Paradossalmente rispetto all'ostentazione di potere che appare, la lobby venatoria sta "sparando le sue ultime cartucce", sia in senso letterale che metaforico. Pare non se ne voglia rendere conto nessuno, perché troppo presi nel gioco delle parti, che spesso si riduce ad un gioco di simulazioni. I cacciatori perché hanno necessità di illudersi e sparare ancora per qualche tempo e gli avversari perché devono fomentare ostilità popolare.
Agli occhi di molti potrebbe apparire un successo quello che sta ottenendo la lobby venatoria in questo periodo, una fase di espansione e di consolidamento del potere, che ha addirittura convinto molte regioni a riposizionarsi a favore dell'esercizio della caccia, anche contro le direttive europee, addirittura pervenendo a reinserire specie protette tra quelle cacciabili, poco importa se sono ormai rarefatte o in pericolo di estinzione, è il principio che conta. Hanno per molti mesi addirittura minacciato di riuscire a cacciare anche nelle aree protette, che sotto il profilo intellettuale, etico ed evolutivo sociale sarebbe come dire: ripristiniamo il tiro al piccione, i safari, e visto che ci siamo ripristiniamo anche la schiavitù, che ci farebbe comodo con tutta questa immigrazione ...
In realtà questa fase di riposizionamento della lobby venatoria è una fase terminale, di agonia, di simulazione. Sono le ultime reazioni aggressive di malati terminali (patologici in effetti lo sono). Sono i loro ultimi colpi di coda. Un patetico tentativo di guadagnare qualche posizione, magari recuperando qualche cacciatore tra coloro che avevano abbandonato l'"arte", come è avvenuto in Piemonte (chissà perché proprio in questa regione ...) dove quest'anno sono aumentati del 10%.
Infatti è in questo modo che io interpreto questa fase di espansione apparente della lobby venatoria: un'operazione di marketing per guadagnare posizioni perdute, soprattutto in termini di partecipanti alla sparatoria, perché un dimezzamento in una decina di anni fa impressione a chiunque e preoccupa fortemente gli occupati nel settore (infatti sono solamente 800mila contro il milione e seicentomila di inizio anni 90).
Un'operazione di facciata come l'ostentazione di potere di questi mesi, allargando le specie cacciabili e scatenando i politici al loro servizio, hanno forse illuso la leadership venatoria di poter recuperare ex cacciatori o acquisirne dei nuovi, dimostrando in tal modo di avere poche capacità di analisi dei fenomeni sociali e culturali in corso e di saper argutamente proseguire nel commettere grossolani errori di valutazione. Del resto la protervia non è mai stata una buona consigliera, ma del resto l'umiltà non la si può improvvisare.
Non basta la licenza di uccidere tutto ciò che si muove, compresi gli umani (anche se accidentalmente, almeno così dicono), la facoltà di girare armati come dei rambo nostrani, di violare e minacciare la privacy dei residenti, di comportarsi da lanzichenecchi, etc., contando sulla scarsità dei controlli o sulle connivenze istituzionali locali, per recuperare i pentiti e reclutare nuovi adepti alla setta.
Perché i milioni di cacciatori pentiti, non hanno abbandonato solo per la scarsità di selvaggina, come un'impostazione faziosa e riduttiva continua ad insistere come versione interpretativa monotematica e monotona del fenomeno. Alla base dell'abbandono di così tanti cacciatori c'è stata una reazione di disgusto e di vergogna, sia per la degenerazione della caccia, divenuta un esercizio impunito di sparatori alla stoccata, senza alcuna arte ne parte, un consumismo delittuoso e cruento senza alcuna cultura e sensibilità, un modo di collaudare costosi fucili, posti in mano a pericolosi improvvisati parvenu. E sia per un'accresciuta consapevolezza del danno che si concorreva ad arrecare alla natura, al patrimonio dell'umanità, alle risorse limitate del pianeta, in concausa con l'inquinamento ed il degrado complessivo. Si è trattato perlopiù di una maturazione, una presa di coscienza, un'assunzione di responsabilità, cui solo in parte e come concausa hanno fornito sostegno motivi come il calo della selvaggina ed i costi accresciuti.
Si è trattato quindi prevalentemente di motivi morali che hanno causato l'abbandono della nobile arte della caccia, forse perché non era più ne nobile ne arte. E a queste valutazioni sono pervenuto dopo decine di colloqui con ex cacciatori, la qual cosa avrebbero potuto e dovuto fare anche le loro associazioni di categoria, e forse lo hanno fatto ma preferiscono tacere per non ammettere le proprie responsabilità.
Questa situazione, come ho già avuto modo più volte di ribadire, ha provocato una selezione culturale, per cui sono rimasti gli sparatori e se ne è andata via la maggioranza dei cacciatori veri. Per cui l'unico risultato che otterranno con questa loro politica estrema è di favorire un massacro di esseri viventi, compiuto da sparatori che nulla hanno a che fare con la caccia come dovrebbe essere concepita.
Il numero di ricoveri di specie protette (almeno dalle leggi) nelle strutture veterinarie e nei centri di recupero della fauna selvatica, la dice lunga sulla capacità di riconoscimento delle specie, sull'attenzione posta nello sparare, sulla sensibilità e perizia posseduta dai cacciatori, pardon "sparatori".
Il risultato finale sarà cinicamente una natura più povera, depauperata di quelle poche risorse viventi che ancora rimangono, ed un irreversibile progressivo calo del numero di cacciatori, ed un'accresciuta esasperazione sociale verso la categoria, che sarà sempre meno tollerata.
Se fossimo amministrati da persone di buon senso e dotate di dignità, perverremmo senza dubbio ad una moratoria, necessaria per riequilibrare un minimo la natura devastata dall'imbecillità umana, e la caccia diverrebbe solo un'attività strettamente limitata e controllata, esclusivamente rivolta ad abbattimenti selettivi e mirati sotto la supervisione di esperti e dopo censimenti compiuti seriamente e scientificamente, non come avviene adesso, il cui unico scopo è consentire la caccia al di fuori dei periodi canonici e per pochi privilegiati.
Ma purtroppo non siamo un paese serio. A me non rimane che complimentarmi con la leadership delle associazioni venatorie, che ha saputo uniformarsi molto bene alla politica nostrana, fornendo il proprio contributo al peggioramento della situazione.


Claudio Martinotti