Col passare del tempo i fautori della pax cosmopolita, i sostenitori del nuovo ordine globalizzato hanno agito in maniera sotterranea per indebolire lo stato nazionale, reo di rappresentare l’ultimo ostacolo frapposto al trionfo definitivo del processo mondialista.
In questa ottica va inquadrata l’azione demolitrice che la tecnocrazia apatrida di Bruxelles, legata a filo doppio con i grandi potentati economici d’oltreoceano ha svolto contro i governi delle nazioni europee. Nel corso degli anni in maniera inesorabile le prerogative del Moloch europeo si sono estese ad ambiti sempre più numerosi, erodendo la secolare e indiscussa sovranità nazionale. In tal senso da semplici politiche economiche legate alla creazione di un mercato unico, la burocrazia europea ha esteso il suo controllo alla sfera sociale, all’ambiente, alla protezione del consumatore, alle condizioni di lavoro, alle politiche di trasporto,alle telecomunicazioni alle politiche energetiche, all’agricoltura, alle politiche regionali, alla ricerca, alla politica estera, alla giustizia e affari interni, alla cultura, alla scuola e alla difesa.
Ovviamente il tutto è avvenuto alle spalle dell’opinione pubblica, invocando i sacri principi dell’economia, affermando che l’interdipendenza economica determinava di per sé la crisi dello stato nazionale e l’esigenza della creazione di un’entità sopranazionale. Questo processo di svuotamento della sovranità nazionale nasceva da una presunta incompatibilità strutturale tra il sistema degli stati nazionali e il globale interesse dello sviluppo dell’economia e della democrazia globale.
Tuttavia, oggi nel settembre del 2003 il paradigma del governo mondiale e della democrazia cosmopolita si sta lentamente sfaldando. In altre parole il processo di creazione di un unico stato sopranazionale è sempre più messo in discussione dall’acutizzarsi delle contraddizioni che la stessa globalizzazione finisce per scatenare nell’occidente capitalistico e nelle periferie del terzo mondo. Quella che loro chiamano interdipendenza economica genera sul piano internazionale instabilità globale, diseguaglianza tra popoli, scontro tra culture e religioni. La fine della politica dei blocchi contrapposti e la nuova politica di protagonismo unilateralista di Washington determina a sua volta il riaffiorare delle vecchie cancellerie nazionali desiderose di riacquisire influenza in politica estera.
Sul piano interno i tre perni del processo mondialista (turbocapitalismo, mescolazionismo, omologazione culturale) determinano tensioni sociali, squilibri che portano l’opinione pubblica a richiedere un sempre maggiore intervento riequilibratore da parte del governo nazionale.
Siamo ormai di fronte alla crisi della falsa convinzione che la creazione di una federazione universale, di una pax Kantiana, sia l’ultimo e inevitabile stadio della storia dell’umanità. L’eurofederalismo, la concentrazione dei poteri a livello centrale di Bruxelles, la creazione di una molteplicità di organismi sovranazionali che avranno giurisdizione internazionale sui processi governativi (consiglio d’Europa, Ocse, Beers, WTO) appaiono in tutta la loro nuda faziosità: progetti finanziati e spinti da ristrette oligarchie di uomini inebriati dai loro deliranti sogni di dominio mondiale.
Torna di contro la volontà di pensare la nazione, di raccogliere e integrare la comunità nazionale, di trovare il senso del nostro essere nella storia, il nostro senso della terra, la nostra dimensione di uomini figli e protagonisti di un grande e stupendo sogno: la nazione.
Italia, gioventù, rivoluzione




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