CONFLITTI DI RELIGIONE
Vade retro ISLAM
A casa nostra aprono moschee e sposano donne cattoliche. A casa loro perseguitano i cristiani. Contro il nemico musulmano la Chiesa chiede la par condicio. Che sia una nuova crociata?




Per le Crociate antiche, Giovanni Paolo II ha chiesto perdono. Ma una moderna, pacifica crociata antimusulmana oggi la Chiesa la rifarebbe davvero. Sente il nemico islamico premere sulla linea di confine. Ma soprattutto lo vede all'opera insidioso anche dentro le terre d'antica cristianità: in Europa, in Italia. E questa seconda è la grande novità nel secolare conflitto tra i due mondi religiosi e culturali. Il confine esterno, il limes, è quello che taglia l'Africa in due e dall'Arabia va sino alle Filippine. Le notizie che in Vaticano arrivano da questo fronte già basterebbero a far salire l'allarme. In Nigeria, con metà della popolazione cristiana e metà musulmana, più di mille morti nelle prime settimane del 2000: prima un massacro a opera di musulmani, nel nord del paese, poi un contromassacro a opera di cristiani, nel sud. In Sudan, guerra civile interminabile tra il nord musulmano e il sud animista e cristiano. In Egitto, lo scorso gennaio, 21 vittime, tra cui 19 cristiani, in assalti di musulmani a case e chiese copte. Nello Yemen, uccise suore di madre Teresa di Calcutta. In Pakistan, continui processi a cristiani per "empietà", con condanne alla pena capitale: e un vescovo cattolico, John Joseph, che si toglie la vita per protesta sulla scalinata del tribunale. In Indonesia, dopo i massacri di Timor, pogrom anticristiani nelle Molucche. Nei paesi a dominante musulmana, il cruccio del Vaticano è che i cristiani non hanno pari cittadinanza. A Roma i musulmani hanno costruito la loro grande moschea, ma in Arabia Saudita di chiese non ce n'è ed è reato anche solo tenere un Vangelo. Il papa e i suoi diplomatici tendono la mano ai capi musulmani moderati: in Egitto lo sceicco di Al Azhar, Mohammed Sayyed Tantawi, in Indonesia il nuovo presidente Abdurrahman Wahid. Dalla Nigeria hanno accolto con sollievo il ritiro dell'imposizione della legge islamica alle minoranze cristiane, scintilla dei recenti massacri. Ma la diagnosi generale resta sempre molto allarmata. Thomas Michel, gesuita, il massimo esperto vaticano d'islamismo, così la formula: "I riformatori musulmani, quelli che propugnano il ritorno alla purezza originaria dell'Islam, vedono il grande nemico nell'Occidente e nella modernità. Sono convinti che l'Occidente, dopo aver scristianizzato l'Europa, vuole ora distruggere l'Islam in quanto ultimo bastione religioso. E contrattaccano di conseguenza". Fronte interno Portando la loro battaglia dentro le terre del nemico. In Europa, in Italia. Ecco la novità che tanto allarma la Chiesa: l'apertura di un fronte interno. La Chiesa ha antenne sensibili. Sa che la leadership dei 24 milioni di musulmani oggi presenti in Europa è sempre più controllata dai fautori del ritorno a un Islam puro. E intuisce il pericolo: se questi davvero giudicano ormai morto o agonizzante il cristianesimo in Europa, il loro obiettivo non è l'integrazione, ma la conquista. Don Pierino Gelmini, predicatore con ragguardevole ascolto, ha dato voce brutale a un timore diffuso: "Un tempo venivano a depredare le nostre città, oggi a sposare e convertire le donne cattoliche". Anche il mite segretario della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Ennio Antonelli, braccio destro del cardinale Camillo Ruini, non è stato da meno. Ha detto alt alle troppe autorizzazioni della Chiesa a matrimoni tra musulmani e cattolici; alt all'offerta di chiese e sale parrocchiali ai musulmani per le loro preghiere; alt soprattutto a una corsa all'intesa tra lo Stato italiano e la comunità musulmana. "Non è poi detto che lo Stato debba fare un'intesa con tutti". In Italia i matrimoni sinora celebrati tra musulmani e cattolici sono circa 12 mila. Di cui un centinaio all'anno con il placet della Chiesa. L'Islam proibisce severissimamente a una donna musulmana di sposare un non musulmano. Permette invece a un musulmano di sposare una cristiana e a questa di conservare la sua fede. Purché i figli siano educati alla fede islamica. E purché essa non pretenda su di loro alcun diritto di custodia. Senza contare le altre disparità a predominio maschile. Già nel 1995 i vescovi di tutta Europa avevano messo in guardia contro i rischi cui le spose cattoliche andavano incontro. Ma il bilancio che oggi ne traggono è ancor più severo. Non solo la gran parte delle donne sposate a musulmani si converte all'Islam "per convenienza". Ma molti di questi matrimoni si sfasciano. Con i figli sistematicamente strappati alle mamme. In più c'è il fenomeno poligamia, praticato anche in Europa aggirando le proibizioni di legge. Il musulmano già sposato agli effetti civili contrae matrimonio con le altre mogli semplicemente in moschea, con rito privo di registrazione. Un caso italiano? Abulkar Fall Mamour, imam della moschea di Carmagnola, già coniugato civilmente con una convertita, ha preso come seconda moglie, con rito solo in moschea, Aisha, all'anagrafe Barbara Farina, altra convertita, la prima ad aver ottenuto in Italia il diritto di comparire su una foto d'identità con il capo coperto dal velo. Casa della guerra In Italia, le organizzazioni musulmane che premono per un'intesa con lo Stato hanno incluso, tra le loro richieste anche il diritto di celebrare e sciogliere matrimoni secondo le leggi islamiche, "senza alcun effetto o rilevanza civile". Commenta Renzo Guolo, dell'Università di Padova, il più acuto analista delle strategie musulmane in Italia e in Europa: "È come pretendere una sorta di extraterritorialità. Gli effetti non tarderebbero a manifestarsi con tutte le loro devastanti implicazioni". Guolo distingue due correnti islamiste principali. La prima è quella dei radicali, fautori accesi della jihad, il combattimento per la fede. Sono radicali i leader dell'Istituto culturale islamico di viale Jenner, a Milano: egiziani, siriani, algerini, tutti oppositori dei rispettivi regimi in patria. Imam della loro moschea è l'egiziano Abu Imad. Non contano tra le loro fila italiani convertiti. Considerano l'Occidente "casa della guerra", ma per il momento gli concedono tregua, sostenendo piuttosto i loro compagni di militanza che combattono in patria. Tra i paesi europei, è l'Inghilterra a ospitare i gruppi più attivi e vocianti di islamisti radicali, compresa la rappresentanza del Fronte internazionale islamico per la jihad contro ebrei e crociati dell'imprendibile superterrorista Osama bin Laden. La seconda corrente, molto più diffusa, è quella dei neotradizionalisti. Loro faro non è la jihad, ma piuttosto l'hijra, l'egira, l'esilio volontario di Maometto a Medina. Nella terra infedele d'Europa essi mirano a ritagliare degli spazi purificati, di intensa vita islamica comunitaria. E per far questo accettano di negoziare con gli Stati. Spiega Guolo: "Con le intese, vogliono ottenere il riconoscimento di alcuni diritti di gruppo su base religiosa, ma senza contrarre alcun patto di lealtà con lo Stato ospite, che resta empio". I neotradizionalisti vogliono sovrapporre alle identità nazionali dei musulmani emigrati in Europa una nuova identità comunitaria, sovrannazionale. Si richiamano infatti non alle patrie d'origine, ma alle grandi internazionali islamiche come la Lega mondiale e i Fratelli musulmani, da cui sono finanziati. In Italia cercano da anni di unificare la comunità musulmana, attraverso il controllo delle centinaia di moschee, e di assumerne la rappresentanza, presentandosi al governo come interlocutore autorevole per l'intesa. E ci sono quasi riusciti. Il fronte più attivo dei neotradizionalisti fa capo al Centro islamico di Milano e della Lombardia, animato da Fratelli musulmani venuti dalla Siria e dall'Egitto, che a sua volta ha dato vita su scala nazionale a un'Unione delle comunità islamiche in Italia. Già nel 1990 l'Ucoii presentò al governo una bozza d'intesa. Ma si vide sbarrare la strada dal Centro islamico culturale d'Italia, quello della moschea di Roma, cartello delle ambasciate arabe. L'opposizione veniva soprattutto dal Marocco, che non voleva perdere il controllo dei suoi numerosi immigrati a vantaggio degli invisi Fratelli musulmani. Nel 1998 però l'Ucoii riuscì ad accordarsi con l'Arabia Saudita, l'altro grande patrono della moschea di Roma, e a isolare il Marocco. Ne è nato un nuovo organismo rappresentativo, il Consiglio islamico d'Italia. Suo presidente è il siriano Mohamed Nur Dachan, già capo dell'Ucoii e leader storico dei Fratelli musulmani. Suo vice è il convertito Mario Scialoja, ex ambasciatore dell'Italia in Arabia Saudita. Il governo italiano è pronto a negoziare. Ma se ascoltasse la Chiesa?