luoghi associativi permettono di cogliere meglio l’origine e la natura di quella che sembra a noi aver costituito la religione dei moderni, “la politica”, ovvero l’essenza di nuova una religione fondata su forme associative originali.

    La nascita della Massoneria all’inizio del settecento costituisce infatti una vasta fucina di idee che nelle forme che essa assume estendendosi e differenziandosi negli stati europei continentali, evidenzia la rivendicazione di eguaglianza e la distinzione fra la religione come principio regolativo interiore e le religioni positive come prodotto storico. Distinzione questa, tesa ad un’opera di costruzione dell’autonomia della legge morale.

    La Libera Muratoria pertanto rappresenta l’unico progetto possibile di rifondazione di quel legame sociale che proprio dalla nascita dell’individuo, come protagonista spirituale della storia europea, apporterà un preciso distinguo tra religione naturale e religioni positive, mettendo in crisi le precedenti forme e teorie sociali espresse dalla Res Publica Christiana.

    Infatti il fine di questa Associazione sarà “lavorare efficacemente a quello scopo che l’intero ordine dei Liberi muratori si propone <<il bene di tutti gli uomini>>“

    Di ciò ne è conferma la stessa composizione sociologica delle logge, dove i variegati gruppi sociali e professionali che maggiormente troviamo presenti in esse, sono più di altri alla ricerca di un legame sociale reale, sostitutivo dei legami comunitari e cetuali tradizionali. E’ rafforzativo di quanto già detto riportare una citazione tratta da “Mémoire” che può rendere più evidente tale concetto: “……un legame universale le cui fila partono da tutte le nazioni, uniscono un grande numero di uomini illuminati…in una istituzione il cui fine è di condurre gli spiriti alla conoscenza di un creatore universale della natura e dei rapporti originari di fraternità ed uguaglianza che esistono fra tutti gli uomini, nell’obbligo che ne deriva di soccorrersi vicendevolmente e di lavorare per il bene dell’umanità…”

    Pertanto la strategia di riforma della società dovrà porsi come obiettivo primario l’unità di genere prima che l’unità dei singoli, dunque dovrà compiere un’opera spirituale ed insieme istituzionale di rifondazione dell’unità del genere umano.

    Si tratterà di far vivere l’uguaglianza, ovvero di restituire all’uomo la sua naturale socievolezza e di permettere lo sviluppo perfettibile sulla base di pari opportunità, a partire da nuove condizioni e ordinamenti sociali che rendano possibile tutto ciò, affinché queste nuove condizioni vengano individuate anzitutto nella costruzione di una unicità della giurisdizione.

    E’ interessante qui riportare un’altra citazione tratta da “Mémoire”“…E’ dunque ad illuminare gli uomini che occorre impegnarsi per renderli saggi e virtuosi; è anzitutto ad illuminarli finché sono giovani che bisogna operare…è a diffondere le verità e le conoscenze utili…a farle giungere fino alla classe popolare che devono impegnarsi…

    L’introduzione della ragione, del buon senso, della sana filosofia nell’educazione di tutti i ceti sociali, sarà così il primo scopo dell’associazione…”

    Occorrerà dunque concentrare la polemica, la critica e l’azione modificativa nei confronti di quelle istituzioni che maggiormente sostanziano la differenza sociale, cercando la rifondazione del legame sociale nella nazione, luogo genetico di questo tipo di legame, mettendo il luce pertanto il rapporto fra riforma religiosa e rivoluzione politica.



    Si realizza in questa fase storica ed in questa sperimentazione di nuove fondazioni del legame sociale, un processo di rovesciamento-superamento dell’atteggiamento massonico verso lo Stato, in quanto nello Stato assolutistico viene visto il simbolo e la sanzione di una società della differenza, con un radicalismo che si consolida maggiormente nel continente europeo.

    Questa lotta contro l’ordinamento istituzionale finisce per individuare nella pluralità gerarchizzata delle giurisdizioni, il primo e principale nemico da abbattere.

    Ciò motiva una prima fase di appoggio alle esperienze riformatrici del dispotismo illuminato, in particolare contro le autonomie ed i privilegi delle istituzioni ecclesiastiche, ma, visti i limiti di questo processo, la strategia verrà indirizzata individuando nel passaggio dal principe al popolo, la forma della Costituente. Il nuovo sovrano dotato di legittimità sarà l’unico in grado di fondare teoricamente e realizzare praticamente l’unità della giurisdizione.

    Ne consegue un diverso atteggiamento massonico verso le istituzioni confessionali, oscillante fra antagonismo e riforma, mentre nei confronti dello Stato l’atteggiamento verrà ribaltato in quanto il progetto massonico prevede, nella realizzazione del passaggio dallo Stato patrimoniale allo Stato razionale-legale, prioritariamente il compito culturale e politico.

    Va rilevato come in questa nuova forma concettuale di Stato, si realizzi il passaggio dalle medievali nationes alla nazione, cioè da una pluralità di tradizioni comunitarie di lingua e vita dotate di autonomia giurisdizionale, ad una unicità di giurisdizione frutto dell’opera di gruppi dirigenti e identificata con atto legittimo supremo in cui si sostanzia la sovranità popolare con “La Costituzione”.

    Il processo di costruzione della nazione è prima culturale che istituzionale, processo nel quale l’influenza libero-muratoria sarà costante e talora egemone.

    Durante questo processo di costruzione dello stato-nazione, si registra una diversità fra l’esperienza britannica, dove si intrecciano i primi istituti rappresentativi ed i residui teocratici dell’istituto monarchico e l’esperienza europea continentale.

    Quest’ultima legittima e radicalizza i nuovi istituti di rappresentanza attraverso un atto di fondazione, sperimentando nel contempo le prime forme di libertà dei culti risultando, a pieno titolo, sorella e figlia dell’esperienza rivoluzionaria delle Costituzioni della Virginia (1776) e degli Stati Uniti d’America (1787).

    Vi è dunque un passaggio che conduce dall’utopia della repubblica universale alla costruzione della nazione come frutto di una progettualità umana consapevole; infatti si viene realizzando un’avanguardia protagonista del processo di riforma delle istituzioni, avanguardia che esce dalle logge per farsi movimento costituente della nuova Res Publica.

    Da ciò emerge chiaramente il tipo di apporto che la Massoneria ha dato al movimento illuministico sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo, considerandola a pieno titolo come specifico laboratorio culturale per la conquista della nascente “opinione pubblica” prima ancora che luogo genetico di nuove forme di sociabilità.

    L’Illuminismo, questo nuovo movimento ideologico e culturale portò i lumi della ragione in ogni campo dell’attività umana, rinnovando la cultura, le istituzioni e la vita sociale nel suo insieme, si assisté anche all’ascesa della BORGHESIA ed alla sua affermazione non solo politica ma anche economica.

    Il suo sviluppo inizia dal 1688 (tempi della rivoluzione inglese) sino al 1789, (rivoluzione francese), stabilendo ben presto il proprio fulcro in quella Francia in cui, alla preponderanza economica e alla crescente coscienza della propria funzione sociale propulsiva, si opponevano tenacemente i radicati poteri politici ed i privilegi civili dei nobili e del clero alleati della monarchia assoluta.



    Meno impetuosa e radicale invece fu la fioritura dell’Illuminismo in Inghilterra perché il nuovo equilibrio fra aristocrazia e borghesia, stabilì un clima favorevole al conservatorismo ideologico.

    Tuttavia questo nuovo movimento attuò le sue prime conquiste politiche e sociali proprio in Inghilterra, sua stessa patria di origine, portando la concezione di un nuovo diritto dello stato che segnò, se pur in forma minore per la radicata natura monarchica, l’ascesa della borghesia.

    In Francia quegli stessi principi costituirono la premessa ideologica della rivoluzione che portò alla proclamazione dei “diritti dell’uomo”.

    In Germania Federico II di Prussia razionalizzò le strutture del suo Stato, affrancandolo da un feudalesimo agrario, impegnando la nobiltà nella nuova organizzazione militare e dando alla borghesia maggiore respiro per abbinare le attività commerciali a quelle ormai insufficienti dell’agricoltura.

    Anche in altri stati d’Europa l’illuminismo portò ad una maggiore tolleranza religiosa; ridusse lo strapotere della chiesa cattolica, limitò i privilegi della nobiltà ed i diritti delle comunità rurali a favore dell’individualismo agrario.

    In Italia le riforme illuministiche trovarono applicazione in Lombardia, in Toscana e nel regno di Napoli; svilupparono la libertà di commercio, potenziarono l’istruzione elementare, le riforme delle amministrazioni locali, la creazione della piccola proprietà contadina.

    Il culto della ragione, la condanna del trascendentalismo religioso, l’esigenza di riforme politiche e sociali, trovarono larga applicazione anche nel campo letterario.

    Si riscoprì nei classici antichi anche un nuovo esempio di saggezza capace di disciplinare la fantasia e la soggettività dando nel contempo, il gusto dell’intelligenza.

    La massoneria settecentesca, nella misura in cui ribadisce queste norme della tradizione corporativa in nome dei rapporti fraterni fra gli iniziati e della divisione fra di essi ed il mondo profano, esprime nella sua pratica associativa un progetto di separazione della vita civile e politica da ogni religione confessionale proprio in nome dei principi di fraternità, pace e tolleranza religiosa di cui si fa propugnatrice.

    Estrinseca inoltre un progetto di associazione fra gli uomini regolato dai principi di libertà ed eguaglianza naturale di cui, la vita di loggia, è prima realizzazione. Con il superamento delle distinzioni profane di ordine e ceto e, in questo suo prefigurare, l’eguaglianza politica in senso moderno, finisce per operare a sua volta come riforma religiosa di cui, gli intellettuali-organizzatori culturali, finiscono per essere i nuovi sacerdoti.

    Di qui la politica, figlia della Massoneria, come religione dei moderni.

    Il mondo delle logge massoniche tende a costituirsi nel secolo XVIII come modello di rapporti fraterni, fondati sulla naturale sociabilità dell’uomo e sul suo essere indefinitivamente perfettibile; ed è sulla base di queste due categorie di sociabilità e perfettibilità, che il libero muratore lavora per innalzare templi alla virtù e carceri al vizio, impegnandosi nella costante costruzione di una vera scienza dell’uomo.

    Il progetto massonico si configura dunque anzitutto come progetto etico.

    La costituzione del 1723 regola <<i doveri di un libero muratore>> ed inizia affermando che “un muratore è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale”.

    Il massone deve essere uomo libero, di buoni costumi, convenire sulla religione riguardo a cui tutti gli uomini ragionevoli convengono e rispettare le leggi civili del Magistrato.

    L’Ordine non può intervenire direttamente sulla società politica in quanto la sua strategia di perfettibilità richiede un paziente preliminare lavoro all’interno della società civile, lavoro culturale, filantropico e organizzativo al fine di costruire uomini virtuosi, liberi dalle passioni e dai pregiudizi.

    L’Ordine richiede la costruzione di un nuovo senso comune che solo nel suo affermarsi storico può produrre forme politiche conformi a ragione.

    Ciò impedisce, beninteso, a singoli gruppi massonici, di intervenire direttamente sul terreno della lotta politica, ma non deve implicare un coinvolgimento dell’Ordine in quanto tale.

    Non a caso vedremo nei momenti più conflittuali della storia politica europea, operare gruppi massonici spesso con ruoli di rilievo, su fronti diversi, dai conflitti fra orangisti e stuardisti alla ribellione delle logge coloniali americane, dalla rivoluzione francese alla comune di Parigi.



    Abbiamo parlato di idee-guida che, nate nel mondo delle logge radicali durante gli anni del dispotismo illuminato e riformatore, guideranno poi il processo rivoluzionario e costituente nella Francia di fine secolo.

    Queste idee-guida, su cui il radicalismo massonico costruisce la sua cultura politica, la sua filosofia della storia ed il suo progetto di riforma sociale, sono fondamentalmente tre: sociabilità, eguaglianza e perfettibilità.

    Anzitutto la sociabilità, con cui si intende far riferimento ad una oggettiva natura umana, spontaneamente socievole e ad una naturale fratellanza che rinasce soggettivamente nella vita iniziatica di loggia che aspira ad estendersi, per successiva influenza culturale, a tutta la società.

    E’ questo il rapporto naturale di fratellanza che fonda la convivenza fra gli uomini e la fonda come parità naturale di diritti e di doveri, da cui scaturisce la seconda idea-guida che è appunto quella di eguaglianza.

    Tuttavia questa eguaglianza è soltanto una base naturale, una premessa che si può realizzare solo se si consente all’individuo, ad ogni singola personalità, di avere la possibilità e le opportunità di svilupparsi pienamente, da realizzare la terza idea-guida di perfettibilità., la capacità della natura umana di adattarsi e di evolvere attraverso progressivi incrementi e mutamenti, senza che questo potenziale di adattamento flessibile e di miglioramento progressivo, incontri mai un limite.

    Da questi diversi ma non contraddittori percorsi di fondazione delle libertà, derivano obiettivi che sono parte del modello massonico di emancipazione sociale.

    Obiettivi che ritroviamo poi nelle componenti radicali della rivoluzione, dai girondini ai giacobini, e che ritroveremo più tardi nei movimenti di democrazia sociale con la libertà di stampa e di associazione, la libertà religiosa, il sistema di istruzione pubblica obbligatoria e gratuita, l’emancipazione femminile attraverso l’istruzione ed il lavoro,la tutela dei ceti socialmente deboli, la scienza come madre del progresso.



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    Massoneria e Rivoluzione francese

    In Francia a partire dal 1789, gli avversari della rivoluzione presero ad attaccare la fratellanza.

    Il primo attacco documentato risale posteriormente al luglio 1789 ed è degno di interesse per ciò che afferma in merito alla sociabilità massonica: “ il lavoro della loggia è occasione di associazione; l’associazione comporta le assemblee; le assemblee sono piene di discorsi eloquenti; questi discorsi presentano le stesse caratteristiche del fanatismo religioso; questi discorsi stimolano il desiderio della conoscenza”.

    Nel corso del primo anno della rivoluzione le accuse si fecero più pesanti, indicando nei circoli massonici covi di spie in cui era nata la congiura.

    Per gli oppositori di destra della rivoluzione francese, l’Assemblea Nazionale si rifaceva alla forma di governo massonica e aveva origine nella pratiche massoniche, che sono repubblicane e democratiche. E il governo massonico nazionale era a sua volta preso a modello dal nuovo governo rivoluzionario che, analogamente alle logge, amministrava su base locale conservando però una struttura centralizzata mediante il sistema dei dipartimenti, dei distretti et similia. Persino i responsabili ai vari livelli dell’ordine massonico, assomigliavano alle nuove magistrature create dalla rivoluzione.

    Non è affatto da escludersi che alcuni massoni francesi abbiano creduto a questo genere di somiglianza. Del resto, scrivendo alla Gran Loggia di Parigi, una loggia di provincia non aveva difficoltà ad affermare che “nell’ordinamento civile i deputati di una provincia la rappresentano alle assemblee generali della nazione e lo stesso vale nel caso delle logge”.

    Nelle mani dei nemici della Massoneria questi fatti si trasformarono in pesanti capi d’accusa: in breve tempo gli oppositori della rivoluzione elaborarono una tesi che, da allora in poi, non avrebbe smesso di aleggiare sugli studi dedicati alla massoneria europea del secolo XVIII.

    Secondo questa tesi i massoni furono responsabili più di qualsiasi altro gruppo dello scoppio della rivoluzione.

    In seguito si sostenne anche che i massoni si contrapponevano in tutto e per tutto all’ancien régime; la massoneria divenne sinonimo di cospirazione e sovversione, e tale rimane ancora oggi secondo certi ambienti.

    Lo storico più noto della massoneria del secolo XVIII, l’abate Augustin de Barruel, riprese e approfondì il tema della cospirazione e della sovversione adottandolo come tesi interpretativa. In un libro che ebbe un gran numero di lettori, “Memorie per la storia del giacobinismo”, egli indicò nella massoneria la causa primaria della rivoluzione francese.

    Barruel credeva che la rivoluzione in Francia, con tutte le violenze che ne erano derivate e con i suoi attacchi sacrileghi alla monarchia e alla chiesa cattolica fosse stata provocata dalla cospirazione dei philosophes illuministi, riuniti in organizzazioni segrete come quella degli Illuminati di Baviera e le logge massoniche diffuse in tanta parte d’Europa. Mentre gli scritti dei philosophes minavano i valori tradizionali da cui dipendevano lo stato e la società, membri degli Illuminati e frequentatori delle logge massoniche si infiltravano nel governo.

    Per Barruel, dunque, la rivoluzione non era una forma politica radicalmente nuova o una rottura drammatica col passato come pensavano molti rivoluzionari, ma piuttosto una realizzazione di sviluppi di lungo periodo interni all’illuminismo stesso.

    A partire da Barruel la produzione storiografica relativa ala rivoluzione francese ha pressoché unanimamente ignorato il contesto internazionale costituito dalle rivoluzioni democratiche verificatesi in Europa occidentale nei decenni 1780 e 1790.

    Così i critici della rivoluzione hanno elevato i massoni francesi a causa della stessa, ignorando del tutto la presenza delle logge nell’intera Europa occidentale.

    Del resto solo in Gran Bretagna vi era stretta affinità tra il tipo di vita civica e il sistema di governo delle logge propugnati dalla massoneria e il vigente ordinamento politico e costituzionale.

    Analogamente a molti storici successivi, Barruel non si diede la pena di prendere in esame circostanze e cause della rivoluzione americana né delle altre rivoluzioni democratiche verificatesi sul continente europeo.

    In compenso si soffermò a considerare il linguaggio ed il suo uso nel contesto specifico, visto che i massoni usavano parole come libertà e uguaglianza. Egli affermava che le logge tedesche e quelle francesi, che praticavano la massoneria dei philosophes, ne fornivano una spiegazione che costituiva un abuso di quelle parole.

    Inoltre riteneva che il linguaggio massonico in tema di uguaglianza, libertà e fraternità fosse da mettere in relazione con la fase radicale e democratica della rivoluzione francese, ossia col linguaggio giacobino.

    Analoga convinzione fu espressa due secoli più tardi dallo storico inglese Michael Roberts che in un saggio rigoroso e dotto del 1970 affermò che il motto “libertà, uguaglianza e fraternità” si ricollegava alle parole d’ordine massoniche più che a qualsiasi altro antecedente del secolo XVIII.

    Lo storico americano Robert Palmer ha fatto notare che queste tre parole, nello stesso ordine e come motto ufficiale, furono usate per la prima volta nel 1795 nella Repubblica rivoluzionaria Batava, fatto che autorizza ad ipotizzare una comunanza di valori e di interessi tra i rivoluzionari di Francia e Olanda, e quindi un comune patrimonio culturale.

    Ma invece di tener conto di ciò, molti storici della rivoluzione francese continuano ad attenersi ad un presunto carattere di unicità del giacobinismo francese.

    In questa prospettiva risulta ovviamente difficile liberarsi dall’ossessione delle origini massoniche del terrore; se le logge massoniche furono il semenzaio del giacobinismo, perché mai non lo diffusero a Filadelfia nel 1780 o ad Amsterdam e Bruxelles negli anni 1790?

    Nell’intero corso del secolo non ci fu praticamente riunione di loggia senza partecipazione di visitatori stranieri. Questa dimensione internazionale della Massoneria è totalmente trascurata dall’attuale storiografia europea.

    Negli anni intorno al 1979, per Francois Furet, storico tra i più insigni della sua generazione, la loggia diventa un partito politico che teoricamente incarna la società e insieme lo stato, in situazione di reciproca identificazione. Egli riprende la versione benigna della tesi di Tocqueville, enfatizzando l’importanza delle riunioni intellettuali informali pre-rivoluzionarie, le società di pensiero, quali precorritrici di molte delle forme di organizzazione e di mobilitazione rivoluzionarie.

    Forse involontariamente le logge massoniche del secolo XVIII sarebbero diventate, secondo quanto sospettato dalla polizia fin dagli anni 1740, il fertile terreno di coltura delle minoranze militanti nelle quali si acquisiva la nuova legittimazione.

    I precedenti settecenteschi della nostra politica e del nostro discorso democratico sono più facilmente individuabili nelle logge che in qualsiasi altra forma di sociabilità dell’Europa continentale e la Massoneria contribuì alla trasmissione ed alla concreta strutturazione dell’Illuminismo e tradusse i lessici culturali dei suoi appartenenti in un’esperienza comune e condivisa che fu civile e pertanto politica.

    Secondo la storico Vartanian in Francia nel XVIII secolo si svilupparono parallelamente due illuminismi: quello intellettuale dei philosophes e quello popolare non intellettuale.

    La Massoneria costituisce il più importante movimento dove i philosophes e i loro seguaci avevano la possibilità di incontrarsi con commercianti, uomini di governo, professionisti.

    Per quanto distanti dai salotti parigini, i fratelli si collocavano a giusta ragione tra gli illuminati.

    Una menzione particolare merita il “Cercle Social”, un centro di propaganda rivoluzionaria costituito da un gruppo di intellettuali legati da una comune militanza culturale e da preesistenti vincoli massonici, impegnati in un progetto politico di radicale riforma della società.

    Il Cercle Social inizia ad operare nell’ottobre del 1790 come sede di assemblee pubbliche, come casa editrice e come sedicente confraternita mondiale e fu il più importante strumento di questa propaganda rivoluzionaria.

    Gli appartenenti al gruppo incarnarono una nuova concezione dell’uomo di lettere, inteso come intellettuale militante, impegnato nel lavoro culturale e politico di massa. Sarà questa l’identità degli intellettuali rivoluzionari del Cercle Social, espressione del radicalismo massonico europeo di fine secolo che rappresenta il passaggio storico dalla battaglia culturale all’organizzazione politica. In questa fase storica l’eguaglianza esce dalle logge per crescere all'interno della società civile come diritti di cittadinanza e all’interno della società politica come corpo legislativo riformatore.

    Ciò che costituisce l'originalità del Cercle Social è la scelta di operare pubblicamente, scelta che crea una frattura rispetto alla tradizione massonica.

    Intorno ad esso vengono coagulandosi molteplici iniziative: emancipazione della donna, dei neri, degli ebrei, riforma del diritto di famiglia e delle successioni ereditarie, scolarizzazione pubblica, riforma elettorale anticensitaria, libertà di stampa, fino al problema giuridico dei diritti degli animali.

    In conclusione, per rispondere alla domanda se è lecito ricollegare la Massoneria alla rivoluzione francese, la risposta è, a nostro parere, sì, in quanto nelle logge degli anni 1770-1790, alcuni suoi promotori e oppositori discussero della forma più auspicabile di società e di governo, prima che società e governo subissero un cambiamento simultaneo ed irreversibile. La Massoneria spianò la strada all’avvento di una società civile nuova e matura creando una nuova cultura politica, costituzionale e rappresentativa, che certamente favorì gli accadimenti del 1789, ma non si può certo dire che li determinò causalmente.

    La Massoneria realizzò a livello di microcosmo quel nuovo ordinamento politico secolare e civile che sarà poi conosciuto come “mondo moderno”.



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    Dal Congresso di Vienna al 1860: Massoneria e Carboneria, inquadramento storico politico e filosofico

    Panorama storico politico e culturale dell’Europa dal Congresso di Vienna all’inizio del Risorgimento Italiano



    Nel 1815 il Congresso di Vienna, grazie al principio della legittimità, aveva “restaurato” nei vari stati europei gli antichi regimi, precedenti all’ascesa napoleonica.

    La solidarietà internazionale, la rinnovata alleanza fra il trono e l’altare, il profondo sentimento conservatore e anti-giacobino diffuso nelle classi dirigenti, dovevano essere non solo stabili garanzie contro ogni ritorno di fiamma della rivoluzione, ma anche la condizione per cancellare quell’atmosfera di libertà e tolleranza che aveva lasciato in eredità la dominazione napoleonica.

    Il cancelliere austriaco Principe di Metternich, cervello della restaurazione, controllava direttamente la Confederazione Tedesca e indirettamente l’Italia; inoltre con il patto di ferro della “Santa Alleanza” stretto con la Prussia e la Russia aveva costituito una formidabile forza militare capace di stroncare qualsiasi forma di rivoluzione o di dissenso che si fosse levato in Europa. Solo in Francia la restaurata monarchia di Luigi XVIII di Borbone non aveva potuto insistere a fondo nella politica di conservazione, ma soddisfacendo le esigenze della nobiltà dell’antico regine aveva mantenuto un minimo di libertà costituzionali. L’Inghilterra che lasciò, in un certo senso, mani libere alle altre potenze europee, riservandosi di intervenire direttamente là dove venisse meno l’equilibrio raggiunto, praticava ufficialmente una forma di governo costituzionale che, però, nelle mani dei Tories, riconosceva la pienezza dei diritti politici solo ad un ristretto numero di grandi proprietari e e capitalisti.

    Lo spauracchio del giacobinismo e del terrore avevano allontanato ogni tipo di riforma che rendesse più articolata e liberale la vita politica. I Whigs che erano all’opposizione, in modo più o meno opportunistico sostenevano, fondamentalmente, il sistema.

    Questo programma di stabilizzazione conservatrice trovò il consenso e l’appoggio di una parte della cultura romantica. I romantici reazionari come Louis De Barale, Joseph De Maistre, Savigny, Gustav Hugo, Pucta fecero una apologia della chiesa di Roma del medio evo con il mondo feudale della tradizione, del sentimento “Cavalleresco di fedeltà” e del principio di autorità.

    L’interesse per il medio evo, ravvivato dai romanzi di Walter Scott, dagli scritti di Novalis e Friedirich Schlegel, aveva spesso un contenuto politico conservatore che a volte poteva giustificare il regime oppressivo imposti ai popoli.

    La restaurazione in Europa riconsiderò in senso negativo e quasi condannò lo sviluppo economico, in quanto se ne vedevano gli effetti sconvolgenti nella vita politica, nei rapporti sociali e nel costume. La denuncia delle tristi condizioni delle classi lavoratrici serviva come protesto per respingere in blocco l’industrializzazione e lo sviluppo capitalistico, ai quali si contrapponeva un mitio mondo di serenità e d’equilibrio, tipico della campagna, retto dalla patriarcale benevolenza dei grandi proprietari e dei signori feudali.

    Il romanticismo conservatore però non mantenne a lungo il predominio assoluto. Già nel 1820 la tendenza si era rovesciata e la figura dell’intellettuale romantico cominciò ad identificarsi piuttosto con quella del ribelle politico, che, del portavoce della reazione governativa. Il caso di Lord Byron, il celebre poeta inglese che morì combattendo per la libertà in Grecia, fu il primo esempio con una vasta eco fra gli intellettuali europei.

    Il filo-ellenismo divenne il simbolo della svolta politico-culturale nel pieno della restaurazione. La giovane letteratura francese con Victor Hugo, La Martine, Merimé e Balzac non aveva più nulla a che vedere con i miti conservatori del primo romanticismo; Shelley, Keats e Byron in Inghilterra, Puskin in Russia, Mickievicz in Polonia, il giovane Leopardi e poi il Manzoni in Italia, proponevano e sostenevano valori etici e politici ben diversi da quelli della cultura ufficiale della restaurazione; erano schierati dalla parte del rinnovamento e del progresso.

    Il ribellismo romantico cominciò ben presto ad intrecciarsi con il movimento di opposizione politica, finché nel periodo dal 1830 al 1848, gran parte della letteratura e dell’arte fu permeata di sentimenti rivoluzionari. A questa svolta artistica letteraria, corrispondeva, la ripresa del pensiero politico liberale e radicale, legato sia a concezioni di tipo monarchico come nel primo caso o repubblicano nel secondo, e la volontà di lotta contro l’ordine costituito.





    Solo in Francia, cui la restaurazione aveva lasciato un modesto margine di libertà politica, una parte del movimento liberale moderato poté svolgere la sua attività; in tutti gli altri paesi, i vari gruppi politici contrari al regime (radicali, democratici, liberali, cristiano-democratici, socialisti ed altri…….) dovettero agire segretamente e in clandestinità.

    I vari tiranni abolirono ogni norma che riconducesse alle passate libertà, e, con l’azione implacabile della polizia che direttamente, o indirettamente, tramite spie, esercitava un controllo costante e capillare, ripristinarono un clima d’ oppressione e di terrore.

    Sorsero così nei vari paesi della restaurazione le società segrete. Esse trovarono un discreto seguito nelle università, nelle scuole, nella borghesia e aristocrazia illuminata, e, soprattutto nell’esercito grazie all’attività di ex ufficiali napoleonici.

    Almeno nei primi anni della restaurazione la comune lotta contro il dispotismo accomunò sia liberali, radicali, bonapartisti, socialisti e cattolici democratici. Quest’unità non durò a lungo e si crearono in seguito defezioni, trasformazioni, innovazioni. Fra le varie sette operanti in Europa vanno ricordate: la Società Patriottica Nazionale in Polonia, la Eteria in Grecia, la Società del Nord e del Sud in Russia, il Burgerschaft e tracce degli Illuminati di Baviera in Germania i Comuneros ed i Massoni in Spagna; la Massoneria, la Carboneria, l’Adelfia e Filadelfia, i Federati, la Società dei Maestri Perfetti ed altre in Italia.

    Altre società segrete nacquero in Portogallo, Inghilterra e Svizzera.





    Le Società Segrete in Italia ed in Europa


    Nel nostro paese, caduto Napoleone Bonaparte, subentrò al predominio francese quello austriaco.

    Il Mazziotti descrisse così il rammarico degli italiani: “L’occupazione francese aveva lasciato presso di noi tracce ormai incancellabili: aveva destato l’Italia da un letargo di secoli, l’aveva trascinata nel turbine della vita moderna ed assieme ai valori di libertà e tolleranza politica, aveva gettato i germi di una coscienza nazionale.”

    Agli spiriti nobili che volevano lottare per le antiche libertà contro la restaurazione asburgica non restò che agire nel segreto. La prima delle associazione segrete presa in considerazione in quanto già conosciuta dai patrioti, fu la massoneria. Essa era stata già apprezzata nel 1700 per il ruolo che aveva avuto con l’assolutismo illuminato e la rivoluzione francese, inoltre per l’incoraggiamento e la legittimazione ricevuta da Napoleone Bonaparte (vi aveva raggruppato tutti i nomi più illustri dell’impero).

    Oltre a questa la Carboneria, l’Adelfia e Filadelfia, i Federati, la Società dei maestri Perfetti, la Nuova Carboneria Riformata, la Carboneria Democratica Universale, gli Apofasimeni e con qualche differenza la Giovane Italia (nata da una costola della carboneria con l’intenzione di superare la discrezione della setta ed operare un’informazione politica e sociale fra la popolazione).

    Altre organizzazioni hanno avuto un’eco e risultati minori: la Guefia, i Pellegrini Bianchi, i Figli di Marte, i Latinisti, gli Illuminati, i Patrioti, i Patrioti Europei Uniformati, gli Ermanoanalisti, i Fratelli Artisti, i Cavalieri del Sole, i Difensori della Patria.

    Quasi tutte queste associazioni segrete riuscirono ad avere contatti e o filiazioni in altri paesi europei. Anche se avevano in comune dei programmi minimali come la lotta per le libertà civili e la costituzione, divergevano per obiettivi massimali che potevano variare dalla monarchia costituzionale, alla repubblica, fino a forme di socialismo utopistico o ancora più radicale di uguaglianza economica e sociale con comunione di beni.

    L’evoluzione politico filosofica del pensiero e l’esperienza individuale fecero sì che diversi individui, non sentendosi a proprio agio da una parte si trasferissero in un’altra setta, contribuendo così ad un arricchimento e forse anche ad una parziale trasformazione della stessa.

    Colui che si rivelò un organizzatore capillare ed una specie di “semaforo” che consentì un lavoro sinergico delle società segrete europee e quindi italiane, fu una figura singolare: Filippo Buonarroti.

    Costui che faceva parte del comitato centrale carbonaro di Parigi prima e di Berna dopo era stato membro e riformatore della Adelfia nel 1818, inoltre aveva fondato la Società dei Sublimi Maestri Perfetti, la Carboneria Riformata e gli Apofasimeni. Riusciva a conciliare nel primo obiettivo carbonaro un programma liberale incoraggiante l’iniziativa privata e la libertà di mercato, inoltre una strategia politica di carattere repubblicano ma anche aperta verso forme dinastiche illuminate come quelle di Luciano Buonaparte o degli Orleans, per arrivare a concezioni più radicali di lotta sociale influenzate dal pensiero di Babeuf.

    Lo storico Saitta nella sua opera: “Filippo Buonarroti: contributo alla storia della sua vita e del suo pensiero”, parla di un “giuramento di terzo grado” trovato tra i manoscritti buonarrotiani con un radicale impegno sociale ed economico che trasversalmente avrebbe attraversato tutte le sette di cui egli era membro ed ispiratore. Senz’altro nell’Adelfia, nei Sublimi Maestri perfetti , nella Carboneria Riformata e negli Apofasimeni egli auspicava un sistema politico di libertà, uguaglianza di diritti civili e sul piano economico una gestione comune dei beni di produzione.

    Gli Apofasimeni che nacquero in Toscana dal 1818 al 1820 con una prima sede in Livorno, allora porto internazionale, ed anche meta di arrivo di persone e d’idee politiche si diffusero successivamente a Firenze ed a Siena. Il loro programma, organizzato in una società di tipo massonico, ebbe un indirizzo prevalentemente agricolo. Essi auspicavano una confisca dei grandi latifondi ed una gestione comune da parte dell’intera popolazione con un sistema di tipo cooperativistico. È inutile dire che dopo un modesto iniziale successo, rimasero ben presto delusi.



    Nel concludere l’argomento occorre dire che tutta questa costellazione di sette sia a livello europeo che italiano si poteva reggere in piedi perché aveva come tessuto connettivo, che garantisse sia il reclutamento degli elementi, che gli scambi di idee, e, i trasferimenti di persone da una organizzazione all’altra una istituzione già preesistente: la massoneria (Luzio, Cazzaniga).

    Le società segrete, però, che riuscirono ad avere un peso indiscusso nella storia del risorgimento italiano furono due, la massoneria e la carboneria.





    La Carboneria


    Origini: non è facile stabilire né una data né un’ipotesi valida delle origini di questa istituzione.

    Sicuramente sappiamo che è nata nel Regno di Napoli in un periodo che va dal 1810 al 1816.

    Pietro Dolce parla di una trasformazione degli Illuminati di Napoli da sempre anti bonapartisti ed in contrasto con la politica anti sociale del Murat verso il 1810; oppure trasformazione della Guelfia in Sicilia ad opera degli Inglesi nel 1813. Secondo Vincenzina Zara (“La Carboneria in Terra d’Otranto”) la Sorsa ed il Tanzi, essa comparve per la prima volta in terra d’Otranto in un periodo dal 1810 al 1820, ove già erano presenti Logge Massoniche, con rapida diffusione in tutto il napoletano.

    Senz’altro nacque con una simpatia filo-inglese: la sua propaganda fu favorita, all’inizio, da Lord Caventish Bentenick, comandante delle truppe inglesi di stanza in Sicilia nel 1817. Costui aveva avuto il compito di ristabilire nel mediterraneo l’influenza britannica gravemente compromessa da Napoleone I e da Murat.

    Aspetto politico: alcuni scrittori come Gian Mario Cazzanica, Ulisse Bacci ed in parte Alessandro Luzio, profondi conoscitori di “cose massoniche”, insistono nel presentare una stretta connessione fra Massoneria e carboneria, intendendo la seconda come fase successiva o completamento della prima. Altri come Omodeo, Leti, Villari, Brancati ed Esposito, in modo più distaccato, tendono a relegare al silenzio l’impegno politico della Massoneria fino al 1850 (anno della fondazione della loggia Ausonia di Torino) e, a dare importanza, invece, dal 1815 al 1848 alla Carboneria, cui spetterebbe il merito indiscusso di aver risvegliato e coltivato il sentimento nazionale. A onor del vero molti carbonari erano stati in precedenza massoni e lo ritorneranno ad essere dopo il 1850, quando ufficialmente l’istituzione sposerà la causa dell’unità d’Italia con Cavour-Nigra da una parte e Giuseppe Garibaldi dall’altra. Fino al 1815 la Massoneria d’estrazione medio-alta borghese ed aristocratica aveva mantenuto un carattere cosmopolita, incoraggiava una convivenza tra le diverse popolazioni in virtù della tolleranza politica e religiosa. Manteneva tutte le radici etniche sullo stesso piano; si mostrava lealista verso tutte le forme di governo legittimo e storicamente appariva statutariamente monarchica. Aveva assunto, sotto l’influenza francese, uno spirito forse più laicista che laico e soprattutto era ancora impreparata e lontana dalle rivendicazioni di tipo nazionalistico o etnico.

    I fratelli, indubbiamente soffrirono in silenzio per la perdita delle libertà e parteciparono alla prima parte del risorgimento italiano affiliandosi alla carboneria.

    Ulisse Bacci nel suo “Libro del Massone Italiano” scrive che “quasi tutti i carbonari erano massoni: il massone era ammesso nella carboneria con semplice scrutinio, non era sottoposto alle prove indispensabili pei candidati ordinarii; di più, non si conferivano i gradi più alti del carbonarismo a chi non li avesse prima ottenuti nel rito scozzese antico ed accettato”. Piero Maroncelli, Silvio Pellico ed il conte Porro da massoni aderirono in gruppo alla Società dei Buoni Cugini (nome storico della carboneria), Guglielmo Pepe e la sua intera loggia si trasformarono, in Sicilia in una vendita carbonara. Il patriota Leonida Montanari, medico a Rocca di Papa, salendo sul patibolo a Piazza del popolo a Roma il 13 novembre 1825 disse: “Popolo, muoio senza delitti ma massone e carbonaro”. La carboneria, era intenzionalmente più diretta verso la piccola borghesia e il popolo delle città. Si prefiggeva, tramite l’insurrezione popolare, in un primo tempo, lo scopo di raggiungere la costituzione con un governo parlamentare democratico, e, successivamente l’unità d’Italia sotto i Savoia.

    In realtà fra il 1815 e il 1830 l’attività propagandistica fatta in modo capillare ad personam, o tramite affissioni murali notturne, volantini e giornaletti esplicativi, raggiunse prevalentemente: ufficiali dei vari eserciti degli staterelli italiani, aristocratici e borghesi ben pensanti, artigiani e commercianti evoluti, insegnanti e sacerdoti con idee progressiste. Purtroppo rimasero escluse le popolazioni delle campagne, immerse nell’ignoranza e nell’analfabetismo ed il popolo minuto cittadino che vedeva solo la propria miseria. L’assenza delle classi popolari fu una delle cause degli insuccessi dei moti nella penisola fra il 1821 e il 1831. Un'altra causa di questi insuccessi militari fu la mancanza di coordinamento fra i patrioti dei singoli stati e la differenza dei singoli programmi: i carbonari lombardi e veneti auspicavano la formazione di un regno dell’Italia settentrionale con l’aiuto del Piemonte; quelli dello Stato Pontificio chiedevano un governo laico e democratico dopo anni di mal governo ecclesiastico; i carbonari siciliani esigevano che l’isola diventasse uno stato separato da quello di Napoli, contrariamente ai napoletani che volevano tenerla unita al regno. Nonostante tutto questo, ci furono dei successi più militari che politici, che anche se di breve durata tennero vivo nel paese e all’estero il problema della libertà e dell’unità italiana. In seguito al moto carbonaro in Spagna del 1820 (sollevamento dell’esercito a Cadice) si ebbero in Italia varie ripercussioni: nel 1820 a Nola i tenenti di cavalleria Michele Morelli e Giuseppe Salviati al grido di “viva il re e viva la costituzione” con l’aiuto del generale Guglielmo Pepe fecero insorgere la città di Napoli e costrinsero Ferdinando I a concedere una costituzione simile a quella spagnola. A questa fece eco nel Piemonte una insurrezione guidata dal conte Santorre di Santarosa in contatto con i Federati milanesi del conte Federico Gonfalonieri. Il vecchio re Vittorio Emanuele I si ritirò dalla scena politica; il reggente il nipote Carlo Alberto di Savoia dopo un comportamento indeciso concesse la costituzione. Un’altra pagina di gloria fu scritta nel ducato di Modena da Ciro Menotti e da Enrico Misley che riuscirono a strappare la costituzione al duca Francesco IV, assieme all’impegno di creare uno stato democratico nell’Italia centro-settentrionale. Queste effimere vittorie carbonare portarono in seguito alle 5 giornate di Milano………….fino alla prima guerra di Indipendenza del 1848 .

    Aspetto spirituale e simbolico della carboneria: la carboneria si distinse dalla massoneria, non solo politicamente ma anche sul piano spirituale: attinse alla storia cristiana e al nuovo testamento. Gesù, il primo carbonaro, visto con gli occhi di uno zelota, affronta il sacrificio della croce per il bene della nazione. Anche il carbonaro sarà crocifisso, ma dopo tre giorni “l’idea risorgerà”. L’istituzione attingendo ad una religiosità di carattere popolare, presente soprattutto nel napoletano, elesse come protettore San Teobaldo che era venerato dai boscaioli e dai mercanti di legname. Questo richiamo religioso guadagnò le simpatie del clero colto e progressista e si dice anche di Papa Pio VII che secondo il Cantù (“Il conciliatore ed i carbonari”) avrebbe detto nel 1815 in un colloquio con il Conte Luigi Porro: “I carbonari hanno sentimenti italiani, e italiano sono io pure”. Diversamente purtroppo la penserà il suo successore Gregorio XVI. Il Cazzaniga parla di una religiosità di tipo esoterico: una rivelazione segreta di Gesù trasmessa per via orale ai discepoli e quindi diffusa, attraverso di essi, ad un gruppo di iniziati fino ad arrivare ai Carbonari.

    Il nome carboneria viene fatto risalire al monastero di San Carbone nel napoletano, sede di un probabile primo incontro di patrioti, oppure al pezzo di legno bruciato o destinato tale, che i Buoni Cugini portavano sulle vesti, detto Echantillon, per riconoscersi fra di loro.

    La simbologia cristiana si mescolava con una di tipo naturale per lo più forestale. “Vendite” o “Baracche” erano dette le loro associazioni, “Carbone” le armi, “Lupi” i tiranni, “Selva” l’Italia.

    Il Cazzaniga evidenzia un primo, secondo e terzo grado. Nel primo in un clima di tipo cristiano naturalistico era presente la concezione cattolica del pagano smarrito nella foresta che cerca la luce nell’ordine sul culto dei santi (San Teobaldo) per partecipare, successivamente, al ciclo di morte e resurrezione nell’ambiente vegetale con parole di tipo: legno, fascina, ciocco etc. …

    Nel secondo grado primeggiano le parole sacre: amore, virtù, probità.

    Nel terzo libertà e uguaglianza (presumibilmente di fronte alla legge). Inoltre fra i simboli compare il “gomitolo di filo” che come la catena di unione massonica, raffigura “la catena dei diritti naturali” che unisce i Buoni Cugini, ed il mezzo che essi hanno per legare il tiranno.

    A differenza della tradizione massonica, che, impernia il processo di crescita interiore sul concetto della pietra grezza, che, deve essere sgrossata e quindi levigata, i carbonari facevano riferimento al processo di CARBONIZZAZIONE: combustione e raffinamento del legno grossolano che attraverso il fuoco della fornace si purifica e diventa materiale combustibile “carbone”.





    LA MASSONERIA


    È mia convinzione che fino al 1850 nelle logge sia stata sempre presente una coscienza nazionale con un desiderio sofferto di partecipare alla lotta per le libertà costituzionali e l’unità d’Italia. Tuttavia la maggior parte dei fratelli hanno ritenuto opportuno utilizzare una società segreta, in un certo senso affine sia spiritualmente che simbolicamente, però debutata in modo specifico al rovesciamento della tirannide tramite l’insurrezione popolare. In un certo senso è come se, in un periodo di tolleranza un massone restando tale si iscrivesse ad un partito politico per realizzare le proprie idee personali. L’ingresso ufficiale della Massoneria nella lotta per l’indipendenza e l’unità d’Italia avvenne nel 1850, allorché a Torino fu fondata la loggia Ausonia da Livio Zambeccari, già fervente carbonaro e da altri sei: Corday, Tolini, Govean, Sisto, Mirano Anfossi. L’Officina fu la prima pietra per la creazione di Grande oriente d’Italia. La loggia praticò i tre gradi del Rito Simbolico Italiano (da qui l’origine del rito in questione) e le simpatie dei suoi membri furono rivolte chiaramente al governo costituzionale di Cavour ed alla politica estera dell’intraprendente primo ministro. Da allora la Massoneria ricettacolo di cospiratori, provenienti da ogni regione, con il suo spirito lealista e legalitario entrò ufficialmente alla guida del movimento politico che portò all’unità d’Italia.

    Il 29-12-1859 veniva costituito a Torino il Grande oriente d’Italia con Gran Maestro Filippo Delfino, devoto di Vittorio Emanuele II e soprattutto fedele collaboratore di Cavour.

    Nel settembre 1861 fu eletto Gran maestro Costantino Nigra ambasciatore del Regno di Sardegna a Parigi. Costui mantenne l’incarico fino al 1° Marzo 1862.

    Non tutti i fratelli piemontesi però, seguirono il cammino del Rito Simbolico Italiano: ben presto le logge Dante Alighieri e Osiride di Torino si staccarono dal Grande Oriente ed aderirono al Rito Scozzese Antico ed Accettato riportato a Palermo da Giuseppe Garibaldi nel 1860. Il Nizzardo già iniziato nel 1844 alla loggia “Asile de la Vertu” a Montevideo fondò un Grande oriente Italiano di Rito Scozzese in contrapposizione politica a quello di Torino. Garibaldi che aveva avuto contatti frequenti con Giuseppe Mazzini, aveva introdotto nel Rito Scozzese elementi repubblicani ex iscritti alla Giovane Italia e patrioti della repubblica romana. Inoltre si era prefissato, con Nino Bixio ed il suo stato maggiore, il programma segreto, una volta liberata Napoli di raggiungere Roma presidiata dall’esercito francese. Questa sua segreta aspirazione contrastava la strategia politica di Cavour che temeva una reazione diretta da parte di Napoleone III o comunque il mancato appoggio al programma di annessioni. Così Garibaldi venne fermato, in modo elegante, da Vittorio Emanuele II a Teano, e costretto a ritirarsi nell’isola di Caprera.





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    Epilogo

    La conclusione di questa tavole vuole essere che l’esperienza muratoria, negli ultimi 3 secoli, abbia contribuito in modo determinante alla crescita culturale e spirituale dell’individuo, e ancora, sviluppando la coscienza sociale lo abbia coinvolto in scelte politiche: da qui la partecipazione alla cosa pubblica.

    La storia ci insegna che laddove siano sorti movimenti di pensiero che abbiano favorito importanti riforme civili, o lotte per la libertà e l’indipendenza dei popoli, la Massoneria era presente. Come è stato scritto dalle SS\RR\e dal Fr\ che mi hanno preceduto: l’Illuminismo e l’Assolutismo Illuminato, la Rivoluzione Francese, il Liberismo economico, la Nascita degli Stati Uniti d’America, inoltre aggiungerei l’Unità d’Italia con Garibaldi e Nigra-Cavour, il Socialismo italiano con Andrea Costa, Bissolati e Pascetti, hanno visto la generosa presenza di Massoni. Vorrei tornare alla prima metà dell’800 italiano. Il lavoro dei fratelli nella penombra delle logge, è stato per lo più ignorato da molti storici. Coloro che si aspettavano una partecipazione diretta e palese della nostra organizzazione sono stati spesso delusi. Nelle officine non si può parlare di religione e di politica, però, gli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità ed i concetti di tolleranza e di rispetto per tutto ciò che è “diverso”, hanno sempre intrito gli animi dei fratelli anche in quei momenti “storicamente morti”, cioè nei periodi in cui non era prevista una azione politico militare ed il sentimento nazionale sembrava spegnersi. Ebbene proprio in quei momenti le logge hanno tenuto in vita la fiamma della coscienza nazionale ed hanno preparato i massoni ad aderire a quelle società segrete deputate alla lotta alla tirannia tramite il sollevamento polare prima, e poi in molti come volontari prendendo parte alle battaglie della II Guerra d’Indipendenza e all’Impresa dei Mille.

    Purtroppo la storia ricorda solo i personaggi più famosi, ma noi sappiamo che tanti fratelli anche modesti, nell’anonimato, hanno contribuito validamente alla nascita e allo sviluppo della coscienza nazionale.



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    Bibliografia


    “Storia d’Italia e d’Europa comunità e popoli” – vol 5 – ed. Iaca book - 1989

    “Encarta” – CD – Microsoft - 1999

    Gian Mario Cazzaniga: “La religione dei moderni” – Ed. ETS

    Storia della letteratura italiana: l’800 – Ed. Garzanti

    Giuseppe Leti : “Carboneria e Massoneria nel risorgimento italiano” – Ed. Arnaldo Forni

    Alessandro Luzio: “La Massoneria nel Risorgimento italiano” – saggio storico – Ed. Forni

    Rosario F. Esposito: “La Massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni” – Ed. Paoline

    Rosario Villari: “Storia contemporanea” –– Ed. Laterza

    N.ABBAGNANO: “Storia della Filosofia”, UTET, Torino, 1969

    G.GIANNANTONI: “Profilo di storia della filosofia”, LOESCHER, Torino, 1969

    G.GIARRIZZO: “ Massoneria ed Illuminismo”, MARSILIO, Venezia, 1994

    G.RUDE’: “L’europa del settecento. Storia e cultura”, LATERZA, Bari, 1993



    M. Jacob: “Massoneria Illuminata” – Ed: Einaudi – 1995

    D. Outram: “ “L’Illuminismo” – Ed. Il Mulino - 1997
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
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    Predefinito

    Molti dei primi aderenti alla Mont Pelerin Society erano contemporaneamente membri della Unione Pan-Europea, un’associazione di oligarchi fondata negli anni Venti dal conte Richard Coudenhove-Kalergi che si riproponeva di costituire una "Europa delle regioni", una confederazione feudalista di piccole enclavi etniche, che avrebbe dovuto soppiantare l’Europa degli Stati Nazionali.
    A parte la giusta osservazione di Ari6, mi viene da chiedere: che c'è di male in tutto questo?
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    Predefinito Questo vi è di male.

    Il liberalismo politico ed il liberismo economico, scaturiti dalla seconda rivoluzione inglese (sono emblematici in proposito la Dichiarazione dei diritti, "Bill of rights", per quanto riguarda l'assetto politico, o l'"Atto di tolleranza" per quanto riguarda la libertà religiosa), avrebbero avviato il mondo occidentale verso quei modelli di vita, prettamente "massonici", che sono tutt'oggi alla base della nostra civiltà. Basti pensare che proprio in quel periodo ed in quel clima culturale sono nati i concetti stessi di "progresso", di cosmopolitismo, di economia (si pensi alla rivoluzione agricola con la chiusura degli open fields e la trasformazione della produzione da uso diretto a coltura intensiva destinata ai mercati).

    È in questo identificarsi con l'Illuminismo che la Massoneria propugna i principi cardine della libertà e della tolleranza, sicché l'uomo, liberato dalla schiavitù politica, dal fanatismo e dai pregiudizi, grazie alla Ragione ("sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto!" avrebbe proclamato Kant), sarebbe potuto pervenire alla costruzione di un mondo migliore. In conclusione la valenza di quel 24 giugno 1717 è nei suoi presupposti e questi vanno ricercati nell'"Epistola de tolerantia" di Locke, nel tentativo di Robert Boyle di conciliazione tra scienza e fede sottraendo l'una al dogmatismo e l'altra al fanatismo, nelle concezioni religiose di John Toland, nel "Discorso sul libero pensiero" di Antony Collins, o negli scritti dello Shaftesbury, vale a dire nel clima culturale che si respirava in quegli anni in Inghilterra e che poi avrebbe trovato nell'"Encyiclopédie" lo straordinario veicolo di diffusione in tutta Europa.
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