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    Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! (Dante: Paradiso Canto V)
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    Predefinito Ordini Religiosi della Chiesa Cattolica

    AGOSTINIANI

    LA STORIA DELL`ORDINE DI SANT`AGOSTINO
    I. 750 ANNI FA
    Il 16 dicembre 1243 papa Innocenzo IV promulgò la bolla Incumbit nobis con la quale invitava le numerose comunità di eremiti della Tuscia a riunirsi per costituire un unico Ordine religioso con la regola e lo stile di vita di S. Agostino. Nel marzo dell'anno successivo, 1244, gli eremiti celebrarono un capitolo di fondazione a Roma, sotto la guida del cardinale Riccardo degli Annibaldi ed ebbe così inizio la storia dell'Ordine di S. Agostino.
    Il papa ordinò agli eremiti toscani di eleggersi un priore generale e di redigere le costituzioni. Da allora vennero conosciuti come Eremiti dell'Ordine di S. Agostino.
    II. IL MONACHESIMO DI S. AGOSTINO
    Le primissime tracce della tradizione monastica abbracciata dagli Eremiti nel 1244 si ritrovano subito dopo la conversione di Agostino a Milano, quando questi ed alcuni suoi amici fecero ritorno alla nativa Tagaste, si liberarono dei loro beni e iniziarono una vita di preghiera e di studio come "servi di Dio".
    Signore, fa' che gli uomini che vivono concordi nell'unità del cuore, si riuniscano in una sola cosa... Siamo rimasti insieme con l'intenzione di vivere uniti nel nostro santo proposito. Abbiamo pensato al luogo più indicato per servirti ed insieme siamo tornati in Africa (Conf. IX, 8).
    Ordinato sacerdote nel 391, Agostino ottenne un orto ad Ippona per costruirvi un monastero per la sua comunità laica. Successivamente scrisse una regola per i suoi fratelli, ispirandosi alla comunità cristiana di Gerusalemme.
    Prima di qualsiasi altra cosa, vivete insieme con un cuore solo e un'anima sola, protesi verso Dio(I, 2).
    Nominato vescovo di Ippona, pur scegliendo di abitare nella sua residenza episcopale, continuò a vivere la vita comune insieme al suo clero. Successivamente la fondazione in città di un monastero femminile mise in evidenza le tre forme di vita religiosa agostiniana: maschile, di laici e chierici, e femminile.
    L'ideale agostiniano si estese ad altre parti dell'Africa. Numerosi monaci vennero ordinati vescovi e diffusero così la vita religiosa in altre chiese locali. Nell'Africa del quinto secolo i monasteri di ispirazione agostiniana erano circa trentacinque.
    Tra il 430 ed il 570 questo stile di vita venne fatto conoscere in Europa dai monaci e dai sacerdoti che fuggivano per sottrarsi alle persecuzioni dei Vandali. Intorno al 440, Quodvultdeus da Cartagine si stabilì in Italia, nelle vicinanze di Napoli. Nel 502, San Fulgenzio da Ruspe arrivò in Sardegna. Donato e settanta monaci lo divulgarono nella Spagna meridionale intorno al 570, ed alcuni monaci probabilmente raggiunsero anche la Francia.
    La copiosità dei codici antichi contenenti la regola di S. Agostino mostra il costante interesse che la stessa suscitò in epoca medievale. Malgrado ciò, per oltre tre secoli, venne messa in ombra da altre regole, in particolare da quella di S. Benedetto. La regola agostiniana ricompare in pratica nell'Europa dell'XI secolo come base per la riforma di monasteri e capitoli cattedrali. Venne adottata dai Canonici Regolari di San Vittore a Parigi, dai Premostratensi e dai Canonici Lateranensi.
    III. LA GRANDE UNIONE DEL 1256
    Ulteriori sviluppi nella formazione dell'Ordine si ebbero il 9 aprile 1256 con la bolla Licet Ecclesiae catholicae di papa Alessandro IV. Il papa confermava l'unione degli Eremiti di Giovanni Bono (regola agostiniana, 1225), degli Eremiti della Tuscia, degli Eremiti di S. Guglielmo (regola benedettina), degli Eremiti di Brettino (regola agostiniana, 1228), degli Eremiti di Monte Favale (regola benedettina), e di altre congregazioni minori nell'"unica professione e regolare osservanza dell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino".
    La Grande Unione avvenne presso il convento degli eremiti toscani di S. Maria del Popolo, sempre sotto la direzione del Cardinale degli Annibaldi, con delegati provenienti da tutti i romitori. Lanfranco Settala di Milano, già superiore degli Eremiti di Giovanni Bono, fu nominato priore generale dell'Ordine che comprendeva 180 conventi in Italia, Austria, Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria, Boemia ed Inghilterra.
    L'unione del 1256 rappresentò un grande passo nella riforma della vita religiosa della Chiesa. Con essa il papa intendeva porre fine alla confusione derivante dall'eccessivo numero di piccoli gruppi religiosi, incanalandone le forze spirituali nell'apostolato della preghiera e della cura pastorale, nel contesto dello sviluppo in atto delle città europee. Gli Agostiniani così entrarono a far parte dei frati Mendicanti insieme con i Domenicani, i Francescani e altri.
    Il movimento mendicante del XIII secolo rappresentò una risposta rivoluzionaria ad una situazione rivoluzionaria. L'unità della Chiesa si trovava nuovamente minacciata dall'eresia. Nuove sfide derivavano dai cambiamenti economici e culturali in atto nella società. I frati vennero invitati ad inserirsi nei nascenti centri commerciali, per predicare alle classi emergenti sempre più numerose, e per diffondere la spiritualità evangelica tra la gente.
    L'identità spirituale dell'Ordine aveva pertanto due fondamenti. Il primo era la persona di S. Agostino, da cui aveva ripreso l'idea di vita religiosa, in particolare l'importanza della ricerca interiore di Dio e della vita comunitaria. Il secondo era il movimento mendicante, attraverso il quale l'Ordine di S. Agostino rientrava tra gli Ordini della fraternità apostolica.


    Sant'Agostino

  2. #2
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    BENEDETTINI

    L'ORDINE BENEDETTINO

    Parte I - da S. Benedetto al X° secolo
    Le grandi linee della biografia di San Benedetto (480 - 547) ci sono note in maniera sufficiente, anche se contenute entro il consueto schema agiografico, avaro di dati cronologici e istituzionali di una certa precisione. Il Santo nacque a Norcia da un'agiata famiglia e fu inviato a Roma per gli studi. Disgustato però dal clima morale ivi riscontrato, si ritirò dapprima ad Enfide (l'attuale Affile) e poi - nella solitudine pressoché assoluta - in una grotta (il Sacro Speco di Subiaco), aiutato da un monaco dei dintorni che gli provvedeva il cibo. Dopo tre anni, a causa dell'accorrere di numerosi discepoli, fondò dodici monasteri, formati da dodici monaci ciascuno; raccolse poi altri aspiranti alla vita monastica, per una loro più accurata formazione, in un tredicesimo monastero, nei pressi dell'antica villa di Nerone. L'ostilità di un sacerdote del luogo lo indusse dopo qualche tempo a cambiare sede, trasferendosi da Subiaco a Montecassino. E' molto probabile, tuttavia, che ad un simile trasferimento abbia anche contribuito un'evoluzione della sua stessa concezione monastica, passata da una forma federativa di unione tra diversi monasteri ad un tipo di monastero unico, completamente autonomo, appunto quello cassinese, formulazione piena e perfetta del suo ideale ascetico e religioso. Il Santo è presentato da San Gregorio, prima e pressoché unica fonte per la sua biografia, come largamente dotato di doni carismatici, profezie, guarigioni, lettura delle coscienze. Suoi primi discepoli furono Mauro e Placido; accanto a lui viene pure presentata la dolce figura della sorella Scolastica che, religiosa anch'essa, una volta all'anno si incontrava col fratello nei pressi di Montecassino. Il Santo appare in contatto anche con alcuni ecclesiastici della regione: a lui, attratto dalla sua fama, si recò pure il re Totila, probabilmente nell'ottobre 546. San Benedetto vive quindi nel pieno della tremenda guerra greco-gotica (535-553), intrapresa dai Bizantini per il recupero dell'Italia occupata dagli Ostrogoti, anche se la tristezza di tali vicende non ha lasciato praticamente alcuna traccia nella Regola. Il Santo ha quindi trascorso tutta la sua vita nella ristretta fascia dell'Italia centrale (Umbria e Lazio) e, pur ammettendo che la sua Regola potesse essere adottata anche in altri monasteri, non ne poteva certo prevedere la futura espansione, a partire dal pieno Medio-Evo e fino ai nostri giorni, in ogni Paese e continente.
    Allorché San Benedetto dà inizio alle sue fondazioni monastiche, dapprima a Subiaco e poi, in forma definitiva, a Montecassino, ove compone la Regola e muore, il fenomeno monastico conosceva già due secoli di intensa e varia esperienza. Sorto in Egitto e in Palestina, esso aveva avuto modo di espandersi anche in Occidente con figure quali San Martino di Tours e San Girolamo, Cassiano e San Patrizio. L'ideale monastico consisteva nell'abbandono del mondo, nell'impegno costante di una vita di penitenza e di preghiera, in forma eremitica o cenobitica, secondo il genere di vita già condotto, nel secolo IV, da Sant'Antonio, San Pacomio, San Basilio. La lunga distanza cronologica e culturale non deve però far dimenticare anche le differenze che esistevano in seno a tali esperienze ascetiche, a seconda che venisse data maggiore importanza all'individuo o alla comunità, alla solitudine o allo spirito ecclesiale, al disprezzo del mondo o ad un iniziale, modesto interesse verso i valori culturali. Esisteva inoltre già tutta una copiosa letteratura, consistente di vite, regole, sermoni, lettere, dialoghi, da cui anche l'esperienza monastica occidentale ed italica, prima fra tutte quella di San Benedetto, non poteva assolutamente prescindere. E, di fatto, San Benedetto ha operato una sintesi di questa esperienza e di questa letteratura, come gli studi più recenti hanno messo chiaramente in luce, servendosi addirittura del piano compositivo offertogli da una anonima Regola latina del secolo VI, la cosiddetta Regula Magistri, a meno che non si tratti della prima stesura della sua stessa Regola. Certo, San Benedetto ha un'idea tutta sua del monastero e della vita che in esso si conduce; istituisce nuovi uffici (il maestro dei novizi, l'infermiere), stabilisce nuovi rapporti non solo dei monaci col superiore (l'abate) ma anche dei monaci tra loro - mediante un più vivo senso della fraternità -; conferisce alla vita di comunità una struttura più flessibile ed articolata. Particolare risalto viene assegnato alla celebrazione dell'ufficio divino (l'Opus Dei), mentre al lavoro vengono assegnate numerose ore della giornata. Il motto Ora et labora che non si trova nella Regola e che, come tale. è stato formulato soltanto nel secolo XVIII in ambiente bavarese, solo parzialmente può rendere ragione di una esperienza così complessa e feconda, in cui grande importanza ha pure la pratica della lectio divina, lettura sapienzale dei testi biblici.
    La comunità monastica è, secondo la Regola benedettina, unica, indipendente, autosufficiente, separata dal mondo sul quale non è previsto alcun genere di influsso. Il suo sostentamento proviene da lavori di carattere artigianale svolti all'interno del monastero, mentre solo eccezionalmente è previsto il lavoro dei campi. La Regola benedettina suppone evidentemente già una particolare interpretazione del Vangelo compiuta dalla tradizione monastica, consistente nella sequela di Cristo, nella rinuncia alla propria volontà, nella imitazione della prima comunità apostolica, senza peraltro presentare di tutti questi aspetti una, riflessione sistematica. La forte visuale escatologica fa coincidere precetti e consigli, salvezza e perfezione, vocazione cristiana e suo adempimento, perseveranza nella fede e perseveranza nel monastero fino alla morte. Varie categorie di persone possono far parte della comunità, per lo più nella condizione laicale, mentre i sacerdoti costituiscono una esigua minoranza. La Regola benedettina parla di "decanie", ossia di gruppi di dieci monaci, il che fa supporre che la comunità dovesse oscillare tra i venti e i trenta membri. Scavi recenti, del resto, hanno permesso di constatare che il primitivo insediamento monastico di San Benedetto a Montecassino era piuttosto modesto. Benché l'espressione non compaia nella Regola, va da sé che, per essa, la vita monastica è vita contemplativa, dato che in tale senso era concepita una simile esistenza dall'antica tradizione monastica. Mancano, invece, nella Regola, esplicite indicazioni circa lo studio o il lavoro intellettuale in genere, ma, coll'importanza assegnata alla celebrazione della liturgia e alla pratica della lectio divina, se ne ponevano remotamente le premesse, al fine di disporre di testi adeguati allo scopo e di preparare individui atti alla loro comprensione e trasmissione.
    La vita di San Benedetto è stata scritta da San Gregorio Magno nel secondo libro dei Dialoghi, composti fra il 593 e il 594. Si tratta, ovviamente, di un testo redatto secondo le norme dell'antica agiografia e, come tale, esso va interpretato. I dati essenziali sono però sostanzialmente attendibili e sull'identità storica di San Benedetto non possono esistere dubbi. San Gregorio scriveva nondimeno allorché Montecassino aveva già subito la sua prima distruzione totale ad opera dei Longobardi (577) e, quindi, allorché l'opera di San Benedetto poteva parere irrimediabilmente compromessa. In quella occasione i monaci cassinesi avevano trovato rifugio a Roma, presso il monastero di San Pancrazio al Laterano. La Regola benedettina, tuttavia, rimane in questo primo periodo poco conosciuta e lo stesso San Gregorio, nel suo monastero romano di Sant'Andrea al Celio, sembra aver seguito anche altre norme di vita religiosa. Dal punto di vista generale, del resto si era nel periodo delle cosiddette regulae mixtae, ossia di regole formate da norme desunte, in forma antologistica, da varie regole, senza il predominio assoluto di nessuna. Nel 596 San Gregorio inviò in Inghilterra, per la conversione di quel popolo, il monaco Agostino e altri quaranta monaci romani del monastero del Celio. Attraverso tale missione, la Regola benedettina cominciava a varcare i confini della Penisola: del resto, il più antico - anche se non il più autorevole - manoscritto della Regola è un codice inglese.
    A partire da questo periodo si può dire che la diffusione della Regola, mediante i monasteri fondati nel Nord Europa, e la propagazione del Vangelo in quei medesimi Paesi, procedano di pari passo. Il monachesimo - di osservanza sempre più decisamente benedettina - costituisce un po' il filo conduttore non solo quanto alla diffusione della Regola di San Benedetto, ma anche quanto all'evangelizzazione delle diverse popolazioni germaniche. Saranno infatti i monaci celti e anglosassoni riversatisi sul continente europeo a favorire l'evangelizzazione, la cultura e le fondazioni monastiche, ponendo le premesse per un'adozione sempre più completa della Regola benedettina. Eccetto il caso dell'intervento di qualche pontefice, va però ricordato che l'espansione monastica fu un fenomeno spontaneo, non programmato, non mirante a riunire i monasteri (sempre più. numerosi) in un unico corpus o ordine religioso nel senso moderno del termine. L'evangelizzazione compiuta dai monaci, inoltre, era dovuta ad un movente ascetico (l'abbandono della patria) e ad uno di natura mistica (il desiderio del martirio).
    Fino al Mille e, per moltissimi monasteri, anche dopo tale data, i centri monastici continueranno a conservare la propria autonomia, le proprie tradizioni, le proprie osservanze particolari sancite dalle diverse Consuetudini, compilate per colmare il crescente divario tra il testo della Regola e le usanze via via impostesi. Un certo tentativo di unificazione fu compiuto - ma con scarso successo - da parte dei sovrani carolingi, da Carlo Magno a Ludovico il Pio. Quest'ultimo si servì dell'opera di un monaco visigoto, San Benedetto d'Aniano († 821) che tentò un esperimento di unificazione dei monasteri franchi in base alle relative osservanze. A tale scopo nell'817 veniva convocato ad Aquisgrana un sinodo di abati e di monaci, ma, per varie ragioni, non si poté giungere ad un'effettiva unità di governo, per cui il tentativo non riuscì. In ogni caso, San Benedetto d'Aniano - considerato da qualcuno come il vero fondatore dell'Ordine benedettino - deve essere ricordato anche per lo sviluppo assegnato alla liturgia, ben oltre le norme previste dalla Regola benedettina, secondo un indirizzo che nel secolo successivo verrà in gran parte ripreso dal monastero di Cluny. Anzi, il movimento riformatore di Cluny non sarebbe potuto sorgere senza la precedente esperienza anianense.
    Lo stretto rapporto determinatosi tra monachesimo benedettino e regno franco è solo un aspetto del ben più profondo rapporto stabilitosi con la stessa società altomedievale ormai decisamente condizionata dalla presenza di un numero incalcolabile di monasteri. Questi non solo favorivano un incontro fra membri di razze diverse, magari un tempo in lotta fra loro - e a tale riguardo è emblematica la presenza, a Montecassino, di due ex-sovrani, Carlomanno, già re dei Franchi, e Ratchis, già re dei Longobardi - ma venivano ad esercitare una funzione determinante nell'edificazione della Cristianità medievale in tutti i suoi aspetti. All'ombra dei monasteri, infatti, popolazioni ancora rudi e primitive potevano apprendere la tecnica più perfezionata di qualche mestiere, l'ingentilimento dei costumi, la partecipazione alla preghiera liturgica anche mediante apposite traduzioni nelle varie lingue germaniche e romanze, il senso della condivisione di un medesimo destino. Specialmente nelle campagne grande fu l'importanza dei monasteri per la coltivazione dei terreni abbandonati, l'estirpazione dei culti idolatrici, l'evangelizzazione dei villici da cui, in molti casi, deriveranno le confraternite medievali e il futuro Populus Abbatiae, premessa di più ampi sviluppi civici e politici. Da ciò si intravede quale complessità di rapporti economici, giuridici, sociali - oltre che strettamente religiosi - fosse favorita ed animata dai centri monastici. Questi ultimi, inoltre, si inserivano ottimamente nelle strutture dell'economia altomedievale basata sul sistema curtense, in forza del quale una parte dei fondi monastici era data in affitto a coloni secondo gli svariati tipi di contratti dell'economia medievale.
    Se tale era l'opera svolta in campo religioso-sociale, non meno cospicui ne furono i riflessi in campo strettamente culturale, con l'apporto alle lingue e letterature nazionali, mentre anche le vicende di tali popoli divenivano oggetto di apposite narrazioni, dalla Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, alla Storia degli Inglesi del Venerabile Beda, fino alla Storia dei Normanni di Amato di Montecassino. Un altro elemento rivelatore della crescente importanza dei centri monastici è la tendenza - da parte dei maggiori di essi - a sottrarsi all'autorità vescovile mediante il sempre più diffuso istituto giuridico dell'esenzione. Per il momento, e ancora per qualche secolo, rimane immune dall'influsso benedettino l'Irlanda, in quanto custode di tradizioni monastiche proprie, tenacemente radicate in quel Paese da dove provenivano asceti e missionari come San Colombano, fondatore, tra l'altro, del monastero di Bobbio. Anche in Spagna, se pure in misura minore, la resistenza di tradizioni locali impedì un'universale e rapida espansione della Regola di San Benedetto. Già si è detto della missione dei monaci inviati in Inghilterra da San Gregorio: tale missione, nonostante la lontananza e la diversità delle situazioni locali, incontrò successo, attuando un esteso radicamento ed una capillare estensione dell'organizzazione diocesana. Con ogni probabilità, il monastero dei Santi Pietro e Paolo di Canterbury è stato il primo monastero fuori d'Italia in cui si è osservata la Regola benedettina. I successori di Sant'Agostino ne continuarono l'opera fondando il monastero di Westminster; qualche decennio più tardi sarà Sant'Aidano a proseguirne l'opera evangelizzatrice, che avrà nel monastero insulare di Lindisfarne il centro propulsore della vita religiosa e culturale dell'Inghilterra. Le figure più illustri del monachesimo inglese sono San Wilfrido, San Cutberto, San Benedetto Biscop e specialmente il Venerabile Beda († 735), dottore della Chiesa.
    Nei territori corrispondenti all'attuale Francia e Belgio operano monaci quali San Walberto, San Wandregisilo, San Filiberto, Sant'Eustazio, San Bertino, Sant'Amando con le rispettive fondazioni, tutte di grande importanza. Tra queste va almeno ricordata quella di Corbie. In Germania la figura dominante è quella di San Bonifacio (Winfrido) che, nativo dell'Inghilterra meridionale, fu educato in due monasteri. Da quell'ambiente egli trasse l'amore alla cultura, la venerazione al papa, il desiderio della propagazione della fede. San Bonifacio compì un primo tentativo, non riuscito, sul continente ove già operava San Willibrordo, allora ad Echternach (nell'attuale Lussemburgo). A Roma fu accolto benevolmente da Gregorio II che lo inviò in Germania, ove evangelizzò la Baviera, l'Assia e la Turingia. Nominato dal papa episcopus Germaniae, si diresse verso la Sassonia, valendosi di fedeli collaboratori e mantenendo profonde amicizie con gli ambienti spirituali di quel paese. A San Bonifacio è dovuta la fondazione del monastero di Fulda, ma il Santo si impegnò pure nella creazione di diocesi, nell'organizzazione della gerarchia, nella riforma della Chiesa franca mediante sinodi che, tra l'altro, imponevano l'adozione della Regola di San Benedetto. Nel 755 subì il martirio in Frisia ad opera di fanatici, insieme con cinquantadue compagni. In Italia, frattanto, era risorto (nel 717) il monastero di Montecassino, mentre di grande importanza erano pure le contemporanee abbazie di Farfa, Nonantola, San Vincenzo al Volturno, Novalesa (in Val di Susa).
    Su tutta questa ininterrotta e crescente fioritura di fondazioni monastiche emerge la fondazione del monastero di Cluny in Borgogna (910), monastero libero da ogni ingerenza civile o ecclesiastica e posto direttamente alle dipendenze della Sede Apostolica. Esso intendeva reagire ai danni costituiti dalle intromissioni di laici, dalle rivendicazioni di signori feudali che avevano contribuito alle fondazioni, dall'imposizione di abati estranei, dalle usurpazioni di beni, dai danni dell'ospitalità obbligata a militari e funzionari imperiali. I primi abati furono San Bernone, Sant'Odone, San Maiolo, Sant'Odilone, Sant'Ugo, figure gigantesche che diffusero l'Ordo cluniacensis (prima immagine di un organismo monastico accentrato) in ogni regione d'Europa, con ramificazioni dirette o indirette (abbazia di Cava dei Tirreni) anche in Italia. A Cluny era esaltata soprattutto la celebrazione liturgica ed era ravvivata con particolare sensibilità la coscienza ecclesiale, anche se la lunghezza degli uffici in coro portava ad una riduzione del lavoro manuale. I motivi del successo furono dovuti all'esenzione papale, agli aiuti dei signori feudali, alla santità e longevità dei primi abati, pur non mancando resistenze e opposizioni di vescovi a causa dell'esenzione. L'influsso di Cluny sulla società medievale fu immenso, rialzando il livello spirituale sia nel clero che nel laicato e offrendo un'immagine precisa di osservanza monastica tutta incentrata sul primato del culto liturgico. Notevole fu anche, mediante lo splendore dei riti, l'influsso su popolazioni ancora primitive e grande l'esercizio della carità verso i poveri e i malati. Il prestigio derivava anche dal fatto che, di fronte alla diffusa anarchia contemporanea e ai disordini del "secolo di ferro", Cluny offriva l'esempio dei benefici derivanti dalla centralizzazione e dall'elevatezza dei suoi ideali. Estendendosi in ogni paese e accrescendo in maniera unica l'autorità dell'abate di Cluny, l'Ordo cluniacensis contribuì efficacemente al consolidamento della cristianità medievale e al rafforzamento dell'autorità papale. La lotta per la libertà della Chiesa dalle ingerenze imperiali, l'idea di crociata, la rinascita religiosa dopo il Mille, perfino una nuova concezione della storiografia sono strettamente legate alle motivazioni ideali che avevano dato vita alla grande abbazia borgognona, in cui la forte coscienza dell'unica comunità dei credenti aveva indotto l'abate Odilone ad istituire la commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti (2 novembre).

    Parte II - Dall'XI° secolo ai giorni nostri
    La fine delle invasioni saracene ed ungare, il risveglio di più vive esigenze evangeliche, l'aumento della mobilità umana, il rinnovato rapporto tra città e contado, le attese escatologiche, costituiscono lo sfondo generale entro cui si colloca anche il grande sviluppo dei centri monastici a partire dal secolo XI. La compenetrazione sempre più stretta fra vita monastica e strutture feudali, i troppi interessi materiali, i prevalenti compiti amministrativi, la tensione con nuove forme di vita religiosa (come i canonici regolari) sono all'origine di quel fenomeno noto sotto il nome di "crisi del cenobitismo", a cui si cercherà di reagire mediante lo sviluppo di correnti eremitiche e di movimenti monastici rigoristici e riformati. Il punto di riferimento per il rinnovamento delle osservanze e le discussioni teoriche è per lo più ancora la Regola di San Benedetto, sia pure integrata da testi sempre più vari di "Usi" e Consuetudini Per un complesso di ragioni si verifica anche, nei monasteri, un crescente processo di clericalizzazione con un numero sempre maggiore di monaci che ascendono agli ordini sacri, con il conseguente aumento delle messe e degli altari, delle absidi e delle cripte, ma soprattutto con una netta differenziazione nei confronti della classe dei fratelli conversi che fanno ora la loro comparsa, introducendo, quindi, una nuova classe di monaci non prevista dalla Regola e non del tutto equiparata a quella dei monaci di coro.
    La tendenza alla nascita di movimenti supernazionali, unitari ed accentrati, porta all'origine di veri e propri Ordines, ossia di organismi monastici che seguono proprie osservanze - Ordo significava in origine non "ordine", ma "genere di vita" - sempre più diversificate. E se, intorno al Mille, nel passaggio dalla dinastia di Sassonia a quella di Franconia, il monachesimo partecipa dello spirito della Renovatio Imperii mediante l'appoggio spirituale all'Impero stesso da parte delle correnti riformate, nel decorso del secolo XI parteciperà alle lotte per la libertas Ecclesiae con personaggi tra i quali emerge la figura del papa San Gregorio VII († 1085), già monaco a Cluny. Al tempo stesso, si completa l'evangelizzazione dei popoli germanici, a cui si aggiunge - con l'opera di Sant'Adalberto di Praga e poi con quella dei primi discepoli di San Romualdo la conversione dei popoli slavi. Ma questa è soprattutto l'epoca in cui raggiunge il suo apogeo la cosiddetta "teologia monastica", ossia quella riflessione sapienziale sui misteri della fede che porta al suo compimento tutto il precedente sviluppo del pensiero cristiano in prosecuzione diretta della teologia patristica. Ne sono precipui rappresentanti Sant'Anselmo d'Aosta (che però già preannuncia gli sviluppi della dialettica) e Ruperto di Deutz, Pietro di Celle e Giovanni di Fécamp, San Pier Damiani e Santa Ildegarde. Su tutti però domina la figura di San Bernardo, con cui può veramente dirsi che si concluda la teologia patristica prolungatasi per tutto il Medioevo monastico.
    Un tentativo di soluzione alla crisi del cenobitismo sopra ricordata fu costituito dalla rinascita delle correnti eremitiche. L'eremitismo, senza dubbio, era sempre esistito ed aveva attraversato tutto l'Alto Medioevo, ma a partire dai secoli X-XII esso diviene più facilmente individuabile, non solo per l'aumento della documentazione, ma anche per la sua tendenza ad organizzarsi in veri e propri Ordines richiamantisi anch'essi, in maniera più o meno diretta, alla Regola benedettina. Uno di questi, cronologicamente il primo e senza dubbio uno dei più originali, è quello facente capo alla tradizione di San Romualdo († 1027), la cui biografia fu composta da San Pier Damiani. Dopo un non riuscito esperimento di vita cenobitica a Ravenna (dove era nato), San Romualdo intraprese una prassi di eremitismo itinerante che lo condusse anche sui Pirenei. Ritornato in Italia, fondò monasteri ed eremi, tra cui, alla fine della sua vita, Camaldoli; riformò comunità preesistenti, tra cui Fonte Avellana, morendo a Valdicastro. Le case da lui fondate o riformate (in tutto una trentina) non erano unite da alcun vincolo giuridico, né da alcuna legislazione particolare. Se nella sua spiritualità si rintraccia un vivo amore alla solitudine, la ricerca del martirio e il senso dell'amicizia spirituale, dal punto di vista delle istituzioni si può affermare che egli mirava all'unione di eremo e cenobio sotto un solo superiore residente nell'eremo: il tutto, però, nell'ambito della Regola e della tradizione benedettina. I monaci rimanevano liberi di passare dal cenobio (che aveva una funzione formativa) all'eremo. Solo il quarto priore di Camaldoli, il Beato Rodolfo, compose verso il 1085 delle Regole eremitiche.
    Un altro movimento eremitico del tempo, quello della Certosa, trae origine da San Bruno di Colonia († 1101), il quale, già canonico, nel 1084 fondava l'eremo della Grande-Chartreuse presso Grénoble. Neppure San Bruno lasciò delle costituzioni e solo Guigo I, quinto priore della Chartreuse, redasse nel 1127 un corpus di Consuetudini. La struttura della Certosa è basata sulla osservanza eremitica temperata da alcuni esercizi di vita cenobitica. Il monaco vive in una casetta a due piani da cui esce solo tre volte al giorno per la preghiera comune in chiesa. Il silenzio è pressoché continuo e l'astinenza dalle carni perpetua.
    Accanto ai movimenti eremitici devono essere ricordati quei nuovi filoni monastici che prendono l'avvio proprio a partire da quest'epoca, come, in Francia, quello fondato da San Guglielmo di Volpiano e, in Italia, quello di Vallombrosa, fondato da San Giovanni Gualberto e quello di Montevergine, fondato da San Guglielmo di Vercelli. Amico di quest'ultimo fu poi San Giovanni da Matera, fondatore, in Puglia, della Congregazione di Pulsano che, per alcuni suoi atteggiamenti pauperistici, sembra preannunziare la nascita del francescanesimo. Ancora poco chiare, nel loro insieme, sono invece le origini di un esteso movimento, in parte monastico e in parte canonicale, quello degli Umiliati, particolarmente diffuso nella regione padana e dedito specialmente alla lavorazione della lana.
    E' indubbio, però, che fra tutti i movimenti monastici sorti nel pieno Medioevo il più importante sia quello cistercense. Esso trae origine da San Roberto che, già abate di Molesme, al fine di ripristinare una fedele osservanza della Regola benedettina, fondò nel 1098 il monastero di Cîteaux. Le difficoltà iniziali, costituite dal rigore dell'osservanza e dall'ambiente inospitale, furono superate dalla venuta di San Bernardo e di trenta suoi compagni A San Roberto succedettero Sant'Alberico e Santo Stefano Harding, autore della Carta caritatis, testo base della legislazione cistercense. Il programma di tali monaci mirava ad attuare un'osservanza la più letterale possibile della Regola di San Benedetto quanto all'austerità degli abiti e del vitto, alla soppressione delle lunghe preghiere supplementari, alla semplicità degli edifici, all'eliminazione dei possessi che i monaci non avrebbero potuto coltivare senza il ricorso alla mano d'opera estranea. A tale scopo, grande impulso ricevette la categoria dei fratelli conversi. La visita canonica annuale e il capitolo generale erano i due strumenti legislativi mediante i quali si assicurava la fedeltà al programma iniziale. Lungo tutto il secolo XII le fondazioni si accrebbero in misura imprevedibile: alcuni monasteri contavano diverse centinaia di monaci. San Bernardo, da solo, fondò o riformò sessantasei monasteri. La straordinaria fecondità della corrente cistercense, oltre che nell'attività agricola, ebbe modo di esplicarsi specialmente nel campo della spiritualità, in cui all'elemento oggettivo della precedente tradizione benedettina si aggiungeva una più attenta considerazione degli aspetti soggettivi, dei riecheggiamenti interiori, delle vibrazioni dell'anima di fronte ai misteri della fede. Alla corrente di Cîteaux appartiene anche la singolare figura di Gioacchino da Fiore († 1202), che diede vita alla congregazione cistercense "florense". La sua importanza storico-dottrinale consiste nell'aver dato voce a quelle attese escatologiche che erano diffuse nella società contemporanea, sostenendo che dopo l'età del Padre e quella del Figlio, il processo della storia avrebbe condotto all'avvento dell'età dello Spirito Santo, l'età dei monaci e dei contemplativi.
    Il Basso Medioevo segna senza dubbio l'inizio di un declino dei centri monastici e ciò a causa di un insieme di fattori istituzionali, economici e culturali, a cui sembrano maggiormente soddisfare i nuovi Ordini mendicanti. Congregazioni monastiche tuttavia, fra '200 e '300, continuano a pullulare un po' dappertutto, come i Silvestrini nelle Marche, i Celestini in Abruzzo, gli Olivetani in Toscana. Fra '300 e '400 i pericoli maggiori sono costituiti, per il mondo monastico, dalla decadenza disciplinare, dall'isolamento, dalla commenda, ossia dall'affidamento dei monasteri stessi a estranei che ne godono le rendite e poco si preoccupano della vita della comunità. Per ovviare a tali inconvenienti sorsero sia su scala regionale sia a livello nazionale dei movimenti monastici tra cui i più importanti sono quelli di Santa Giustina di Padova, di Valladolid in Spagna, di Bursfeld in Germania. Soprattutto il movimento di Santa Giustina rappresentò l'espressione più significativa e feconda della riforma cattolica che, in campo monastico, precorse di un secolo le deliberazioni del Concilio di Trento. A quell'abbazia padovana, anch'essa in stato di squallida decadenza, era stato inviato come abate il nobile veneziano Ludovico Barbo († 1443), formatosi nei cenacoli spirituali della città della laguna. Il Barbo vi profuse tutte le sue sollecitudini, attirando in quel monastero molti giovani studenti dell'Università padovana. La rinascita divenne così cospicua che si dovettero cercare nuove sedi: in tal modo, numerosi monasteri italiani, che versavano da tempo in condizioni miserande, trovarono, nell'aggregazione al movimento monastico di Santa Giustina, la loro salvezza. La forma adottata era quella federativa, senza alcuna preminenza fra i monasteri, mentre il pericolo della commenda era evitato con la riduzione dell'ufficio abbaziale ad un solo anno: l'autorità, di fatto, era demandata al capitolo generale annuale. La Congregazione di Santa Giustina divenne il punto di riferimento di tutte le Congregazioni monastiche riformate del '400 - '500, rimanendo una Congregazione esclusivamente italiana e assumendo nel 1504, con l'annessione di Montecassino, il nome di Congregazione Cassinese. Il Barbo, divenuto poi vescovo di Treviso, è da ricordare anche per l'impulso dato alla devotio moderna, influendo, anche per tale via, sugli orientamenti della pietà cattolica dell'epoca rinascimentale.
    Nell'epoca moderna, tuttavia, il monachesimo benedettino è ormai affiancato da una quantità crescente di altri Ordini religiosi che svolgono, nella vita della Chiesa, le più svariate attività. Il mondo monastico, inoltre, ha avuto particolarmente a soffrire, nel Nord dell'Europa, per le conseguenze della Riforma protestante, con la soppressione di numerosissimi monasteri e la dispersione delle relative comunità. Particolarmente dolorosa, al riguardo, la situazione in Inghilterra e in Germania. Anche nel '500, ad ogni modo, ebbero vita movimenti di riforma come, in ambiente camaldolese, quello promosso dal Beato Paolo Giustiniani († 1528), autore di scritti spirituali la cui importanza è stata rivalutata solo recentemente. Imponente, poi, l'apporto dato dai monasteri al movimento umanistico e rinascimentale nei vari campi delle arti, delle scienze e delle lettere. Anche per la vita monastica considerevoli effetti ebbe la celebrazione del Concilio di Trento (1545-1563) con le sue deliberazioni disciplinari relative ai monasteri: venne stabilito, infatti, che tutti i monasteri maschili dovevano riunirsi in capitoli provinciali e in congregazioni; si fissò un rapporto fra il numero dei membri e le relative rendite economiche; si cercò di porre un freno alla commenda. Sui monasteri femminili, poi, veniva riaffermata l'autorità dei vescovi; suggerito - per motivi di sicurezza - il trasferimento in ambiente cittadino; stabilito che le badesse fossero elette non più a vita ma a triennio. Strumento efficace di tale riforma fu l'impiego dei visitatori apostolici in cui ebbe modo di distinguersi specialmente San Carlo Borromeo.
    L'attuazione dei decreti tridentini contribuì senza dubbio ad un rinsaldamento della disciplina, anche se inconvenienti e abusi, specialmente nei monasteri femminili, ebbero modo di persistere. Si accentua sempre più, nel mondo monastico, l'aspetto istituzionale, aulico, accademico, in piena sintonia con gli indirizzi della società e della cultura barocca. Anche le Congregazioni benedettine tendono ad aumentare; tra esse deve essere ricordata, per l'impulso dato agli studi sacri e specialmente alle edizioni dei Padri della Chiesa, la Congregazione francese di San Mauro, o dei "Maurini", fondata nel 1621. Di fatto, l'attività intellettuale è in vigore in quasi tutti i monasteri che divengono meta di studiosi e sono dotati di imponenti biblioteche, pinacoteche, musei. Una simile applicazione così massiccia agli studi non mancò, anzi, di provocare critiche e reazioni in nome di concezioni diverse: è il caso dell'abate Rancé, fondatore dei Trappisti (ramo riformato dell'Ordine di Cîteaux), che sostenne in proposito una polemica col più illustre rappresentante dei Maurini, Giovanni Mabillon. Un'espansione molto più limitata, dovuta alla peculiarità della sua origine, ebbe la Congregazione dei Mechitaristi, fondata nel '700 dal venerabile Pietro Mechitar, un armeno che, dopo un tentativo di fondazione a Costantinopoli, si era trasferito a Venezia, all'isola di San Lazzaro, adottando la Regola di San Benedetto. I Mechitaristi hanno dato vita, in Occidente, ad un attivissimo focolaio di cultura e spiritualità armena, prendendosi cura dei numerosi loro connazionali sparsi in Europa.
    Nel '700 molti monasteri prendono parte attiva anche alle dispute dottrinali allora dibattute nella società e nella Chiesa, prima fra tutte quella del Giansenismo, mentre più difficile è valutare l'apporto alle vere e proprie correnti di spiritualità, perché molto è andato perduto o rimane ancora inedito. Nei monasteri femminili, poi, singolari figure di religiose vivevano a volte un'intensa esperienza spirituale pur in un'atmosfera di devozionalismo che rivelava il distacco dalla grande tradizione monastica.
    Dopo alcune avvisaglie però, costituite dalle soppressioni decretate dai vari governi settecenteschi, la Rivoluzione francese soppresse e disperse quasi tutte le comunità monastiche incontrate sulla propria strada. In tal modo, oltre ai religiosi, andò disperso un ingente patrimonio storico, artistico, spirituale. Questo processo di confische, incameramenti, vessazioni sembra avere proprio nella persona di un monaco, Gregorio Barnaba Chiaramonti dell'abbazia di Cesena, la sua vittima più illustre e significativa. Il Chiaramonti, infatti, divenne papa col nome di Pio VII nel conclave tenuto nel monastero di San Giorgio Maggiore di Venezia: in mezzo al turbine devastatore che aveva travolto quasi tutte le istituzioni monastiche solo la sua figura pareva rappresentare, pur tra le umiliazioni subite ad opera di Napoleone, un motivo di speranza per l'avvenire.
    La Restaurazione dell'epoca post-napoleonica portò alla rinascita e alla riorganizzazione, più o meno rapida e riuscita, di diverse Congregazioni e comunità monastiche. Vi influì anche il clima della cultura generale del tempo che, sotto l'influsso del Romanticismo, esaltava le epoche e le istituzioni della cristianità medievale tra cui, appunto, il monachesimo. Tale rinascita acquistò caratteri particolarmente significativi in Francia. Ivi, infatti, un sacerdote secolare della diocesi di Le Mans, Prospero Guéranger († 1875), sognava una rinascita della vita monastica in quel Paese, da cui essa era totalmente scomparsa, e a tale scopo aveva riscattato il monastero di Solesmes e vi si era stabilito con alcuni discepoli. Il Guéranger emise la professione monastica nell'abbazia romana di San Paolo (1837), ricevendo appoggio dal papa Gregorio XVI, camaldolese. L'espansione fu lenta ma sicura: ne nacque una nuova Congregazione ("solesmense"), nota per l'impulso dato agli studi sulla tradizione del canto gregoriano e, remotamente, ai primordi dell'odierno movimento liturgico. E Guéranger compose a tale scopo varie opere, tra cui L'Année liturgique, che conobbero un grande successo. All'opera del restauratore di Solesmes si ispirarono anche altri fondatori di Congregazioni benedettine nell'800, in primo luogo i fratelli Mauro e Placido Wolter, fondatori della Congregazione di Beuron, in Germania, che a sua volta fondò diversi monasteri in varie nazioni d'Europa e si interessò anche della ripresa dell'antica Congregazione benedettina brasiliana. Alla fine dei secolo XIX veniva fondata anche la Congregazione tedesca di Sant'Ottilia per le missioni in Africa e in Asia.
    In questi ultimi casi si trattava di fondazioni completamente nuove. Ma esistevano anche altre situazioni che parevano esigere la riforma di istituzioni già esistenti. E' il caso, in Italia, della Congregazione Cassinese, di cui promosse un movimento di riforma l'abate Pier Francesco Casaretto, dando vita ad una Congregazione (poi internazionale), denominata Congregazione Cassinese "della primitiva osservanza", successivamente "sublacense". L'estensione però a vari Paesi e continenti e l'annessione di monasteri già dotati di proprie tradizioni non permise che si mantenesse un'effettiva unità di osservanza. Va inoltre aggiunto che la situazione era resa più complessa e dolorosa dalle nuove soppressioni decretate nel 1855 e 1866 dal governo italiano, soppressioni che posero le nuove e antiche comunità in condizioni di grave incertezza per il proprio avvenire. Un fatto del tutto nuovo fu invece la larga penetrazione della vita benedettina negli Stati Uniti d'America. Fin dai primi decenni dell'800 vi erano giunti i Trappisti francesi guidati dal padre Agostino de Lestrange. Poco dopo era la volta dei Benedettini bavaresi e di quelli svizzeri, con lo scopo di assistere i rispettivi connazionali emigrati nel Nuovo Mondo: ne deriveranno due fiorenti Congregazioni benedettine profondamente radicate nella società e nella Chiesa statunitense. Quasi contemporaneamente, la vita benedettina veniva impiantata in Australia, con la fondazione dell'abbazia di Nuova Norcia.
    Gli ultimi decenni del secolo XIX segnarono per tutte le famiglie benedettine un generale moto di ripresa. L'occasione fu offerta dalla celebrazione del XIV centenario della nascita di San Benedetto (1880), circostanza in cui tutti gli abati del mondo si radunarono per la prima volta a Montecassino. Dall'incontro nacquero importanti iniziative: la fondazione, a Roma, del Collegio internazionale di Sant'Anselmo sull'Aventino, e, poi, la istituzione della Confederazione Benedettina governata da un Abate Primate (1893). Ciò si dovette anche al fattivo interessamento di Leone XIII che nell'anno precedente aveva riunito in un solo Ordine le tre Congregazioni di Trappisti allora esistenti. Questi avvenimenti conferirono un nuovo slancio a tutto l'Ordine benedettino che si riconosceva ormai nella recente, grande Confederazione, nella quale però le diverse Congregazioni monastiche, pur aderendovi, conservavano la loro piena autonomia e fisionomia. Dai 2000 monaci benedettini del 1880 si passò a 6500 nel 1910 fino a raggiungere la cifra massima di 11400 nel 1955. Anche le Benedettine - divise nei due rami di monache e suore - hanno conosciuto una notevole fioritura. Naturalmente le due guerre mondiali sono state foriere di gravi danni di cui può essere considerata come simbolo la distruzione di Montecassino nel febbraio 1944.


    San Benedetto

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    CARMELITANI SCALZI

    LE ORIGINI L'Ordine dei Carmelitani ha le sue origini nel Monte Carmelo, in Palestina, dove, come ricorda il II Libro dei Re, il grande profeta Elia operò in difesa della purezza della fede nel Dio di Israele, vincendo la sfida con i sacerdoti di Baal e dove lo stesso profeta, pregando in solitudine, vide apparire la nuvola apportatrice di benefica pioggia dopo la secca. Da sempre questo monte è stato considerato il giardino verdeggiante della Palestina e simbolo di fertilità e bellezza. "Karmel" infatti significa "giardino".Nel secolo XII (forse dopo la terza crociata, 1189-1191) alcuni penitenti-pellegrini, provenienti dall'Europa, si raccolsero insieme presso la "fonte di Elia", in una delle strette vallate del Monte Carmelo, per vivere in forma eremitica e nella imitazione del profeta Elia la loro vita cristiana, nella terra stessa del Signore Gesù Cristo. Allora e dopo i Carmelitani non riconobbero a nessuno in particolare il titolo di fondatore, rimanendo fedeli al modello Elia legato al Carmelo da episodi biblici e dalla tradizione patristica greca e latina, che vedeva nel profeta uno dei fondatori della vita monastica. Costruitasi una chiesetta in mezzo alle celle, la dedicarono a Maria, Madre di Gesù, sviluppando il senso di appartenenza alla Madonna come a Signora del luogo e a Patrona, e ne presero il nome, "Fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo". Il Carmelo è così profondamente legato ad Elia e a Maria. Dal profeta ha ereditato la passione ardente per il Dio vivo e vero e il desiderio di interiorizzarne la Parola nel cuore per testimoniarne la presenza nel mondo; con Maria, la Vergine Purissima Madre di Dio, si impegna a vivere "nell'ossequio di Gesù Cristo" con gli stessi sentimenti di intimità e profondità di legame che furono quelli di Maria. Questo gruppo di eremiti laici per avere una certa stabilità giuridica si rivolse al Patriarca di Gerusalemme, Alberto Avogadro (1150-1214), risiedente allora a San Giovanni d'Acri, nei pressi del Monte Carmelo. Questi scrisse per loro una norma di vita, tra il 1206-1214. Successive approvazioni di questa norma di vita da parte di vari papi aiutarono il processo di trasformazione del gruppo verso un Ordine Religioso, cosa che avvenne con l'approvazione definitiva di tale testo come Regola da Innocenzo IV nel 1247. L'Ordine del Carmelo fu così inserito nella corrente degli Ordini Mendicanti.
    Verso il 1235 pero i Carmelitani dovettero in parte abbandonare il luogo d'origine, a causa delle incursioni e persecuzioni dei saraceni che stavano riconquistando la Terra Santa, riprendendola ai crociati. Ritornarono per lo più ai paesi di origine in Europa. Monte Carmelo - Resti del primo monastero carmelitanoBen presto si moltiplicarono e fiorirono nella scienza e nella santità. Col tempo si affiancarono ai frati alcune donne, trasformandosi nel 1452 in monache viventi in proprie comunità. Nei secoli XV-XVI ci fu un rilassamento in diverse comunità, combattuto dall'opera di Priori Generali quali il Beato Giovanni Soreth (+1471), Nicola Audet (+1562) e Giovanni Battista Rossi (+1578) e di alcune riforme (tra cui quelli di Mantova e Monte Oliveti in Italia e di Albi in Francia) per porre freno al dilagare degli abusi e delle mitigazioni. La più nota è certo quella promossa in Spagna da Santa Teresa di Gesù per la riforma tra le monache e poi quella dei frati, coadiuvata da San Giovanni della Croce e da Padre Girolamo Gracián. L'aspetto più rilevante di questa azione di Teresa è non tanto l'aver combattuto le mitigazioni introdotte nella vita del Carmelo, quanto piuttosto l'aver integrato nel suo progetto elementi vitali ed ecclesiali della sua epoca. Nel 1592 questa riforma, detta dei "Carmelitani Scalzi" o "Teresiani" si rese indipendente dall'Ordine Carmelitano ed ebbe grande sviluppo nelle due congregazioni di Spagna e di Italia, riunite poi nel 1875. Si hanno così due Ordini del Carmelo: quello dei "Carmelitani", detti anche dell'"Antica Osservanza" o "Calzati", e quello dei "Carmelitani Scalzi" o "Teresiani", che considerano Santa Teresa di Gesù come loro riformatrice e fondatrice.
    Malgrado questa divisione, nei secoli successivi l'Ordine Carmelitano continuò nel suo cammino spirituale. Numerosi religiosi e religiose illustri hanno animato il Carmelo con la loro spiritualità e con il loro genio. Grande sviluppo si ebbe anche tra i laici con l'istituzione del Terz'Ordine Carmelitano e delle Confraternite dello Scapolare del Carmine in varie parti del mondo. Nei secoli XVII e XVIII si sparse un po' dovunque il movimento della più stretta osservanza con la Riforma di Touraine in Francia, e con quelle di Monte Santo, Santa Maria della Vita, Piemonte, e Santa Maria della Scala in Italia. All'alba della Rivoluzione Francese l'Ordine Carmelitano era ormai stabilito in tutto il mondo con 54 Province e 13,000 religiosi. Ma con le conseguenze della Rivoluzione Francese e delle soppressioni in varie parti del mondo l'Ordine Carmelitano subì gravi danni, così che alla fine del XIX secolo fu ridotto a 8 Province e 727 religiosi. Eppure furono questi pochi religiosi che durante il XX secolo, con determinazione e coraggio, hanno ristabilito l'Ordine in quei paesi dove erano presenti prima, e hanno anche impiantato l'Ordine Carmelitano in nuovi continenti.


    SAN SIMONE STOCK RICEVE DALLA VERGINE MARIA IL SANTO SCAPOLARE

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    CISTERCENSI

    L’ORDINE CISTERCENSE E IL SUO SVILUPPO

    La fondazione di Cîteaux
    Nove secoli fa, nel 1098, il giorno 21 marzo, inizio della Primavera, festa di san Benedetto e, in quell’anno anche Domenica delle Palme, ventun monaci lasciarono il monastero di Molesme per fondare, nella Borgogna francese, 20 Km. a Sud di Digione, un nuovo insediamento monastico, che fu chiamato “Nuovo Monastero”. A capo dei 21 monaci c’era proprio l’abate di Molesme, Roberto, che aveva avuto in precedenza l’approvazione del Legato del Papa, Ugo, Arcivescovo di Lione. Più tardi il “nuovo monastero” prese il nome di Cîteaux, dal nome della località, Cistercium, in latino.
    Ecco, in poche parole, l’origine dei Cistercensi, che tanto sviluppo dovevano avere nei secoli seguenti. Origini umili e difficili, di uomini che disponevano di pochissimi mezzi, di un terreno incolto e selvaggio, ricevuto in dono da Rainaldo, visconte di Beaune, ma di un grande cuore e di una fede sicura, sostenuti dal desiderio, coltivato da anni, di una vita monastica solitaria e povera, fedele alla tradizione degli antichi, rappresentata dalla Regola di san Benedetto.

    La preparazione della fondazione, san Roberto
    Ma chi era il primo santo abate di Cîteaux e quali vicissitudini lo avevano deciso, con i suoi compagni, a questo passo?
    Roberto nacque verso il 1028 in un paesino della Champagne da nobili genitori e, nella prima giovinezza, entrò nell’abbazia di Moutier-la-Celle presso Troyes, dove, verso il 1053, divenne priore. Nel 1068 fu eletto abate di Saint Michel de Tonnerre, poi, per ragioni ignote, ritornò a Troyes e subito dopo fu eletto priore di Saint Ayoul. Ma anche qui la sua permanenza fu breve: nel 1074 realizzò il suo desiderio di vita eremitica ritirandosi nei boschi di Collan. Presto altri eremiti si raggrupparono attorno a lui e il gruppo divenne così numeroso da consigliare la fondazione di un monastero, Molesme, nel 1075.
    La sua esperienza, la fama della sua santità, il desiderio di riformare la vita monastica imitando i Padri del deserto, attraverso numerose vocazioni e molte donazioni dai nobili circostanti, cosicché fu possibile fondare priorati e abbazie dipendenti; si calcola fossero una quarantina nel 1100. Un notevole successo, quindi, ma ben presti il piccolo numero di eremiti fondatori si trovò in minoranza e l’abbazia divenne in tutto simile alle tanti esistenti all’epoca. Non era decadenza, lo sviluppo lo attesta, ma le donazioni comportavano privilegi per i nobili, che venivano almeno ogni anno con la loro corte; vi erano servi e contadini; la povertà e la solitudine erano scomparse, come la possibilità di seguire fedelmente la Regola di san Benedetto. Ecco le ragioni che spinsero i più fervorosi tra i monaci di Molesme a fondare il Nuovo Monastero.

    L’epoca storica
    Prima di continuare il racconto dei Cistercensi, consideriamo brevemente l’epoca storica in cui si situa la loro fondazione.
    Siamo all’apogeo di un rinnovamento, iniziato nel X secolo e manifestato chiaramente nell’XI. La fine delle grandi razzie degli Scandinavi dal nord, dai Saraceni dal Sud e dagli Ungheresi dall’Est, rese possibile in Europa un grande rinnovamento della società, sia sotto l’aspetto demografico, economico, sociale, politico e culturale. La Chiesa partecipa attivamente a questo sviluppo con la riforma Gregoriana, promossa dal papa Gregorio VII (1073-1085): indipendenza della Chiesa dal potere civile, ripresa del suo compito spirituale, miglioramento del clero.
    Parte non piccola in questa riforma ebbe il monachesimo, che già all’inizio del X secolo, con Cluny specialmente, si libera dal dominio dei nobili, dipendendo formalmente dal Papa, e conosce una crescita portentosa, in tutta Europa, ininterrottamente per più di 200 anni, sotto la guida di cinque santi abati. A Cluny grande importanza veniva data alla liturgia, che occupava gran parte della giornata del monaco, con conseguente riduzione al minimo del lavoro e della preghiera personale. Liturgia che voleva essere un preludio della Liturgia celeste e che quindi moltiplicava oro, argento, pietre preziose e sete per l’arredamento dell’altare, delle chiese, delle processioni, dei pontificali. Il governo era a imitazione della società feudale: da Cluny dipendevano alcuni monasteri, che a loro volta avevano priorati, in ordine gerarchico piramidale. Servitori e contadini supplivano il lavoro dei monaci, che si riservavano la copia dei manoscritti, cosa peraltro assai benemerita per la cultura. Erano anche molto generosi con i poveri, sia abitualmente, sia soprattutto in occasione delle ricorrenti carestie, durante le quali arrivavano fino a vendere gli arredi della Chiesa per sovvenire alle necessità degli indigenti.
    Cluny non fu la sola riforma di quei secoli assai fecondi: in Italia san Romualdo fonda Camaldoli nel 1012; Giovanni Gualberto fa nascere i Vallombrosani nel 1039; Pier Damiani è eremita a Fonte Avellana. Nell’ovest della Francia le nuove fondazioni e riforme furono numerose: tra le più importanti, la congregazione di Savigny, l’ordine di Grandmont, i monasteri doppi (monaci e monache) di Fontevrault, i Certosini, fondati da san Bruno nel 1084. In più le riforme canonicali dai Vittorini di Parigi e dei Premonstratensi. Tutte o quasi queste riforme hanno la stessa ispirazione: una vita più semplice e povera, più solitaria e separata dal mondo, più vicina al grande modello (in parte idealizzato) dei primi monaci. Nascono non in reazione a un periodo di crisi, ma sulla spinta di una crescita spirituale e materiale. È evidente che anche i Cistercensi si inseriscono in questo movimento e il loro grande successo è dovuto all’aver saputo interpretare le esigenze, le aspirazioni e la cultura della società di quel tempo, come vedremo più in dettaglio.
    Cluny fu tuttavia la grande rappresentante del monachesimo benedettino tradizionale, i cosiddetti monaci neri, dal colore dell’abito, ai quali si contrapposero appunto i cistercensi, in una fervida emulazione, non scevra da punte polemiche. Furono chiamati monaci bianchi, dal colore del loro abito, fatto, per povertà con la lana grezza delle pecore, senza alcuna tintura.

    Sant’Alberico, il II Abate
    Possiamo riprendere la storia cistercense interrotta all’inizio della fondazione, storia subito movimentata perché solo un anno dopo la partenza dei 21 monaci fondatori, la situazione a Molesme divenne critica: il successore di Roberto non aveva un prestigio paragonabile al suo e la partenza dei monaci più fervorosi fece sospettare gravi abusi, con la conseguente perdita di stima e quindi di sovvenzioni dei nobili locali. L’unico rimedio sembrò il ritorno di Roberto: ci si appellò al Papa, che delegò il giudizio a un sinodo locale, il quale decise di accogliere le richieste di Molesme. Nel 1099 i cistercensi dovettero eleggere un nuovo abate nella persona di sant’Alberico, uno degli eremiti di Collan, che aveva seguito Roberto a Molesme e vi era stato nominato Priore. Favorevole ad una riforma del suo monastero e in seguito all’esodo per fondarne uno nuovo, aveva subìto una vera persecuzione, con ingiurie, prigione e battiture. Era l’uomo più sicuro per impedire una nuova rapida decadenza e mantenere lo spirito originale. Spostò il monastero in un luogo favorevole, circa 1 Km. più a nord. Fece costruire la prima chiesa di Cîteaux, consacrata nel 1106 e si preoccupò di ottenere dal Papa un privilegio che metteva il monastero sotto la protezione di Roma, sottraendolo alla pressione del Vescovo e della nobiltà locale. Vennero fissate delle norme di condotta e di vita che cercavano di togliere dalle usanze monastiche del tempo tutto ciò che era contrario alla Regola di san Benedetto. In particolare si affermava la scelta della povertà e di un luogo solitario per il monastero, l’obbligo del lavoro manuale per i monaci, per provvedere al proprio sostentamento, rifiutando le decime e i benefici ecclesiastici. Alberico fece appena in tempo a consolidare la fondazione perché morì nel gennaio del 1109, avendo come priore Stefano. che fu eletto subito Abate.

    Il III Abate: santo Stefano
    Stefano Harding era di famiglia nobile inglese ed entrò a Molesme al ritorno da un viaggio a Roma, attratto dalla fama di questo monastero. Si associò ben presto ai più fervorosi che desideravano una vita più austera e fece parte dei ventun monaci che fondarono Cîteaux.
    Ebbe subito la fiducia dei nobili vicini, che con le loro donazioni accrebbero la proprietà del monastero, proprio quando le vocazioni cominciavano a farsi numerose. Si volle però premunire dal rischio di ritornare alla situazione di Molesme e proibì ai donatori di venire a visitare il monastero per trattenervisi con la loro corte a scopo devozionale. Questa misura radicale, in contrasto con gli usi del tempo, non gli alienò la simpatia e l’aiuto dei potenti.
    Stefano era uno studioso: migliorò la liturgia facendo anche ricerche, difficili per quei tempi, per avere degli inni autentici di sant’Ambrogio; curò le ricerche accurate dei libri della Bibbia, anche sui testi ebraici originali con l’aiuto di Rabbini eruditi e il risultato fu una preziosa Bibbia che fece miniare dallo scriptorium di Cîteaux e che è giunta fino a noi. Seguirono altri lavori come la copia, sempre riccamente miniata, dei Moralia in Job di san Gregorio Magno, opere che furono tra i capolavori dell’epoca.

    Le fondazioni e san Bernardo
    Ben presto si dovettero fare delle fondazioni perché i monaci era troppo numerosi. La prima, La Ferté, è del maggio del 1113 e nello stesso anno, entrava a Cîteaux quello che doveva diventare il più famoso dei Cistercensi: san Bernardo, insieme ad alcuni amici e parenti. La leggenda posteriore, per accrescere i meriti di questo santo, anticipò la sua entrata al 1112, dichiarando che prima di lui mancavano del tutto le vocazioni. Ma san Bernardo ha tali meriti che non ha bisogno di un tale supplemento di onore e comunque resta incontestabile che il grandioso sviluppo successivo si deve in buona parte alla sua influenza e fama.
    Nel 1114 seconda fondazione a Pontigny e l’anno seguente ve ne furono due: Morimond e Clairvaux, quest’ultima con a capo il giovane Bernardo. Queste prime 4 case figlie ebbero un rapporto particolare con Cîteaux e una funzione speciale nel nuovo Ordine monastico, come vedremo. La casa madre e le prime 4 case figlie fondarono numerosi monasteri; altri, già esistenti, si aggregarono alla riforma cistercense, cosicché, nel 1145, le abbazie erano già 200, 300 nel 1150 e poi più lentamente fino ad un massimo di 700 dopo due secoli.
    Già nel 1120 La Ferté fondava il primo monastero fuori dalla Francia: Tiglieto in Liguria, seguito poco dopo da Lucedio, nella diocesi di Vercelli. In breve l’Ordine Cistercense divenne veramente internazionale, espandendosi in Germania, Inghilterra, Austria, Spagna, Irlanda, Polonia, Portogallo, Svezia, Cipro e Siria.
    In Italia i monasteri più antichi furono Staffarda e Casanova nella diocesi di Torino, Morimondo e Chiaravalle vicino a Milano, Chiaravalle della Colomba a Piacenza, Tre Fontane a Roma, di cui fu abate Bernardo Paganelli, discepolo e amico di san Bernardo, che divenne Papa col nome di Eugenio III (1145-1153). Poi Casamari nella Ciociaria, Sambucina, San Galgano ecc. per un totale di 88 abbazie alla metà del XIV secolo.
    La causa principale di questa espansione spettacolosa (si poté dire, con una certa esagerazione, che si poteva viaggiare in tutta Europa senza uscire dai domini cistercensi) fu senza dubbio, oltre all’influsso di personalità carismatiche, il fatto che i cistercensi interpretarono gli ideali e le aspirazioni del XII secolo, non solo della classe agiata, ma anche delle classi più povere. La grande espansione fu resa possibile anche da un numero elevato di “Fratelli conversi”, la cui origine è probabilmente da ricercare a Camaldoli e a Vallombrosa, ma che solo a Cîteaux ebbero un’accoglienza, uno statuto e uno sviluppo considerevole. Si trattava di contadini e servi, che entravano non come veri monaci di coro, che dedicavano molto tempo al lavoro, ma che ricevevano anche una solida formazione religiosa e partecipavano ai benefici spirituali della vita monastica, e, non ultimo, ad una stabilità e sicurezza che i contadini e i poveri non avevano, specie nelle ricorrenti carestie.

    Opposizioni e polemiche
    Quasi subito ci furono contestazioni e opposizioni. Le accuse vennero dal monachesimo tradizionale, dai monaci neri: li dicevano novatori, colpevoli di inventare un nuovo tipo di monachesimo, con esagerazioni, stranezze e un’osservanza letterale, proprio come gli Ebrei che osservavano la legge di Mosè. Per difendersi dall’accusa di innovatori, puntarono sull’osservanza integrale della Regola di san Benedetto, accusando gli altri monaci di essere dei trasgressori, infedeli alla loro vocazione. La polemica raggiunse il culmine con l’Apologia di san Bernardo, che metteva in contrapposizione i monaci neri, ricchi, pomposi, di vita agiata, ai monaci bianchi, poveri come Cristo, che vivevano del proprio lavoro, come gli Apostoli, separati dal mondo come i primi monaci, austeri nell’abbigliamento e nell’arredamento della chiesa, parchi nel cibo.
    Rispose Pietro il Venerabile, il V grande abate di Cluny, ricordando che la sostanza dell’insegnamento di san Benedetto consisteva nella carità, nella discrezione e nell’umiltà, che sembrava difettare ai focosi cistercensi… Tuttavia, da buon discepolo di Cristo, accettò l’invito alla conversione e riformò parzialmente il suo Ordine.

    Le Monache Cistercensi
    Abbiamo lasciato per ultimo le monache cistercensi, non perché furono meno importanti, come vedremo, ma perché iniziarono più tardi ed ebbero il massimo sviluppo e fulgore un secolo più tardi, nel XII secolo. Il primo monastero femminile fu quello di Tart, nel 1125, 16 Km. a Nord di Cîteaux, ove si raccolsero alcune donne devote, che volevano imitare l’austero esempio dei Cistercensi. Dapprima i monaci non vollero assumere la responsabilità di questa e altre comunità, fu solo nel 1147 che Tart venne riconosciuta come fondazione di Cîteaux. Il Capitolo Generale dei Cistercensi cominciò ad occuparsi attivamente delle monache solo verso la fine del secolo, ma già nel 1220 si dovette proibire l’incorporazione di nuovi monasteri femminili per l’onere che ne derivava: cappellani e sostegno economico. Tale proibizione non fu osservata e dovette essere ripetuta, ma le monache aggiravano la difficoltà ottenendo un “Breve” papale. Il risultato fu che i monasteri femminili divennero più numerosi di quelli maschili, anche se il computo preciso è difficile.


    San Bernardo di Clairvaux

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    Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! (Dante: Paradiso Canto V)
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    CLARISSE

    Storia di Santa Chiara
    Nel 1194, da una nobile famiglia di Assisi nasce Chiara da Favarone di Offreduccio di Bernardino e Ortolana.
    La madre, recatasi a pregare alla vigilia del parto presso la chiesa di San Rufino sentì una voce dall'alto che le preannunciava la nascita di una bambina. Queste le parole" Donna non temere, perché felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo".
    Per questo motivo la bambina fu chiamata Chiara e verrà battezzata nella stessa chiesa.
    Il clima religioso e la spiritualità che pervadeva la famiglia della giovane lasciò un' impronta indelebile nel carattere e nell'educazione di Chiara.
    In particolar modo, la madre Ortolana fu donna di grande carisma, tanto da essere una delle prime dame che ebbero la grande fortuna di raggiungere la Terra Santa a seguito dei Crociati.
    Le predicazioni e la vita di San Francesco suscitarono nell'animo della fanciulla profonda ammirazione.
    La notte dopo la Domenica delle Palme, il 18 marzo 1212, Chiara accompagnata da Pacifica di Guelfuccio si recò di nascosto alla Porziuncola, dove l'attendeva Francesco ed i suoi frati. Qui fu vestita del saio francescano e le furono tagliati gli splendidi capelli, per consacrarla così alla vita di penitenza. Francesco poi la condusse presso le suore benedettine di San Paolo di Bastia Umbra. Il padre di lei tentò con ogni mezzo di farla ritornare a casa, ma senza riuscirvi.
    Chiara si rifugiò successivamente, su consiglio di Francesco, presso la chiesetta di San Damiano, che divenne la casa madre di tutte le consorelle, chiamate inizialmente "Povere Dame recluse di San Damiano" poi, dopo la morte di Chiara, "clarisse".
    Qui visse per ben 42 anni, ed iniziò alla vita religiosa anche la madre Ortolana, oltre alle sue due sorelle, Beatrice e Agnese.
    Nel 1215 Francesco la nominò badessa e formulò una prima regola dell'Ordine, che doveva espandersi in tutta Europa.
    La mitezza del suo carattere, la dolcezza dell'animo ed il modo di governare la sua piccola comunità le procurarono la stima dei Papi, che vollero persino recarsi a visitarla.
    Dopo la morte di Francesco e le notizie che alcuni monasteri accettavano donazioni e rendite, Chiara si allarmò e volle salvare ad ogni costo la povertà del suo convento, seppur sempre più sofferente e malata.
    Compose allora, una regola simile a quella dell'Ordine dei frati minori, che fu approvata dal Cardinale Rainaldo nel 1252 e, alla vigilia della sua morte, da papa Innocenzo IV, recatosi a San Damiano per portarle la sua benedizione e consegnarle la bolla papale che confermava la sua regola.
    Chiara muore il giorno dopo, l'11 agosto 1253, officiata dal Papa che volle cantare per lei non l'ufficio dei morti, ma quello festivo delle vergini.
    Il suo corpo venne prima sepolto a San Giorgio, poi trasferito nella chiesa che porta il suo nome e dove tutt'ora è conservato.
    Chiara venne proclamata santa nel 1255.


    Santa Chiara d'Assisi

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    DEHONIANI

    Una VITA nella contemplazione del Cuore di Cristo
    INFANZIA A LA CAPELLE
    Sono nato a La Capelle nel dipartimento dell’Aisne il 14 marzo 1843.
    La Capelle è un villaggio dalla storia eroica, perché il suo nome deriva da una santa martire, s. Grimonia (o Germana), una vergine irlandese fuggita da casa, rifugiatasi nelle foreste che a quel tempo ricoprivano l’Aisne e decapitata, perché non voleva ritornare in patria e accettare il matrimonio. Sul luogo del suo martirio fu costruita una cappella e il luogo fu chiamato "La Capelle".
    Per La Capelle passa anche la strada reale che unisce Parigi a Maubeuge. Su quella strada si trova ancora la mia casa natale.
    Mio padre si chiama Giulio Alessandro, mia madre Adele Stefania Vandelet, familiarmente Fanny.
    Fui battezzato dieci giorni dopo la mia nascita, il 24 marzo, perché il mio padrino Gustavo Dehon non era disponibile prima di quella data. Madrina fu mia zia materna, Giulietta Agostina. Il battesimo avvenne nella povera, disadorna chiesa di La Capelle, amministrato da un vecchio prete, don Prospero Hécart. Ricevetti i nomi di Leone Gustavo.
    Ho sempre ritenuto una grazia l’essere stato battezzato il 24 marzo nei primi vespri della festa dell’Annunciazione. L’Ecce ancilla di Maria e l’Ecce venio di Gesù preannunciavano la mia vocazione di sacerdote vittima.
    La formatrice della mia infanzia fu mia madre. La mia famiglia era benestante e, prima della rivoluzione del 1879, anche nobile.
    Ho trascorso i primi dodici anni della mia vita a La Capelle. La prima scuola che frequentai fu il pensionato del mio paese. Vi erano compagni buoni, ma prevalevano quelli cattivi. Ero abitualmente il primo della classe, ma nella mia condotta morale non ero migliore degli altri. Degli anni di pensionato di La Capelle sono giunto a scrivere queste pesanti parole nelle mie Memorie: "Come dovrei maledire quella casa se, in seguito, Nostro Signore non mi avesse dato la grazia di riparare, celebrandovi il santo sacrificio, essendo divenuta un ospizio con cappella". Il più bel ricordo della mia infanzia è la prima comunione fatta a 11 anni, il 4 giugno 1854.
    Più che il vecchio parroco, debole e bonario, mi prepara mia madre, con lo studio, la preghiera e i buoni consigli. Vi ricevetti forti impressioni di grazia. Rinnovai le promesse battesimali e mi consacrai alla Vergine, anche a nome dei miei compagni.

    Non potendo più continuare gli studi a La Capelle, mio padre propendeva per un liceo di Parigi Mi sarei rovinato completamente sul piano morale e spirituale.
    La Provvidenza mi venne in aiuto, anche per le preghiere di mia madre, e si servì di un buon sacerdote, don Boute, che era diventato amico di mio padre, per farmi entrare, con mio fratello Enrico, nel collegio di Hazebrouck, posto nel dipartimento del Nord e diretto da don Dehaene. Vi entrai il 1° ottobre 1855, giorno per sempre benedetto.
    Ho scritto nelle mie Memorie: Don Dehaene era "un uomo della razza dei santi... Il collegio di Hazebrouck era proprio una casa benedetta da Dio. Gli studi erano molto seri e i professori ben preparati. Don Boute era un abile grecista, don Dehaene un raffinato latinista. Oltre ai classici pagani, si traducevano brani dei Padri". Don Dehaene diffidava degli autori contemporanei: "Se essi colpiscono il lettore - diceva - è spesso per la loro attualità, cosa effimera e fugace. Non si formano le generazioni con cose fugaci, ma con quelle stabili, ferme e sicure".
    Riuscivo bene in tutte le materie e ottenni vari premi. Ero un po’ debole solo in francese.
    Ma più della scuola, la vera grazia del collegio di Hazebrouck fu la mia formazione morale, spirituale e la grande grazia della vocazione al sacerdozio.
    Il grande formatore fu don Dehaene che, per quattro anni mi confessò e mi aiutò a superare le tentazioni e difficoltà dell’adolescenza. Posso veramente chiamarlo: "Padre dell’anima mia".
    Ripensando a quell’età critica, ho scritto nelle mie Memorie: "La lotta fu terribile. Ero tentato d’orgoglio, di vanità e soprattutto di sensualità. A volte cedevo alla golosità. Divenni, a volte, insopportabile... Ascoltai dei cattivi compagni e lo fui anch’io per parecchi altri. Tuttavia rimasi fedele alle mie pratiche di pietà. Era la lotta. La sostenevo a volte con coraggio. Dormivo su un asse, imponevo al mio palato delle mortificazioni molto dure, mi picchiavo a sangue. A volte ero ignominiosamente debole. Feci spesso, per aiutarmi, il voto di castità per alcune settimane".
    Mi comunicavo all’inizio ogni quindici giorni, poi ogni otto giorni e infine due volte alla settimana.
    Mi fu di grande aiuto la congregazione mariana di cui divenni membro, poi segretario e infine vicepresidente. Mi iscrissi anche alle conferenze di s. Vincenzo de’ Paoli. Ne fui tesoriere. Svilupparono il mio amore per i poveri. Li visitavo volentieri durante le ricreazioni di mezzogiorno. Ci accompagnavano i professori e a volte don Dehaene.
    Gli esercizi spirituali furono la grande grazia di ogni anno.
    Ricordo in particolare gli esercizi del primo anno. Mi fecero un’impressione davvero straordinaria. Fin dalla prima sera, profondamente emozionato, corsi dal predicatore, un gesuita. Volevo fare la mia confessione generale. La rimandò al giorno dopo.
    Il 1° giugno 1857 ricevetti il sacramento della cresima da mons. Malou, nel collegio di Poperinge (Belgio). Non fu però un giorno limpido come quello della prima comunione. Se mi avesse preparato, come allora, mia madre! Con amaro rimpianto domando perdono al Signore della mia preparazione mediocre, a causa della crisi adolescenziale, con le inevitabili lotte e colpe.
    Durante le vacanze estive presi gusto per i viaggi e i pellegrinaggi. Fui a Colonia e a Liegi nel 1856 con don Demiselle, divenuto parroco di La Capelle nel 1855.
    Nel 1857 andai in pellegrinaggio con la mia famiglia a Nostra Signora di Liesse, il più celebre santuario dell’Aisne. Liesse è una parola antica, che significa gioia.
    Nel 1858 visitai con mio padre il castello e il parco di Chimay in Belgio; ma ciò che mi colpì di più fu la Trappa: mi parve grande e meravigliosa.
    Ero ormai giunto al termine dei miei studi di umanità e il 17 Agosto 1859 affrontai con successo l’esame di baccelliere in lettere alla facoltà di Douai (è il nostro esame di maturità classica).
    Avevo 16 anni.
    Dovevo lasciare il collegio di Hazebrouck. Vi ho ricevuto tali grazie da non potervi pensare senza emozionarmi per la riconoscenza.
    Nel luglio 1859 mi ero iscritto alla confraternita del S. Cuore.
    Nostro Signore mi aveva conquistato prendendomi sul suo cuore e ricolmandomi delle sue tenerezze.

    UNIVERSITARIO A PARIGI

    Mio padre era felice, trionfante del mio successo... Non era ambizioso per sé; lo era per me. Voleva che arrivassi a un’alta posizione sociale.
    Accarezzò per un anno il sogno del politecnico; poi fu la volta della magistratura e quando, contro la sua volontà, seguii la mia vocazione al sacerdozio, sognò per me le più alte dignità ecclesiastiche.
    In tutti questi sogni ambiziosi del suo amore paterno l’ho proprio deluso.
    Dopo la maturità classica lasciai passare alcuni giorni di vacanza, quindi rivelai a papà e mamma la mia vocazione al sacerdozio. L’opposizione venne soprattutto da mio padre. Domandai di andare in seminario a San Sulpizio. Mi rispose che non me lo avrebbe mai permesso.
    Fu così che nell’ottobre 1859 dovetti iniziare i miei cinque anni di studi universitari a Parigi.
    La permanenza a Parigi mi aveva dapprima spaventato. Ripensandoci ora posso dire che vi ricevetti molte grazie. La mia prima esperienza, all’Istituto Barbet come interno, fu deludente e amara sotto l’aspetto non materiale e intellettuale, ma morale.
    Era tutto il contrario di Hazebrouck.
    Non esagero dicendo che mi trovavo in una bolgia d’inferno.
    Soffrii tanto che giunsi all’esasperazione. Scrissi lettere molto energiche a mio padre. Così, dal primo dicembre 1859 cominciai a frequentare l’Istituto Barbet solo come esterno.
    Abitavo con mio fratello Enrico, che frequentava la facoltà di giurisprudenza.
    Il 12 luglio 1860 superai l’esame di maturità in scienze, per poter frequentare il politecnico. Fu un esame inutile, perché finii con l’iscrivermi anch’io alla facoltà di giurisprudenza fin dal primo anno (1859-1860). Non sentivo la vocazione dello scienziato, del matematico, dell’ingegnere, dell’architetto.
    Abitando con mio fratello Enrico, ripresi tutte le mie buone abitudini di Hazebrouck. Partecipavo ogni giorno alla messa, mi confessavo tutte le settimane da don Prével, cappellano di San Sulpizio, mi iscrissi al Circolo cattolico e alle Conferenze di s. Vincenzo de’ Paoli.
    Mi furono affidati due vecchi che abitavano in una soffitta. Potei sviluppare in loro dei sentimenti cristiani e furono per me di edificazione.
    Divenni anche un buon catechista. Miei alunni erano i poveri del quartiere di San Sulpizio.
    Nel secondo anno (1860-1861) preparai in sei mesi le materie del primo e secondo anno di diritto, per poter fare dei lunghi viaggi durante le vacanze estive.
    La vita di studente a Parigi mi ha lasciato un ricordo puro e gioioso. Andavo dalla mia stanza alla scuola, passando per la chiesa di San Sulpizio. Nulla mi allontanava dalla pietà e dallo studio. Ciò che vedevo mi dilatava l’anima e la elevava a Dio. Sentivo che lo studio del diritto era per me solo un passaggio. I miei affetti erano altrove.
    Alla fine del terzo anno, il 18 agosto 1862, sostenni con successo l’esame di licenza. Argomento "La tutela". Vi misi qualche fiore retorico, copiai molto come facevano tutti... Durante il quarto anno (1862-1863) mi iscrissi all’ordine degli avvocati. Mi offrirono varie cause, ma le rifiutai tutte.
    Lo studio del diritto mi piaceva, ma alla fine del quinto anno sperimentai un fastidioso senso di sazietà. I miei gusti erano altrove. Sognavo Roma. Avevo fretta di finire.
    Superai la tesi di laurea sulla "cauzione", dopo la spiacevole avventura di essere rimandato, perché avevo dissentito dalle opinioni di un celebre giurista. Fu un piccolo incidente di viaggio. Un mese dopo, il 2 aprile 1864, tutto andò bene. Ero dottore in diritto.
    A Parigi mi legai con una bella e profonda amicizia a Léon Palustre. Aveva un carattere difficile, una volontà di ferro e una natura altera. I suoi gusti e le sue maniere erano da gran signore. Mi fece ammirare i classici, gli autori contemporanei, le belle arti e soprattutto l’archeologia.
    Il nostro primo incontro era avvenuto a Londra nel 1862, visitando l’abbazia di Westminster, in compagnia di don Poisson.
    Con Palustre visitammo l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda.
    Già l’anno prima (1861) ero stato a Londra e dintorni con mio cugino Leonzio Wateau.
    Nel 1863, sempre con Palustre, visitai la Germania, la Scandinavia e l’Austria e proprio in Austria, a Frohsdorf, incontrai il conte di Chambord, Enrico di Borbone (Enrico V, pretendente al trono di Francia), che ci ospitò a pranzo, ci fece dono del suo ritratto, salutandoci con le lacrime agli occhi: "Arrivederci in Francia".
    Ero allora convinto monarchico e legittimista, come, in seguito, seguendo l’insegnamento di Leone XIII, divenni repubblicano.

    DALL’ORIENTE A ROMA

    Se il diritto mi aveva saturato, se i viaggi mi piacevano, tuttavia i miei gusti erano altrove. Mio padre mi aveva promesso che, divenuto dottore, mi avrebbe lasciato libero; ma giunto il momento, non voleva arrendersi.
    La Provvidenza si servì di questa ostinazione di mio padre per condurmi in pellegrinaggio ai Luoghi santi, ove la mia fede e la mia vocazione si sarebbero rafforzati.
    Nel frattempo, mio fratello Enrico, il 30 maggio 1864, si era sposato con Laura Longuet. Li accompagnai nel loro viaggio di nozze. Enrico e Laura ebbero due figlie. La minore, Laura, nata nel 1868, maritata nel 1889, morì senza figli nel 1896. La primogenita, Marta, nata nel 1865, ha continuato la nostra casata, avendo ottenuto dallo Stato di aggiungere al cognome dei Malézieux quello dei Dehon.
    Giunse finalmente il giorno di partenza per il mio viaggio in Medio Oriente. Partii da Strasburgo il 23 agosto 1864. Per quasi un anno visitammo i paesi bagnati dal Mediterraneo: l’Italia, la costa dalmata, la Grecia, l’Egitto, la Palestina soprattutto, la Siria, la Turchia. Questo viaggio fu per me una grande grazia ed ebbe anche pericolose avventure. Affrontai tutto con la noncuranza dei vent’anni. Avevo però una grande fiducia, davvero filiale, in Maria. Sono convinto che varie volte, in questo viaggio, mi ha salvato miracolosamente.
    Ho parlato a lungo di questo viaggio nelle mie Memorie. Ho conservato anche una foto, vestito da turista.
    Mi separai da Palustre a Salisburgo (Austria) il 10 giugno 1865. Egli doveva raggiungere in fretta la Francia, perché gli era morta una nipotina; io invece l’11 giugno mi diressi in treno verso Roma.
    Sospiravo di giungervi al più presto e di parlare col Papa.
    Il 20 giugno 1865 giunsi finalmente a Roma, fui ricevuto in udienza particolare da Pio IX una sera alle sei. Mi consigliò di entrare nel seminario francese di Santa Chiara, diretto da un "vero uomo di Dio, un santo", p. Melchiorre Freyd. Tutto ormai era chiaro. Mi trovai subito a mio agio. Ero di casa. Ero ormai in pace.
    Non sto a descrivervi come trascorsi le vacanze estive a La Capelle, dopo le emozioni gioiose del primo incontro, essendo assente da quasi un anno.
    Riguardo alla mia decisione di diventare sacerdote e fare gli studi a Roma, tutti erano contrari, perfino mia madre, così buona e pia.
    Trovai un solo sostegno nella nonna paterna (Enrichetta Esther Gricourt) che con molto buon senso non si stancava di ripetere: "Sarà felice, se è la sua vocazione".

    SEMINARISTA E SACERDOTE A ROMA

    Il 25 ottobre 1865 varcai la soglia del seminario francese di s. Chiara. Chiesa ed edificio erano ben diversi da come sono ora.
    L’importante è che ero felice, mi trovavo nel mio ambiente.
    Felici purtroppo non erano i miei, soprattutto papà e anche mamma. La loro tristezza si protrasse per ben due anni.
    Feci i miei studi seminaristici al Collegio Romano o università Gregoriana, l’attuale liceo Visconti, un frutto delle ruberie dei beni ecclesiastici fatta dallo Stato italiano dopo il 1870.
    Feci i miei studi di filosofia (un anno) e di teologia (quattro anni) con degli eccellenti professori.
    Ricordo fra tutti p. Franzelin, professore di dogmatica, divenuto cardinale sotto Pio IX nel 1876; p. Ballerini, professore di morale; p. Taparelli d’Azeglio e p. Liberatore in filosofia.
    Ottimi i professori, ottimi anche gli studi, comprovati dai tanti premi ottenuti in varie materie e dalle lauree in filosofia (1866), in teologia (1871) e in diritto canonico (1871). Gli studi pur intensi mi lasciavano del tempo per letture personali e per conoscere Roma, così ricca di opere, di monumenti, di archeologia. Era soprattutto la bellezza religiosa della Roma cristiana che mi affascinava: le basiliche romane, le catacombe.
    Vi era poi la vita religiosa, le feste, le liturgie papali. Non ne perdevo una. Ero avido specialmente delle cappelle papali della Sistina: gioivo della vista di Pio IX per un’ora intera!
    A quei tempi vi era una festa religiosa continua a Roma: quella delle Quarant’ore. Ogni giorno il Santissimo veniva esposto, ora in una chiesa, ora in un’altra. Quella era spesso la mèta delle passeggiate coi miei compagni. Che bei momenti vi ho vissuto e quante grazie vi ho ricevuto!
    Un anno trascorso a Roma è davvero santificante.
    In seminario a Roma sono entrato a 22 anni. Venivo dal mondo, dalla dolorosa opposizione dei miei genitori alla mia vocazione, opposizione che ora riconosco provvidenziale: tutte circostanze che hanno favorito in me un impegno straordinario nella preparazione al sacerdozio.
    L’atmosfera del seminario francese favoriva un’intensa pietà. Anima del seminario era il rettore, p. Melchiorre Freyd, mio confessore e direttore spirituale. Aveva degli ottimi collaboratori. Ricordo fra tutti p. Eschbach e p. Daum, ambedue intelligenti e istruiti.
    Nostro Signore si impadronì ben presto della mia anima. Vi stabilì le disposizioni che dovevano essere la nota dominante della mia vita: la devozione al suo sacro Cuore, l’umiltà, la conformità alla sua volontà (scelsi difatti come motto: Domine quid me vis facere - Signore, cosa vuoi che io faccia?), l’unione con lui, la vita d’amore. Questo doveva essere il mio ideale, la mia vita per sempre.
    Nostro Signore me lo mostrava, mi vi riconduceva senza posa e mi preparava così alla missione che mi destinava: l’opera del suo cuore (la congregazione).
    Vivevo quotidianamente quell’amore oblativo che sarebbe stato l’elemento fondamentale del mio carisma di fondatore. Considero gli anni di seminario, specialmente il 1867-1868, come una prolungata grazia di noviziato in preparazione alla vita religiosa. I lumi che Gesù mi dava in tutte le meditazioni erano così conformi alla nostra vocazione di Sacerdoti-Oblati del Cuore di Gesù, che le mie stesse note di allora potrebbero fornire il materiale per un Direttorio spirituale dell’opera.
    Ricevetti la tonsura e gli ordini minori fra il 22 e il 26 dicembre 1866.
    L’anno dopo, il 21 dicembre 1867, fui ordinato suddiacono. Nostro Signore mi fece la grazia di gustare e amare il breviario con una santa passione. Vi impiegavo la parte migliore del mio tempo e lo recitavo in ginocchio. I miei studi non ne soffrivano.
    Il 6 giugno 1868 ricevetti il diaconato. Ero alla fine del terzo anno di seminario, baccelliere in teologia.
    Proprio durante le vacanze estive del 1868 a La Capelle i miei genitori decisero di accompagnarmi a Roma.
    Il viaggio durò dal 22 ottobre al 3 novembre. C’erano tante meraviglie da vedere, ma la meraviglia più splendida me la stava preparando il Signore. Mio padre era commosso del suo soggiorno a Roma. La sua fede si rafforzava di giorno in giorno.
    I miei genitori si sarebbero fermati a Roma fino a febbraio (1869); io dovevo essere ordinato a giugno (1869). P. Freyd ebbe la geniale idea di anticipare la mia ordinazione sacerdotale. Bastava il permesso del Papa.
    Mia madre accettò la proposta con gioia; mio padre, pur temendo profonde emozioni, l’accettò a sua volta, anzi fu lui a presentare a Pio IX la domanda scritta. Era un vero trionfo della grazia di Dio. Chi più aveva contrastato la mia vocazione, ora ne domandava il compimento.
    Vennero le due giornate più belle della mia vita: l’ordinazione sacerdotale e la prima messa: 19 e 20 dicembre 1868.
    Cantai la mia prima messa il 20 dicembre nel seminario di Santa Chiara, assistito da p. Freyd e dai miei migliori amici.
    L’emozione fu generale. Quando mio padre e mia madre si accostarono per comunicarsi, nessuno poté trattenere le lacrime.
    Personalmente ero pazzo d’amore per Nostro Signore.
    A La Capelle, la prima messa solenne la celebrai il 19 luglio 1869. Fu davvero una festa bella e commovente. Sono emozioni che non si possono esprimere... Tutti piangevano: i miei genitori, i miei compaesani. Penso che quella giornata abbia lasciato nelle anime un accrescimento di fede che avrà contribuito alla salvezza di molti.

    DA ROMA A SAN QUINTINO
    Nel mese di ottobre 1869 ero di nuovo a Roma. Trovai la città in fermento per la preparazione del concilio Vaticano I.
    Vi partecipai anch’io come stenografo con altri miei compagni.
    Del Concilio ho parlato a lungo nelle mie Memorie.
    P. Freyd aveva pensato a me per la prestigiosa difesa delle tesi "ex universa theologia" che richiedeva mesi e mesi di preparazione; poi ci aveva ripensato e stimato più utile per me l’esperienza del Concilio.
    Non si è sbagliato. Anche se il Concilio aveva preso quell’anno metà del mio tempo e quindi ero in ritardo per i miei studi, avevo tuttavia accumulato una messe preziosa di conoscenze diverse. Avevo toccato con mano la vita della Chiesa e acquistato, in un anno, più esperienza che in dieci anni di vita ordinaria.
    Malgrado gli impegni del Concilio, superai gli esami di licenza in teologia il 30 novembre 1869 e quelli di licenza in diritto canonico il 19 luglio 1870.
    Il giorno prima, 18 luglio, Pio IX aveva definito il dogma dell’infallibilità pontificia. Il 20 luglio lasciai Roma per la Francia.
    Eravamo agli ultimi bagliori di Roma papale, come Stato pontificio.
    Il 20 settembre Roma era conquistata dagli italiani; ma anche la mia patria, la Francia, era invasa dai prussiani.
    La sfortunata guerra del 1870-1871 metteva termine alla lunga e dispendiosa festa imperiale.
    Nasceva la terza Repubblica.
    Anche di questi eventi ho parlato a lungo nelle mie Memorie.
    Mons. Dours, vescovo di Soissons, considerando la carenza di clero nella diocesi, con tante parrocchie senza prete, mi chiese di accettare il posto di cappellano. Purtroppo non potei acconsentire a una simile proposta, poiché non avevo finito i miei studi a Roma e inoltre la mia segreta aspirazione era la vita religiosa.
    Ai primi di marzo del 1871 partii per Roma, passando per Nimes, ospite di Padre d’Alzon, fondatore degli Assunzionisti.
    Come religioso, infatti, avrei desiderato dedicarmi all’apostolato degli studi superiori, specialmente in favore del clero di Francia.
    Ebbi un’impressione abbastanza favorevole dell’opera di Nimes, non senza preoccupazioni, poiché Padre d’Alzon mi appariva più un uomo d’azione che di studio; inoltre non mancavano le difficoltà finanziarie.
    Giunto a Roma, sempre nel marzo 1871, trovai la città calma, pur con i guasti, le occupazioni e sopraffazioni dei piemontesi. Mi fu possibile riprendere i miei studi al Collegio Romano anche se in gran parte occupato da nuovi padroni.
    Il primo giugno 1871 divenni dottore in teologia e il 24 luglio 1871 in diritto canonico. I miei studi erano dunque finiti. Avrei voluto continuare ancora. Erano stati un po’ frettolosi. Per il prete lo studio serio delle scienze ecclesiastiche è un dovere di coscienza. La pietà non può supplirvi. Bisogna sapere e ritenere ciò che sappiamo, se non vogliamo perdere le anime, compresa la propria, adempiendo in modo insufficiente o sbagliato il nostro ministero di insegnamento e di direzione.
    Un anno di più a Roma nella calma, senza esami in vista, mi avrebbe molto aiutato a sistemare le mie conoscenze.
    Ma pressioni giungevano da Nimes, da Soissons e anche da La Capelle... e ho ceduto.
    Sentivo in me da anni la vocazione per l’apostolato della cultura e degli studi superiori. Il clero francese ne aveva estremo bisogno. Di questo problema avevo discusso a lungo con mons. Dupanloup, con p. Gratry, col card. Simeoni, con mons. Mermillod, con p. Sauvé.
    Divenuto sacerdote, con quattro lauree, l’apostolato per gli studi superiori divenne la mia più potente attrattiva.
    Padre d’Alzon fece di tutto perché entrassi nella sua congregazione; mons. Hautcoeur mi corteggiò a lungo perché mi impegnassi nella fondazione e nell’insegnamento dell’università cattolica di Lilla.
    Io stesso ero andato a Lovanio nell’estate 1871, per rendermi conto delle esigenze di una valida università cattolica.
    Ho finito col rinunciare sia agli inviti di Padre d’Alzon che di mons. Hautcoeur, ubbidendo alle direttive di p. Freyd e tutto questo con un intento solo: "Fare la volontà di Dio". Domine quid me vis facere?
    La decisione di entrare fra gli Assunzionisti mi provocava un turbamento interiore insopportabile. Per questo telegrafai a p. Freyd, il quale mi rispose il 1° ottobre 1871 con un telegramma: "La vostra esitazione è legittima. Preferirei che vi disimpegnaste (da P. d’Alzon), se possibile. Segue lettera. Freyd".
    Obbedendo alle direttive di p. Freyd, scrissi il 3 ottobre 1871 al mio vescovo, mons. Dours, mettendomi a sua completa disposizione.
    Un mese dopo, il 3 novembre, ricevevo la mia nuova destinazione: cappellano alla basilica di San Quintino. Era assolutamente il contrario di ciò che avevo desiderato da anni: e cioè una vita di raccoglimento e di studio. Abbandonandomi alla Provvidenza, ho detto il mio "fiat": Sia fatta la volontà di Dio!

    CAPPELLANO A SAN QUINTINO
    Il 16 novembre 1871 iniziai il mio ministero a San Quintino come settimo e ultimo cappellano della basilica. Mi sentii inviato a San Quintino dalla sola volontà di Dio. Fui alloggiato temporaneamente nella mansarda del vicariato, dalla quale contemplavo il tetto della basilica. Iniziai così, a 28 anni, il mio apostolato parrocchiale.
    Fin dai primi giorni mi resi conto della situazione religiosa di San Quintino: 8.000 comunioni pasquali su 30.000 fedeli; 65.000 comunioni di devozione; 700 morti all’anno dei quali 140 senza sacramenti; 600 nascite all’anno delle quali 120 illegittime.
    Sono passati appena quattro giorni dalla mia venuta a San Quintino e il 20 novembre 1871 leggo questa nota nelle mie Memorie: "Mancano a San Quintino un collegio, un patronato, un giornale cattolico".
    La stragrande maggioranza della popolazione vede il prete molto raramente e forse mai. La mia constatazione è realistica e sconsolata: "Non si possono fare delle parrocchie di 30.000 anime. È contrario al buon senso".
    Se la situazione religiosa di San Quintino è desolante, la situazione sociale degli operai è spaventosa: l’orario di lavoro è duro, le condizioni nelle filature sono disumane per la salute, per la promiscuità dei sessi e per l’immoralità.
    L’ubriachezza è un vero flagello. Si beve alla domenica e al lunedì. Le bettole sono frequentate anche da ragazzi di 15 anni.
    Il riposo festivo per molti è un sogno.
    Gli alloggi sono fetidi, vere catapecchie che coprono vasti spazi della città.
    Gli operai in chiesa non si vedono. Leggono La Lanterne o altri fogli locali che diffondono l’odio per la società.
    È "una società marcia". E contro questa società, nella focosità dei miei giovani anni, mi scaglio nel discorso di Natale (1871) in basilica, condannando le molte ingiustizie sociali, che in seguito Leone XIII avrebbe denunciato nelle sue encicliche, specialmente riguardo all’organizzazione deplorevole del lavoro, del mondo degli affari.
    Fui ripreso amabilmente dall’arciprete, don Gobaille, per il mio tono eccessivamente polemico e l’argomento incandescente che avevo trattato; ma convertii almeno una persona, probabilmente un padrone, che ogni anno a Natale mi esprimeva la sua riconoscenza con un canestro di doni e una bella offerta per le mie opere.
    Da tre mesi ero cappellano, quando cominciai a riunire dei ragazzi nella mia stanza, alla domenica, dopo i vespri. Guardavano dei libri illustrati e giocavano un po’. Era iniziato il patronato.
    Avevo bisogno di un cortile e un mio amico, il sig. Julien, direttore di una pensione, me lo mise a disposizione mentre i suoi alunni erano a passeggio.
    Il 23 giugno 1872 cominciammo regolarmente. I ragazzi giocavano due ore in cortile, poi li riunivo per una conversazione: raccontavo loro la storia di un santo, parlavo della Palestina, di Roma, ecc.
    Finalmente, nell’agosto del 1872, riesco ad affittare un giardino, con diritto di acquisto per 20.000 franchi. La mia prima preoccupazione è di costruire una cappella e alcune sale per le riunioni.
    Nel giugno 1875 la costruzione è finita e anche pagata: 30.000 franchi. Ho ancora il debito di 20.000 franchi per il terreno. I ragazzi intanto crescono: a Natale del 1872 sono già 200.
    Organizzo un circolo per i più grandi. Apriamo il patronato anche ai soldati.
    Nel gennaio 1875 i ragazzi sono 301; 139 gli iscritti al circolo. Totale 440. Di essi 82 sono studenti, 324 operai e apprendisti, 34 impiegati.
    Realizzo anche la "casa di famiglia" per gli apprendisti che abitano lontano e per gli orfani: 25 nel 1877; 27 nel 1878. Hanno da mangiare e da dormire.
    Nel 1875 organizzo un circolo di studi religiosi e sociali per i giovani liceisti o che hanno concluso i loro studi. Sono i padroni di domani.
    Le riunioni sono settimanali. Nel 1876 inizio delle riunioni quindicinali per i padroni.
    Nel frattempo avevo fondato un giornale Le Conservateur de l’Aisne che cominciò a uscire il 15 novembre 1874. Continuò le pubblicazioni per dieci anni, poi si fuse con Le Journal de St-Quentin.
    Nel 1873 mi ero impegnato con successo perché un istituto di suore, le Ancelle del Cuore di Gesù, trovassero una casa a San Quintino. Così divenni confessore e direttore spirituale di queste suore. Fu una circostanza provvidenziale che preparò l’orientamento di tutta la mia vita. Era veramente un gruppo di anime elette, una santa comunità.
    La mia attività non si limitò a San Quintino. Nel 1874 mons. Dours, vescovo di Soissons, fondò l’Ufficio diocesano delle Opere e mi scelse come segretario. Cominciai a organizzare un’inchiesta sullo stato della diocesi. Solo un terzo dei parroci rispose.
    Esclusa qualche eccezione, la situazione era desolante. Esisteva quasi nulla sul piano delle associazioni, e ovunque si segnalava l’indifferenza e l’irreligiosità degli uomini.
    L’Ufficio diocesano delle Opere ebbe un’attività abbastanza intensa fino al 1878. Ero aiutato da due signori (Julien e Guillaume). Mantenni per cinque anni una corrispondenza abbastanza intensa, specialmente coi preti della diocesi di Soissons; feci stampare e diffondere diversi documenti e resoconti, organizzai tre congressi, uno a Nostra Signora di Liesse (1875), uno a San Quintino (1876) e uno a Soissons (1878). Durante il congresso di San Quintino, mons. Thibaudier mi nominò canonico onorario della cattedrale di Soissons. Avevo 33 anni.
    Tutti questi impegni non mi impedirono di partecipare a congressi, pellegrinaggi e di fare anche un viaggio in Italia con mons. Thibaudier, nuovo vescovo di Soissons, don Mignot e don Mathieu nel 1877.
    Il 14 febbraio 1877 celebrai la messa nella santa Casa di Loreto. Ebbi una particolare illuminazione, tanto da poter affermare: ivi è nata la congregazione!
    Prima di concludere la mia attività come sacerdote secolare devo ancora ricordare la fondazione dell’Oratorio diocesano per la promozione della vita spirituale dei sacerdoti secolari. Anche dell’Oratorio diocesano divenni segretario.
    Nell’ottobre 1872 avevo fatto alcuni giorni di ritiro a Nostra Signora di Liesse e avevo costatato in me un ardente desiderio della vita religiosa. Temevo di perdere la vita interiore nell’attività del ministero e delle opere. Sentivo perfino rancore verso il mio amatissimo padre spirituale, p. Freyd, perché mi aveva abbandonato nel mondo come prete secolare e non mi aveva indirizzato alla vita religiosa.
    Eppure devo ora riconoscere che, nei misteriosi disegni di Dio, p. Freyd aveva ragione.
    Mi scrisse una lettera nell’agosto 1872 che ritengo profetica: "Più tardi vedrete come la divina Provvidenza conduce tutto a buon fine e sa mirabilmente servirsi delle minime cose... per condurci là ove siamo chiamati a realizzare la sua opera".
    Tutti gli anni facevo i miei esercizi spirituali e tutti gli anni concludevo che la mia vera vocazione era la vita religiosa.
    Col passare del tempo, dirigendo le Suore Ancelle del sacro Cuore, esperimentavo che tutta la mia attrattiva era per il Cuore di Gesù e per la riparazione.
    Nel 1877 non riuscivo più a resistere. Cercai se vi fosse qualche opera già iniziata... Non trovai nulla di bene avviato e d’altra parte ero troppo condizionato dalle mie numerose opere a San Quintino per poterle abbandonare senza mandare tutto in rovina.
    Non sto a ricordare tutti i santi religiosi che consultai.
    Che fare?
    A San Quintino le Suore Ancelle avvertivano le mie stesse aspirazioni per un’opera sacerdotale. Giunsi a domandarmi se la Provvidenza non volesse che iniziassi io personalmente quest’opera.
    Avevo già avuto delle illuminazioni al riguardo: quella già ricordata della santa Casa di Loreto il 14 febbraio 1877; ma anche l’anno precedente (1876) a Pellevoisin, ove la Vergine era apparsa a Estelle Faguette, avevo ricevuto la stessa illuminazione.
    Pregando e facendo pregare, decisi di rivolgermi al mio vescovo, mons. Thibaudier. L’incontro avvenne l’8 giugno 1877.
    Per la diocesi di Soissons era la festa del suo patrono, san Medardo; per la Chiesa universale era invece la festa del Cuore divino di Gesù.
    Ci trovammo d’accordo sul progetto di fondare a San Quintino un collegio e all’ombra di quel collegio avrei potuto fondare il mio Istituto.
    A mons. Thibaudier stava molto a cuore il collegio; per me, nel mio cuore, l’Istituto aveva il primo posto.
    La conferma verbale l’ebbi il 25 giugno e la conferma scritta il 13 luglio. Questa lettera del mio vescovo mi dava la sicurezza che la fondazione dell’istituto degli "Oblati del Cuore di Gesù" era voluta da Dio.
    Con questa certezza, il giorno stesso in cui ricevetti la lettera di mons. Thibaudier, facendo un grande atto di fede nella Provvidenza, con soli 500 franchi in tasca, presi in affitto una pensione per studenti, la casa Lecompte, con la promessa di acquistarla.
    Nasceva così il Collegio san Giovanni, prima culla della congregazione degli Oblati del Cuore di Gesù.
    Iniziai subito il mio noviziato con un corso di esercizi spirituali dal 22 al 31 luglio, presso le Suore Ancelle e feci una prima stesura di costituzioni.
    Tralascio di narrare tutte le fatiche e croci richieste dalla fondazione del nuovo collegio.
    Riguardo alla congregazione fui l’unico novizio durante il primo anno (1877-1878). Avevo con me due aspiranti fratelli cooperatori, ma erano più un ostacolo che un aiuto. Ricordo che uno di loro ripeteva spesso, per consolarmi (!): "Non ci verrà nessuno".
    Grazie a Dio erano impegnate nei lavori domestici del collegio due Ancelle: sr. Maria Olivia e sr. Clara. Mi aiutarono molto anche con le loro preghiere, con il loro autentico e sereno spirito religioso.
    Giunsi così alla festa del s. Cuore del 1878, il 28 giugno, e mons. Thibaudier mi permise di emettere i voti religiosi nelle mani dell’arciprete di San Quintino, don Mathieu. Coi voti religiosi emisi anche il voto privato di vittima.
    Erano presenti poche persone, fra di esse don Adriano Rasset, il primo religioso dehoniano, che proprio in quel giorno (28 giugno) entrò nella neonata congregazione come postulante.
    Nell’agosto 1878 le Suore Ancelle avevano acquistato la casa Hibon. Era meravigliosamente adatta come casa di noviziato per il silenzio e la pace. Aveva il vantaggio di essere vicina al Collegio san Giovanni. Avrei così potuto dirigere il collegio e seguire i novizi.
    Con la solita generosità madre Maria del Cuore di Gesù, la fondatrice delle Ancelle, mi cedette in uso quella casa, che divenne la Casa s. Cuore, la casa madre, la vera culla della congregazione degli Oblati.
    Ne presi possesso il 14 settembre 1878. Era la festa dell’esaltazione della santa Croce. Una congregazione riparatrice non doveva essere fondata sulla croce?

    MORTE E RISURREZIONE
    Ho già accennato al mio incontro provvidenziale con le Ancelle del Cuore di Gesù, ma per gli inizi della congregazione hanno un’importanza particolare madre Maria del Cuore di Gesù, sr. Maria di s. Ignazio e sr. Maria di Gesù.
    A sr. Maria di Gesù debbo la vita. Si è offerta per me quando i medici, a causa delle violente emottisi, non mi davano più di sei mesi di vita.
    Solo pochi giorni prima della sua morte il medico diagnosticò una tubercolosi acuta. Era il 15 agosto 1879. Il 27 agosto sr. Maria spirava come Cristo in croce. Sono convinto che vivo di una vita che non è mia.
    Madre Maria del Cuore di Gesù, la fondatrice delle Ancelle, chiamata "chère Mère", era una donna di intensa preghiera, di una fede poco comune e un carattere di rara energia. Era inoltre molto generosa in tutto. In un parola, aveva una ricca e forte personalità e, negli anni degli inizi così difficili dell’Istituto, fu per me un sostegno indispensabile, con conseguenze positive e purtroppo anche negative.
    Sr. Maria di s. Ignazio era una mistica autentica, molto umile e modesta. Spiritualmente noi siamo vissuti e viviamo dei suoi lumi di orazione. Le parti più belle del Direttorio Spirituale risalgono a lei come ispirazione.
    L’errore fu di credere, come la "chère Mère" mi assicurava, che i lumi d’orazione di sr. Maria di s. Ignazio fossero autentiche rivelazioni di Nostro Signore, da realizzare anche quando si trattava del governo dell’Istituto.
    Posso invocare un’attenuante: al tempo dei miei studi teologici non c’era una cattedra di teologia spirituale.
    Le opere di s. Giovanni della Croce, così utili per comportarsi con saggia prudenza nei fenomeni straordinari della mistica, le lessi solo nel 1912, a settantanni.
    Comprendo ora le preoccupazioni e le perplessità del mio vescovo, mons. Thibaudier, il suo consiglio di rivolgermi all’arcivescovo di Reims, mons. Langénieux, perché facesse esaminare da una commissione gli scritti di sr. Maria di s. Ignazio.
    Tutto si sarebbe concluso positivamente se non fosse intervenuto uno psicopatico a complicare la già difficile situazione, p. Taddeo Captier, che credeva di essere favorito da voci angeliche. Inoltre aveva scritto un direttorio e delle costituzioni che avrebbero dovuto servire per un grandioso ordine del s. Cuore... Nella sua manìa di grandezza si presentava come confondatore della congregazione.
    Si aggiunga che nella casa di Fayet, ove p. Captier era superiore, avvenivano fatti strani, ritenuti miracolosi.
    Per descrivere tutte queste vicende sempre più complicate occorrerebbe un volume.
    Accennerò solo alle conclusioni. Fra il 17 gennaio e il 17 febbraio 1883, mons. Thibaudier, sempre più preoccupato dell’uso e abuso che si faceva delle "rivelazioni" di sr. Maria di s. Ignazio e delle bizzarie di p. Captier, decise di sottoporre tutto all’esame della Santa Sede.
    Rilevo che fra gli scritti inviati al Sant’Ufficio mancavano proprio le mie costituzioni; c’erano invece quelle di p. Captier.
    Solo nel settembre 1883 andai a Roma a fornire tutte le spiegazioni necessarie sotto il vincolo del segreto e consegnai le mie costituzioni. Ebbi però l’impressione che ormai fosse troppo tardi. I consultori del Sant’Ufficio si erano formati un giudizio prevalentemente negativo.
    Il 30 settembre 1883 ritornai a San Quintino. Scrissi a mons. Thibaudier lamentandomi, con la dovuta discrezione, perché era stato troppo pesante con noi, aggiungendo ai documenti inviati a Roma delle lettere che aveva ricevuto contro di noi e che non erano affatto giuste.
    Il mio vescovo si illudeva di ricevere da Roma solo delle direttive; invece, come un fulmine a ciel sereno, il Sant’Ufficio soppresse la Congregazione degli Oblati.
    La sentenza di morte mi giunse nella festa dell’Immacolata, l’8 dicembre 1883.
    Mi sentii scagliato a terra e stritolato. Mi ero dunque ingannato nel fondare la Congregazione degli Oblati? Mi restava il collegio San Giovanni; ma non erano lì le mie attrattive e la mia vocazione. L’avevo fondato per velare l’opera, la congregazione. Ero oppresso dai debiti... Dio sa quello che ho sofferto in quei giorni di morte. Senza una grazia speciale avrei perso la ragione o la vita.
    Il mio vescovo era costernato come me. Mi rimaneva una sola decisione saggia da prendere: affidare tutto nelle sue mani.
    Gli scrissi che avevo fondato l’Istituto degli Oblati col solo intento di fare la volontà di Dio. Nostro Signore mi chiedeva ora di distruggere quello che mi aveva chiesto di costruire.
    Resistere...! Mi sarebbe sembrato mille volte insensato. Non potevo fare altro che pronunciare il mio doloroso "fiat". La morte sarebbe stata per me molto meno dolorosa.
    "Tutto è fatto a pezzi e distrutto - scrivevo al mio vescovo - l’onore, le risorse economiche impegnate, le speranze e molte altre cose che non posso esprimere. Ma che cos’è tutto questo? Quello che mi tortura più di tutto è un pensiero, al quale non mi posso sottrarre: Nostro Signore ha voluto quest’opera; io l’ho fatta fallire con le mie infedeltà... Questa è la sofferenza che nulla può alleviare.
    Ora, Monsignore, metto tutto nelle vostre mani, chiedendovi perdono per l’imperfezione della mia obbedienza nel passato... Vi prego di non tener conto della mia persona. Sarei fin troppo felice se potessi, con tutte le mie umiliazioni e distruzioni, riparare le mie colpe passate... Farò tutto ciò che vostra eccellenza mi ordinerà in nome della santa Chiesa, nell’ora in cui vorrà".
    Questa sottomissione fu indubbiamente accetta a Dio, poiché la congregazione soppressa riprese quasi subito vita.
    Il vescovo stesso, mons. Thibaudier, si recò a Roma e ottenne che gli Oblati potessero rivivere come congregazione diocesana, con la nuova denominazione di Sacerdoti del Cuore di Gesù.
    La piccola opera riviveva. Era una nuova Betlemme. Ci furono molte sofferenze. Per i miei religiosi (una quarantina circa, compresi i novizi) la soppressione da parte della Santa Sede provocò una grande delusione.
    Si esageravano le cose, si disperava di diventare in avvenire una congregazione più estesa... Era una vita di sofferenza, ma era la vita.

    GIOIE E DOLORI
    Di tanto in tanto si risvegliava nel mio cuore la nostalgia dei primi tempi della congregazione (1877-1883), delle "rivelazioni" del passato, e mi nasceva in cuore un certo rimpianto di come si erano svolte le vicende presso il Sant’Ufficio.
    L’affermazione che l’Istituto era fondato su rivelazioni private (quelle di sr. Maria di s. Ignazio) non era esatta. Esistevamo già da un anno, con basi ben più solide. Infatti c’era l’approvazione della Chiesa, tramite il vescovo di Soissons, mons. Thibaudier.
    Mi avevano giudicato da lontano e su informazioni insufficienti. Dinanzi al Sant’Ufficio avevo potuto spiegarmi molto imperfettamente in italiano; inoltre alcuni testi di p. Captier avevano irritato gli esaminatori e guastato tutto...
    Mi sfogavo allora col mio vescovo, il quale mi scriveva: "Abbiate fiducia, voi siete ora nella via voluta da Dio... Non tutto era da Dio nei primi incantesimi che vi sostenevano. Accettate di buon cuore le pene feconde...".
    Anche p. Augusto Modeste, gesuita e mio direttore spirituale, mi assicurava: "L’opera del s. Cuore, ricondotta alla sua prima ispirazione e ridotta alle proporzioni primitive, riuscirà. Ne ho la piena fiducia. È troppo bella e troppo necessaria".
    Furono profeti. Dio mi inviava dei validi collaboratori. Ricordo fra tutti p. Leone Andrea Prévot, il mio santo maestro dei novizi, entrato in congregazione nel maggio 1885 e morto santamente nel novembre 1913.
    Con lui ricordo p. Carlo Barnaba Charcosset, entrato fra noi nell’ottobre 1884, tutto dedito al bene spirituale degli operai di Valdes-Bois e morto nel dicembre 1912.
    Un ricordo riconoscente anche per p. Teodoro Stanislao Falleur, mio uomo di fiducia durante le mie prolungate assenze da San Quintino. Un po’ rude di carattere, ma affezionatissimo, mio figlio spirituale e per 46 anni economo generale della congregazione.
    Nel 1886 si svolse il primo Capitolo Generale e nello stesso anno, il 17 settembre, con altri sei religiosi, ebbi la gioia di emettere i miei voti perpetui, sempre nelle mani di mons. Mathieu, arciprete di San Quintino, vicario generale, delegato del vescovo di Soissons, mons. Thibaudier.
    Altro giorno di grande gioia quando ricevetti da Roma il decreto di lode, emesso il 25 febbraio 1888. Era per la mia piccola congregazione (avevamo allora otto case in quattro diocesi, con 87 membri, compresi 20 novizi e 4 postulanti) un risultato enorme.
    Ci avevano tolto le catene dalle mani. Ci liberavamo dalla stretta tutela del vescovo di Soissons.
    Una congregazione solo diocesana rischia di vegetare. Aspiravamo alle dimensioni universali della Chiesa.
    Non trovo le parole per descrivere l’immensa gioia e la sconfinata fiducia che suscitò in me e nei miei religiosi questo dono della Santa Sede.
    Era una feconda rinascita, tanto che volli esprimere la mia commossa riconoscenza al papa, Leone XIII, andando a Roma a ringraziarlo, nell’udienza che mi concesse il 6 settembre 1888.
    Il 1888 è anche l’anno dell’invio dei primi due missionari, p. Gabriele Grison e p. Ireneo Blanc in Ecuador.
    Seguirono varie fondazioni all’estero. Ricorderò solo quella di Roma del 1892.
    Dopo il "decreto di lode" tutto sembrava procedere a gonfie vele e invece mi attendevano delle prove e dei dolori ancor più laceranti della soppressione della congregazione nel 1883.
    Il terzo Capitolo Generale di Fourdrain (1893) e il quarto di San Quintino (1896) sono prove evidenti di un grave disagio all’interno della congregazione.
    Sono contestato come fondatore. Mi si scarica addosso una vera tempesta di critiche, di accuse, di calunnie. Nemici fuori e falsi fratelli all’interno della congregazione.
    Rileggo nel mio Diario di quel tempo alcune annotazioni pesanti: "Il maligno non dorme... sfrutta lo scoraggiamento e l’illusione... Alcuni si sono lasciati sedurre dal cattivo spirito... sono rami secchi dell’istituto.
    Il Signore mi fa capire lo stato desolante dell’opera, ove regna così poco lo spirito d’amore e di immolazione. Se l’opera non gli dà ciò che Egli attende, la distruggerà.
    Penso con nostalgia ai primi anni (1878-1883): si era in pochi, ma quanto fervore!".
    Ma la prova più dolorosa doveva venirmi dal vescovo che mi aveva tanto amato e mi amava, mons. Thibaudier. Mi stimava come persona, ma non aveva fiducia nella mia congregazione.
    Eletto nel 1889 arcivescovo di Cambrai e ancora amministratore per un anno della diocesi di Soissons fino alla presa di possesso del nuovo vescovo, mons. Duval, ascoltò i rapporti calunniosi che arrivavano da Soissons da parte dell’alto clero: p. Dehon dà troppo tempo alla sua congregazione e alle Ancelle, non solo trascura il collegio San Giovanni, ma rischia di mandarlo in rovina in campo morale.
    Non mancavano inoltre difficoltà in campo economico.
    Nei mesi di agosto-settembre 1889 scoppia la tempesta. Mons. Thibaudier ci condanna a morte. Io devo lasciare il San Giovanni. L’opera deve fondersi con qualche congregazione più antica: i Padri dello Spirito santo o i Missionari del sacro Cuore di Issoudun o un’altra congregazione.
    Dopo le prime emozioni pronuncio il mio "fiat".
    Anche se per me e per la mia congregazione le notizie che giungevano da Cambrai erano ordini di morte, era evidente l’intenzione di mons. Thibaudier di affidare il collegio San Giovanni, l’opera della diocesi a lui più cara, a una congregazione con religiosi più esperti.
    Tuttavia il collegio era mia proprietà personale. Riguardo alla congregazione pensavo che molti membri non avrebbero accettato la fusione con un altro istituto e avrebbero chiesto di diventare sacerdoti diocesani. Così il nuovo vescovo avrebbe trovato il campo libero e un problema difficile risolto.
    Domandai, con molta umiltà, la fusione coi Preti del s. Cuore di Bétharram; ma la risposta fu cortesemente negativa. Ritentai, sempre per obbedire a mons. Thibaudier, con i Padri dello Spirito santo. La loro risposta, per due volte, fu dilatoria, anche per le gravi difficoltà che implicava la fusione di due istituti. La fusione alla fine si rivelò impossibile.
    Erano mesi di agonia. Mi ero confidato solo col mio direttore spirituale, p. Modeste, e con la Fondatrice delle Ancelle.
    Rileggo il mio Diario di quel tempo: "È la crocifissione. Da Cambrai giunge un ordine di partenza. È la rovina di ogni cosa. Mi applico a portare con gioia questa croce suprema. Grazie, mio Gesù, della grande grazia che mi fai di soffrire con te e per te. Quest’ordine oltrepassa ogni misura: è inapplicabile e duro nella forma. Ma ciò lo rende prezioso. Grazie ancora, mio Gesù... Ho creduto di fare la volontà di Dio, fondando quest’opera; sono pronto a distruggerla, se Nostro Signore lo domanda".
    In quel tempo, per incomprensioni e malintesi, avevo perso anche l’amicizia del mio più grande protettore, mons. Mathieu, il potente arciprete di San Quintino, che mi aveva sempre vigorosamente difeso come suo pupillo. Col cuore amareggiato per supposte mancanze di riguardo, per motivi economici, per ragioni di prestigio, si era trasformato in un temibile avversario.
    Gli uomini volevano la morte della mia piccola opera, ma Dio, nella sua sconfinata misericordia e bontà, ne voleva la vita. La luminosa certezza mi veniva da un misterioso p. Ignazio, che verrà forse un giorno identificato.

    ANNI OSCURI E DOLOROSI
    Se i rapporti con mons. Thibaudier erano diventati nell’ultimo anno un martirio continuo, tanto da compromettere la mia salute, con l’arrivo del nuovo vescovo, mons. Duval, la situazione peggiorò.
    Leggo nel mio Diario, al giorno 22 marzo 1890: "Monsignore (Duval) è pieno di diffidenza. Egli gira e rigira il ferro nella piaga del mio cuore. Fiat, fiat!". Leggo ancora qua e là nel Diario, sempre del 1890: "Vengo a sapere dei pregiudizi che in alto loco (curia vescovile di Soissons) hanno contro di me e contro l’opera. Noi non valiamo molto, è vero; ma come si infierisce sui nostri difetti!... Giorni di prova, in realtà di purificazione e di grazia. La curia vescovile e l’opinione pubblica parlano di una mia partenza prossima e definitiva".
    In realtà rapporti malevoli e anche calunniosi continuavano a giungere a mons. Duval. Non bastava l’umiliazione di essere solo direttore di nome del collegio San Giovanni, poiché direttore effettivo era un prete secolare, don Mercier? Qualcuno voleva a tutti i costi la mia testa. Volevano allontanarmi da San Quintino per togliermi, non solo la direzione del collegio, ma anche della congregazione.
    Per placare la tempesta mi allontano per tre mesi. Parto col cuore a pezzi per Roma il 24 novembre 1890. Senza la mia presenza, don Mercier sarà più libero di dirigere il collegio come vuole. In realtà l’esperienza educativa di don Mercier si rivela un fallimento per il suo temperamento severo e scostante.
    Al mio ritorno (22 febbraio 1891) sono accolto con grandi manifestazioni di affetto filiale. Riprendo la direzione effettiva del collegio e l’anno scolastico termina normalmente.
    Penso che mons. Duval mi stimi come persona, mi critichi come superiore ritenendomi troppo debole e non abbia alcuna fiducia nella mia congregazione.
    Leggo nel mio Diario al 26 marzo 1892: "Ho dei figli che mi fanno soffrire. Quello però che mi è più doloroso, è che fanno soffrire Nostro Signore, scandalizzano e appesantiscono l’opera. Signore, perdona loro. Non sanno veramente tutto il male che fanno".
    Nel luglio 1893 una nuova tempesta di denunce e calunnie mi piomba addosso: Domine, adiuva nos! - Signore, vieni in nostro aiuto! Mons. Duval è assente da Soissons e mi invia una lettera da Rocquefort, il 26 luglio 1893, in cui mi ordina di partire immediatamente da San Quintino: "Scegliete l’Olanda, l’America, come luogo del vostro soggiorno. Nascondetevi la vostra vita... Vi comando la partenza per evitare uno scandalo che minaccia di scoppiare... Io lo so... se non accettate la mia sentenza, deferirò la vicenda al Sant’Ufficio di Roma. Dubito che la sua sentenza sia più indulgente della mia, che vi assicura almeno il silenzio. Che Dio vi illumini e vi tocchi".
    Rimango allibito. Non so esattamente di che cosa mi si accusa. Sono condannato senza essere neppure interrogato.
    Quindici giorni dopo, il 2 settembre 1893, ricevo un’altra lettera di tutt’altro tono. Lo spaventoso scandalo non è affatto scoppiato. Tuttavia le condizioni di mons. Duval sono ben pesanti: del collegio avrò la responsabilità finanziaria e il titolo di superiore, senza alcuna autorità reale; così pure nella congregazione: sarò superiore generale senza poteri reali.
    Il piano di mons. Duval era evidente riguardo al collegio San Giovanni: voleva affidarlo a don Mercier e riguardo alla congregazione mi accorsi che tutta la sua fiducia era riposta in p. Germano Blancal, superiore della Casa s. Cuore.
    La mia fiducia è solo nel Cuore di Gesù. Apro il mio Diario e, alla data 20-30 agosto 1893, leggo: "Prove e inquietudini. Il demonio solleva contro le nostre opere un uragano di critiche, di accuse, di calunnie. Delle difettosità reali vi hanno dato occasione. Vado a Montmartre, il 22, a passarvi qualche ora. Vi ricevo grazie ben sensibili di luce, forza e pace. Il Cuore di Gesù è sempre misericordioso".
    In questo clima si volge il Capitolo Generale di Fourdrain (6-7 settembre 1893), capitolo imposto da mons. Duval, essendo trascorsi solo cinque anni e non sei dal capitolo del 1888. Diedi le dimissioni da superiore generale. Prima di procedere a una nuova elezione, p. Rasset propose ai capitolari se era opportuno accettare le mie dimissioni. Con undici voti favorevoli e sei contrari la questione fu rinviata di tre anni. I voti contrari venivano da p. Blancal e dai suoi sostenitori.
    P. Rasset fu eletto primo assistente e p. Blancal secondo assistente. Personalmente misi in pratica le disposizioni di mons. Duval, che mi aveva lasciato solo il titolo di superiore generale e invitai tutti i religiosi a chiedere i permessi a p. Rasset.
    Il Capitolo, apertosi in un clima di tempesta, si chiuse in pace con la predicazione, fino al 14 di settembre, di un corso di esercizi spirituali da parte di p. Andrea Prévot.
    Era solo una bonaccia, perché contrasti e tempeste si scatenarono ancora fino al quarto Capitolo Generale di San Quintino del 1896.
    Le cause di queste dolorose prove erano principalmente tre: la mia bontà verso i ragazzi e i giovani; l’opposizione del clero diocesano per motivi di gelosia e di interesse; l’opposizione all’interno della congregazione incentrata a Casa s. Cuore attorno al superiore, p. Blancal. Fu in questo tempo che decisi di fare il mese di s. Ignazio, dal 17 ottobre al 15 novembre 1893, nella casa dei gesuiti di Braisne, non lontano da Soissons. Fu un mese di purificazione, di grazia e di luce.
    Scrissi un "patto" che trascrivo in parte: "Mi offro completamente a Nostro Signore, per servirlo in tutto e fare in tutto la sua volontà. Sono pronto a fare e a soffrire ciò che egli vorrà con l’aiuto della sua grazia... Supplico Nostro Signore di accettare questa offerta, questo dono che gli faccio...".
    Durante questo mese di preghiera decisi di compiere uno dei più duri sacrifici della mia vita: lasciare la direzione del collegio San Giovanni.
    Leggo nel mio Diario in data 20 novembre 1893: "Ho il cuore grosso grosso e gli occhi pieni di lacrime. Lascio l’istituzione (il collegio) dove ho vissuto per sedici anni e vado ad abitare a Casa sacro Cuore... Tentazioni di scoraggiamento mi assalgono; ma ho votato al Cuore del buon Maestro un amore confidente. Mi getto ai suoi piedi e oso avvicinarmi al suo Cuore".
    La direzione del collegio passa nelle mani di don Mercier e nel 1896 nelle mani di un nostro religioso, p. Paolino Delloue.
    Tralascio le meschinità, le gelosie, gli attacchi, le denunce, le calunnie di quegli anni; ricordo solo che nel giugno 1896 affrontai dei penosi negoziati con mons. Duval.
    Dopo molte umiliazioni e pene, riesco a conservare il collegio San Giovanni, ma devo sacrificare il patronato San Giuseppe.
    Così scrivo nel Diario, il 24 luglio 1896: "Il vescovo prende una decisione penosa per noi. Affida il patronato San Giuseppe a don Mercier. Erano 25 anni che avevo fondato quest’opera. Vi avevo impegnato somme rilevanti. Mi ero donato con tutto l’ardore del mio giovane sacerdozio. Mi sembra che quest’opera avrebbe dovuto rimanere per sempre affidata alla congregazione. L’autorità diocesana ha deciso diversamente. Fiat".
    Dopo il patronato anche il collegio San Giovanni passerà alla diocesi, al tempo della legge sulle associazioni, votata il 1° luglio 1901, che colpì quasi tutte le congregazioni religiose.
    Del collegio San Giovanni finii col rimanere solo proprietario. Vi erano dei debiti. Li saldai con fatica, lentamente, finché nel 1925 donai la proprietà del collegio all’associazione degli ex-alunni.
    Ritorno indietro negli anni e mi ritrovo al quarto Capitolo Generale di San Quintino del 31 agosto-1 settembre 1896.
    L’aria è pesante, addirittura "infuocata". C’è grande confusione fra i capitolari: "Sento una pena profonda", scrivo nel mio Diario. "Un padre ha inteso delle calunnie contro di me. Vi crede, le propaga e agita il Capitolo...".
    I capitolari sono 26, si prospetta uno svolgimento più difficile di quello del 1893. Sono presente in veste di accusato. Faccio il discorso di apertura e do le dimissioni da superiore generale.
    P. Rasset, in qualità di presidente del Capitolo, propone, come nel 1893, prima di passare a nuove elezioni, di mettere ai voti l’accettazione o il rifiuto delle mie dimissioni.
    Si alza p. Andrea Prévot e decisamente afferma: "Comunque stiano le cose, p. Dehon è il solo capace di dirigere l’opera".
    Le mie dimissioni sono respinte con 16 voti contro sei, quelli di p. Blancal e dei suoi sostenitori.
    P. Blancal alla fine risulta messo da parte, poiché al suo posto è eletto come assistente p. Prévot insieme a p. Rasset. P. Blancal rimase semplice consigliere.
    La sua reazione non si fece attendere. Con altri sei padri richiese la scissione della congregazione. Reagii con pazienza e bontà, lasciando il tempo al tempo e abbandonandomi alla Provvidenza di Dio.
    Difatti il 23 agosto 1897 muore mons. Duval, principale sostenitore di p. Blancal.
    Tre dei firmatari della scissione escono di congregazione e diventano preti secolari. Gli altri ritornano all’ovile, ultimo di tutti p. Blancal stesso, che morirà fra le mie braccia, quasi ottantenne, a Fayet, il 1° dicembre 1905. Ho scritto nel mio Diario: "S’è spento dolcemente, senza agonia. Era il 1° venerdì del mese. È una finezza della Provvidenza".

    "ESSERE MISSIONARIO E MARTIRE"
    Questo è stato l’ideale della mia vita, il voto che formulavo con le lacrime fin dalla mia giovinezza.
    Se posso considerarmi almeno in parte martire, perché il Signore ha accolto il mio voto di vittima e per le dolorose prove che mi hanno colpito durante tutta la vita, missionario lo sono per i tanti missionari che ho inviati nelle lontane missioni.
    Ho avuto sempre una predilezione per le missioni difficili, ove si realizza meglio la professione di immolazione. La mia missione prediletta fu quella del Congo belga (Zaire), ove il clima è micidiale a causa della malaria, della malattia del sonno, della lebbra. Mi diceva un santo cardinale: andare laggiù è già meritare la palma del martirio.
    Tanti missionari non riuscivano neppure a raggiungere la missione, poiché morivano lungo il tragitto da Matadi sull’oceano Atlantico, a Stanleille, tragitto che aveva la sinistra denominazione di "Pista della morte".
    Ma la prima missione che ho accettato fu quella dell’Ecuador (1888-1896). C’era la prospettiva di fondersi con una congregazione simile alla nostra: gli Oblati del divino Amore, fondati da p. Giulio Matovelle; ci avevano offerto la costruzione della basilica del s. Cuore a Quito e infine c’era la possibilità di evangelizzare gli Indios delle Ande.
    I miei primi due missionari furono p. Gabriele Grison e p. Ireneo Blanc. Di quella prima missione, incantevole fu solo il viaggio di andata. Tutte le altre prospettive andarono in fumo.
    I due padri li misi a disposizione di mons. Schumacher, vescovo di Porto Viejo. Ebbero la direzione del collegio di Bahia, finché nel 1896 furono espulsi per l’intervento della massoneria.
    L’anno dopo, il 25 marzo, ricevetti dal ministro degli esteri del Congo belga, il barone van Eetvelde, di passaggio a Roma, la proposta di accettare una missione nella regione di Stanley-Falls.
    Ho pensato che fosse la Vergine santa, nel giorno dell’Annunciazione ad aprirci il continente nero. Tutto è presto concluso col consenso della Santa Sede; ma devo fare i conti con i miei consiglieri, tutti contrari: "Non abbiamo né uomini né mezzi", mi dicono. Personalmente ero convinto che il buon Dio dà ai fondatori delle grazie che non concede ai loro consiglieri.
    Pensai immediatamente a p. Gabriele Grison, il quale aveva la tempra del vero missionario. Rispose: "Sono come un soldato: vado dove mi mandano".
    Il mio desiderio sarebbe stato di partire con lui, ma ero preoccupato per le difficoltà interne dell’Istituto; al ritorno l’avrei trovato sfasciato.
    Fu così che convinsi p. Lux ad accompagnare p. Grison.
    Ricordo con commozione il coraggio di p. Gabriele: "Non avete nulla da obiettare? - gli domandai -. L’impresa che vi accingete a compiere è molto difficile". Con disarmante semplicità mi rispose: "Niente è difficile; voi ci mandate, noi obbediamo. Questo basta".
    Partirono il 6 luglio 1897 e giunsero a Stanleille il 21 settembre. Pochi giorni dopo, il 30 settembre - ricordo con commozione - moriva sr. Teresa del Bambino Gesù, offrendo la sua giovane vita per i missionari.
    P. Lux resistette solo un mese al micidiale clima dell’alto Congo; si ammalò di febbre tropicale e dovette rientrare in Europa.
    P. Grison rimase sette mesi da solo. Piantò le sue tende sulle rive del grande fiume Congo e lì cominciò la prima missione di San Gabriele.
    Ingaggiò centoventi operai negri per abbattere un tratto di foresta e costruire una provvisoria casa-cappella di fango e di frasche.
    Finalmente la notte di Natale del 1897 ebbe la gioia di celebrare la prima messa nella cappella di San Gabriele.
    Leggo il racconto in una lettera di p. Grison. Rimango incantato come dinanzi a una splendida poesia. È interessante rilevare che è l’anniversario del suo battesimo avvenuto nel Natale del 1860.
    Organizzare la missione del Congo fu un compito immane.
    Le distanze sono enormi. Esistono solo sentieri e i viaggi si fanno completamente a piedi, se non c’è un fiume navigabile. Da San Gabriele a Beni, alle falde del Ruwenzori, sono necessari 42 giorni di viaggio. Quel tragitto p. Grison l’ha percorso venti volte. Era solito dire: "Beni è la mia morte".
    Nel 1901 mi scrisse: "Il clima è micidiale. In due anni e mezzo, su undici missionari arrivati ne abbiamo perduti sette (morti o rientrati in Europa). Abbiamo sempre degli ammalati fra la vita e la morte. Così il lavoro diventa massacrante".
    Da parte mia continuo a inviare missionari e mezzi dall’Europa. Dal 1897 al 1903 ho organizzato nove spedizioni, con un totale di 25 missionari. Nel 1901 ci vengono provvidenzialmente in aiuto le Suore Francescane di Maria per l’educazione delle ragazze e la cura degli ammalati.
    Nel 1904, su 28 missionari, solo 15 si sono acclimatati.
    Non posso dimenticare p. Vincenzo Jeanroy, l’eroico procuratore della missione del Congo. Quanti miracoli ha fatto la Provvidenza per mezzo suo!
    Nel 1908 la missione del Congo, già prefettura apostolica nel 1904, diventa vicariato apostolico e p. Grison è consacrato vescovo a Roma l’11 ottobre 1908.
    Nel 1924 mons. Grison domanda a Roma un successore. È prostrato dalle fatiche. Roma risponde di attendere.
    Ormai l’aurora apparsa nel lontano Natale del 1897 era diventata una grande luce. La grande e difficile missione dell’alto Congo si dimostra una fonte di benedizione per l’Istituto. Posso dire che "il Congo ha salvato la congregazione", difatti ne favorì l’internazionalizzazione facendovi affluire molte vocazioni dal Belgio, dal Lussemburgo, dall’Olanda e suscitando molta simpatia a Roma.
    Nel 1906 feci un lungo viaggio in America latina, per visitare i nostri padri che si trovavano in Brasile dal 1893.
    Nel 1907 iniziai la missione della Finlandia: una piccola comunità cattolica di diverse nazionalità, in ambiente totalmente luterano: "Che ministero difficile!".
    Nel 1910 domandai a Propaganda Fide una missione nel Camerun per i religiosi tedeschi della congregazione. La risposta fu positiva. Il 5 novembre 1912 cinque missionari partirono per questa nuova missione.
    I padri riuscirono a conquistarsi la fiducia della popolazione interessandosi dei loro ammalati, aprendo scuole per i ragazzi e formandoli anche al lavoro. Venne purtroppo la prima guerra mondiale. Il Camerun era una colonia tedesca. Dei diciassette missionari tedeschi, cinque furono arruolati, due andarono in guerra come volontari (l’uno come medico, l’altro come infermiere). Gli altri furono fatti prigionieri.
    La missione del Camerun la riaprii di nuovo nel 1919, con padri e fratelli di lingua francese. Le missioni fiorirono nella regione del Mungo fra le popolazioni Bamiléké.
    Nel 1923 ebbi la gioia di aprire altre due missioni: quella di Sumatra e quella del Gariep in Sud-Africa.

    ANDARE AL POPOLO
    Giovane cappellano nella città industriale di San Quintino fui spinto dal degrado sociale e dallo zelo apostolico a interessarmi del mondo del lavoro, degli apprendisti, degli operai, degli studenti (che sarebbero diventati i futuri padroni), degli imprenditori. Quindi, fin dagli anni 1871-1878, ricercai una giusta soluzione della questione sociale.
    Delle mie iniziative e opere di San Quintino e nella diocesi di Soissons ho già ampiamente parlato.
    Il 6 settembre 1888, quando andai a Roma per ringraziare Leone XIII del decreto di lode alla mia congregazione, il Papa mi invitò insistentemente a diventare apostolo delle sue encicliche: "Predicate le mie encicliche". La voce del Papa fu per me la voce di Dio: mi indicava la vocazione all’apostolato sociale che svolsi intensamente fino alla morte di Leone XIII (1903).
    L’amore del Cuore di Cristo mi spingeva all’amore e all’azione in favore dei più deboli, dei più emarginati che, nella società di quei tempi, erano gli operai.
    Per questo il 25 gennaio 1889 iniziai la pubblicazione della rivista: "Il Regno del Cuore di Gesù nelle anime e nelle società". Era tutto un programma: il trionfo dell’amore avrebbe portato all’esigenza della giustizia e di leggi adatte per realizzarla. Scrivevo nell’editoriale del febbraio 1889: "Bisogna che il culto del Cuore di Gesù, iniziato nella vita mistica delle anime, esca e penetri nella vita sociale dei popoli. Porterà il vero rimedio ai mali cruenti del nostro mondo sociale: l’apostasia dalla fede, il lassismo, l’odio e l’indifferenza, il disimpegno e la disperazione, l’ingiustizia... Solo il Cuore di Gesù può ridare all’umanità la carità che essa ha perduto. Solo lui può riguadagnare il cuore delle masse, il cuore degli operai, il cuore dei giovani".
    Mettere in pratica le proposte sociali di giustizia, di onestà, di carità del Vangelo, non è forse risolvere la questione sociale alla radice, anche per un non credente?
    Mio motto sociale era: "Andare al popolo", per renderlo cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri.
    Personalmente cercai di realizzarlo suscitando dei collaboratori laici, sensibilizzando le classi dirigenti e gli imprenditori ai doveri cristiani, soprattutto di giustizia, coscientizzando i sacerdoti in cura d’anime e anche i seminaristi ai problemi sociali, perché uscissero di sacrestia e andassero al popolo.
    Suscitai negli operai il bisogno di essere apostoli fra i loro compagni di lavoro.
    Sostenni dapprima i sindacati misti (di operai e padroni) e poi i sindacati operai, perché fossero i lavoratori stessi protagonisti delle loro giuste rivendicazioni, nella conquista dei loro diritti.
    Rinunciai alle mie simpatie monarchiche e divenni democratico, repubblicano secondo le direttive di Leone XIII.
    Non sono stato un sociologo e neppure un caposcuola; non ho avuto pretese di originalità: sono stato solo un fedele interprete delle direttive socio-politiche di Leone XIII.
    Mi hanno accusato di essere un prete socialista. In realtà sono stato audace, progressista in campo sociale, ma con giusto equilibrio. Sono stato un animatore, un direttore di coscienze: sapevo incitare e trattenere, incoraggiare e prevedere i pericoli. Il grande Leone Harmel mi onorò della sua illimitata fiducia, specialmente in campo dottrinale.
    Questa è un po’ la sintesi del mio apostolato sociale, che ora preciserò meglio nei particolari.
    Se vi ricordate, il 20 novembre 1893, avevo fatto uno dei sacrifici più dolorosi della mia vita: avevo rinunciato definitivamente alla direzione del collegio San Giovanni. Fui così più libero di dedicarmi alla congregazione e all’apostolato sociale.
    Già l’8 giugno 1893 mons. Duval mi aveva proposto la presidenza della commissione di studi sociali della diocesi di Soissons.
    Ricordo che il 15 maggio 1891 Leone XIII aveva pubblicato la famosa enciclica Rerum Novarum.
    Si trattava di farla conoscere. Accettai la presidenza della commissione di studi sociali. Nacque così il Manuale sociale cristiano che presentava i princìpi sicuri della dottrina sociale cattolica e le sue soluzioni pratiche.
    La prima edizione, fatta in collaborazione con altri scrittori, fu pubblicata nel 1894. Era un libretto di 132 pagine che, nella seconda edizione, pubblicata l’anno dopo, divennero più di 300.
    Mons. Duval mi aveva chiesto di aggiungere una seconda parte, dedicata ai problemi pratici, specialmente del mondo rurale.
    Rilevavo la situazione desolante di tante parrocchie francesi, ove i giovani e gli uomini erano scomparsi dalla chiesa.
    L’opera era indirizzata non solo ai lavoratori, ma in modo particolare ai sacerdoti e ai padroni, se avevano la buona volontà di leggerla.
    Con Leone Harmel e vari altri collaboratori avevamo iniziato fin dal 1887 i raduni di Val-des-Bois per i seminaristi e poi per i giovani sacerdoti e laici, per formarli ai problemi sociali e alla loro soluzione. L’iniziativa si ripeté regolarmente per quattordici anni, fino al 1901. In questi raduni il mio compito era di padre superiore della giovane comunità.
    Un anno (1895) furono tante le domande di partecipazione che dovemmo trasferirci da Val-des-Bois al collegio San Giovanni.
    Dal 9 al 14 settembre si svolse un vero congresso con 200 ecclesiastici provenienti da 30 diocesi diverse.
    Leggo nel mio Diario: "Sono giornate memorabili, ardenti, luminose, che non si possono scordare. È un piccolo concilio, un concilio di giovani".
    Partecipai anche ai grandi pellegrinaggi di operai che Leone Harmel organizzava perché i lavoratori conoscessero a Roma il loro papa, Leone XIII.
    Mi convinco sempre più che "andare al popolo" significa dar fiducia ai lavoratori, non sostituirli, ma aiutarli ad aver coscienza dei loro diritti e dei loro doveri, soprattutto non privarli della dignità di essere protagonisti della loro storia, specialmente mediante i sindacati operai.
    Sconfessavo così ogni paternalismo ed esigevo la realizzazione di un’autentica giustizia sociale.
    Non sto a ricordare gli innumerevoli congressi sociali a cui ho partecipato, i libri che ho scritto, le riviste a cui ho collaborato. La mia attività era diventata vertiginosa. Lavoravo perché si affermasse la democrazia cristiana intesa, non come un partito politico, ma come l’organizzazione di tutte le forze sociali, senza distinzioni di classi, che si uniscono perché si facciano giuste leggi, si realizzino opere in favore del popolo, sempre in armonia con le esigenze del Vangelo.
    Due delle famose conferenze, che tenni a Roma nel 1897 e seguenti, trattano proprio della democrazia cristiana e una dell’azione sociale della Chiesa e del prete. Proprio nel 1897 ebbi, con Leone Harmel e altre due personalità, una famosa udienza da Leone XIII. Il dialogo fu molto familiare. Mi accorsi che il Papa era preoccupato non solo della questione sociale, ma anche della situazione politica in Francia. Pensava a Stefano Lamy quale capo di una federazione cattolica di partiti.
    "Credete che possa riuscire?" mi domandò.
    Feci osservare che, malgrado il suo talento di scrittore e le sue belle qualità di uomo politico, Lamy non sembrava godere molto prestigio in vari ambienti cattolici e neppure l’autorità sufficiente per ottenere dei suffragi.
    Allora Harmel rischiò: "E Alberto de Mun, Santo Padre?". Secondo il Papa era meglio tenerlo in disparte... Godeva dei suoi favori Stefano Lamy per il suo costante impegno di repubblicano e cattolico.
    In realtà, nelle elezioni del 1898, la destra e la sinistra cattolica si ostacolarono a vicenda, favorendo i radicali e i socialisti.
    In queste vicende, nonostante la mia ripugnanza ad impegnarmi in campo politico, ripugnanza che condividevo con Harmel, dovetti far da tramite tra i cattolici francesi e Roma. Con tutte le mie forze sostenni Lamy. Non approdai a nulla.
    Il povero Lamy si trovò solo, esautorato di fronte e contro un potente esercito.
    Le elezioni generali del 1898 furono una vera Sedan per i cattolici francesi.
    Fu questa l’unica mia infelice esperienza politica.
    La mia passione era la democrazia cristiana come movimento sociale. Nel congresso del 1897 svolto a Lione dal 1° all’8 dicembre, fu costituito un comitato direttivo diviso in tre sezioni: operaia, intellettuale, ecclesiastica. Venni eletto in quest’ultima con i preti democratici Lemire, Naudet, Garnier. Presidente del comitato direttivo era il grande Leone Harmel.
    Nel 1897 la democrazia cristiana raggiunse il suo massimo splendore, ebbe ancora qualche giornata luminosa, poi si avviò inesorabilmente sulla via del declino.
    Mi sono sempre stupito come un movimento così vitale, così sentito dagli operai e dai giovani sacerdoti, sostenuto con grande entusiasmo, in dieci anni sia sfumato e quasi sparito nel nulla.
    Credo di trovare i motivi nel fatto che l’impegno organizzativo non corrispondeva all’entusiasmo; il consiglio nazionale si riuniva solo saltuariamente attorno al sacerdote-deputato Giulio Lemire. Mancavano i mezzi finanziari; sorsero rivalità e divisioni specialmente quando si volle trasformare la democrazia cristiana in partito.
    L’unico grande organizzatore, incontestabile capo, sarebbe stato Leone Harmel, da tutti accettato e seguito; ma Harmel aveva sempre rifuggito dalla politica e Leone XIII, con l’enciclica Graves de communi del 1901, gli diede ragione: la democrazia cristiana doveva limitarsi all’attività socio-religiosa, volta a migliorare le condizioni sociali e materiali del popolo, in collaborazione con tutte le altre classi sociali.
    Nel 1901 furono sospesi anche gli incontri di studi sociali di Valdes-Bois per i giovani sacerdoti e seminaristi, a causa delle vive opposizioni che suscitavano.
    Il 20 luglio 1903 moriva Leone XIII.
    Considerai il mio apostolato sociale attivo concluso. Non ricevetti alcun ordine dall’alto (Santa Sede) per sospenderlo.
    Non andai soggetto a un processo involutivo misticizzante. Chi mi rivolge questa accusa, dimentica che è stata proprio la spiritualità del Cuore di Cristo, con l’esigenza dell’amore oblativo e della riparazione anche in campo sociale, a impegnarmi in favore dei più poveri, degli oppressi della società d’allora, i lavoratori.
    In realtà, con la morte di Leone XIII veniva meno la mia fonte sicura di ispirazione in campo sociale e politico, in mezzo a tanti contrasti e divisioni dei cattolici francesi.
    Al nuovo papa, Pio X, interessava soprattutto la difesa degli interessi religiosi della Chiesa.
    I cattolici, in tutte le loro iniziative, dovevano dipendere dalla gerarchia. Tutte le pubblicazioni degli ecclesiastici dovevano sottostare all’approvazione dell’Ordinario.
    Aggiungo lo scatenarsi in Francia (dal 1901 al 1905) della persecuzione contro le associazioni religiose. Era questione di vita o di morte anche per la mia congregazione.
    Si trattava anche di farla approvare definitivamente dalla Santa Sede. Altra questione di vita o di morte.
    Fu necessario l’intervento diretto di Pio X, per superare gli ostacoli frapposti dal Sant’Ufficio. L’approvazione arrivò improvvisa l’11 giugno 1906.
    Voglio accennare anche alla rapida diffusione della congregazione e ai lunghissimi viaggi che feci dal 1906 al 1911.
    Ero ormai alla soglia dei 70 anni ed era prossimo il tempo di tirare i remi in barca e ammainare le vele.
    Il 14 marzo 1912 inviai ai miei religiosi una lunga lettera, intitolata: Ricordi. È come il mio testamento. In essa mi sono preoccupato di richiamare le due grandi iniziative della mia vita: "La prima, condurre i sacerdoti e i fedeli al Cuore di Gesù, per offrirgli un quotidiano tributo di adorazione e di amore. È un apostolato da continuare, diffondere, rendere più intenso...; la seconda, ho voluto anche contribuire all’elevazione delle classi popolari, con l’avvento della giustizia e della carità cristiana. Per questo ho speso buona parte della mia esistenza. Anche in questo settore il lavoro deve continuare".
    Ormai sono vecchio. Il mio compito attivo è finito. Continueranno i miei religiosi: "Le masse non sono ancora convinte che solo la Chiesa possiede le soluzioni vere e pratiche di tutti i problemi sociali".
    Pochi anni dopo (1914), scoppia la guerra, che coinvolge ben presto l’Europa e il mondo, e io rimango confinato per tre anni a San Quintino. Sono invitato più intensamente a vivere l’abbandono e la fiducia nella Provvidenza.

    LOTTE PER LA VITA
    Nel 1899 la situazione politica in Francia subì un cambiamento radicale che mi procurò anni di sofferenza e di lotta per salvare la mia piccola congregazione.
    I repubblicani moderati si erano alleati con i radicali dando vita al governo Waldeck-Rousseau. Ritenendo che le congregazioni religiose esercitassero uno sproporzionato potere sociale e politico e fossero pericolose per lo Stato, Waldeck-Rousseau fece approvare il primo luglio 1901 la legge sulle associazioni.
    In pratica le congregazioni dovevano domandare l’autorizzazione ad esistere entro tre mesi. Arbitro lo Stato di concederla o no.
    Su 830 congregazioni, 615 presentarono la domanda.
    Anch’io l’8 settembre 1901 inviai la richiesta al presidente del consiglio per costituirci in congregazione legalmente riconosciuta.
    Il 17 dicembre 1902 ricevetti un decreto ministeriale con l’ordine di espulsione dei religiosi stranieri, essendo la loro presenza "un pericolo per la sicurezza pubblica". Una sinistra commedia.
    Frattanto erano iniziate le defezioni.
    Nel maggio 1902 leggo nel mio Diario: "Molti dei nostri vengono meno. Alcuni ci liberano da un peso; altri li rimpiango. La diocesi li accoglie molto facilmente, forse troppo... Lascio il giudizio a Dio". E pochi mesi dopo: "Vi sono ancora molte domande di secolarizzazione fra i nostri. È meglio che l’opera sia purificata dalle sue scorie. Vi sono tuttavia fra di loro delle anime che hanno avuto di certo la vocazione. L’hanno perduta per loro negligenza. Domando perdono a Nostro Signore della parte di responsabilità che posso avere in queste diserzioni. Non mi sono occupato abbastanza delle loro anime, non le ho abbastanza edificate".
    Nel giugno 1902 sale al potere Emilio Combes, un laicista fanatico, che scatena la più spietata persecuzione contro le congregazioni religiose.
    Respinge in blocco centinaia di domande di autorizzazione, eccetto cinque, che diventano congregazioni tollerate.
    Combes agisce da dittatore: quello che decide, le camere ratificano.
    I religiosi sono obbligati a diventare preti diocesani, le religiose a secolarizzarsi..., diversamente, rimane solo la clandestinità (molto pericolosa) o l’esilio.
    Anch’io impacco le mie carte e alcuni libri e parto esule per Bruxelles. E il 18 novembre 1902. I beni delle congregazioni disciolte sono confiscati dallo Stato. Il loro valore è stimato un miliardo di franchi. Si tratta ora di venderli, anche se chi vende o compra è scomunicato.
    Noi abbiamo tre case: il sacro Cuore, Fayet e Fourdrain. Lo Stato me le ha confiscate quando il 4 aprile 1903 ho ricevuto la notifica del rifiuto di autorizzazione ad esistere della mia congregazione. Non sto a narrare tutte le vicende giudiziarie, le iniziative, gli appelli all’opinione pubblica.
    La conclusione fu questa: Casa s. Cuore fu da me riacquistata per 10.050 franchi; Fayet fu comperata per p. Legrand da un suo amico per 2.000 franchi. La più bella proprietà, quella di Fourdrain, andò irrimediabilmente perduta.
    La persecuzione di Combes ebbe anche i suoi vantaggi: favorì la fondazione di nuove case all’estero. Fra tutte ricorderò la casa di Albino (Bergamo) nel 1907.
    Il fanatismo e la mania persecutoria di Combes naufragarono nel disgusto della slealtà e nell’ignominia della delazione. Il 18 gennaio 1905 dovette dimettersi. Era "un gesuitismo alla rovescia - affermava Clemenceau - ove si spara a tradimento dai nascondigli di un bosco.
    Sopravvissuta alla persecuzione dello Stato francese, dovevo ora infondere un potente alito di vita alla mia congregazione, con l’approvazione definitiva di Roma, senza la quale sarei sempre vissuto nell’insicurezza e nell’incertezza di iniziare nuove opere, di accettare le numerose vocazioni che la Provvidenza mi inviava.
    L’ostacolo più grave era costituito dal Sant’Ufficio, che non possedeva documenti scritti sulla mia totale obbedienza, quando la congregazione era stata soppressa (1883).
    Altro ostacolo: l’impossibilità di ottenere una lettera di raccomandazione da mons. Vittore Deramecourt, vescovo della diocesi per la quale mi ero maggiormente sacrificato, quella di Soissons.
    Il racconto di tutte le difficoltà e pene della lunga "via crucis" per ottenere l’approvazione definitiva da parte di Roma, sarebbe per me un riaprire ferite profonde ormai rimarginate.
    Vi basti la conclusione. In un ultimo disperato tentativo, o meglio assalto, mi rivolsi al mio grande amico, il card. Rampolla. Gli aprii proprio tutto il mio cuore addolorato ed esacerbato per tante opposizioni. Egli mi disse semplicemente: "Vada su!", ossia si rivolga direttamente al Papa.
    Il 9 aprile 1906 Pio X mi accoglie in udienza, mi ascolta con grande bontà fissando il Crocifisso, poi prende un foglio di carta e scrive: "Voglio che questo affare vada avanti e sia sistemato!".
    Veramente Pio X ha salvato la congregazione: "Non dubitate, sarete approvati".
    Finalmente l’11 giugno 1906, all’una del pomeriggio, arriva la buona notizia: la congregazione è approvata definitivamente e le costituzioni per dieci anni.
    Cantiamo tutti il Magnificat e rinnoviamo i voti.
    Non voglio finire questo capitolo senza accennare allo sviluppo della congregazione in Italia.
    Era stato Pio X a indirizzarmi verso la diocesi di Bergamo. Il vescovo, mons. Radini-Tedeschi, era mio grande amico. Dopo varie peripezie ci stabilimmo al Albino, presso il santuario di Nostra Signora di Guadalupe (1907). Ma, dopo un anno, essendo impossibile l’accordo col fondatore del santuario, don Federico Gambarelli, traslocammo in una casa offerta dal notaio Solari, finché nel 1910 la nuova casa fu benedetta dal vescovo di Bergamo. Da Albino avvenne la diffusione in tutta Italia.

    GLI ULTIMI ANNI
    Ho viaggiato molto nella mia vita.
    Fra i tanti libri che ho scritto vi sono anche tre libri di viaggi: uno nel Nord-Africa; uno in Spagna; uno nell'America latina. Il viaggio più lungo fu indubbiamente il giro del mondo, compiuto dal 10 agosto 1910 al 2 marzo 1911.
    Amici carissimi mi avevano invitato al congresso eucaristico di Montréal. Avrei visitato così gli Stati Uniti e il Canada fino alla nostra missione nell’Alberta, verso il Pacifico.
    Il ritorno avvenne dalla parte dell’Asia. Mi resi conto della reale situazione delle missioni cattoliche. Si aprì la prospettiva di una nuova missione per la congregazione nelle Indie olandesi (Indonesia). Stesi una lunga relazione alla Santa Sede e ne parlai a voce con Pio X.
    Dal 1912 al 1914 viaggiai ancora molto per visitare le case della congregazione. Tuttavia il 1912 segna una svolta nella mia vita spirituale.
    Gli anni più intensi spiritualmente furono quelli di seminario (1865-1871) e i primi anni di vita religiosa (1877-1883).
    Leggo nel mio Diario una valutazione degli anni trascorsi dal 1892 al 1912 e così li giudico: "Una vita mista di giorni buoni e di giorni di grande miseria" e ancora "un tempo di aridità e di lotta".
    Feci gli esercizi spirituali nel mese di settembre 1912, domandandomi se il periodo 1892-1912 era stato un periodo di prova o una punizione. Ecco la risposta; la leggo nel mio Diario: "...piuttosto di punizione... Nostro Signore ha permesso al demonio di lanciarmi continui assalti. Ricevevo delle grazie per gli altri ma non molto per me stesso... Tutto rivive dopo gli esercizi spirituali di settembre del 1912. È un’altra vita. La vita interiore è rinnovata e si accentua... Nostro Signore mi conduce presto, sensibilmente e con chiarezza a una grande unione".
    Avanzando negli anni, la mia vita spirituale è sempre più caratterizzata da una profonda contemplazione e unione d’amore con la ss. Trinità.
    Nel gennaio 1915 ho la grazia di leggere la vita di sr. Elisabetta della Trinità. Ne rimango affascinato, come dell’autobiografia e della vita d’infanzia spirituale di sr. Teresa di Lisieux.
    Nel caso di sr. Elisabetta è l’attrazione alla vita interiore in comunione d’amore con i Tre. Sono giunto alla fonte dell’amore oblativo, l’anima profonda del carisma della mia congregazione che, vissuto come l’ha vissuto Gesù, esige l’esperienza della croce e quindi dell’immolazione, per realizzare la riparazione.
    È spiegata così tutta la "mistica" e la "politica" del mio apostolato.
    Dall’amore oblativo del Cuore di Cristo, contemplato e amato, è scaturita tutta la mia vita interiore e tutto il mio impegno apostolico in campo sociale e missionario.
    Ritorno spesso sulla devozione trinitaria. Il ricambio d’amore oblativo alla Trinità diventa la mia preghiera continua.
    Leggo nel mio Diario: "Devo vivere in questo piccolo angolo di cielo in me, dove abita la Trinità santa. La grazia mi aiuterà... La mia preghiera! Ecco come è in quest’ultimo periodo della mia vita: saluto la santissima Trinità: il mio Padre creatore; il Verbo di Dio, fattosi mio fratello e mio redentore; lo Spirito Santo, diventato mia guida e mio consolatore. Assisto alla grande messa del cielo: Gesù si offre al Padre suo come l’agnello immolato fin dal principio...".
    Intanto era sopraggiunta improvvisa la prima guerra mondiale. Il 2 agosto 1914 è ordinata la mobilitazione generale. La mia congregazione è decimata: trentacinque francesi e altrettanti tedeschi sono colpiti dalla mobilitazione.
    Il 20 agosto 1914 muore Pio X. È stato nostro amico, nostro benefattore. Ci ha dato l’approvazione. Era un santo; prego per lui e lo invoco. Come era buono, semplice, familiare quando andavo a trovarlo!
    Il 3 settembre 1914 è eletto papa il card. Della Chiesa, Benedetto XV. È uno dei nostri amici.
    Durante il periodo angoscioso della guerra rimango confinato a San Quintino. Le preoccupazioni per la mia famiglia, per la congregazione, per la mia patria mi logorano. Anche fisicamente non ne posso più. La bronchite cronica mi fa tossire. Sputo sangue. La notte del 31 ottobre 1915 un violento accesso di tosse rischia di soffocarmi. Credo sia mancato pochissimo perché tutto fosse finito... Sono una nave logora.
    Durante i tristi giorni della guerra scrivo il mio "testamento spirituale" lasciando ai miei religiosi "il più meraviglioso di tutti i tesori: il Cuore di Gesù".
    Li esorto ad amare e offrire riparazioni al Cuore di Cristo, abbandonandosi a lui in spirito di vittima, sopportando con pazienza e anche con gioia tutte le croci inviate dalla Provvidenza.
    Chiedo perdono ai miei figli di averli così poco edificati, delle pene che ho loro causato. Spero ugualmente di salvarmi. Raccomando loro di amarsi fraternamente, di rispettare i superiori, di essere riconoscenti verso le Suore Ancelle.
    L’ultima mia parola è per raccomandare la fedeltà all’adorazione quotidiana, l’adorazione riparatrice, fatta in nome della Chiesa per consolare Nostro Signore e affrettare il regno del s. Cuore nelle anime e nelle nazioni.
    Nella primavera del 1917 i tedeschi ordinano l’evacuazione di San Quintino. Parto il 12 marzo, con un pesante zaino sulle spalle; ma sento ancor più il peso della mia età (75 anni).
    Viaggio per un giorno intero, sempre in piedi, su un vagone merci, finché a sera giungo sfinito a Enghien (Belgio). Attraversando i binari, inciampo e cado. Ho un attacco cardiaco, mi sento morire. Finalmente mi rialzo sanguinante. Vengo ospitato e curato fraternamente dai gesuiti.
    Il 17 marzo, a Soignies (Belgio), muore madre Maria del Cuore di Gesù, la fondatrice delle Ancelle. Il 20 partecipo ai suoi funerali. È un’anima santa che dal cielo ci aiuterà... Ha pregato e fatto pregare quanto nessun’altra anima al mondo.
    Finalmente il 19 aprile 1917 giungo malandato ed esausto nella nostra casa di Bruxelles. Nel mese di ottobre il mio amico, Benedetto XV, si ricorda di me, mi ottiene un salvacondotto per Roma, ove arrivo solo il 31 dicembre.
    Il 3 gennaio 1918 il Papa mi riceve in udienza.
    Rimango circa quattro mesi a Roma. Riparto il 25 aprile.
    Nell’ultima udienza ho domandato al Papa di dedicare in San Pietro un altare al s. Cuore. Sono stato esaudito.
    Lasciata Roma, passo per Bologna e raggiungo la Francia. L’11 novembre 1918 è il giorno dell’armistizio. È la fine di una terribile, sanguinosa, inutile guerra.
    All’inizio di dicembre del 1918 sono di nuovo in Italia, ospite del Seminario francese di S. Chiara. Il 22 celebro il 50° anniversario della mia ordinazione sacerdotale e prima messa... Mi sembra che quella prima messa (del 1868) così lontana sia di ieri: lo stesso altare, la stessa messa della quarta domenica d’avvento. È un giorno di grazie.
    Le feste del mio giubileo sacerdotale culminano con l’udienza di Benedetto XV, che mi consegna una medaglia d’oro.
    Nell’udienza di congedo, il 26 febbraio 1919, il Papa mi parla della fondazione di una casa a Roma e della costruzione di una chiesa in un nuovo quartiere.
    Da qui il mio impegno per costruire una chiesa al sacro Cuore a Roma, che diventerà poi il tempio-basilica di Cristo Re, con un seminario per le missioni. La prima offerta mi viene da Benedetto XV: sono 200.000 lire. Raccogliere offerte per questa grande opera sarà l’ultima fatica della mia vita.
    Debbo pensare anche alla ricostruzione della mia povera, lacerata congregazione. Il 7-8 aprile 1919 sono a San Quintino. La città è un ammasso di rovine. Mi sento male dinanzi a tante distruzioni!
    Il 10 aprile 1919 arrivo a Bruxelles. Ritrovo finalmente una casa, una vita di comunità. Ero vagabondo da 16 mesi.
    Ormai il mio riposo è solo il Cuore di Gesù.
    Con questa fiducia organizzo l’ottavo Capitolo Generale che si tiene felicemente a Heer presso Maastricht (Olanda) dal 29 al 31 luglio 1919. Mi danno come assistente p. Lorenzo Philippe, assecondando i miei desideri. La riorganizzazione dell’Istituto procede bene. La casa-madre di Bruxelles sarà ormai la mia stabile dimora. Dedico le mie ultime forze all’opera di Roma: procurare i mezzi finanziari è una fatica ardua, monotona e spesso infruttuosa. La mia questua produce assai poco! Bisogna che mi ricordi l’insegnamento del Vangelo: la fede fa miracoli.
    Il 22 gennaio 1922 muore Benedetto XV, il mio papa tanto benevolo e tanto amato, fedele nell’amicizia durata 25 anni!
    Gli succede Pio XI, benefattore della nostra scuola apostolica di Albino. Mi invia una delle sue prime benedizioni, mi incoraggia per l’opera di Roma, inviandomi un’offerta di 10.000 lire, emozionato fino alle lacrime di non poter dare di più. Ho la consolazione, prima di morire, di vedere l’opera bene avviata.
    Nel 1923, in occasione dei miei 80 anni, mi giungono lettere da tutte le parti, con testimonianze di simpatia e di benevolenza, anche dal vescovo di Soissons, mons. Binet. È molto più di quanto io meriti.
    Il 5 dicembre 1923 la Santa Sale approva definitivamente anche le costituzioni.
    Ormai penso costantemente al cielo. Vivo con i miei protettori e i miei amici di lassù... Non tengo più alla vita: Cupio dissolvi et esse cum Christo - Desidero essere sciolto dal corpo per essere con Cristo!
    Nel gennaio 1925 inizio così il 45° quaderno del mio Diario: "È l’ultimo quaderno e forse l’ultimo anno. Fiat... L’ideale della mia vita, il voto che formulavo tra le lacrime nella mia giovinezza, era di diventare missionario e martire. Mi pare che quel voto si sia compiuto...
    Sono il più piccolo e il più indegno dei fondatori, e nondimeno provo il bisogno di unirmi a tutti i fondatori, i cui nomi durante l’orazione mi ritornano al pensiero: Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Ignazio, Filippo Neri, Francesco di Sales, Vincenzo de’ Paoli, Alfonso, Giovanni Battista de la Salle, Giovanni Eudes, Paolo della Croce, Libermann, Don Bosco, Lavigerie, d’Alzon... Queste grandi anime avevano un ideale grandioso: guadagnare il mondo a Gesù Cristo. A questo fine hanno pregato, sofferto e lavorato. Io mi unisco quotidianamente e vorrei elevare il mio ideale all’altezza del loro: amo ardentemente Nostro Signore e vorrei promuovere il regno del s. Cuore.
    O Cuore di Gesù languisco per il desiderio di essere unito a te, di possederti, di inabissarmi in te, che sei la mia dimora per sempre".

    VERSO LA GLORIA
    Questo desiderio si è compiuto il 12 agosto 1925. Nel luglio 1925 a Bruxelles, si era diffusa una epidemia di gastroenterite e vari padri si erano ammalati. P. Dehon andava a visitarli, per dir loro una buona parola.
    Il 4 agosto anche p. Dehon, dopo la messa, deve mettersi a letto. Le sue condizioni generali sono buone. I medici sono ottimisti. Il malato continua ad occuparsi degli affari della congregazione col suo assistente, p. Philippe.
    Passa però le notti insonni. Prega e offre le sue sofferenze per l’istituto. Nella notte fra il 9 e 10 agosto le sue condizioni peggiorano. Il cuore si è notevolmente indebolito. Le sue sofferenze si sono fatte acute: "Soffro dal mattino alla sera e dalla sera al mattino". Di notte percorre tutte le stazioni della via crucis. Guarda spesso il Crocifisso e mormora: "Espio per l’opera".
    Prima di ricevere il viatico fa umilmente a p. Philippe la sua confessione generale.
    L’11 agosto gli è amministrata l’unzione degli infermi.
    Ricevendo il viatico rinnova i suoi voti religiosi e il voto d’immolazione: "Per questo ho bisogno della croce".
    La lucidità di mente è perfetta. P. Philippe domanda a nome di tutti i membri della congregazione la sua benedizione. P. Dehon stende le braccia, traccia un segno di croce, dicendo con voce chiara le parole della benedizione.
    Mercoledì mattina, 12 agosto, le crisi cardiache si fanno sempre più frequenti. Il morente soffre molto e indica il cuore. Verso mezzogiorno entra in agonia.
    A un tratto stende la mano verso un’immagine del sacro Cuore e dice con voce chiara: "Per lui vivo, per lui muoio".
    Sono le sue ultime parole. Alle 12,10 del 12 agosto 1925 rende l’ultimo respiro.
    Le cerimonie funebri si svolsero a Bruxelles e a San Quintino, nella basilica da lui tanto amata. Il vescovo di Soissons, mons. Binet, pronunciò un commovente elogio funebre. Le spoglie di p. Dehon furono tumulate nella tomba della congregazione nel cimitero di San Quintino. Riesumate nel 1963, riposano ora nella chiesa di San Martino, costruita da p. Dehon nel 1890 per un sobborgo di San Quintino.
    Fra le carte che contenevano le ultime volontà di p. Dehon fu trovato un foglio con questa scritta: "Patto d’amore con Nostro Signore" e sulla busta una frase in latino che sintetizza tutta la sua vita: "Non disdegnare, o Signore, di ricambiare la tua amicizia al tuo povero, piccolo discepolo: fiat, fiat!".
    Ecco il testo del patto d’amore:
    "Patto con nostro Signore: Gesù mio, dinanzi a te e al Padre tuo celeste, alla presenza di Maria immacolata, mia madre, e di san Giuseppe, mio protettore, faccio voto di consacrarmi per puro amore al tuo sacro Cuore, di dedicare la mia vita e le mie forze all’opera degli Oblati del tuo Cuore, accettando fin d’ora tutte le prove e tutti i sacrifici che ti piacerà domandarmi. Faccio voto di dare per intenzione a tutte le mie azioni il puro amore per Gesù e il suo sacro Cuore, e ti supplico di toccare il mio cuore, di infiammarlo del tuo amore, affinché non abbia solo l’intenzione e il desiderio di amarti, ma anche la gioia di sentire, per l’influsso della tua santa grazia, tutti gli affetti del mio cuore accentrati unicamente in te".


    Padre Leone Dehon

  7. #7
    Cattolico Resiliente
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
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    Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! (Dante: Paradiso Canto V)
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    DOMENICANI

    S. DOMENICO GUZMAN
    SE SI INTERROGA per la prima volta la vita di un santo, e particolarmente d'uno dei santi fondatori d'ordini, le voci che ne escono sembrano sulle prime innumerevoli e diverse al punto da turbare lo spirito. Questa specie di vertigine crescerà ancora se si vorrà seguire passo passo l'ordine dei fatti, perché la loro successione insegna nulla o ben poco. Questi grandi destini sfuggono, più di tutti gli altri, a qualsiasi forma di determinismo: irraggiano, risplendono d'una sfolgorante libertà.
    Sulle prime, sembra che soltanto il genio dia a certe vie eccezionali il medesimo carattere d'indipendenza, di spontaneità sovrana. Invece non è affatto cosi. Si potrebbe al contrario sostenere (e con quali illustri esempi!) che il genio ha sempre in sé qualcosa d'ostile e di irriducibile, quasi un principio di sterilità. Se egli attua quella maraviglia d'ispirazione e d'equilibrio che è l'opera d'arte compiuta, è il più sovente (quando la divina carità non vi collabora) per una sorta di mostruosa specializzazione che esaurisce tutte le potenze dell'anima e la lascia divorata d'orgoglio in un egoismo disumano. L'uomo di genio è così poco presente nella sua opera, che essa è quasi sempre una testimonianza spietata contro di lui. Invece l'opera del santo è la sua stessa vita, ed egli è tutto nella sua vita.
    Tuttavia la difficoltà non è vinta: a questo punto della meditazione, appare, al contrario, quasi insolubile. L'esperienza degli uomini in_segna che per penetrare ben addentro nelle loro intenzioni basta il confronto, già troppo cru_dele, fra la vita pubblica e la privata. Non c'è atteggiamento, per quanto bene e pazientemen_te conservato, che non porti in sé la propria contraddizione, non c'è menzogna cosi compat_ta che non abbia una breccia, o almeno che non possa essere sorpresa. Come il chirurgo im_para la vita sulla morte, come il bíologo ana_lizza ì cascami organici per cercare di sorpren_dervi il segreto degli scambi e delle funzioni, il moralista sa di aver davanti a sé un personaggio artificioso e fraudolento, un cadavere camuffato di cui noi stessi siamo le vittime non meno raramente di altri, finché il primo sguardo del giudice, di là dalla morte, non lo faccia andare in frantumi. Il santo invece è davanti a noi ciò che sarà davanti al giudice. In lui giungiamo, abbagliati, non (come si vorrebbe farci credere) a una vita diminuita, di continuo limitata dalla mortificazione, mai alla vita nella sua pienezza, e come nello splendore del suo primo nascere, la vita stessa, quasi una sorgente ritrovata. Ri_trovata (infatti l'avevamo, smarrita e appena ri_trovata), la perdiamo ancora. Il povero nomade, nel cuore dei suoi deserti di sabbia, che ha im_parato a disputare al suolo, per sé e per le sue bestie, un sottile filo d'acqua torbida, stenta a credere che esista sempre un paese di fontane, e che vi sarà di nuovo per le sue labbra e le sue mani questo getto ghiacciato, questo slancio spumeggiante e azzurro.
    Si pensa che un Benedetto, un Domenico, un Ignazio ci siano più vicini d'un Giovanni della Croce o d'una Caterina da Siena, perché sono anche legislatori e conquistatori. Ci dànno, è vero, lezioni che la prudenza umana è capace di capire. Ma come è miope questo punto di vista! L'ambizioso che sognerebbe di trovare in loro un metodo e ricette originali perderebbe il suo tempo. La santità non ha formule, o, per dir meglio, le ha tutte. Raccoglie ed esalta tutte le potenze, attua la concentrazione orizzontale delle più alte facoltà dell'uomo. Ma il riconoscerla esige da noi uno sforzo, esige che noi prendiamo parte, in certo qual modo, al suo ritmo, al suo immenso slancio. Senza dubbio pare più facile trascrivere, secondo il vocabolario comune, la storia della fondazione dei predicatori piuttosto che una illuminazione d'Angela di Foligno, e nondimeno, se fosse in nostro potere alzare sulle opere di Dio uno sguardo unico e puro, l'Ordine dei Predicatori ci apparirebbe come la stessa carità di san Domenico realizzata nello spazio e nel tempo, come la sua preghiera divenuta visibile.
    Ecco perché in siffatta materia i metodi moderni della critica storica seguitano a ingannarci. Le vite guidate dalle grandi passioni umane hanno di là dal loro disordine apparente, una certa grossolana unità, che permette di trasporre le più illustri sul piano delle vite ordinarie, di trovare per loro, se si può dire, una specie di denominatore comune. Nulla di più monotono della passione, o che più di lei si ripeta così miseramente. Cesare ci fa comprendere quel tale ambizioso di capoluogo, e quel tale funzionario coloniale ci svela l'anima di Nerone. La passione prende tutto ciò che le cede e non rende nulla. Invece la carità dà tutto, ma le viene reso anche di più. Quale contabilità sovrumana potrebbe tener conto di questo magnifico scambio? Se lo storico si limita a una rigorosa esattezza, poco imparerà dall'esistenza d'un santo. Le vecchie leggende ne dicono assai di più, perché trascrivono in simboli realtà profonde. Esse hanno quel carattere ingenuo che sembra fatto apposta per sviare la nostra logica e la nostra esperienza. Come non l'avrebbero questo carattere? Ogni vita di santo è come una nuova fioritura, l'espansione, in un mondo che l'eredità del peccato rende schiavo dei suoi morti, d'una ingenuità da Paradiso Terrestre.
    In questo senso, poco ci importa che Domenico appartenga o no all'illustre famiglia dei Guzman, e sia cosi parente degli antichi re di Spagna. Basti sapere che fu di sangue militare; e immaginare il bambino, con i capelli biondi, quasi fulvi, gli occhi celesti e la pelle bianca dei suoi avi visigoti, Ruodric, Wilhelm o Froila, mentre dalla vetta dell'umile torre feudale di Carleruega, dell'unico torreón rettangolare costruito dal suo antenato, alla frontiera del paese moro, guarda scorrere verso il mare le pallide acque del Douro. All'estremo orizzonte, molto di là dalle pianure grigie, striate dalle rocce rosse del trias, fiorite di eriche color rosa, di ginestre e di salicornie, con cespugli di spigo, d'issopo e di rosmarino, tra i quali pascolano i maialini neri, la sierra di Guadarrama innalza al cielo i suoi contrafforti oscuri, e dietro alla loro massa enorme Toledo, dove i capi castigliani lottano contro i mori. In una ripresa o due, aperta la breccia, i cavallini instancabili sarebbero sull'orlo del fiume, e si vedrebbero di nuovo agitarsi sulle sponde i lunghi mantelli bianchi e i giachi dorati... Non è tanto lontano il tempo in cui nei mercati mori si poteva avere una donna per un dirhem, e un bambino cristiano per un mezzo dirhem! Non una di queste capanne di argilla e di paglia ammucchiate ai piedi del torrione, dove non si narrino le meravigliose storie, solenni e sanguinose, proprie del genio di questa t razza formata nella sventura e nella povertà. Il pastore, coperto dai piedi alla testa di pelli di montone, e che sembra, in mezzo alle sue bestie, un'altra bestia gigante, ne alimenta i suoi sogni, col pugno stretto sul suo vincastro guarnito di ferro. Ma si parla anche a voce bassa dei propri parenti (padre, figlio o fratello) rapiti dai temerari ladri pagani, venduti come bestiame, e che muoiono d'una morte lenta nei supplizi e nei terrori della schiavitù, in fondo alle città misteriose, piene di sconosciute ricchezze e sotto un cielo incantato. A volte le donne, piangendo, si passano tra loro un messaggio portato da lontano da un catalano sospetto, probabilmente rinnegato o giudìo. Dopo aver ricordato disperatamente tutto ciò che non ritroverà mai più, il disgraziato enuncia timidamente il prezzo del suo riscatto: cifre favolose, miraggio straziante! “La prigionia, presso i mori, fu una delle piaghe della Spagna, più angosciosa della fame ”, scrive il padre Petitot. Ora, mentre quei duri contadini, o i loro signori tanto simili a loro, sognavano rappresaglie, eserciti disfatti e teste mozzate, non è permesso supporre che il piccolo Domingo, il quale, fino alla morte, fu un amico cosi tenero, sentisse, davanti a tali narrazioni, tremare il suo cuore per la compassione? Thierry d'Apolda ci riferisce che venti anni dopo il giovane canonico d'Osma decise un giorno di vendersi per riscattare il figlio d'una povera donna... Forse tocchiamo qui la molla segreta d'una infanzia di cui i cronisti poco ci insegnano. Questa immaginazione delicata fu presto crudelmente ferita. Molti altri giovani castigliani subirono nel medesimo tempo la medesima prova, e ne divennero soltanto più duri. Ma lui si apre d'istinto e tutto intero alla divina compassione e, sin d'allora, comincia senza dubbio il poema della sua carità.
    La madre di Domenico, la beata Giovanna, era figlia dei signori d'Aza, e di nobiltà antica. Egli fu l'ultimo dei suoi figli, e forse il più teneramente amato, se possiamo credere alla tradizione, secondo la quale la futura gloria di suo figlio le fu annunciata in sogno. Ella lo tenne sette anni presso di sé, poi lo condusse da suo zio, l'arciprete di Gumiel d'Izan (ma Gumiel d'lzan è lontano soltanto quattro leghe da Carleruega). Là egli visse oscuramente e dedito agli studi sino all'età di quindici anni. Allora fu deciso di mandarlo alle scuole di Palencia, che più tardi saranno l'illustre università di Salamanca. Queste scuole erano celebri già in quei tempi; anzi tutta la Spagna, come il resto della cristianità, si sentiva presa nell'irresistibile movimento d'ascensione che fu il prodigioso tredicesimo secolo.
    Secondo il venerabile programma carolingio, sei anni vennero consacrati allo studio della grammatica, della poetica, della logica, poi dell'algebra, dell'astronomia e della musica. Compiuto questo primo ciclo, Domenico aveva raggiunto il suo ventunesimo anno; però studierà o professerà la teologia a Palencia sino all'età di trentun anni. Allora, avendolo chiamato presso di sé, il priore del capitolo d'Osma, Diego de Azevedo, egli diventa canonico regolare di quel capitolo di cui sarà nominato sottopriore quando Diego stesso verrà chiamato al seggio episcopale d'Osma. Allora, Domenico avrà trentaquattro anni.
    Quanti altri, non meno ben nati, non meno studiosi ed eloquenti, sono morti priori d'Osma! Nondimeno, all'insaputa di tutti e senza dubbio all'insaputa di lui stesso, la grande opera, già concepita, gli fremeva nel cuore. Quel giovane canonico dai capelli biondi, dalle belle mani, dalla voce forte e dolce, che va a leggere sulle sponde dell'Ucero e risponde ai saluti con quella specie di tenera urbanità che i suoi figli hanno tanto amata, è l'Ordine dei Predicatori, non formato in un calcolo, astratto, ma nella piena effusione della vita. Qui tutto è puro, tutto è nuovo, tutto tende all'alto, come l'universale ascensione dell'alba. L'Ordine dei Predicatori, questa grande avidità di scienza, come pure questo grande desiderio di instaurarla in Cristo. L l'Ordine dei Predicatori, quella sacra impazienza che, nella sua piccola cella, ai piedi del crocefisso, fa ruggire Domenico come un leone (a gemitu cordis sui rugitus solebat emittere). E' l'Ordine dei Predicatori, il grido dell'apostolo il quale, in tempi di carestia, vende ciò che ha di più caro, i suoi libri: “Come potete studiare sopra pelli morte, mentre i vostri fratelli muoiono di fame?” A l'Ordine dei Predicatori infine, la sublime inquietudine dell'oscuro sottopriore il quale, nella piena fioritura della vita monastica, cerca invano una regola alla sua misura e non la trova. Così simile agli altri uomini e, agli occhi di Dio e dei suoi angeli, nuovo, creato espressamente, unico!
    E' povero, è solo, e il suo tempo è misurato: diciassette anni, duecentoquattro mesi! Inoltre, non sembra che abbia alcun piano, ignora sempre la sua strada. Però ha qualcosa di più d'un piano: il distacco fondamentale, la libertà interiore che attira senza dubbio lo Spirito dall'alto dell'aria, come un uccello incantato. E allora di improvviso un primo segno, del resto oscuro, gli viene dato. Il re di Castiglia invia Diego de Azevedo e Domenico in Danimarca perché vi negozino il matrimonio di suo figlio con una principessa di quel paese.
    Che alla fine di questo lungo viaggio i due ambasciatori abbiano saputo della morte della piccola principessa, questo senza dubbio importa ben poco. L'avventura, un pochino burlesca, ha un altro senso. Domenico è ancora sottopriore d'Osma, e già i suoi vincoli si sono spezzati. Egli ha attraversato molti paesi, ha veduto la grande angoscia della Chiesa, i monaci appartati nei loro conventi, i vescovi inerti o sospetti, persi nelle cause e nei cavilli, il clero mantenuto in una ignoranza abietta in mezzo a un popolo che il progresso materiale e la facilità crescente della vita affinano ogni giorno, le parrocchie trascurate, abbandonate dai loro pastori legittimi a vicari mercenari, la predicazione ridotta a zero, limitata alla recita domenicale del Credo e del Pater o affidata ad associazioni laiche senza dottrina, a oratori da fiera; il papato impotente, sommerso, tradito, costretto a impegnare le sue ultime truppe, la suprema riserva cistercense... E in questo disordine spaventoso, come lupi attraverso una città saccheggiata, gli apostoli d'una dottrina strana, venuta d'Oriente, e che fanno del diavolo l'uguale e il rivale di Dio.... Vedete il vecchio vescovo, sulla lunga strada monotona, a tante leghe dalla sua povera cattedrale, e che non può credere che il mondo sia tanto cattivo, menire la famosa voce di bronzo ancora sconosciuta grida nella campagna deserta la sua collera e la sua speranza! Ed eccoli d'improvviso, il giovane e il vecchio, sazi di tristezza, che prendono una risoluzione, così bella, così commovente, così simile ai grandi sogni della fanciullezza! Si affrettano, corrono a Roma, si gettano ai piedi del Santo Padre, e sollecitano umilmente il permesso di evangelizzare ì cumani. Che cosa sono i cumani? Sono pagani nomadi della lontana Dacia, di cui hanno sentito parlare in Danimarca, e così crudeli e astuti che faranno presto a ucciderli, loro poveri servitori di Dio...
    Innocenzo III, scrive il padre Petitot, era piccolo di statura, portava un berretto a punta, parlava con voce forte e brusca. Rimandò Diego nella sua diocesi.
    Ogni uomo predestinato, almeno una volta in vita sua, ha creduto di andare a fondo, di toccare il fondo. L'illusione che tutto viene a mancarci in una volta, questo sentimento di completo abbandono, è il segno divino che al contrario tutto comincia. E’ verosimile che il vecchio vescovo, il quale, del resto, morrà poco dopo, e il suo giovane compagno abbiano conosciuto sulla strada del ritorno qualche cosa di questa amarezza. Seguirono la valle della Loira, poi quella del Rodano, attraversarono Lione, Avignone, Nimes. Da per tutto si respira aria di tradimento. Signori grandi e piccoli, avidi di mettere le mani sui beni della Chiesa, vescovi infami, monaci assediati nelle loro fortezze, popolino oggi già beffardo, domani feroce, sguardi sornioni, mani nascoste, piazze di paese rumorose come alveari, improvvisamente mute quando passano... La piccola carovana camminava lentamente attraverso la burrasca prossima a scoppiare. Come dovevano ridere le ragazze al loro passaggio! Durante le ore del giorno (perché la notte era soltanto un grande rumore confuso) incrociavano a volte la scorta d'un ricco abate, furtiva, armata sino ai denti, come in paese nemico. E quando la polvere si era posata di nuovo, si vedeva spesso uno di quei càtari perfetti, a piedi nudi, a testa nuda, la capigliatura ancora molle dell'ultimo acquazzone, sordido e severo nel suo saio, e le madri in ginocchio che gli presentavano i loro pargoli... Giunsero così vicino a Montpellier, a Castelnau.
    Trovarono al castello una grande calca di uomini, di muli, di cavalli: erano i due cortei del potente abate di Citeaux, Arnald Amalric, e dei due legati del papa, Cháteauneuf e Raoul de Fontfroide, che li accolsero con onore. Sùbito il giorno successivo ebbe luogo una conferenza. I legati deplorarono amaramente il libertinaggio e la simonia dei preti, l'ambizione dei prelati, i loro intrighi coi signori, indegnità del vescovo di Narbona, l'insolente parzialità del conte di Tolosa e della sua nobiltà a favore dei rinnegati e dei ribelli. Con Amalric giudicarono che la ribellione sarebbe ben presto diventata generale, e che bisognava soffocarla nel sangue... poi domandarono onestamente il parere dei due forestieri. A quell'appello, come i due amici dovettero sentirsi saltare il cuore nel petto! Dichiararono insieme che bisognava congedare sull'istante scudieri, cavalli e muli, spogliarsi dei ricchi abiti, e andarsene a piedi per le strade, alla mercè di Dio, mendicando il pane giorno per giorno.
    E fu in tale equipaggio che Diego de Azevedo, Domenico, i monaci cistercensi e i legati risolsero di prendere la strada di Béziers. Il medioevo ha dato lo scandalo di moltissimi vizi, ma non è mai stato volgare.
    Ciò che bisogna ammirare in una proposta così audace, non è soltanto la generosità, ma la sua perfetta correttezza. Quando il mondo sfugge alla tirannia delle idee mediocri, cade preda delle idee audaci che diventano folli; infatti nulla è più raro del vero spirito pratico, nel quale san Tommaso vede, giustamente, un prolungamento dello spirito speculativo. Ma il pensiero di Domenico a questo punto si congiunge, senza saperlo, con quello dei grandi papi che, nella prima metà di questo secolo, getteranno nella mischia i predicatori e i mendicanti. I conventi erano rimasti quel che già erano nel colmo dell'anarchia feudale, asili e fortezze. Possono già esser paragonati a quei soldati armati cosi pesantemente che la leggera fanteria inglese distruggerà da lontano senza mai lasciarsi attaccare. Perché una tale rivoluzione fosse compiuta, vale a dire sanzionata da Roma, bisognava prima che san Francesco e san Domenico si sacrificassero, per dimostrare che era possibile. Infatti tale è la parte che Dio riserva ai suoi santi.
    Forse è lecito immaginare che sin da allora Domenico seguisse un suo piano. Ma come deve essere lontana la verità da questa pigra ipotesi! Se la santità svolge una storia, dovrà essere piuttosto come un succedersi senza ripetizione di momenti, ognuno dei quali è unico. L'opera non è matura, ma la carità è pronta, l'essere vivificato dallo Spirito ha già attinto al punto più alto della sua eccellenza. Nulla lo arresterà, e l'ostacolo, crollato in anticipo, non è più se non una guida o un punto di riferimento. La volontà del grande uomo ha sempre in sé una certa rigidezza. Come è libera, docile e pura, invece, quella del santo! Che cosa volete opporre di saldo, o quale trappola volete tendere colui il quale, a ogni istante, è sempre pronto dare tutto?
    In verità egli dà tutto. Il suo primo impulso è di gettarsi avanti. Questi magnifici eroi della speranza combattono sempre da disperati. La fortezza del signor Etienne, a Lervian, è un covo di rinnegati càtari, il più celebre dei quali è Thierry, antico decano del capitolo della cattedrale di Nevers. La piccola compagnia vi corre. Non bisogna credere che questi neo‑manichei fossero gente stupida: l'erudizione biblica di alcuni di loro era inaudita, e ne sapevano trarre un vantaggio prodigioso alleando destramente la loro causa, da una parte, al movimento democratico, più potente in quell'epoca che in qualsiasi altro momento della nostra storia.
    Lo schiudersi d'una eresia è del resto sempre un fenomeno assai misterioso. Quando nella Chiesa un vizio giunge a una certa maturazione, l'eresia germoglia da sé, getta sùbito i suoi mostruosi rami. Ha la sua radice nel corpo Mistico, è una deviazione, una perversione della sua vita stessa. L'eresia càtara è germogliata sull'ignoranza e sulla pigrizia del clero, come la valdese sulla sua avarizia e sulla sua lussuria. “ I vescovi ”, dirà solennemente il concilio del Laterano, “per via delle loro infermità, per non parlare della mancanza di scienza, la quale è assolutamente biasimevole e intollerabile, non sono più capaci di predicare la parola di Dio”. Se la carità di Domenico non ne avesse avuto il presentimento, l'esperienza glielo avrebbe insegnato durante il corso delle dure controversie che dovrà sostenere durante lunghi mesi a Lervian, a Béziers, a Carcassonne, a Tolosa, a Montréal.
    Le leggi della dialettica sono anche quelle dell'azione. Il vero dialettico sdegna gli errori parassiti e si porta di slancio al centro stesso del ragionamento nemico. In modo simile noi ve diamo Domenico, come un capo in guerra, cercare di venire a contatto con l’avversario non per saggiarlo, ma per batterlo. Certo, egli poteva trovare fra i càtari ipocriti da smascherare, ambiziosi da umiliare, ignoranti da confondere. Io lo vedo sprezzante di questi facili trionfi; e senza dubbio non ci pensa nemmeno. Ma siccome i migliori fra i “ perfetti ” si trovano a Fanjeaux, in mezzo a un popolo fanatico, egli corre a chiudersi là, con gran pericolo della vita. E appena ha riportato a Dio nove dame della piccola nobiltà, egli fonda con loro la casa di Prouille: la sua prima e umile conquista.
    Quasi sùbito il papa Innocenzo III chiamò il re di Francia, il duca di Borgogna, il conte di Sciampagna al soccorso della cristianità. Diciotto mesi dopo, Béziers cadde, poi Carcassonne. Per altri sei anni, la marea passa e ripassa sopra la misera terra. Quando si ritira, Prouille sta sempre in piedi, e Domenico, d'accordo col vescovo Foulques, s'è saldamente stabilito a Tolosa. Nondimeno, dopo dieci anni di predicazioni incessanti, il santo conta appena sei compagni. Più d'uno si sarebbe scoraggiato, o almeno avrebbe mostrato un po' di fretta per riprendere il tempo perduto: lui manda tranquillamente la sua piccola compagnia dal maestro Stavensby, il quale professa, a Tolosa stessa, l'apologetica e la teologia. Un tale sangue freddo fa riflettere.
    L'istituto dei “ missionari apostolici di Tolosa ” data dall'anno 1215. Domenico ha raggiunto l'età di quarantacinque anni, e morrà sei anni più tardi.
    Il destino dei grandi uomini è sottomesso alla legge comune: sembra che la loro fortuna abbia una sua giovinezza, una sua età matura, un suo declino. A Marengo, tutto va bene; a Waterloo, tutto va a rovescio. Ma la vita d'un santo ha un altro ritmo. Gli inizi sono lenti, spesso fastidiosi; le contraddizioni vengono dall'esterno, e sembra spesso che vengano dall'interno. Poi, quando l'opera ha trovato il suo misterioso equilibrio, viene come strappata da terra e prende il volo.
    Tutti gli storici di san Domenico consacrano allo studio dei suoi ultimi dieci anni più della metà delle loro pagine. Questo indugio forzato rischia di lasciare il lettore insensibile a uno slancio cosi prodigioso. La carta con la quale Innocenzo III prende sotto la sua immediata protezione il monastero di Prouille è dell'8 ottobre 1215. Domenico e Foulques si trovano allora a Roma. Nel gennaio 1215 ritroviamo il santo a Narbona, poi a Prouille. Una comunità di religiose è installata a Tolosa. Il progetto della prima regola è appena stabilito, che già spunta la innovazione più audace: la soppressione del lavoro manuale, che ha come corollario la rinuncia ai possessi territoriali. Il 28 agosto del medesimo anno, il maestro dei Predicatori prende possesso del priorato di San Romano, primo convento regolare dell'ordine. In dicembre, egli è di nuovo a Roma, dove ottiene dal successore d'Innocenzo, Onorio III, una approvazione solenne. Nella primavera del 1217 si trova di nuovo a Languedoc, e nonostante tutti i consigli, con una audacia inaudita, mentre la rivolta brontola nell'intera provincia. Egli sparpaglia i suoi frati, sette a Parigi, quattro a Madrid, e lui stesso torna a Roma con un solo compagno, per fondarvi quasi sùbito il convento di San Sisto. Ha già radunato una trentina di frati, ma, fedele alla sua stupefacente massima che “ il grano marcisce quando lo si accumula e fruttifica quando lo si semina ”, lancia una parte della sua truppa a Bologna, la cui università è rivale di quella di Parigi. Poi corre in Francia, dove viene a sapere la disastrosa morte di Simone di Montfort e la rovina della crociata. Le fondazioni di Prouille e di Tolosa sono in pericolo: bella occasione per prelevare, sugli effettivi ridotti, due frati, e siccome Lione è la capitale dell'eresia valdese, mandarli colà. Del resto non ha tempo per seguirli, poiché lui è già in Spagna, dove fonda, a Segovia, il convento di Santa Cruz; ripassa i Pirenei, si ferma a Prouille appena quanto basta per dare a ciascuna delle sue care figliole una bella posata 1 di ebano che ha gentilmente portata per loro nel suo zaino, e se ne va di volo a Parigi, prendendo con sé al passaggio frate Bertrand de Garrigue. Laggiù trova trentadue religiosi. Bastano per fondare, l'una dopo l'altra, le case di Reims, di Metz, di Orléans, di Poitiers, di Limoges; e parte cinque settimane dopo per l'Italia, dove arriva sempre a piedi, s'intende. Del resto ha molta fretta di finire, e si accusa ancora di essere troppo lento. Infatti s'è lasciato crescere la barba e si prepara a raggiungere finalmente, dopo tanto ritardo, quel leggendario paese dei cumani, senza dubbio in espiazione della sua pigrizia e per la remissione dei suoi peccati.
    Nel settembre del 1219 si trova a Bologna, dove la predicazione del suo figliolo Reginaldo, dice la cronaca, è scoppiata come la folgore. La comunità di San Nicola è in piena prosperità: vi si attendono prodigi dal discepolo preferito del maestro. Ragione sufficiente per mandarlo a Parigi. “ E' una cosa ben ammirevole ”, scrive il beato Giordano di Sassonia, “ vedere il servo di Dio sparpagliare i suoi frati con tanta sicurezza! ” L'apostolo incendiario ha contro di sé, un po' da per tutto, i decani, i cancellieri, gli arcidiaconi, i vescovi, ma ha dalla sua parte il papa. Intraprende la riforma delle monache romane, fonda la comunità di San Siro con l'aiuto di qualcuna delle sue figliole di Prouille, chiamate in fretta. Le lettere e le bolle pontificie si succedono senza interruzione, spezzando tutte le resistenze a Parigi, a Prouille, a Tolosa, a Madrid, a Roma stessa. Nel febbraio del 1220, il vescovo di Cracovia porta a Roma quattro dei suoi preti. Domenico ne fa quattro predicatori e, due mesi dopo, li lancia all'assalto della Polonia. Si spingono molto lontano verso Oriente, dalla parte dei Carpazi, quasi sino alla frontiera del paese cumano. Ah, il beato padre conta di raggiungerli ben presto! Ma avanti vuol tener il primo capitolo generale dell'Ordine... Oramai gli restano undici mesi da vivere.
    Con lo sguardo dell'anima, egli può contare i suoi sparsi conventi, già forti, rivali, senza dubbio domani, delle abbazie più antiche e più ricche. Tutti questi priori, qualcuno di schiatta illustre, istruiti nelle prime università del mondo, oratori celebri, teologi cosi sicuri che, per forza di cose e seguendo l'esempio del fondatore, si vedono da per tutto non soltanto predicare contro l'eresia, ma cercarne i promotori, convincerli e consegnarli al braccio secolare (tanto che i figli pieni di dolcezza dei sans‑culottes terroristi riuniranno nello stesso onorevole odio i Predicatori e l'Inquisizione), ricevono a centinaia pii legati e donazioni. Dove non giungerà oramai la potenza del nuovo ordine?... E' questo il momento scelto da Domenico per decidere di abbandonare i beni già acquisiti, domìni o decime, e far concludere dal suo primo capitolo generale una seconda e più solenne alleanza, questa volta indissolubile, con la Santissima Povertà. Egli strappa solennemente e simbolicamente le Chartes davanti ai padri capitolari riuniti. E siccome quella povera gente venuta da molto lontano, a prezzo di fatiche e stenti, potrebbe essere tentata di cedere a qualche debolezza lungo la strada del ritorno, egli decide di inserire nella regola il divieto di andare a cavallo e di portar danaro. Poi fa vendere all'asta cavalli e muli.
    Lascia Roma nel maggio del 1221, se ne va per sempre. Due volte la febbre lo ha atterrato di sorpresa senza ancora riuscire a strappargli il suo ultimo segreto, la umile morte che Dio prepara in lui, e che già brilla con dolcezza nel suo cuore, come la fedele piccola lampada del santuario prima dell'aprirsi del mattino. Dopo un supremo colloquio a Venezia con il cardinale Ugolino, suo amico, egli ritorna al convento di Bologna, con l'ultimo volo delle sue grandi ali infaticabili. Vi giunge morente.
    Le nostre agonie portano il segno del rimorso: testimoniano contro il passato, ne spezzano i vincoli, e, anticipando il giudizio ineffabile, denunciano in pieno la nostra onta. Ah! che il lenzuolo ricopra dopo un istante il corpo umiliato, vuoto, dove risplende, sola, l'Unzione! Ma la vita augusta del santo si lancia nell'agonia come in un abisso di luce e di soavità.
    Stendono un grosso sacco per terra, ed egli vi si corica sopra.
    Ecco l'uomo di cui certi forsennati vorranno fare un boia, e i meno fanatici una specie di ministro della polizia delle anime. Se egli li vede a quest'ora, con quello sguardo che già si tuffa nell'avvenire, il frate nero e bianco può bene alzare su di loro la sua grande mano dolce e dissolverli come una vampata di fumo! Lui, davanti al quale tutto si fa chiaro. non capisce nulla del loro odio, perché giustamente il loro odio non è nulla. Essi invocano contro di lui la scienza, ed egli l'ha amata più caramente di ciascuno di loro. La luce, ed egli sente che trabocca da lui. Il suo unico scrupolo, se ci fosse posto per uno scrupolo in un'anima cosi limpida, sarebbe piuttosto di aver troppo amato, troppo servito il primo rinascimento intellettuale, sino a sembrare di voler sacrificare allo studio quello stesso ufficio in coro che i suoi frati reciteranno oramai con una rapidità gioiosa, così diversa dalla tradizione benedettina. Il secolo si spaventava per una fonte di luce perduta, ritrovata a un tratto sotto le rovine del mondo antico, e, d'accordo con due ammirevoli pontefici, egli ha risollevato il suo secolo, l'ha mantenuto fremente nel fascio di luce che suo figlio Tommaso volgerà risolutamente verso la croce.
    Intorno al moribondo, che finisce di vuotarsi del suo sangue mistico, di tutta la sua divina carità, in una effusione di lacrime austere, l'ordine ronza come un alveare con le sue centinaia di frati che domani saranno migliaia, le sue cinque province di Francia, Spagna, Lombardia, Roma, Provenza, e i suoi cinquanta conventi. La cristianità occidentale è salva, non soltanto dagli oscuri fanatici, il cui barbaro zelo condannava, col matrimonio, la vita stessa, ma dall'Islam, dallo scisma greco e dai furori di Federico II. Si, così com’è, questo uomo qui sdraiato è uno dei più grandi della storia, ed entra nondimeno nella morte, come ha traversato la vita, con lo stesso slancio, senza esitazioni, con lo sguardo di fanciullo. A larghi passi regolari, con la povera bisaccia sulle spalle, le tasche vuote, egli ha percorso diversi reami, e ora che è coricato per terra, ha lasciato la sua bisaccia, ma ha conservato le sue grosse scarpe. E' pronto, se Dio lo suscita di nuovo. Non lascia nulla dietro a sé. I suoi figli bruceranno o dissemineranno le sue lettere; i libri annotati di suo pugno, il suo bastone da viaggio, i suoi abiti, la catena di ferro con cui su flagellava ogni notte con quel potente urlo la cui eco si ripercuoteva sino all'ultima cella dei frati che ascoltavano, atterriti. Dopo si avvolgeva tutto sanguinante nella sua cappa, e si stendeva sopra una panca o sopra un tavolo...
    Questa volta si è disteso per sempre. Né il ricordo dei suoi ímmensi lavori, o delle mortificazioni durissime, delle predicazioni o dei miracoli, distoglie un solo istante il suo cuore. Egli teme soltanto che i suoi figliuoli si lascino, dopo la sua morte, trascinare verso una vita troppo comoda, e quando sa che i suoi frati ingrandiscono il convento e alzano il soffitto delle celle, lo vedono prima rompere in lacrime, poi scoppiare in imprecazioni terribili, invocando la maledizione di Dio sopra chiunque introdurrà l'uso della proprietà temporale nel suo ordine.
    L'hanno trasportato sopra una collina dove l'aria è pura; ma egli teme che conservino lì il suo corpo. “ Dio non voglia ch'io venga sepolto altrove se non sotto i vostri piedi! ” Lo riportano sopra una lettiga fino al convento di San Nicola. Lo stendono per terra tutto sudato. Stefano di Spagna li segue con uno straccio di tela.
    Ventura di Cremona ascolta la sua confessione generale. Quel debole soffio che il frate si sente passare sulla faccia è ormai tutto quanto resta della grande voce che sollevava tutta Roma, ed è anche la medesima voce che, nel ritiro della notte, chiamava Dio tante volte con un grido straziante, che ruggiva per gli infedeli, gli eretici, gli ebrei, e nell'ammirevole delirio d'una carità universale, che andava sino a voler far violenza alla stessa giustizia del Padre, pregava per i dannati (ad in infernos damnatos extendebat caritatem suam).
    I fratelli sono adunati per raccogliere, se è possibile, qualche cosa della parola che si sta spegnendo. Domenico fa segno con la mano, essi si avvicinano. Dall'umile gesto del santo, capiscono che ha qualche riconoscimento pubblico da fare, e che pesa gravemente sul suo cuore. Colui che è parso al papa Innocenzo III in sogno portando la chiesa del Laterano sulle spalle, consigliere dei pontefici, consigliere dei principi, arbitro di tanti destini, maestro e legislatore di tante coscienze, scopre forse con sgomento, in quell'istante solenne, il carattere astratto, quasi terribile, della sua vocazione dottrinale? Quale scrupolo lo tormenta?
    Egli alza sopra i fratelli i suoi occhi celesti, il suo sguardo intatto. “ Mi accuso ”, dice il maestro dei Predicatori, “ di aver sempre preferito, a quella delle vecchie, la conversazione delle donne giovani. ”
    L'ordine di mio figlio Domenico è un delizioso giardino, immenso, gioioso e profumato ”, disse un giorno Nostro Signore a santa Caterina, che lo riferisce.
    GEORGE BERNANOS


    San Domenico Guzman

  8. #8
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    FILIPPINI

    La Confederazione dell'Oratorio di san Filippo Neri riunisce le Congregazioni che, a partire dalla prima - fondata in Roma dal Santo e canonicamente eretta nel 1575 da Papa Gregorio XIII con la Bolla "Copiosus in misericordia Deus" - sono state erette, lungo i secoli, dalla Sede Apostolica "ad instar Congregationis Oratorii de Urbe".
    Tali Congregazioni - che hanno raggiunto in varie Nazioni, nel corso di secoli, il numero di circa trecento - vissero in totale autonomia (legate tra loro da soli vincoli spirituali e dal testo delle comuni Constitutiones, approvate da Papa Paolo V nel 1612) fino a quando, in tempi recenti, la Sede Apostolica istituì un legame giuridico che, pur nella originaria autonomia delle Case "sui juris", unisse in modo più organico le Comunità.
    Il primo passo ufficiale verso quello che sarà l' "Institutum Oratorii S. Philippi Nerii" fu compiuto dal Decreto della Sacra Congregazione dei Religiosi, ex Audientia SS.mi D.N.Pii PP.XI del 21 marzo 1933, che istituiva la Visitatio Generalis Oratorii e nominava il claretiano P. Arcadio Maria Larraona Visitatore Apostolico, mentre iniziava, contemporaneamente, a svolgere le sue funzioni a Roma la Procura Generalis, primo titolare della quale fu nominato "ad interim" il P. Carlo Naldi, d.O. di Firenze.
    Queste nuove istituzioni furono la risposta alle esigenze storiche già emerse negli ultimi decenni del secolo XIX, quando le Congregazioni, falcidiate prima dalla politica napoleonica in Europa e poi dalle leggi eversive dell'Italia risorgimentale, vennero a trovarsi ridotte di numero e in grave difficoltà di sopravvivenza.
    Lavorarono al progetto, fin dagli ultimi anni del 1800, in unità di intenti e nobile amore per l'Oratorio, particolarmente il servo di Dio Padre Giovanni Battista Arista, dell'Oratorio di Acireale, poi vescovo della medesima Diocesi, ed il servo di Dio Padre Giulio Castelli, già dell'Oratorio di Torino e fondatore della Congregazione di Cava de' Tirreni. Li sostennero nell'intento il Sommo Pontefice Leone XIII, molto legato all'Oratorio fin dai tempi del suo episcopato in Perugia, e il Papa S. Pio X, che, primo fra i Vescovi italiani, mentre era ancora Patriarca di Venezia, dichiarò il suo plauso all'unione morale delle Congregazioni. Non mancò loro l'appoggio convinto di alcuni Oratoriani - tra i quali, in primo luogo, il Cardinale Alfonso Capecelatro, dell'Oratorio di Napoli, allora Arcivescovo di Capua e Bibliotecario di S. Romana Chiesa - ma non fu parimenti assente l'avversione di altri Oratoriani che faticavano a comprendere l'iniziativa temendo la perdita della caratteristica autonomia delle singole Congregazioni.
    Si giunse, tra difficoltà e notevole mole di lavoro, all'aggiornamento del testo delle Costituzioni e alla formulazione degli Statuti Generali approvati dal Congresso Generale oratoriano del 1942 e ratificati, ad experimentum, dal Decreto della S. Congregazione dei Religiosi ex Audientia SS.mi D.N. Pii PP.XII, il 12 aprile del 1943, nell'attesa che un nuovo Congresso Generale, da celebrare dopo il termine del conflitto mondiale, li approvasse in forma definitiva.
    Il Congresso Generale del 1948, accogliendo le risoluzioni del precedente Congresso, sancì definitivamente la nascita dell'Institutum Oratorii S. Philippi Nerii, ed attuò le prime elezioni dei titolari degli Organi Centrali: P. Edward Griffith, d.O. di Londra, fu eletto Procuratore Generale; parimenti si elesse il Postulatore Generale ed i membri della Deputazione Permanente, mentre continuò l'ufficio di Visitatore Apostolico il P. Arcadio M. Larraona, sostituito nel 1951 da P. Enrico di S. Teresa, O.C.D., poi Vescovo di Anagni-Alatri, quando altri incarichi presso la Santa Sede non gli permisero di continuare nella sua funzione presso l'Oratorio.
    Il Congresso Generale del 1958 accolse la decisione con cui la Santa Sede, con decreto del 24 settembre, chiudeva la Visita Apostolica e riformulava l'ufficio del Visitatore - denominato "Visitator seu Delegatus Sedis Apostolicae pro Congregationibus et Officiis Generalibus Instituti Oratorii S. Philippi Nerii" - affidandone al Congresso Generale l'elezione e riservandosene la nomina.
    Da quel momento il Visitatore fu scelto all'interno dell'Oratorio, e risultò eletto P. Edward Griffith che, nei dieci anni di indefesso lavoro compiuto al servizio della nuova istituzione, aveva dato ottima prova di capacità e di amore all'Oratorio ed alla sua tradizione. Morto prematuramente l'anno seguente, fu sostituito da P. Ugo Oggè, d.O. di Mondovì. Procuratore Generale fu eletto dal Congresso P. John Nedley, d.O. di Rock Hill.


    San Filippo Neri

  9. #9
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    FRANCESCANI

    I Francescani
    Il primo Ordine Francesano nasce nel 1208, con quei pochi compagni che si affiancano a Francesco, ma che nel 1219 saranno già oltre cinquemilla frati. La diversità nella foggia dell' abito e le piccole varianti nella denominazione, che lasciano spesso perplessi coloro che non conoscono le vicende interne dell'Ordine, contraddistinguono solo le famiglie nelle quali lungo i secoli è venuto a frazionarsi l'unico Prim'Ordine Francescano. A scanso quindi di confusione, giova ripetere che l'Ordine Francescano si suddive nelle tre famiglie pienamente autonome e indipendenti dei Frati Minori Conventuali (OFMConv.); Frati Minori (OFM), già Osservanti, Riformati, Alcantarini e Recolletti; Frati Minori Cappuccini (OFMCap.). Oviamente i membri di queste famiglie sono tutti e a ugual titolo figli e seguaci di S. Francesco, o se si vuole, più semplicemente: Francescani.

    I Frati Minori Conventuali (OFMConv.)
    Anche se i Frati Minori (OFM) e i Cappuccini (OFMCap.) oggi si surclassano per numero e per diffusione, storicamente i Conventuali rappresentano il tronco originario dell'Ordine Francescano, che rimasse uno ed unico finche il germoglio, che ebbe in Paoluccio Trinci il suo iniziatore, non diventò grande famiglia, pervenuta prima ad una larga autonomia, poi all completa indipendenza.
    E' vero che Innocenzo IV fin dal 5 Aprile 1250 e successivamente il 21 Agosto 1252, a tutela della loro contrastata ma efficace attività pastorale, aveva dichiarate conventuali, cioè con le prerogative delle collegiate, le chiese dei Francescani, tuttavia i Francescani officiatori di tali chiese, a testimonianza di tutta la documentazione ufficiale e non, continuarono ad essere detti Frati Minori, fino a quando la necessaria distinzione dall'affermata nuova famiglia dei "Frati Minori Osservanti o Della Regolare Osservanza", impose la prassi di chiamare "Frati Minori Conventuali" la famiglia primigenia o "Comunità", dalla quale, al dir dello stesso Wadding, la riforma... ebbe umile ma stabile inizio.
    L'Ordine fondato da Francesco non sacerdote, ma solo diacnono da un'iniziale preponderanza di fratelli non sacerdoti, nei primi decenni susseguenti la morte del Santo si trasforma rapidamente in un Ordine dotto e clericale. Il piccolo drappello del primo Duecento, all fine del secolo era salito a qualche decina di migliaia di religiosi: un vero esercito, una forza straordinaria la cui portata non sfuggì alla Chiesa, che se ne servì in tutti i settori della sua molteplice attività: pastorale, missionaria, diplomatica, sulle cattedre vescovile e su quelle universitarie.
    Piccoli gruppi continuarono a vivere isolati nei romitori come ai tempi eroici di Francesco, ma alquanto avulsi dalla vita e dall'evoluzione dell'Ordine, mentre la grande massa dei religiosi, detti anche "della Comunità", era penetrata nelle città, che offrivano più vasto campo al ministero della predicazione e delle confessioni. Questo però comportava la costruzione di conventi e grandi chiese, fra le quali, dopo la Basilica di Assisi, ricorderemo il Santo di Padova, i Frari di Venezia, Santa Croce di Firenze, le Basiliche dedicate a S. Francesco a Bologna, Ferrara, Piacenza, Parma, Arezzo, Siena, Pisa, Palermo, Viterbo, S. Lorenzo di Napoli e Vicenza, le grandi chiese francescane di Friburgo, Cracovia, Colonia, Würzburg, Praga, ... e moltissime altre.
    Anche l'istituzione degli studi, dopo quelli famosi di Parigi e di Oxford, prescritti a tutte le province dal capitolo di Parigi del 1292, imporranno all'Ordine attività non previste nei primi tempi e sconosciute alla vita del romitorio. Ma questi nuovi impegni pastorali, di organizzazione interna e di sviluppo degli insediamenti incontrano subito notevoli difficoltà nell'osservanza dell'assoluta povertà richiesta dalla regola. Dato però che l'interesse della Chiesa esigeva ed apprezzava grandemente queste opere di apostolato, i papi, con ripetuti interventi, dichiarazioni, mitigazioni e favori, agevolarono quanto possibile l'osservanza della povertà, senza che l'Ordine venisse meno ai nuovi compiti imposti o richiesti.
    Anche se sul piano giuridico quegli interventi pontifici avevano tutti i carismi canonici, di fatto suscitarono crescenti recriminazioni in alcuni gruppi di "zelanti-spirituali", che tenacemente chierati per un'osservanza assoluta della regola senza interpretazioni pontificie, sordi all saggia moderazione di S. Bonaventura, dopo aver accusato l'intero Ordine di rilassatezza al Concilio di Vienna (1311.12), finirono per negare al Papa lo stesso diritto d'interpretazione della regola, finendo poi condannati come eretici, come il nome di fraticelli dal Papa Giovanni XXII (1317-18).
    Come già anticipato e come ancora diremo, la vera "umile e stabile riforma" si avrà nel 1368 con il beato Paoluccio Trinci, l'iniziatore dei Frati Minori Osservanti o della Regolare Osservanza, che in grazia di uno straordinario sviluppo, di contigenze storiche e di virgulti minori, raggiunta la piena indipendenza nel 1517, diventerà la famiglia più numerosa del prim'Ordine Francescano.
    La famiglia Conventuale però si mantenne ben salda alla tomba di S. Francesco e all sua basilica in Assisi, alla tomba di S. Antonio e alla sua basilica in Padova, nelle grandi chiese dei primi secoli e nie conventi adiacente, ove solitamente erano erette le case di studio dell'Ordine: chiese, conventi, e studi che costituivano una delle cause dirompenti e inconciliabili della divisione in atto. Inoltre - è bene dirlo - ai Conventuali di Assisi sono rimasti da sempre l'originale della regola, i primi testi e i più antiche documenti del francescanesimo.
    La famiglia Osservante fu approvata e ottenne una certa independenza dal Concilio di Costanza del 1415. Tale autonomia, ampliata da Eugenio IV negli anni 1431 e 1446, con il solo legame dell'unico Ministro Generale, divenne piena e definitiva con la bolla Ite vos (29 Maggio 1717) di Leone X, che concedeva agli Osservanti un proprio Ministro Generale e propri Provinciali; inoltre, per privilegio apostolico, veniva concesso loro il primato giuridico nell'Ordine.
    Da questo momento la storia delle due famiglie segue percorsi paralleli, ma in totale indipendenza. La regola è per tutti quella di S. Francesco, ma le singole famiglie hanno propri superiori in pienezza d'autorità e di giurisdizione, si governano con proprie costituzioni e propri ordinamenti.
    Pur diminuiti di numero e di conventi, dopo la divisione del 1517, I Francescani Conventuali, sempre titolari delle 34 antiche Provincie dell'Ordine, contavano ancora oltre 20,000 religiosi in 1200 conventi, impegnati nel servizio della Chiesa, dediti alle attività pastorali e all'apostolato scientifico.
    Con il Protestantesimo persero fiorenti province nel Nord Europa e nella Francia, subendo anche l'espulsione totale dalla Spagna e dal Portogallo (1567). Nonostante queste perdite dolorose, i Conventuali, fra i quali erano particolarmente in auge gli studi, parteciparono alle varie fasi del Concilio di Trento con 91 Padri e Teologi, "quanti nessun altro Ordine ve ne aveva inviati". Sul finire del secolo i Conventuali diedero alla Chiesa uno dei più grandi papi nella persona di Sisto V, il quale, nonostante la brevità del pontificato, ha segnato profondamente la storia della Chiesa e di Roma per la sua volontà indomita e realizzatrice. L'ultimo papa francescano e Conventuale fu Clemente XIV (1769-74), che al momento della sua elezione era l'unico appartenente ad un Ordine religioso fra i membri del collegio cardinalizio.
    Dopo la primavera dei primi secoli, per i Conventuali, il Settecento fu un secolo di grande vitalità. Ma sul finir del secolo e per gran parte di quello seguente, su di loro, come su tutti gli Ordine religiosi venivano secolarizzati e dispersi, erano interamente spogliati delle loro chiese e die loro conventi spaziosi, la cui centralità li rese particolarmente appetibili e funzionali ai nuovi usi di caserme, ospedali, scuole, ricoveri, carceri, uffici amministrativi o di pubblica utilità, di cui nuovi governanti avevano estrema necessità.
    Da queste prove terribili i Francescani Conventuali uscirono stremati e, sul finire dell'Ottocento, esattamente nel 1893, erano ridotti a 1481 religiosi, dai quali tuttiavia iniziò una lenta, faticosa e providenziale ripresa, che non ha conosciuto soste fino ad oggi.

    I Frati Minori Conventuali oggi
    Per una loro conoscenza aggiornata e sincera aggiungiamo che attualmente, anche se non molto numerosi, sono presenti in quasi tutto il mondo. (*31 Dicembre 2001, 4563 religiosi)
    L'Ordine è impegnato al servizio della Chiesa nella varie mansioni di apostolato che gli sono assegnato e che sono istitizionalmente espressione del suo essere nella Chiesa stessa, specialmente sul fronte delle attività missionarie. Numerose chiese e 19 basiliche, le più antiche dell'Ordine, sono il campo di azione ove svolgono quotidiamente un'intensa attività liturgica e pastorale. Il convento centrale ove riesede e opera il Generale dell'Ordine e gli organi direttivi è a Roma presso la basilica dei Santi Apostoli, ricevuta da Pio II nel 1463, dopo che Eugenio IV, nel 1445, li aveva privati della loro prima sede presso S. Maria di Aracoeli, che volle passata ai Frati Minori Osservanti. Ma il cuore dell'Ordine è la basilica di S. Francesco in Assisi e l'annesso Sacro Convento, dichiarati pontifici e "Caput et Mater" dell'Ordine Francescano da Gregorio IX nell'Aprile del 1230, ancor prima che dalla chiesetta di S. Giorgio vi fosse trasferito il corpo venerato di S. Francesco.


    San Francesco d'Assisi

  10. #10
    Cattolico Resiliente
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
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    Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! (Dante: Paradiso Canto V)
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    MARISTI

    Vita di Marcellino
    Dal "diario" di Marcellino
    Il mio primo giorno di scuola
    Una chiamata imprevista: Dio mi vuole sacerdote
    Un'esperienza decisiva: l'incontro con il giovane Montagne
    Il mio segreto: amare Maria
    Nasce l'Hermitage
    La mia vita volge al termine...
    --------------------------------------------------------------------------------
    Se Marcellino potesse raccontare la sua vita...
    Sono nato il 20 maggio 1789. Praticamente insieme alla Rivoluzione francese. Mi facevano compagnia gli animali del bosco e della campagna. L'azzurro del cielo, il verde dei prati e degli alberi si mescolavano con i colori variopinti dei fiori. Quando, ed ero ancora bambino, chiesi a mia zia suora che cosa fosse questa "rivoluzione", lei mi rispose che era "una gran brutta bestia". Io ero il penultimo della serie. Fui battezzato il giorno dopo la mia nascita e mi diedero il nome di Marcellino Giuseppe Benedetto. Mia mamma, Maria Teresa Chirat, aveva posto in me molte speranze. Insieme con mia zia suora si occupò in modo speciale di guidarmi nel cammino del bene. Mio padre, Giambattista, era molto stimato nel paese, come un uomo giusto e saggio. Per questo, al momento della Rivoluzione, lo elessero come rappresentante del popolo, sicuri che i cambiamenti si sarebbero realizzati in maniera tranquilla.
    Da mio padre ho imparato tutto sulla vita dei campi, degli animali, sul lavoro del mulino e tanti altri piccoli segreti che mi aiutarono ad affrontare con fiducia il mio avvenire.
    indice della biografia di Marcellino

    Il primo giorno di scuola
    Durante la Rivoluzione le scuole rimasero per molto tempo chiuse. Quando venne riaperta nel mio paese era logico che il figlio del Sindaco, cioé il sottoscritto, la frequentasse... Il maestro non mi ispirava molta fiducia, era un tipo molto sbrigativo. Io me ne stavo timido timido nel mio banco. Un giorno mi chiamò per leggere davanti a tutti, ma un mio amico si alzò prima di me e si recò alla cattedra. Quando il maestro si accorse del piccolo imbroglio si arrabbiò e tirò uno scapaccione a quel povero bambino. Ci rimasi così male che, appena arrivato a casa, dissi ai miei: "Io a scuola non ci torno più!" Si accorsero che non era un capriccio. Da allora occupai il mio tempo libero ad aiutare mio padre nei campi e a macinare il grano al mulino.
    indice della biografia di Marcellino

    Una chiamata imprevista: Dio mi vuole sacerdote
    Un giorno passò a casa mia un sacerdote. Domandò ai miei genitori se qualcuno dei loro figli desiderasse studiare il latino per diventare anch'egli sacerdote. Tutti i miei fratelli risposero di no. Allora il sacerdote mi prese in disparte, mi parlò a lungo e poi, accortosi della mia semplicità e della mia franchezza, mi disse:
    "Figlio mio, tu devi diventare sacerdote."
    Quelle parole mi rimasero in mente, ci pensari su, ne parlai con i miei. Alla fine decisi: "Se Dio lo vuole sarò sacerdote, costi quel che costi".
    Avevo ormai quindici anni e sapevo appena leggere e scrivere. Uno zio, al quale ero stato affidato per un anno perché mi aiutasse ad affrontare gli studi del seminario, aveva esclamato alla fine che era stato tutto tempo perso. Ma avevo una grande fiducia nel Signore e a lui confidavo tutte le mie difficoltà.
    Gli anni del seminario non furono certo facili; ero più grande dei miei compagni, facevo fatica, il primo anno la scuola non andò molto bene, ma...con l'aiuto di Maria, di amici entusiasti e con tutto l'impegno di cui ero capace, superari tutti gli ostacoli.
    Finalmente il 22 luglio 1816 fui ordinato sacerdote.
    Vengo inviato come viceparroco in una parrocchia di montagna, a Lavalla. Un inizio difficile, senza comodità. Per fortuna ero abituato alla vita dura e camminare non mi spaventava, ma certo che non furono facili quegli otto anni trascorsi in parrocchia. Grazie al Signore, nessuna persona è morta senza che io sia giunto in tempo per prepararla a riconciliarsi con Dio. Soprattutto mi stavano a cuore i ragazzi, praticamente sbandati.
    indice della biografia di Marcellino

    Un'esperienza decisiva
    Non dimenticherò mai quell'esperienza, che cambiò la mia vita. Mi chiamarono perché un ragazzo stava morendo. Quando arrivo mi trovo davanti a un ragazzo di 17 anni che stava morendo senza aver mai sentito parlare di Dio. Capisco allora che è giunto il momento di dar vita ad un progetto coltivato da tempo: ci vogliono delle persone a tempo pieno, dei Fratelli per istruire i ragazzi e insegnare loro il catechismo. Il 2 gennaio 1817, con due ragazzi che si dimostrano disponibili, inizia l'avventura dei Fratelli Maristi.

    Il mio segreto: amare Maria
    Ai miei Fratelli diedi il nome di "Piccoli Fratelli di Maria" o "Fratelli Maristi", perché si ricordassero sempre che erano stati chiamati a fare l'opera di Maria e non la loro. Maria l'ho sempre sentita accanto nella mia vita, fin da quando, sulle braccia di mia madre e di mia zia Luisa, imparai a rivolgermi a lei con fiducia, in ogni circostanza.
    Ne ho fatto l'esperienza più volte nella mia vita, in particolare nel febbraio del 1823.
    Quella volta, in mezzo alla neve, le cose si stavano veramente mettendo male. Ero sulla via del ritorno insieme al Fr. Stanislao che era stremato e anch'io ero molto stanco. Ad un certo punto non troviamo più la strada. Il buio scende in fretta d'inverno. Ci siamo persi! E il freddo aumenta. Non sappiamo più cosa fare. Ci mettiamo allora a pregare Maria e dopo un po' scorgo una luce. Strano, poco prima non c'era, avevo guardato e riguardato bene, ne ero sicuro. Mi dirigo verso la luce di quella che poi vedo essere una stalla... siamo salvi.

    Nasce l'Hermitage
    Maria ci benediceva in mille modi, i Fratelli erano molto richiesti nei paesi e nelle frazioni dove non esisteva la scuola e diversi giovani venivano a bussare per essere accolti nella Società di Maria. Con alcuni Fratelli scegliemmo il terreno lungo la valle del fiume Gier. Con la nuova costruzione avevamo a disposizione un ambiente molto più adatto per la preparazione dei Fratelli. Nello stesso tempo potevamo accogliere tutti quelli che desideravano fare esperienza della nostra vita.
    Erano trascorsi appena sette anni dall'inizio e i Fratelli svolgevano la loro attività già in dieci scuole. Trascorrevo molto del mio tempo a visitare i Fratelli: mi piaceva incontrarli, ascoltare le loro esperienze e sostenerli nelle difficoltà. Ero particolarmente contento quando potevo recarmi in classe e trascorrere alcune ore insieme ai ragazzi. In tal caso non mancavo di chiedere notizie ai Fratelli ed era per me una grande gioia rispondere alle loro lettere.

    La mia vita volge al termine
    Ed eccoci arrivati al termine della mia storia. Ero comunque perfettamente tranquillo e sereno, perché convinto di lasciare in buone mani l'Opera di Maria che sarebbe diventata anche più florida dopo la mia morte. Non altrettanto sicuri erano i miei Fratelli e ce ne volle per convincerli a non preoccuparsi, perché il loro avvenire era nelle mani di Maria e del Signore.
    Così, pochi giorni prima di morire li radunai tutti per leggere loro il mio testamento:
    Che si possa dire dei Piccoli Fratelli di Maria, come dei primi cristiani: "Vedete come si amano...!".
    E' il più ardente desiderio del mio cuore in questi ultimi istanti di vita. Sì, Fratelli carissimi, ascoltate le ultime parole del vostro Padre: sono quelle del nostro amato Salvatore: "Amatevi gli uni gli altri".
    Scritto a Notre Dame de l'Hermitage, il 18 maggio 1840
    Il 6 giugno 1840, alla morte di Marcellino Champagnat, i fratelli maristi erano già 280 e nelle quasi 50 scuole che gestivano erano presenti oltre 7000 alunni.
    Oggi, dopo 2 secoli, i Maristi sono circa 5000, sono presenti in 70 nazioni di tutto il mondo e nelle loro diverse opere, scuole, centri, missioni, università… portano l'istruzione e il vangelo a migliaia di ragazzi.
    Il sogno di Marcellino è ancora vivo ed attuale.


    Padre Marcellino Champagnat

 

 
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