Il record dell'arroganza e della protervia? All'on. Carlo Taormina, l'avvocato delle cause meno nobili che ci siano: che infatti difende la singolare prassi in virtù della quale lo Stato rimborsa a lui (e a decine di altri liberi prof d'alto bordo) anche le trasferte di natura professionale («Un deputato è sempre deputato» dice «anche quando svolge le sue cause nei tribunali»). Il record della correttezza politica? All'ex-on. Franco Bonato, oggi tesoriere di Rifondazione comunista: uno che basta guardarlo in faccia per capire che la diversità e la limpidezza morale esistono, anche tra quelli che hanno bazzicato Montecitorio. Infatti, è l'unico che risponde con precisione, fino ai centesimi di euro, alla fatidica domanda quanto guadagna un deputato? . E poi, con stile sobrio e tranquillo, informa che i deputati del Prc versano oltre la metà dei loro emolumenti al Partito - prassi antica ma oggi eversiva, tanto che sono gli unici a farlo. Sono due passaggi salienti di Report, andata in onda su Raitre martedì sera e dedicata allo scottante tema del costo della democrazia rappresentativa: a quanto ammontano, appunto, gli stipendi dei nostri deputati e senatori, a quali rimborsi, diarie e bringe benefits hanno diritto, insomma, come se la passano qui da noi, a confronto, tra l'altro, con paesi avanzati come Francia e Germania. Uno di quei programmi che ti riconciliano di colpo con il giornalismo (quello che diventa, insieme, notizia, inchiesta, rivelazione, fatto civico e politico) e con la televisione: può esistere, e come, la Tv di qualità, ed è, oltre tutto, infinitamente più divertente di quella - diciamo così - normale. Come la straordinaria conduzione di Milena Gabanelli, che si è tenuta accuratamente lontana da ogni tentazione demagogico-qualunquistica. E come lo struggente monologo di Marco Paolini, che quest'anno impreziosisce ogni puntata della nuova serie, in apertura.
Il «caso» italiano
Ma proviamo ad entrare nel merito, come ha fatto Report, di una questione ribollente, come dicevamo, ma anche nient'affatto semplice: che poi è lo stato reale, nei suoi fondamenti materiali, della nostra classe politica. Privilegiati i nostri parlamentari? Certo che sì, in confronto ai normali lavoratori dipendenti, quelli che per arrivare alla fine del mese devono contare lire e centesimi. Ma il privilegio, a ben vedere, non è legato soltanto ai soldi: è fatto anche e soprattutto di uno stile di vita, di un sistema di relazioni, di un'ampiezza non ordinaria degli accessi e delle opportunità. Molto di quel che Report ha mostrato - le diarie rigonfie, i rimborsi ipergenerosi, la selva di collaboratori, e le decine di piccoli, medi e grandi benefits, dagli occhiali ai computer, di cui usufruiscono i nostri parlamentari - è parte di una specifica distorsione italiana. Di un'idea (e una pratica) di modernizzazione quasi sempre malintesa, in virtù della quale si è «classe dirigente» non per quel che che si fa e si propone, ma in proporzione alla quantità di esenzioni, sconti, privilegi, appunto, di cui si gode. Perchè mai Irene Pivetti potrà conservare a Montecitorio, vita natural durante, un ufficio e una segretaria? Perchè quel discreto «vitalizio» esentasse e cumulabile con ogni altro reddito, concesso a partire da una sola legislatura? E perchè mai a un parlamentare ha bisogno di 250 euro aggiuntivi al giorno solo per mangiare e dormire? Cose che avvengono qui, nel Belpaese, per lo più ignote nell'Europa avanzata.
Cose che, però, fanno scattare, in larghe masse, la persuasione di una «ingiustizia» complessivamente insopportabile, in un'era nella quale il taglio delle pensioni, dei salari e delle prestazioni sociali è oggetto quotidiano - privilegiato - della politica dominante.
Noi siamo tra quelli che continuano ad affidare al parlamento repubblicamo una funzione essenziale, anzitutto per la qualità della democrazia: per questo, ha un senso che i parlamentari siano remunerati con danaro pubblico, e con la larghezza di mezzi adeguata ad una «classe dirigente». Ma questo pur valido principio è oggi a rischio: la crisi della politica, della fiducia, della partecipazione resta un fatto drammatico, e troppi dei nostri "rappresentanti del popolo" sembrano proprio non accorgersene. Quelle facce imbarazzate, quei deputati che rispondevano «non so, non mi ricordo quanto guadagno...», quelli che si arrampicavano sugli specchi, apparivano, ahimè, come una ragion sufficiente della crisi, oltre che un possente contributo ad accrescerla.
Questo abbiamo imparato da Report: la democrazia non è un lusso. Ma una riforma radicale della politica e dei suoi meccanismi non è più rinviabile.
Rina Gagliardi______________




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