Si diffondono a macchia d'olio le recriminazioni e le prese di distanza sulla guerra irakena. Molti cercano di riprendere l'abito rispettabile del vecchio saggio che «lo aveva detto», riponendo per altra occasione quello più colorito ma un po' logoro dell'antiamerikano. E' un fuggi fuggi generale. Eppure c'è ancora molto da dire su quell'azione che ha portato, comunque, alla caduta di una delle più feroci dittature del XX secolo.


Prendiamola un po' da lontano e cerchiamo di ragionare con la mente libera da schemi.



La caduta dell'impero sovietico ha dischiuso al mondo una serie enorme e inattesa di possibilità e di occasioni. Paesi per i quali la fine di regimi antidemocratici e totalitari un tempo non poteva essere nemmeno presa in considerazione, ormai sfuggiti all'area di influenza sovietica sono formalmente liberi di darsi un governo democratico e liberale. E' una rivoluzione epocale che ancora stentiamo ad assimilare, e che richiede d'ora in poi approcci del tutto diversi e nuovi.



Intanto, bene o male, fra mille difficoltà, i Paesi del Patto di Varsavia, che più da vicino avevano partecipato per secoli alla crescita ed alla vita civile d'Europa stanno recuperando il tempo perduto e il senso di cittadinanza scomparso, smaltendo progressivamente la miseria accumulata, per entrare nell'Unione Europea. Anche il paese dell'Est europeo più tartassato dalla fortuna negli ultimi decenni, la Romania di Ceausescu, pur sotto la guida di un ex- dirigente comunista riciclato a suo tempo da Gorbacev, sta facendo progressi ed entrerà con la Bulgaria alla seconda tornata. Quel che è certo, è che simili regimi hanno fatto compiere giganteschi passi indietro nel costume e nella vita politica ai paesi che ne sono stati vittime.



Ma altrove questa vicenda risulta ancor più difficile, non è così rapida come si sperava, ed è dolorosa come ogni processo di modernizzazione e di crescita civile. E per modernizzazione, con buona pace dei relativisti culturali oggi di moda, intendo qualcosa che fatalmente, nella misura in cui garantisce diritti e libertà dell'individuo, assomiglia un po' alla nostra, o che almeno ha compatibili con la nostra alcuni tratti fondamentali.



Altrove, a mano a mano che il senso nazionale si sviluppava – guarda caso, anche questa è una scoperta europea del XIX secolo –, è cresciuto parallelamente il bisogno di distinguersi, di caratterizzarsi, di esprimere un proprio modello di sviluppo, possibilmente diverso da quello, tanto lontano e forse irraggiungibile, di chi è stato più fortunato e rapido nel crescere e nel modernizzarsi.



Così oggi ideologie totalizzanti come l'Islam, con la sua idea rozza ma efficace di superiorità e di guerra santa, in questo contesto di frustrazione e di difficoltà non potevano che trovare nuovo slancio e nuovi adepti, anche fra popolazioni che da anni si erano distinte per un approccio laico alla vita politica. In questo quadro, il terrorismo può ben essere visto come l'unica arma efficace a disposizione di uno schieramento – quello islamico – altrimenti troppo debole per sperare nel successo.



Ma anche se il crollo delle Torri Gemelle segna senza dubbio un'altra tappa importante nella nostra storia, e con loro sono finiti sicurezze e programmi circoscritti al mondo più evoluto e più ricco, ridurre la situazione geopolitica attuale al confronto fra USA e terrorismo è impossibile.



Ed è tesi anche più insostenibile, se si pensa quanto sia più universale e drammatico il problema, appunto, della modernizzazione. Lo dimostra il caso dell'Irak, dove alla caduta di un pericoloso dittatore, presumibilmente pronto a massacrare i suoi vicini come ha massacrato i suoi concittadini, la libertà non ha generato automaticamente la democrazia, mentre la vernice laica del regime di Saddam si è subito perduta nelle risse per il potere fra sette maomettane, e nell'opposizione agli statunitensi di tutte le fazioni estremiste. Ma non è certo, questo, un caso unico, e i processi di crescita civile risultano dappertutto difficili – penso soprattutto all'Africa –, anche se ora la divisione del mondo con il blocco comunista è cessata.



Ma sarebbe stato meglio non intervenire? Sarebbe stato preferibile agire in Irak con azioni «di intelligence e di commando», come ora sembrano suggerire in molti? Penso che basti vedere le levate di scudi (opportune) in difesa di Arafat di fronte ad analoghe ipotesi israeliane per capire che si tratta di chiacchiere. E del resto non è neanche tanto facile uccidere un dittatore "preparato", perché sa bene di essere odiato e di poter essere colpito in ogni momento. Altro problema, poi, è la distruzione di un sistema di potere, che potrebbe benissimo essere capace di perpetuarsi anche senza il suo capo.



Insomma, credo che l'alternativa non stesse nella scelta dei mezzi per eliminare o far cadere il dittatore, ma nella scelta se intervenire o no, dopo che sanzioni e intimazioni si erano rivelate inefficaci rispetto alla stabilità del regime. E allora si torna al solito dilemma: fino a che punto i drammi di un altro Paese ci riguardano, fino a che punto possiamo e dobbiamo intervenire?



La risposta, come è ovvio, dipende dalla sensibilità di ognuno di noi. Per chi è più sensibile alle parole "uguaglianza" non parrà strano ammettere per paesi sottosviluppati regimi che non vorrebbe per sé – valga l'esempio di buona parte degli Inglesi, che per l'Italia degli anni '30 ritenevano "adatto" il fascismo –; chi invece crede che il valore supremo stia nella libertà, riterrà intollerabile lasciare un fratello, dovunque viva, sotto un regime che non riterrebbe buono per sé.



Per conto mio, credo che le battaglie contro il terrorismo e chi lo finanzia siano necessarie, come strumento estremo di fronte a casi come quello irakeno; del resto ritengo giusto che lottiamo per difendere risolutamente, nella misura in cui li riteniamo universali, i nostri valori. Credo anche che associare il problema del riscatto del terzo e quarto mondo alla messa in crisi dell'Occidente, e fatalmente ammettere così la guerra terrorista, come avviene tanto spesso, sia un errore gravissimo.



Ma è altrettanto grave dimenticare la centralità del dibattito in corso – a quanto pare ancora una volta sciaguratamente abortito – nel WTO fra paesi sviluppati e paesi poveri.



Un sistema mondiale più aperto e un equilibrio diverso nel sistema internazionale degli scambi, liberato da dazi e balzelli, deve comunque essere perseguito dall'Occidente e dai Paesi in via di sviluppo, proprio come alternativa razionale e pacifica allo scontro permanente. E qui sì che i mille protezionismi americani e la politica agricola europea debbono essere pesantemente criticati: senza marce violente, senza girotondi, senza atti di contrizione, ma con equilibrio e buon senso, magari sapendo che tutto questo avrà prezzi alti per tutti noi: chissà se lo hanno capito i nostri sfasciavetrine. E' la "pars contruens" di un discorso del quale abbiamo visto fino ad ora la "pars destruens".
Resta solo da chiedersi quanti, fra Italiani, Europei e Statunitensi, saranno disposti a far cadere le barriere doganali che strangolano le esportazioni dei paesi emergenti.



Marco Cavallotti (Milano) - www.legnostorto.com