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    Talking Cina:Luciano Benetton ne tesse l'elogio in prima pagina su L'Unità

    La cina è vicina, per fortuna
    di Luciano Benetton

    Il grande Paese dell’Asia Orientale sta attraversando da diversi anni una profonda trasformazione dell’economia da agricola a industriale, guidata da una precisa politica che favorisce la migrazione dalle aree agricole interne verso le zone costiere, dove sono concentrati i poli manifatturieri. Credo che questo processo storico stia candidando la cina, nel medio-lungo periodo, a diventare una tra le maggiori potenze industriali e politiche. Basti ricordare, ad esempio, che già oggi la cina è al sesto posto nella graduatoria mondiale dei Paesi esportatori (con quasi 270 miliardi di dollari all’export) e rappresenta il principale polo di attrazione degli investimenti internazionali. E basta viaggiare nel paese, vedere da vicino come nuovi grattacieli crescano rapidamente a Shangai, scoprire che la Coca Cola costituisce ormai l’80 per cento di tutto il consumo di bibite, per comprendere facilmente che si tratta di un processo di sviluppo inarrestabile. La cina ha voglia di correre: la produzione industriale cresce di oltre il 12 per cento annuo, il Pil viaggia sull’8 per cento, l’inflazione è contenuta. Si tratta di una sfida ineluttabile, alla luce della quale strumenti di difesa come dazi, barriere doganali o quote produttive appaiono inadeguati e incapaci di offrire soluzioni durature. È una metamorfosi, se vogliamo, che richiama quella accaduta in Europa nel Novecento, con la grande accelerazione avvenuta, anche in Italia, nel dopoguerra. Grandi trasformazioni che hanno toccato non solo l’economia ma tutta la società e la cultura del Vecchio Continente. La cina, d’altra parte, sta integrandosi sempre più nel sistema mondiale del commercio. Nel dicembre 2001 ha aderito al Wto, impegnandosi, tra l’altro, a ridurre le proprie barriere tariffarie fino a un livello medio inferiore al 10 per cento entro il 2005, oltre a concedere l’autorizzazione agli investimenti stranieri anche nei servizi. Questa adesione, inoltre, contribuirà progressivamente alla liberalizzazione degli scambi e alla modernizzazione interna. Più che prendere la concorrenza cinese come un alibi per le imprese europee non competitive e poco innovative, con il rischio di rimanere ancorati a una visione miope e difensiva, credo che sia necessario pensare allo sviluppo della cina come a una grande opportunità. Bisogna riaprire idealmente la «via della seta», recuperare la nostra grande tradizione di commercio con l’Oriente, quella di Marco Polo e dei mercanti veneziani per intenderci, ricordando che anche la cina, come tutti i Paesi emergenti, prima importa tecnologia, per poi aprirsi anche ai beni non strettamente necessari e al lusso. Certo occorre che la cina impari a consumare di più. L’allargamento della base di consumo con il tempo avvicinerà la loro struttura economica e sociale ai Paesi più moderni, con un conseguente adeguamento del costo del lavoro, un aumento del tempo libero e la creazione di un mercato di vaste dimensioni. Oggi in cina soltanto un cinque per cento di popolazione può contare su un reddito elevato, anche se questa percentuale, applicata a una cifra di quasi un miliardo e trecentomila di persone, rende già il suo mercato di interesse superiore a quelli di tante nazioni più sviluppate. Naturalmente è importante conoscerlo, il mercato cinese, rendersi conto che la gente di Pechino o Shangai vive, si veste, si diverte come quella del resto del mondo. Ma che in fondo, nonostante sia avviata all’integrazione col modello di vita occidentale, conserva le radici profonde di una storia millenaria e l’orgoglio nazionalistico di essere tornati protagonisti, ancora una volta, della vicenda mondiale. Per questo Benetton è stato il primo marchio occidentale ad aprire un megastore, un negozio di grandi dimensioni, in cina, a Shanghai: per imparare a conoscere profondamente il paese, il mercato e la gente, ed esseri pronti, nei prossimi anni, a soddisfare un grande potenziale di consumi. Non bisogna poi commettere l’errore di pensare alla cina come a una nazione fortemente arretrata. È vero che è carente di ferrovie, aeroporti, collegamenti stradali, telecomunicazioni, ma possiede una tradizione di operosità e una solida capacità manifatturiera in diversi settori. La produzione locale potrebbe quindi rivelarsi la carta vincente per penetrare il mercato cinese. Ma come europei dovremo essere capaci di giocare la carta di prodotti non facilmente eguagliabili sotto il profilo dell’innovazione, dello stile e della qualità. E come italiani, dimenticando timori, polemiche e chiusure anacronistiche, dovremo fare onore all’ideogramma cinese che indica il nostro nome definendoci il «Paese delle idee».

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  2. #2
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