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    Predefinito israele: le lezioni della demografia

    La sfida demografica

    di Youssef Courbage*
    Nel 1967, Abba Eban, allora ministro degli esteri israeliano, aveva sottolineato che il carattere dello stato ebraico è "condizionato prima di tutto dalla sua composizione demografica, dal livello e dall'unità della popolazione". Trent'anni dopo, le previsioni sull'evoluzione della popolazione sono di cattivo augurio per la stabilità di Israele e i protagonisti del conflitto hanno ben presente questo dato. Mentre i palestinesi pubblicano cifre e previsioni in particolare i risultati del censimento realizzato nel 1997 gli israeliani, al contrario, conservano un pudico silenzio sul loro futuro demografico e le proiezioni per il futuro sono scomparse dai loro annuari statistici.
    Lo stato palestinese, se verrà proclamato il 4 maggio prossimo, conterà 3,05 milioni di abitanti (mezzo milione in più di quanto previsto dai demografi israeliani). Con i 970mila cittadini di Israele, sono 4 milioni (sugli 8 milioni di palestinesi) quelli che vivono sui territori della Palestina del mandato britannico. Malgrado gli esodi del 1948 e del 1967 e il salasso migratorio di origine economica, la popolazione locale palestinese è triplicata in cinquant'anni (1,36 milioni nel 1948). Di fronte ai palestinesi, il Grande Israele conta 4,78 milioni di ebrei, cioè una maggioranza del 54%, piuttosto precaria. Grazie a una fecondità eccezionale, i palestinesi di Cisgiordania e di Gaza (6 bambini per donna) o d'Israele (4,2 bambini per donna) godono di un capitale di crescita tre-quattro volte superiore a quello della popolazione ebraica, pur molto feconda (2,6 bambini per donna, uno in più della media occidentale).
    A questo ritmo, i palestinesi diventeranno maggioritari tra il 2007 e il 2013 sul territorio della Palestina del mandato britannico, molto prima di quanto previsto dall'ex primo ministro Shimon Peres (2018). A questa data, rappresenteranno tra il 52 e il 56% della popolazione. In altri termini, questo insieme territoriale presuppone un compromesso impossibile tra demografia e democrazia: o decide la maggioranza, e saranno quindi i palestinesi a dominare, oppure Israele sarà obbligato a mantenere un regime di semi-apartheid.
    Ma persino all'interno delle frontiere anteriori al 1967 lo stato ebraico va verso un'eterogeneità crescente e imbarazzante. Il caso dei palestinesi cittadini israeliani è noto: rappresentavano il 17% della popolazione nel 1998, saranno tra il 21 e il 26% nel 2025, raddoppiando di conseguenza la loro presenza alla Knesset (12 dei 120 deputati nel 1998), a causa della loro crescita demografica, della loro concentrazione geografica nel nord di Israele dove, dal 36% attuale sono destinati a diventare maggioranza quando Israele avrà cent'anni e dello sviluppo della loro coscienza nazionale. Annettere Gerusalemme significa annettere anche la crescita demografica araba: il 29% dei palestinesi attualmente nella Gerusalemme "riunificata" diventeranno, nel 2020, il 38% della popolazione della città santa (di cui il 48% bambini sotto i cinque anni).
    Contrastare la crescita araba significa dinamizzare la crescita ebraica. A lungo le donne sefardite sono state lodate per le loro "virtù riproduttive", quando si doveva vincere "la guerra delle culle". Prima dell'immigrazione russa, i sefarditi erano diventati la maggioranza della popolazione ebraica: 52% nel 1988, ma la loro fecondità è oggi appena più alta di quella degli ashkenaziti.
    Invece, queste rivalità demografiche vanno a vantaggio soprattutto degli ultra-religiosi, ashkenaziti o sefarditi che siano. Rappresentano un quarto dell'elettorato ebraico e hanno più di una ventina di deputati. La loro fecondità, con più di 6 bambini per donna, supera quella degli ebrei non religiosi, ma anche quella dei palestinesi d'Israele o dei territori occupati. Ma la loro "vittoria" demografica potrebbe compromettere il carattere laico, se non addirittura democratico, di Israele.
    Fare fronte alla demografia palestinese ricorrendo all'aiuto dell'immigrazione ebraica dalla Russia sembrerebbe meno rischioso. Il partito russo Israel Ba'Aliya, che cerca di raddoppiare il numero dei deputati al parlamento nel maggio 1999, non nasconde la sua volontà di accogliere un altro milione di russi ma le Nazioni unite prefigurano 300mila immigrati, mentre le statistiche israeliane delineano uno scenario di migrazioni nulle, addirittura negative. In ogni caso, l'impatto dell'immigrazione ebraica dalla Russia non deve essere sovrastimato, tanto più che i russi sono profondamente laici, quando non atei, e non hanno fretta di imparare l'ebraico. Si assiste in effetti alla costituzione di un nuovo "gruppo etnico" di circa un milione di individui, a fianco degli ebrei e degli arabi. Infine, un quarto gruppo etnico i 250mila lavoratori immigrati che vengono dall'Europa dell'est, dall'Asia o dall'Africa è in via di formazione. Alla ricerca di riconoscimento e di radicamento, questi immigrati non esitano a studiare l'ebraico, addirittura a convertirsi all'ebraismo per poter entrare in Israele dalla porta principale.

    Note:
    *Institut national d'études démographiques, Parigi.
    (Traduzione di A.M.M.)

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  2. #2
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    Predefinito

    morale: le battaglie tra i popoli si vincono o si perdono anche e soprattutto sul terreno demografico. Il popolo che fa + figli vince, quello che ne fa meno, perde. Semplice e chiaro come l'acqua.
    Abbassare la natalità è da idioti, alzarla deve essere sempre l'obiettivo, pena la disfatta etnica.

    putroppo oggi noi popoli europei rientriamo in blocco nella categoria degli idioti, cretini, e quindi perdenti...

 

 

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