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Invitando Carlo Azeglio Ciampi alla Casa Bianca, George W. Bush ha sottolineato il ruolo dello Stato italiano nella battaglia contro il terrore planetario, nella ricostruzione dell’equilibrio mediorientale, nella gestione del pericoloso dopoguerra iracheno e della disattesa road map.
Il ruolo dello Stato italiano. Non solo quello di una classe di governo che ha interpretato l’interesse nazionale alla ridefinizione dell’ordine mondiale attorno all’unità atlantica, scegliendola senza tentennamenti. Né solo il ruolo maieutico della presidenza pro tempore della svogliata Unione europea. E’ un dettaglio, un approccio nonpartisan, passato quasi inosservato nell’annuncio dell’incontro di Stato a novembre con “l’illustre ospite italiano”, destinato a cementare la compagine nazionale suggellando la fine di una lunga superfluità sulla scena internazionale.
Esattamente dieci anni fa, settembre 1993, quando il nuovo ordine mondiale sembrava (troppo ottimisticamente) dietro l’angolo, mentre si celebrava sul verde del Giardino delle Rose della Casa Bianca il primo accordo tra israeliani e palestinesi, l’Italia guardava da lontano come una piccola fiammiferaia diplomatica. Decapitata da una rivoluzione, penalizzata da vent’anni di scelte unilaterali sul Medio Oriente, dalla condiscendenza nei confronti del terrorismo arabo-palestinese, da una riluttante diffidenza nei confronti di Israele, dalla partecipazione controvoglia, e procrastinata fino all’ultimo, alla prima guerra contro Saddam, non aveva potuto ritagliarsi alcun ruolo, né pubblico né segreto, né mediterraneo né europeo, nel negoziato che, in palcoscenico e tra le quinte, vantava il più folto e variopinto numero di comparse.

A dispetto delle ambizioni mediorientali che avevano coltivato leader come Giulio Andreotti o Bettino Craxi, l’Italia si affacciò ai primi appuntamenti del Dopoguerra fredda a mani vuote, e, proprio nella partita mediorientale, senza le carte in regola per conquistare il malinteso ruolo di mediatore cui ambiva. Ora, settembre 2003, dopo che tutto è cambiato in Italia e nel mondo, in una situazione internazionale irta di minacce, povera di mediatori, sovraffollata di donneur de leçons, ciascun attore conta per ciò che dice e fa, senza margini di impunità per la propria ambiguità o il proprio disinteresse, ipercritico e illusoriamente autodifensivo, ma nessuna delle alternative, per ciascuno, è davvero unambiguous: si tratta di rischiare. La piccola fiammiferaia si è guadagnata la sua parte, protendendosi oltre le sue impotenze. Forzando la sua collocazione punitiva. Scegliendosi amici e nemici. Rispettando le alleanze per convinzione, ridiscutendo le osservanze forzate. Curando con un atlantismo partecipe e con un europeismo non subalterno le sue ferite di ex paese vinto. E’ un sentiero che si è tracciata camminandoci. Incerto. Forse reversibile. Ostico per molti strati di opinione pubblica alimentati dal mix autoconsolatorio dei tanti pacifismi, neutralismi, terzomondismi, antioccidentalismi, antisemitismi e noglobalismi, troppo a lungo l’unico cibo condiviso a destra e sinistra.

Tra i “Friends” per la riforma dell’Onu
Compendia un po’ tutto questo il buon rapporto tra Ciampi e Bush figlio. Aggiorna quello, pregresso, di un europeista e atlantico della prima ora, con Bush padre. Allontana lo spettro di un passato in cui il fluttuante profilo italiano in politica estera, riflesso delle tante inanità domestiche, era anche la proiezione della sua labilità istituzionale, figlia di una legittimità confiscata dalle fazioni. Non si contano i casi di schizofrenia internazionale al riparo della frammentata titolarità istituzionale di una politica estera di detti e contraddetti, dal dissidio conclamato tra Giovanni Gronchi e Gaetano Martino a quello strisciante tra Oscar Luigi Scalfaro e Romano Prodi che mise in imbarazzo l’appena inaugurata equidistanza italiana (molto grazie alle aperture a Netanyahu di Massimo D’Alema), proprio nella questione israelo-palestinese. Nel 1999 fu Ciampi, presidente della Repubblica da poche settimane, a riparare, nell’aula della Knesset di Gerusalemme, lo sbilanciamento pro Arafat del suo predecessore. Brevi cenni di anamnesi politico-istituzionale che avvertono l’Italia dei rischi, e delle opportunità, in un momento così delicato per gli Stati Uniti, per l’Europa, per quelle Nazioni Unite, la cui velleitaria “inadeguatezza” è ormai ammessa anche da Kofi Annan. Non tenere la rotta adesso, se è vero che l’Italia è uno dei “Friends” che le riformeranno, sarebbe esiziale. Non c’è spazio per la difesa dell’interesse nazionale fuori della dimensione euroatlantica come criterio delle scelte politiche, delle alleanze, della valutazione dei pericoli. E’ il filo che visibilmente lega sensibilità e attitudini personali diverse, come quella del Cav. e quella del capo dello Stato. E’ la discriminante dell’attivismo diplomatico, produttore di politica, di Franco Frattini, il primo che abbia costruito il consenso dell’Unione attorno a una presa di posizione non scontata come quella che ostracizza il terrorismo di Hamas. E’ la carta (italiana) che avvantaggia l’Europa nel riallacciare il dialogo transatlantico presentandosi all’Onu con una proposta di compromesso non retorico per la stabilizzazione irachena. E’ un mezzo per riconsiderare meriti e limiti di cinquant’anni di politica estera. Un modo anche per riconoscere senza partigianeria i tentativi (non solo gli errori) della classe di governo espressa dal centrosinistra nella scorsa legislatura. La prova che la ricostruzione dell’identità statale e il suo non amebico profilo internazionale sono la stessa cosa.

Pialuisa Bianco

saluti