
Originariamente Scritto da
Muntzer
"Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao
Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere
L’accordo Italia-Libia nel contesto europeo
di Biagio Borretti
Per il prossimo 17 Ottobre è convocata a Roma una Manifestazione Nazionale contro il razzismo. Nelle varie città si sta costruendo questo importante appuntamento attraverso l’attivo protagonismo delle comunità immigrate, di numerose associazioni, di organizzazioni della sinistra di classe - tra cui la Rete dei Comunisti - e dei sindacati di base ed indipendenti. Stiamo verificando come esista un tentativo da parte di CCGIL e ARCI di depotenziare questa manifestazione riducendola ad una semplice manifestazione contro il razzismo. Ed è proprio sulla inefficacia di un certo antirazzismo debole che occorre cominciare a riflettere ed agire decisamente in controtendenza rispetto a quanto abbiamo vissuto in questi anni.
Come contributo alla discussione collettiva, in corso, pubblichiamo questo ampio contributo di Biagio Borretti.
La redazione di Contropiano.
Frontiere europee
«Per un anno e mezzo ho venduto acqua per le strade di Donala», raccontava Soulé: «Ho lavorato sodo, fino a quando ho messo insieme i soldi di cui avevo bisogno per arrivare in Spagna. Adesso ho perso tutto, ma tornerò a casa, lavorerò ancora di più e ci riproverò. Non posso rinunciare ad un sogno di un vero lavoro» [1]. Soulé, giovane camerunense, qualche anno fa raccontava il fallimento del suo tentativo di raggiungere Barcellona: dopo un viaggio durato a lungo, veniva fermato in Marocco e da lì espulso e rispedito nel proprio Paese.
Le frontiere europee, da tempo, hanno cominciato ad assumere i confini mobili ed espansivi di una nuova forma di colonialismo: quello dei trattati internazionali che – in luogo di o promettendo accordi commerciali o finanziamenti [2] e nell’ottica della costruzione dell’area euro mediterranea – pretende contropartite concrete in ordine al controllo dei movimenti migratori.
Soulé aveva deciso di raggiungere Barcellona, forse nel tentativo di evitare le campagne dell’Almeria, laddove appena qualche anno prima – era il 2000 – i suoi connazionali lì emigrati avevano assaggiato la violenza e la distruzione delle popolazioni autoctone prodottesi in un pogrom razzista che ebbe a suo tempo risonanza internazionale [3] . I marocchini, braccianti agricoli per lo più a nero, venivano accusati di rubare lavoro agli spagnoli, di essere lascivi e criminali. Il classico refrain del razzismo “popolare” di marca governativa in quell’occasione funzionò alla perfezione.
Nello stesso periodo anche a Malta, da anni altro avamposto europeo per il controllo dell’immigrazione, politici locali invitavano la popolazione a “difendere la nazione” contro l’“invasione silenziosa” degli immigrati che toglierebbero lavoro ai maltesi [4] . Ancora lo stesso refrain, che diventa quasi un riff.
Tuttavia, prima ancora di Lampedusa e delle recenti stragi in acque maltesi, negli ultimi anni il simbolo della “Fortezza Europa” sono state le enclave spagnole in territorio marocchino: Ceuta e Melilla. Avamposti delle frontiere europee in terra sostanzialmente “extraeuropea”, i due fortini sono protetti da reticolati d’avanguardia, sistemi di dissuasione ed antisommossa, da apparecchiature di lettura diurna e notturna nonché radar che identificano la presenza di persone fino a chilometri di distanza. I bastioni medievali ai tempi della mondializzazione, contro le nuove “orde barbariche”. A Ceuta e Melilla gli immigrati provenienti dal continente africano tentano l’assalto ai reticolati con scale improvvisate. Vengono respinti dalla polizia marocchina e spagnola. Proiettili di gomma (ricordate Borghezio?), aggressioni fisiche, arresti indiscriminati, violazione dei diritti umanitari e d’asilo. Il Marocco arresta e rimpatria: lo fa per l’Unione Europea [5] .
Negli ultimissimi giorni, invece, è stato il “fronte francese” ad assurgere ad onor di cronaca. A Calais, un campo improvvisato di “clandestini” (la “giungla”) ivi momentaneamente stanzianti in attesa di partire per l’Inghilterra, è stato sgomberato e spianato con ruspe dalla polizia locale. Una risposta del governo Sarkozy ai richiami del primo ministro inglese sull’inefficacia delle politiche francesi in materia di contrasto all’immigrazione [6] .
La linea del fronte immigrazione europea assomiglia sempre più a quella USA-Messico, dove peraltro “diligenti” e “volenterosi guardiani” controllano anche armi in pugno che non si entri nella propria “Patria” (alcune tracce di tale attivismo paramilitare si trovano anche in Bowling a Columbine di Michael Moore) [7] .
Il fronte italo-libico
L’avamposto dei lager italiani per immigrati senza documenti regolari, è Lampedusa che, negli ultimi mesi, nell’immaginario collettivo si è trasformata da isola a forte attrattiva turistica, in isola a prevalente attrazione di immigrati: “disperati” “clandestini” “invasori” “rubalavoro” “criminali” e così via.
«Le acque intorno a Lampedusa sono tristemente note per un macabro raccolto: le reti dei pescatori portano spesso a galla i corpi di immigrati annegati. Negli ultimi dieci anni sono morti in 13mila» [8] . Gli assalti e la rivolta nel Cpt di Lampedusa dei mesi scorsi sono ancora vivi nella memoria. Il tentativo di fuga, di forzare le barriere, gridava una volontà di autodeterminazione del proprio futuro, della propria vita, che finiva per incrinare immediatamente – consapevoli o meno – le strategie di controllo biopolitico delle istituzioni repubblicane italiane: il rifiuto dell’accettazione passiva, ad un passo dalla libertà, della “detenzione”.
Il 30 agosto del 2008 l’Italia sottoscriveva con la Libia un “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” (ratificato con L. 6 febbraio 2009, n. 7), inteso quale «quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale “speciale e privilegiato”, caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione» (v. “Preambolo”). Berlusconi nel presentarlo dichiarava che, per il futuro, l’Italia si sarebbe attesa una più intensa collaborazione alla lotta all’immigrazione clandestina, più gas e petrolio, un aumento del giro d’affari delle imprese italiane in Libia.
Tra i vari punti oggetto del Trattato, quello che maggiormente ha avuto risalto mediatico è l’art. 19, laddove si prevede una “collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina”. Su quest’ultimo tema le due parti «promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche» (co. 2) [9] . Al comma 3 dello stesso articolo, il Trattato prevede la collaborazione «alla definizione di iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell'immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori» [10] .
All’esito dell’accordo con la Libia, Malta gioiva, ritenendo di aver smistato il problema altrove, scaricandolo su un altro Paese, allontanandolo dalle proprie coste [11] .
Il deserto libico è da allora diventato la vera e propria frontiera dell’Italia e dell’Europa laddove si combatte la “guerra all’immigrazione” in maniera invisibile, lontana dai mass-media, dall’osservazione diretta delle popolazioni locali ed italiana. Le frontiere dell’Italia sono state quindi spostate più a Sud, nel cuore delle vie di fuga degli emigranti che salgono dal resto dell’Africa. Dove – se presi dalle autorità – finiscono nei centri di detenzione [12] o nelle carceri. Gli immigrati fermati lungo le rotte per Lampedusa [13] vengono raccolti e stipati in container (100, 200 per volta) e smistati poi nei vari centri (qualcosa di terribilmente simile ai “treni piombati” di nazista memoria). Gabriele Del Grande, che da anni ricostruisce le biografie delle fughe interrotte di questi immigrati, descrive così il centro di Sebha: «Sono camerate di 60 persone, 8 metri per 8. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti» [14]. Il carcere di Al Kufrah, nel sudest ai confini col Sudan, è l’emblema di questo nuovo corso italo-libico di contrasto all’immigrazione [15] . Sovraffollamento, carcerazioni illegittime, soprusi, violenze all’ordine del giorno ed il relativo “traffico” di essere umani tra poliziotti locali e trafficanti: «A Kufrah ti portano con un container. Ti catturano nel Nord e ti rispediscono a Sud, tre giorni in un container con una finestrella. […] A Kufrah non ti mandano per rimpatriarti. Dopo un po’ che sei lì, i poliziotti ti vendono. Io sono stato venduto per 30 dinari (15 euro) a un intermediario, che poi ha voluto 300 dollari per liberarmi a sua volta e portarmi a Nord» [16] . Di seguito alcune testimonianze di detenuti a Kufrah: «“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” – “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” – “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c'era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” – “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” – “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”» [17] . Roman Herzog, giornalista tedesco, visitando il Cpa di Cassibile, riusciva a raccogliere alcune testimonianze: «[Michiel, a] Misratah è rimasto per un mese, con altri 400 Eritrei, un bicchiere di acqua sporca e un cento grammi di pane duro al giorno, senza assistenza medica, sotto continue bastonate e torture. “I libici non ti parlano, ti bastonano, questa è la loro unica forma di comunicare con noi”. Michiel ha passato diversi giorni in cella d’isolamento, al buio, un metro per un metro. Dall’inferno di Misratah è riuscito ad uscire soltanto pagando 250 dollari. Ha avuto fortuna: le guardie non sempre si lasciano comprare, com’è successo a centinaia di altri eritrei detenuti a Misratah da più di un anno e mezzo. Michiel ricorda due morti a Misratah: “Li mettevano in una cellula di refrigerazione. Non avevano documenti, non sanno chi sono, non lo so cosa ne fanno con i cadaveri”. […] Quello che Michiel non dimenticherà mai è la deportazione da Misratah a Kufrah, nel novembre 2006. Venne caricato con altri 200 profughi in un container, tenuti al buio e con un filo d’aria che entrava dagli unici due finestrini, in alto, ma sopratutto senza acqua né cibo. “Dopo un’ora faceva un caldo pazzesco”, racconta Michiel, “alcuni vomitavano sul fondo del camion, in mezzo ai bisogni degli altri. Dopo 20 ore, due donne e due bambini sono svenuti. Quando, cinque ore più tardi, hanno aperto le porte del camion, al confine col Sudan, a Kufrah, due di loro erano morti”» [18] .
La politiche di rimpatrio, quindi, non sono una novità per la Grande Giamahiria, ma hanno subito una sensibile accelerazione ed intensificazione ed una legittimazione in seguito al Trattato con l’Italia. Quest’ultimo, in definitiva, ha ad oggetto quella che potremmo definire la esternalizzazione del lager [19] , con relativa delocalizzazione della funzione di controllo, spostata “a valle” della catena di produzione dei “flussi” migratori. Il centro imperialistico fornisce il know how ed i mezzi tecnologici per organizzare tali dispositivi di controllo e contrasto, la periferia si specializza nella fase “manuale” del ciclo di esercizio della repressione anti-immigratoria.
Nei lager gli uomini e le donne si ritrovano spogliati di qualsiasi diritto e di qualsiasi progettualità. Ridotti a replicanti di vite appese ad un filo o alla disponibilità di qualche dinaro che potrebbe aprire le porte alla corruzione e ad un ulteriore tentativo di fuga. Altrimenti il deserto: la morte per il caldo, la fame, la sete. La dipendenza più assoluta dall’arbitrio altrui. Dove i corpi non sono nemmeno messi a lavoro, essendo l’unica fonte di utilità per i propri carcerieri il traffico dei loro corpi.
Lo “spezzatino” proletario ed il neorazzismo di Stato
Qualche anno fa, in un importante lavoro sulle politiche dell’immigrazione italiane, Fabio Perocco criticava la tesi allora predominante per cui il nostro Paese non era in possesso, in materia di immigrazione, di una politica organica e coerente, di lunga durata e proiettata nel futuro. L’A. ritiene, invece, che i vari governi italiani succedutisi dagli anni ’90 in poi abbiano perseguito sostanzialmente una omogenea politica in materia d’immigrazione, poggiante su alcuni capisaldi: a) una politica assimilazionista senza assimilazione; b) una politica di etnicizzazione senza riconoscimento dei diritti delle minoranze; c) una politica di selezione, rotazione e precarizzazione della manodopera immigrata [20] .
Di contro a tanta ideologia organicista dominante negli ambienti aziendali – soprattutto quando assumono le dimensioni medio-piccole e degli sweatshop, per cui i lavoratori da “dipendenti” del padrone diverrebbero suoi collaboratori in un’azienda intesa come promanazione imprenditoriale di una grande famiglia che condivide gli stessi interessi –, il padronato pratica sistematicamente la frammentazione della classe lavoratrice su basi di diritto, contrattuali, salariali nonché su linee di “colore” “nazione” “razza” e “cultura”. L’unità operaia viene spezzata dal punto di vista oggettivo (microaziende, esternalizzazioni, internalizzazioni, struttura a rete…) e soggettivo con un’articolata ma feroce lotta di classe [21] , che assume anche connotati apertamente razzisti.
L’obiettivo politico principale e di lunga durata del padronato, da sempre, è quello di dividere l’unità operaia, perché solo quando il nemico di classe è diviso, conflittuale al suo interno, è più agevole imporre il proprio dominio di classe in ogni interstizio della vita lavorativa e perfino nelle ore di riproduzione extra-lavorative della forza-lavoro [22] .
Apparentemente il quadro delle rivendicazioni del padronato italiano e di certe organizzazioni politiche che si ergono a rappresentanti di alcune sue frazioni (si pensi alla Lega nord con l’imprenditorialità “molecolare” del Nord Est), dà segni di “schizofrenia”. Da un lato, infatti, le associazioni degli imprenditori non perdono occasione per chiedere l’allargamento delle quote di forza-lavoro immigrata in ingresso, data la scarsità dell’offerta. Dall’altro, i partiti xenofobi e neorazzisti, rivendicano rumorosamente la chiusura delle frontiere, un loro controllo maniacale, legiferano norme fortemente restrittive in materia di immigrazione e promuovono campagne politiche e mass-mediatiche feroci contro gli immigrati. La schizofrenia apparente sta nel fatto che coloro che si definiscono i rappresentanti di certo ceto imprenditoriale, avanzano propositi e pratiche politiche contrarie agli interessi dei loro rappresentati. La schizofrenia, tuttavia, scompare velocemente se si analizzano i veri obiettivi (non dichiarati) delle legislazioni recenti in materia di immigrazione: Perocco [23] giustamente sosteneva che l’obiettivo non è l’“immigrazione zero” bensì l’immigrazione “zero diritti”. Come abbiamo sostenuto anche in altre occasioni su questo foglio, il padronato italiano nel suo complesso (e soprattutto quello a maggior utilizzo di forza-lavoro non contrattualizzata, a nero), dal Nord al Sud, necessita di manodopera non conflittuale, che sia assolutamente asservita al dominio del capitale sul lavoro. Per fare ciò ha bisogno di una forza-lavoro priva di diritti, che non possa rivendicare nulla e non abbia nemmeno la possibilità formale di organizzare la propria voce e la propria militanza in termini di autodifesa. Non è vero che non c’è bisogno di forza-lavoro immigrata nelle aziende del Paese Italia, ma è necessaria una forza-lavoro dominata. E la legislazione in materia di immigrazione è strettamente funzionale a tali esigenze di tipo economico e sociale (la “scomparsa” degli immigrati sul piano sociale – rilevando solo, ma in maniera silenziosa, come lavoratori – serve a garantire quell’equilibrio di pace ed assenza di conflittualità operaia che ben potrebbero organizzare quelle frazioni di proletariato immigrato “silenziate” da dispositivi di controllo e dominio). È funzionale perché nella misura in cui rende quasi impossibile l’ingresso regolare degli immigrati sul suolo italiano – se non per pochissimi “eletti” – li “costringe” ad entrarvi da “clandestini” [24] . Ed entrarvi da “clandestini” significa entrarvi da soggetti assolutamente dominati cui è negata in nuce qualsiasi forma di resistenza [25] .
La legislazione in materia di immigrazione (con evidenti “balzi” in avanti verso forme più recrudescenti: dalla L. n. 189/2002 al recente “pacchetto sicurezza”) funge da istituto di legittimazione delle pratiche di inferiorizzazione cui sono sottoposi gli immigrati dalle istituzioni, dalla maggior parte delle organizzazioni politiche, dai mass-media e dalle pratiche padronali. Tale forma di legittimazione normativa, tuttavia, deve poggiare – per poter fondarsi sul consenso di massa – su una precedente legittimazione a carattere ideologico. Per cui abbiamo le pratiche di inferiorizzazione apertamente legittimate dalle leggi dello Stato, che a loro volta sono legittimate dalla narrazione ufficiale in materia di (“problema” dell’) immigrazione.
La narrazione ufficiale, quella che “produce” gli immigrati come “soggetti pericolosi” e sostanzialmente estranei ed inconciliabili con la nostra società, è una particolare forma di razzismo che da anni imperversa in Europa: un razzismo di tipo “differenzialista” (Taguieff) ovvero “culturale”.
Differentemente ai vari razzismi storici che hanno infestato l’Europa ed il mondo nei secoli passati e fino a qualche decennio fa innervavano le strutture burocratiche ed amministrative dei principali Stati occidentali (non soltanto quelli apertamente fascisti e nazisti), le nuove forme di razzismo che vanno diffondendosi con prepotenza anche in Italia rifiutano in apparenza i criteri di catalogazione gerarchica delle razze, della superiorità biologica di una razza rispetto ad un’altra, utilizzando altri criteri di “differenziazione”.
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