da www.rivistaindipendenza.org
Centrosinistra e Rifondazione Comunista.
Prove tecniche di alleanza: nuove formule, stessa musica
«Il mio primo provvedimento al governo sarebbe l’aumento dei salari, degli stipendi e delle pensioni. Bisogna dare un segnale di inversione, di giustizia sociale e di mobilitazione di risorse». Questa la ‘sparata’ del segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, intervistato dal Corriere della Sera del 29 agosto. Bertinotti propone in sostanza un aumento a fini sociali della spesa pubblica (politica impropriamente detta “keynesiana”), ma sorvola sul perché della mancanza a tutto campo di fondi da investire –dalla prevenzione ambientale alle stesse infrastrutture e “ricerca e sviluppo”– anche solo in funzione di rilancio capitalistico. Un perché che va ricercato nei vincoli di politica estera (oneri coloniali in appoggio dell’imperialismo statunitense, patto di stabilità europeo, ecc.) che si riverberano sulle scelte di politica interna, e che si traducono in ristagno economico e malessere sociale.
A chiudere il cerchio sui pretesi “segnali di giustizia” di cui intenderebbe farsi portatore il segretario di Rifondazione, i suoi propositi politicistici. Nell’intervista su citata Bertinotti apre, pur con qualche se e qualche ma, ad un’alleanza con il centrosinistra: «Nel ’96 Prodi ebbe l’intuizione del pullman. Ora ci vuole un treno (..) sono disposto a salire su questo treno se c’è una molteplicità di soggetti, con la loro esperienza concreta (..)». Una linea su cui Bertinotti proprio il giugno scorso ha ottenuto il via libera da parte del Comitato politico nazionale di Rifondazione, che ha approvato a larghissima maggioranza un proprio documento volto alla “costruzione dell'alternativa al governo delle destre”. La “molteplicità di soggetti” di cui parla Bertinotti sarebbero i cosiddetti movimenti, declassati a paravento politico del tatticismo bertinottiano dopo che Rifondazione, traverso ampie aperture e rapporti privilegiati, contava prevalentemente su di essi per guadagnare consensi elettorali. Tale politica non avrebbe però riscosso gli attesi benefici in termini di voti: circostanza che avrebbe messo in fibrillazione un partito già in crisi, e che sarebbe alla base della svolta di Bertinotti, definitivamente tesa alla contrattazione diretta di spazi di gestione con gli apparati politici del centrosinistra. Una svolta che si è esplicata negli accordi elettorali per le amministrative 2003 con l’Ulivo e la lista di Di Pietro, nella riapertura del dialogo con personaggi come Rutelli e D’Alema (cfr. intervista a Liberazione), nonché nell’intervista rilasciata a Il Messaggero del 27 maggio. In essa Bertinotti affermava che, grazie ai movimenti, «il centrosinistra è cambiato», rimuovendo completamente il significato di recenti e significativi atti dell’Ulivo come l’astensione al referendum sull’estensione dell’articolo 18 e l'astensione bipartisan, di fatto non contraria all'invio, a fini "umanitari", di truppe in Iraq.
A spazzare via ogni illusione su qualsiasi velleità “keynesiana” di Bertinotti, basta poi sentire le ripetute dichiarazioni di esponenti di spicco dei Democratici di Sinistra (DS), della Margherita, ecc., che non lasciano dubbi su quella che sarà la rotta governativa di un eventuale futuro governo di centrosinistra.
Ascoltiamo le dichiarazioni dell’esponente dei DS, Bersani (intervista al Corriere della Sera del 29 agosto), vero maitre à penser (non solo ‘estivo’) diessino: «Le priorità sono assolutamente due: la riforma del Welfare nel suo complesso e quella del mercato regolato, cioè le liberalizzazioni». Su cosa intenda per “riformare il Welfare”, Bersani dichiara che per «le pensioni la priorità assoluta è la tutela dei giovani», un’affermazione non circostanziata ma che inquieta, visto che il richiamo a categorie di tipo generazionale “vecchi”/”giovani” è stata più volte usata come giustificativa di misure neoliberiste a danno, a ben vedere, degli uni e degli altri. Nel prosieguo Bersani afferma che «altre cose su cui si può discutere sono la partenza del pilastro integrativo con il versamento del Tfr, non obbligatorio ma molto convincente, e l’estensione del contributivo», misure che comunque si ripercuoteranno drasticamente anche sugli importi futuri delle pensioni dei giovani: altro che “aumento delle pensioni”. Ma non finirebbe qui. Con toni inquietanti Bersani afferma di «non escludere misure più severe. Ma non le dico». Pollice alzato pure per il ripristino delle agevolazioni fiscali Dit (Dual income Tax), in precedenza introdotte dall’Ulivo, che hanno prodotto consistenti “regalìe” fiscali per le grandi imprese.
Sulla stessa lunghezza d’onda le dichiarazioni di Treu, senatore della Margherita, ex ministro del lavoro dei governi Dini e Prodi (intervista al Corriere della Sera e a Il Riformista del 27 agosto). Le sue priorità: “decollo” della “previdenza complementare”, innalzamento dell’età pensionabile, estensione “per tutti” del metodo di calcolo contributivo per le pensioni pubbliche: «Sono le cose da fare, se ci fosse un governo serio». In sostanza, la solita ricetta in voga da più di un decennio: incentivi alla previdenza privata –«il regime fiscale non è molto favorevole. Oggi sono tassati all’11%: bisogna azzerare o ridurre fortemente l’aliquota»– e penalizzazioni per quella pubblica. Treu comunque non chiude le porte al centrodestra: «Vediamo cosa propongono e gli daremo il voto».
E così, dopo aver affermato che «la “rottura con Prodi” sarà l’inizio della “vera” rifondazione» e dichiarato che «bisogna rompere la gabbia dell’Ulivo», Bertinotti si avvia verso un’alleanza con il centrosinistra. Alleanza che in passato ha prodotto l’appoggio di Rifondazione al pacchetto Treu sul lavoro precario, ai centri di detenzione per immigrati della legge Turco-Napolitano, alle finanziarie lacrime e sangue, alla legge Bassanini sul “federalismo”, al patto di stabilità europeo, la fiducia al governo Prodi in relazione all’invio di truppe in Albania, ecc. Per il futuro, però, un ulteriore salto di qualità: un accordo di governo, con il coinvolgimento diretto a livello ministeriale del PRC, a fini di copertura immaginifico/illusorio della difesa degli interessi popolari. In tal senso sono state istituite il 6 marzo tre commissioni programmatiche paritetiche tra dirigenti del PRC (Paolo Ferrero e Alfonso Gianni) ed esponenti di primo piano del centrosinistra (Treu, Mastella, Pecoraro Scanio), ufficialmente incaricate di avviare un primo confronto programmatico per un futuro governo di centrosinistra. In esso appare scontata, alle prossime elezioni, la candidatura a primo ministro di Romano Prodi, come indirettamente annunciato dallo stesso attuale presidente della Commissione europea al Corriere della Sera del 12 agosto, al quale, in merito ai lavoro della Commissione Telekom-Serbia, dichiarava: «vogliono bloccarmi prima del voto (..) Sperano di trascinare la storia di Telekom-Serbia fino alle elezioni (..) però non ci riusciranno, non staremo a guardare, reagiremo».
Sette anni dopo l’accordo di desistenza con l’Ulivo, Rifondazione si avvia dunque a ricominciare da Prodi o con altro del suo calibro. Qualcosa di già visto, insomma. Un gioco delle parti che necessita di essere spezzato. Che non lo sarà mai, in assenza di un riorientamento radicale di istanze e progetti. Ed in assenza, preliminarmente, di analisi serie e approfondite relative all’intreccio di nodi tra politica estera e politica interna.
Indipendenza
6 settembre 2003




Rispondi Citando
ome mai davanti a questi inoppugnabili dati di fatto il Prc continua a qualificarsi "comunista"...? Boh!
