Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    Forumista senior
    Data Registrazione
    13 Jun 2009
    Località
    Munster(Westfalia)
    Messaggi
    1,452
     Likes dati
    2
     Like avuti
    91
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere L’accordo Italia-Libia n

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere
    L’accordo Italia-Libia nel contesto europeo


    di Biagio Borretti

    Per il prossimo 17 Ottobre è convocata a Roma una Manifestazione Nazionale contro il razzismo. Nelle varie città si sta costruendo questo importante appuntamento attraverso l’attivo protagonismo delle comunità immigrate, di numerose associazioni, di organizzazioni della sinistra di classe - tra cui la Rete dei Comunisti - e dei sindacati di base ed indipendenti. Stiamo verificando come esista un tentativo da parte di CCGIL e ARCI di depotenziare questa manifestazione riducendola ad una semplice manifestazione contro il razzismo. Ed è proprio sulla inefficacia di un certo antirazzismo debole che occorre cominciare a riflettere ed agire decisamente in controtendenza rispetto a quanto abbiamo vissuto in questi anni.
    Come contributo alla discussione collettiva, in corso, pubblichiamo questo ampio contributo di Biagio Borretti.
    La redazione di Contropiano.

    Frontiere europee

    «Per un anno e mezzo ho venduto acqua per le strade di Donala», raccontava Soulé: «Ho lavorato sodo, fino a quando ho messo insieme i soldi di cui avevo bisogno per arrivare in Spagna. Adesso ho perso tutto, ma tornerò a casa, lavorerò ancora di più e ci riproverò. Non posso rinunciare ad un sogno di un vero lavoro» [1]. Soulé, giovane camerunense, qualche anno fa raccontava il fallimento del suo tentativo di raggiungere Barcellona: dopo un viaggio durato a lungo, veniva fermato in Marocco e da lì espulso e rispedito nel proprio Paese.

    Le frontiere europee, da tempo, hanno cominciato ad assumere i confini mobili ed espansivi di una nuova forma di colonialismo: quello dei trattati internazionali che – in luogo di o promettendo accordi commerciali o finanziamenti [2] e nell’ottica della costruzione dell’area euro mediterranea – pretende contropartite concrete in ordine al controllo dei movimenti migratori.

    Soulé aveva deciso di raggiungere Barcellona, forse nel tentativo di evitare le campagne dell’Almeria, laddove appena qualche anno prima – era il 2000 – i suoi connazionali lì emigrati avevano assaggiato la violenza e la distruzione delle popolazioni autoctone prodottesi in un pogrom razzista che ebbe a suo tempo risonanza internazionale [3] . I marocchini, braccianti agricoli per lo più a nero, venivano accusati di rubare lavoro agli spagnoli, di essere lascivi e criminali. Il classico refrain del razzismo “popolare” di marca governativa in quell’occasione funzionò alla perfezione.

    Nello stesso periodo anche a Malta, da anni altro avamposto europeo per il controllo dell’immigrazione, politici locali invitavano la popolazione a “difendere la nazione” contro l’“invasione silenziosa” degli immigrati che toglierebbero lavoro ai maltesi [4] . Ancora lo stesso refrain, che diventa quasi un riff.

    Tuttavia, prima ancora di Lampedusa e delle recenti stragi in acque maltesi, negli ultimi anni il simbolo della “Fortezza Europa” sono state le enclave spagnole in territorio marocchino: Ceuta e Melilla. Avamposti delle frontiere europee in terra sostanzialmente “extraeuropea”, i due fortini sono protetti da reticolati d’avanguardia, sistemi di dissuasione ed antisommossa, da apparecchiature di lettura diurna e notturna nonché radar che identificano la presenza di persone fino a chilometri di distanza. I bastioni medievali ai tempi della mondializzazione, contro le nuove “orde barbariche”. A Ceuta e Melilla gli immigrati provenienti dal continente africano tentano l’assalto ai reticolati con scale improvvisate. Vengono respinti dalla polizia marocchina e spagnola. Proiettili di gomma (ricordate Borghezio?), aggressioni fisiche, arresti indiscriminati, violazione dei diritti umanitari e d’asilo. Il Marocco arresta e rimpatria: lo fa per l’Unione Europea [5] .

    Negli ultimissimi giorni, invece, è stato il “fronte francese” ad assurgere ad onor di cronaca. A Calais, un campo improvvisato di “clandestini” (la “giungla”) ivi momentaneamente stanzianti in attesa di partire per l’Inghilterra, è stato sgomberato e spianato con ruspe dalla polizia locale. Una risposta del governo Sarkozy ai richiami del primo ministro inglese sull’inefficacia delle politiche francesi in materia di contrasto all’immigrazione [6] .

    La linea del fronte immigrazione europea assomiglia sempre più a quella USA-Messico, dove peraltro “diligenti” e “volenterosi guardiani” controllano anche armi in pugno che non si entri nella propria “Patria” (alcune tracce di tale attivismo paramilitare si trovano anche in Bowling a Columbine di Michael Moore) [7] .

    Il fronte italo-libico


    L’avamposto dei lager italiani per immigrati senza documenti regolari, è Lampedusa che, negli ultimi mesi, nell’immaginario collettivo si è trasformata da isola a forte attrattiva turistica, in isola a prevalente attrazione di immigrati: “disperati” “clandestini” “invasori” “rubalavoro” “criminali” e così via.

    «Le acque intorno a Lampedusa sono tristemente note per un macabro raccolto: le reti dei pescatori portano spesso a galla i corpi di immigrati annegati. Negli ultimi dieci anni sono morti in 13mila» [8] . Gli assalti e la rivolta nel Cpt di Lampedusa dei mesi scorsi sono ancora vivi nella memoria. Il tentativo di fuga, di forzare le barriere, gridava una volontà di autodeterminazione del proprio futuro, della propria vita, che finiva per incrinare immediatamente – consapevoli o meno – le strategie di controllo biopolitico delle istituzioni repubblicane italiane: il rifiuto dell’accettazione passiva, ad un passo dalla libertà, della “detenzione”.

    Il 30 agosto del 2008 l’Italia sottoscriveva con la Libia un “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” (ratificato con L. 6 febbraio 2009, n. 7), inteso quale «quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale “speciale e privilegiato”, caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione» (v. “Preambolo”). Berlusconi nel presentarlo dichiarava che, per il futuro, l’Italia si sarebbe attesa una più intensa collaborazione alla lotta all’immigrazione clandestina, più gas e petrolio, un aumento del giro d’affari delle imprese italiane in Libia.

    Tra i vari punti oggetto del Trattato, quello che maggiormente ha avuto risalto mediatico è l’art. 19, laddove si prevede una “collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina”. Su quest’ultimo tema le due parti «promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche» (co. 2) [9] . Al comma 3 dello stesso articolo, il Trattato prevede la collaborazione «alla definizione di iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell'immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori» [10] .

    All’esito dell’accordo con la Libia, Malta gioiva, ritenendo di aver smistato il problema altrove, scaricandolo su un altro Paese, allontanandolo dalle proprie coste [11] .

    Il deserto libico è da allora diventato la vera e propria frontiera dell’Italia e dell’Europa laddove si combatte la “guerra all’immigrazione” in maniera invisibile, lontana dai mass-media, dall’osservazione diretta delle popolazioni locali ed italiana. Le frontiere dell’Italia sono state quindi spostate più a Sud, nel cuore delle vie di fuga degli emigranti che salgono dal resto dell’Africa. Dove – se presi dalle autorità – finiscono nei centri di detenzione [12] o nelle carceri. Gli immigrati fermati lungo le rotte per Lampedusa [13] vengono raccolti e stipati in container (100, 200 per volta) e smistati poi nei vari centri (qualcosa di terribilmente simile ai “treni piombati” di nazista memoria). Gabriele Del Grande, che da anni ricostruisce le biografie delle fughe interrotte di questi immigrati, descrive così il centro di Sebha: «Sono camerate di 60 persone, 8 metri per 8. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti» [14]. Il carcere di Al Kufrah, nel sudest ai confini col Sudan, è l’emblema di questo nuovo corso italo-libico di contrasto all’immigrazione [15] . Sovraffollamento, carcerazioni illegittime, soprusi, violenze all’ordine del giorno ed il relativo “traffico” di essere umani tra poliziotti locali e trafficanti: «A Kufrah ti portano con un container. Ti catturano nel Nord e ti rispediscono a Sud, tre giorni in un container con una finestrella. […] A Kufrah non ti mandano per rimpatriarti. Dopo un po’ che sei lì, i poliziotti ti vendono. Io sono stato venduto per 30 dinari (15 euro) a un intermediario, che poi ha voluto 300 dollari per liberarmi a sua volta e portarmi a Nord» [16] . Di seguito alcune testimonianze di detenuti a Kufrah: «“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” – “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” – “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c'era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” – “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” – “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”» [17] . Roman Herzog, giornalista tedesco, visitando il Cpa di Cassibile, riusciva a raccogliere alcune testimonianze: «[Michiel, a] Misratah è rimasto per un mese, con altri 400 Eritrei, un bicchiere di acqua sporca e un cento grammi di pane duro al giorno, senza assistenza medica, sotto continue bastonate e torture. “I libici non ti parlano, ti bastonano, questa è la loro unica forma di comunicare con noi”. Michiel ha passato diversi giorni in cella d’isolamento, al buio, un metro per un metro. Dall’inferno di Misratah è riuscito ad uscire soltanto pagando 250 dollari. Ha avuto fortuna: le guardie non sempre si lasciano comprare, com’è successo a centinaia di altri eritrei detenuti a Misratah da più di un anno e mezzo. Michiel ricorda due morti a Misratah: “Li mettevano in una cellula di refrigerazione. Non avevano documenti, non sanno chi sono, non lo so cosa ne fanno con i cadaveri”. […] Quello che Michiel non dimenticherà mai è la deportazione da Misratah a Kufrah, nel novembre 2006. Venne caricato con altri 200 profughi in un container, tenuti al buio e con un filo d’aria che entrava dagli unici due finestrini, in alto, ma sopratutto senza acqua né cibo. “Dopo un’ora faceva un caldo pazzesco”, racconta Michiel, “alcuni vomitavano sul fondo del camion, in mezzo ai bisogni degli altri. Dopo 20 ore, due donne e due bambini sono svenuti. Quando, cinque ore più tardi, hanno aperto le porte del camion, al confine col Sudan, a Kufrah, due di loro erano morti”» [18] .

    La politiche di rimpatrio, quindi, non sono una novità per la Grande Giamahiria, ma hanno subito una sensibile accelerazione ed intensificazione ed una legittimazione in seguito al Trattato con l’Italia. Quest’ultimo, in definitiva, ha ad oggetto quella che potremmo definire la esternalizzazione del lager [19] , con relativa delocalizzazione della funzione di controllo, spostata “a valle” della catena di produzione dei “flussi” migratori. Il centro imperialistico fornisce il know how ed i mezzi tecnologici per organizzare tali dispositivi di controllo e contrasto, la periferia si specializza nella fase “manuale” del ciclo di esercizio della repressione anti-immigratoria.

    Nei lager gli uomini e le donne si ritrovano spogliati di qualsiasi diritto e di qualsiasi progettualità. Ridotti a replicanti di vite appese ad un filo o alla disponibilità di qualche dinaro che potrebbe aprire le porte alla corruzione e ad un ulteriore tentativo di fuga. Altrimenti il deserto: la morte per il caldo, la fame, la sete. La dipendenza più assoluta dall’arbitrio altrui. Dove i corpi non sono nemmeno messi a lavoro, essendo l’unica fonte di utilità per i propri carcerieri il traffico dei loro corpi.

    Lo “spezzatino” proletario ed il neorazzismo di Stato

    Qualche anno fa, in un importante lavoro sulle politiche dell’immigrazione italiane, Fabio Perocco criticava la tesi allora predominante per cui il nostro Paese non era in possesso, in materia di immigrazione, di una politica organica e coerente, di lunga durata e proiettata nel futuro. L’A. ritiene, invece, che i vari governi italiani succedutisi dagli anni ’90 in poi abbiano perseguito sostanzialmente una omogenea politica in materia d’immigrazione, poggiante su alcuni capisaldi: a) una politica assimilazionista senza assimilazione; b) una politica di etnicizzazione senza riconoscimento dei diritti delle minoranze; c) una politica di selezione, rotazione e precarizzazione della manodopera immigrata [20] .

    Di contro a tanta ideologia organicista dominante negli ambienti aziendali – soprattutto quando assumono le dimensioni medio-piccole e degli sweatshop, per cui i lavoratori da “dipendenti” del padrone diverrebbero suoi collaboratori in un’azienda intesa come promanazione imprenditoriale di una grande famiglia che condivide gli stessi interessi –, il padronato pratica sistematicamente la frammentazione della classe lavoratrice su basi di diritto, contrattuali, salariali nonché su linee di “colore” “nazione” “razza” e “cultura”. L’unità operaia viene spezzata dal punto di vista oggettivo (microaziende, esternalizzazioni, internalizzazioni, struttura a rete…) e soggettivo con un’articolata ma feroce lotta di classe [21] , che assume anche connotati apertamente razzisti.

    L’obiettivo politico principale e di lunga durata del padronato, da sempre, è quello di dividere l’unità operaia, perché solo quando il nemico di classe è diviso, conflittuale al suo interno, è più agevole imporre il proprio dominio di classe in ogni interstizio della vita lavorativa e perfino nelle ore di riproduzione extra-lavorative della forza-lavoro [22] .

    Apparentemente il quadro delle rivendicazioni del padronato italiano e di certe organizzazioni politiche che si ergono a rappresentanti di alcune sue frazioni (si pensi alla Lega nord con l’imprenditorialità “molecolare” del Nord Est), dà segni di “schizofrenia”. Da un lato, infatti, le associazioni degli imprenditori non perdono occasione per chiedere l’allargamento delle quote di forza-lavoro immigrata in ingresso, data la scarsità dell’offerta. Dall’altro, i partiti xenofobi e neorazzisti, rivendicano rumorosamente la chiusura delle frontiere, un loro controllo maniacale, legiferano norme fortemente restrittive in materia di immigrazione e promuovono campagne politiche e mass-mediatiche feroci contro gli immigrati. La schizofrenia apparente sta nel fatto che coloro che si definiscono i rappresentanti di certo ceto imprenditoriale, avanzano propositi e pratiche politiche contrarie agli interessi dei loro rappresentati. La schizofrenia, tuttavia, scompare velocemente se si analizzano i veri obiettivi (non dichiarati) delle legislazioni recenti in materia di immigrazione: Perocco [23] giustamente sosteneva che l’obiettivo non è l’“immigrazione zero” bensì l’immigrazione “zero diritti”. Come abbiamo sostenuto anche in altre occasioni su questo foglio, il padronato italiano nel suo complesso (e soprattutto quello a maggior utilizzo di forza-lavoro non contrattualizzata, a nero), dal Nord al Sud, necessita di manodopera non conflittuale, che sia assolutamente asservita al dominio del capitale sul lavoro. Per fare ciò ha bisogno di una forza-lavoro priva di diritti, che non possa rivendicare nulla e non abbia nemmeno la possibilità formale di organizzare la propria voce e la propria militanza in termini di autodifesa. Non è vero che non c’è bisogno di forza-lavoro immigrata nelle aziende del Paese Italia, ma è necessaria una forza-lavoro dominata. E la legislazione in materia di immigrazione è strettamente funzionale a tali esigenze di tipo economico e sociale (la “scomparsa” degli immigrati sul piano sociale – rilevando solo, ma in maniera silenziosa, come lavoratori – serve a garantire quell’equilibrio di pace ed assenza di conflittualità operaia che ben potrebbero organizzare quelle frazioni di proletariato immigrato “silenziate” da dispositivi di controllo e dominio). È funzionale perché nella misura in cui rende quasi impossibile l’ingresso regolare degli immigrati sul suolo italiano – se non per pochissimi “eletti” – li “costringe” ad entrarvi da “clandestini” [24] . Ed entrarvi da “clandestini” significa entrarvi da soggetti assolutamente dominati cui è negata in nuce qualsiasi forma di resistenza [25] .

    La legislazione in materia di immigrazione (con evidenti “balzi” in avanti verso forme più recrudescenti: dalla L. n. 189/2002 al recente “pacchetto sicurezza”) funge da istituto di legittimazione delle pratiche di inferiorizzazione cui sono sottoposi gli immigrati dalle istituzioni, dalla maggior parte delle organizzazioni politiche, dai mass-media e dalle pratiche padronali. Tale forma di legittimazione normativa, tuttavia, deve poggiare – per poter fondarsi sul consenso di massa – su una precedente legittimazione a carattere ideologico. Per cui abbiamo le pratiche di inferiorizzazione apertamente legittimate dalle leggi dello Stato, che a loro volta sono legittimate dalla narrazione ufficiale in materia di (“problema” dell’) immigrazione.

    La narrazione ufficiale, quella che “produce” gli immigrati come “soggetti pericolosi” e sostanzialmente estranei ed inconciliabili con la nostra società, è una particolare forma di razzismo che da anni imperversa in Europa: un razzismo di tipo “differenzialista” (Taguieff) ovvero “culturale”.

    Differentemente ai vari razzismi storici che hanno infestato l’Europa ed il mondo nei secoli passati e fino a qualche decennio fa innervavano le strutture burocratiche ed amministrative dei principali Stati occidentali (non soltanto quelli apertamente fascisti e nazisti), le nuove forme di razzismo che vanno diffondendosi con prepotenza anche in Italia rifiutano in apparenza i criteri di catalogazione gerarchica delle razze, della superiorità biologica di una razza rispetto ad un’altra, utilizzando altri criteri di “differenziazione”.


    Segue2
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #2
    Forumista senior
    Data Registrazione
    13 Jun 2009
    Località
    Munster(Westfalia)
    Messaggi
    1,452
     Likes dati
    2
     Like avuti
    91
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere L’accordo Italia-Li

    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere
    L’accordo Italia-Libia nel contesto europeo


    Segue2

    di Biagio Borretti


    D’altronde, anche gli obiettivi ultimi delle politiche razziste contemporanee, non confluiscono in pratiche sterminatrici dei diversi, di negazione del diritto all’esistenza di un’altra “razza”: il razzismo differenzialista opera invece proprio su un apparente principio di eguaglianza tra le “razze”. A ben vedere nemmeno il concetto di razza (se non nella teorizzazione di De Benoist e della Nouvelle Droite francese, nonché in alcune frange estremiste del c.d. “razzismo morfologico” alla Freda) viene apertamente teorizzato. Esso, infatti, è sostituito da quello di “cultura”.

    La cultura, intesa in maniera rigida e quasi monolitica, statica, fissa e non dinamica, come un qualcosa di empiricamente verificabile nella sua unitarietà ed omogeneità, frutto delle particolarità (“genio”) locali e giammai prodotto dell’incrocio di molteplici “culture” di differenti provenienze… la cultura, così intesa, assurge ad elemento definitorio di una nazione, un popolo, una comunità, elemento di identificazione e differenziazione dalle altre culture.

    Enunciato basilare del razzismo differenzialista è quello del diritto di tutte le culture (ed dei loro rappresentanti: i “popoli”) a vivere in autonomia e difendere le proprie specificità, di contro alle influenze esterne, alle mescolanze, alle ibridazion [26] . Gli “altri” possono vivere, hanno persino il diritto a farlo, ma lo facciano a casa propria. Si pensi alla dichiarazione recente di Bossi, in riferimento ai “diritti” degli immigrati: ne hanno titolarità, ma nei loro paesi di provenienza. È quanto sostanzialmente i teorici del neorazzismo (così come fu chiamato da Balibar) asseriscono da anni.

    Dietro l’elogio e l’apologia della “differenza” (cui tanta sinistra postmoderna ha aderito acriticamente negli ultimi anni, spesso sposando in nome della differenza anche ideologie o pratiche culturali assolutamente reazionarie [27] ) si nasconde però la costruzione di barriere, di steccati, di frontiere, ed infine anche la gerarchizzazione delle “culture”. Perché qualsiasi teorico del neorazzismo – più o meno erudito: da De Benoist alla Fallaci a Calderoli-Borghezio – finirà in fondo per sostenere la superiorità della propria cultura – segnatamente: quella occidentale – rispetto alle altre (soprattutto se “arabo-islamica”). A ben vedere, tale modalità di costruzione delle gerarchie culturali, è la stessa adottata in ambito teologico dall’attuale papa Benedetto XVI, quando qualche anno fa, nel redigere alcuni documenti ufficiali della Congregazione per la Dottrina della Fede, rivendicava apertamente la superiorità della religione cattolica rispetto alle altre, pur aprendo alle stesse (seguendo le indicazioni di papa Giovanni Paolo II), ma in maniera “paternalistica”, come un fratello superiore o un genitore accoglie nella propria alcova il figlio “minorato”.

    La gerarchia delle razze, quindi, scompare per riaffiorare prepotentemente come gerarchia delle culture (si pensi all’odio occidental-centrico con cui la Fallaci si scagliava contro i “barbarici” “incivili” ed “incolti” islamici).

    La difesa dell’identità ha il vantaggio di poter essere declinata a gradazioni e scale variabili: nazionale, regionale, microlocalistica. Così da consentire al militante neorazzista di smussare le asperità del razzismo storico e generalizzato, “depotenziandole” a difesa della “comunità”. La comunità di riferimento del neorazzismo finisce sempre per divenire la comunità degli autoctoni, che in uno Stato nazionale si riduce a quella dei “cittadini” definiti dalla cittadinanza e dal vincolo di “terra e sangue”. L’appartenenza alla nazione (su base “ereditaria”, come nella Bossi-Fini) di contro a chi non vi appartiene, produce una frattura in seno all’intero corpo sociale tra “noi” e “loro”. Tra chi ha accesso alla cittadinanza e quindi gode pienamente dei diritti e chi invece resta un “ospite” ingrato e socialmente inesistente. La società civile si riorganizza quindi su base comunitaria, e per definizione la comunità è un aggregato umano “chiuso” e ben delimitato, sulla base di criteri identitari [28] . D’altronde è lo stesso Sartori, studioso di fama mondiale delle scienze politiche, a rivendicare tale concetto chiuso e statico della comunità: «A me pare […] che l’animale umano si aggrega in coalescenze e “sta insieme” sub specie di animale sociale, a patto che esiste sempre un confine (mobile ma non cancellabile) tra noi e loro. […] Ogni comunità implica clausura, un raccogliersi insieme che è anche un chiudere fuori, un escludere» [29] . Ed è d’altronde ciò che rivendicava la Fallaci nei suoi bestseller di qualche anno fa, pubblicizzati dall’intero mondo dei mass-media e dalla casta degli intellettuali di regime italiani: «… lo scontro tra noi e loro non è militare. È culturale, è religioso, e le nostre vittorie militari non risolvono l’offensiva del terrorismo». Se lo scontro è culturale, e gli altri sono “non assimilabili” ed anzi “incompatibili”, allora non restano che la separazione, le barriere: «Al mondo c’è posto per tutti. A casa propria tutti fanno quello che gli pare» [30] . E se le barriere non bastano… allora bisogna ricorrere alla deportazione. Cioè quanto sta avvenendo negli ultimi anni nei deserti nordafricani “appaltati” dall’EU nella propria politica di delocalizzazione dei lager.

    Il processo di inferiorizzazione degli immigrati, tuttavia, non è “lineare”, articolandosi piuttosto su criteri di stratificazione “etnica”, grazie alla quale si creano delle gerarchie tra gli immigrati in base al grado di accettazione e tolleranza di cui godono e di assimilabilità che garantiscono [31] . All’ultimo gradino di tale stratificazione – al di là delle estemporanee campagne “monotematiche” contro singole “etnie”: albanesi, marocchini e più recentemente romeni – c’è il “musulmano”, erto a paradigma del pericolo pubblico delle società occidentali del XXI secolo.

    Il musulmano è, nella narrazione dominante, colui che per eccellenza è “alieno” ed “incompatibile” con la nostra società, contro cui si infrangono anche i più benevoli propositi “multiculturali” proprio perché mancano i presupposti del riconoscimento reciproco (stando a Sartori). Il musulmano, assimilato tout court all’islamista estremista, al qaidista, viene costruito come l’attore per eccellenza dell’invasione e dell’aggressione dei popoli meno sviluppati a quelli ricchi ed opulenti. La sua immagine fanatica diviene perfetta per i meccanismi di razzizzazione della popolazione migrante, dagli USA alla Russia, dall’Europa alla Cina [32] . È il nuovo vero “asociale” nel cuore delle società occidentali.

    La paura è il carburante che permette la continua combustione dell’odio neorazzista. Che produce sospetti, distanze, rotture dei rapporti, terrore per le relazioni con i nuovi “soggetti pericolosi”. Il terrore produce volontà di reazione. E quando essa non si materializza nelle aggressioni dirette, si sublima nel comando padronale sugli “schiavi barbari”, che vanno educati alla disciplina occidentale anche a mezzo della fabbrica, finendo per assumere – il comando brutale del capitale sul lavoro – un carattere positivo, di controllo, di assimilazione subordinata, infine: di “civilizzazione” (capitalistica).



    È contro il neorazzismo dilagante, anche al Sud, che bisogna organizzare e moltiplicare i momenti organizzativi tra autoctoni ed immigrati su basi di classe, promovendo la consapevolezza della comunione degli interessi delle varie frazioni del proletariato con logiche di ibridazione sempre più avanzate. È anche per questo che alla prossima manifestazione nazionale antirazzista indetta a Roma per il 17 ottobre sarà importante che siano presenti le varie “frazioni” del proletariato autoctono ed immigrato e non soltanto – come sempre più spesso accade – della “parte nera”, degli immigrati provenienti dall’Africa sub-sahariana. Le questioni relative al lavoro, allo sfruttamento, al salario, alla casa, alla salute, ai bisogni non hanno colore né nazionalità alcuna. Si rivendicano e impongono con la forza della classe organizzata su basi meticcie e non nazionali.



    *collaboratore di Contropiano e dell’Osservatorio Meridionale del Cestes.

    NOTE

    [1]Cit. in Ramón Lobo, “La strada dei sogni”, in Internazionale n. 616-617, 18 novembre 2005, p. 49.

    [2] Quando la pressione migratoria proveniente dal Marocco spingeva sulle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, l’UE – promuovendo accordi col predetto Paese – stanziava a suo favore 250 milioni di euro per programmi di assistenza tecnica e finanziaria delle frontiere.

    [3] Per una ricostruzione di quei fatti, e per una loro analisi storico-materialistica, si rimanda ad A. De Bonis, “El Ejido. Un esempio di razzismo contemporaneo”, in P. Basso, F. Perocco (a c. di), Gli immigrati in Europa. Diseguaglianze, razzismo, lotte, Milano, Franco Angeli, 2003.

    [4]V. D. Campbell, “Malta, nuova frontiera”, in Internazionale n. 612, 14-20 ottobre 2005, pp. 24-5.

    [5]Per un resoconto dei fatti di Ceuta e Melilla, a caldo – nel periodo di massima crisi –, si v. S. Naïr, “Assedio alla fortezza Europa”, in Internazionale n. 612, 14-20 ottobre 2005, pp. 22-4.

    [6]Cfr. E. Franceschini, “Blitz nella ‘giungla’. Sgomberato a Calais il campo dei clandestini”, in la Repubblica del 23 settembre 2009.

    [7]Per una storia ed un’analisi approfondita del razzismo e della violenza di Stato sul confine statunitense-messicano, si rimanda a J. Akers Chacón, M. Davis, No One is Illegal. Fighting Violence and State Repression on the U.S.-Mexico Border, Chicago, Haymarket Books, 2006. Sul fronte nostrano, in seguito al c.d. “pacchetto sicurezza” (L. n. 94/2009) ed alla previsione delle “ronde”… a quando quelle specializzate nella caccia agli immigrati in “clandestinità”, oggi reato?

    [8]N. Squires, “La terra dei relitti e delle speranze”, in Internazionale, n. 795, 15-21 maggio 2009, p. 22.

    [9]«Il Governo italiano – continua il Trattato – sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due parti chiederanno all'Unione Europea di farsene carico».

    [10]Per un approfondimento ufficiale del Trattato si v. il dossier del Servizio studi del Senato curato da A. Mattiello, A. Magrini, Disegno di legge A.S. n. 1333. “Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008”, Roma, gennaio 2009 n. 92.

    [11]Ricostruisce questo clima isolano il Times of Malta, “L’esibizionismo di Maroni”, in Internazionale, n. 795, 15-21 maggio 2009, p. 23.

    [12] Non è dato conoscere il numero preciso, ma sarebbero almeno una ventina sparsi su tutto il territorio libico. È da sottolineare come sia pratica consolidata in Libia la detenzione in questi centri senza limite temporale massimo previsto da leggi.

    [13] Il respingimento degli immigrati diviene, per i leghisti, addirittura un gioco su Facebook (il popolare social network): “Rimbalza il clandestino”, dove chi respinge più navi a colpi di mouse prosegue nei livelli e, se si perde, un avviso ti invita a riprovarci per migliorare il grado di leghismo. Cfr. il Corriere della Sera del 22 agosto 2009.

    [14]G. Del Grande, “Bollettino migranti” del 21 gennaio 2009, in La rete della pace, reportage dal mondo - PeaceReporter.

    [15]Tesi non ufficiali vorrebbero che l’Italia già dal 2004 abbia collaborato attivamente alla costruzione di questo centro.

    [16] Testimonianza di Dagmawi Yimer contenuta nel film-documentario di R. Biadene, A. Segre e D. Yimer, Come un uomo sulla terra, Asinitas onlus, 2008.

    [17]Cit. in G. Del Grande, op. cit..

    [18]R. Herzog, “Da una prigionia all’altra. Rapporto dall’interno del Centro di Prima Accoglienza di Cassibile”, in Fortress Europe, 26 novembre 2007.

    [19]Si tratta comunque di una esternalizzazione parziale, atteso che in Italia i Cie continuano a funzionare ed a riempirsi.

    [20]F. Perocco, “L’apartheid italiano”, in P. Basso, F. Perocco (a c. di), op. cit., pp. 213-ss..

    [21] È tornato a parlare di “lotta di classe” del padronato finalizzata ad un’aggressione generalizzata alle condizioni di vita e riproduzione del proletariato anche un liberal-democratico qualche Paolo Ignazi, “Ecco la nuova lotta di classe”, in L’Espresso n. 37 del 18 settembre 2008.

    [22] S. Castels e G. Kosack, in un libro di un po’ di anni fa dedicato all’analisi della funzione della forza-lavoro immigrata all’interno delle società a capitalismo avanzato, riportavano vari casi in cui la frattura interna alla classe operaia, su basi “nazionali”: tra autoctoni ed immigrati, avesse contotto sistematicamente al fallimento della difesa dei diritti e dei salari operai. E narravano anche casi molto concreti di come il padronato operasse apertamente tale divisione, spingendo sul “fattore nazionale” per integrare subordinatamente nelle proprie strategie aziendali i dipendenti autoctoni. Si v. ID., L’immigrazione operaia nelle aree forti d’Europa: linee generali e situazione tedesca, Torino, Musolino Editore, 1974.

    [23]Op. cit., p. 228.

    [24] Con la recente L. n. 94/2009 è stato introdotto nel nostro ordinamento penale un nuovo reato: quello appunto della “clandestinità”. L’immigrato “senza documenti”, quindi, è reo per il solo fatto di trovarsi sul suolo italiano. Ciò rafforza ulteriormente quel dispositivo di controllo e subordinazione assoluta sugli immigrati, costretti ancor di più a “rintanarsi” e subire qualsiasi sopruso (sui luoghi di lavoro e di vita) pena la denuncia ed il successivo procedimento penale.

    [25]Da anni, tuttavia, gli immigrati anche in Italia sperimentano pratiche di aggregazione e militanza sindacale e politica che vanno assolutamente valorizzate e potenziate, sfuggendo però alle tentazioni paternalistiche che spesso caratterizzano gli approcci delle associazioni che “lavorano” con gli immigrati.

    [26] È risaputo, invece, come i migliori studi etnografici ed antropologici hanno dimostrato da tempo che la “cultura” è solo il frutto di una narrazione “costruita” dal discorso dominante e non corrisponda mai alla monoliticità cui fa riferimento la sua stessa declinazione al singolare.

    [27] Per una critica serrata dei “cedimenti” di certa sinistra alla cultura della differenza “postmoderna”, si rimanda a R. Gallissot, Razzismo e antirazzismo. La sfida dell’immigrazione, Bari, Edizioni Dedalo, 1992.

    [28] La politica del ritorno alle identità “comunitarie”, dell’esaltazione della famiglia (“tradizionale”) come cellula basilare della società, della “Patria”, in connubio con una sempre più invadente politica vaticana, si riverberano anche in altri ambiti con modalità aggressive. Si pensi ai numerosi recenti casi di aggressione ai “diversi” per genere, ad omosessuali e transessuali. Il ritorno alle ideologie comunitarie passa, in definitiva, anche per il ripristino forte della cultura maschilista, paternalista, patriarcale, omofoba e sessuofoba.

    [29] G. Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 43-4.

    [30] O. Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Milano, Rizzoli, 2002. Le citazioni sono rispettivamente tratte da pag. 27 e pag. 90.

    [31] Alcuni massimi ufficiali delle burocrazie ecclesiastiche cattoliche, in più occasioni, hanno dichiarato di preferire un’immigrazione cattolica (v. polacchi) rispetto a quelle “meno integrabili e meno compatibili” con le profonde origini cristiane europee ed italiane. D’altronde l’immigrazione “buona” e quella “cattiva” è prodotta anche con altri meccanismi. Si pensi alla recente sanatoria per “colf” e “badanti”, di chiara marca neocoloniale, laddove le schiave al servizio dei ceti medi italiani vengono “legalizzate” data la loro funzione servile e sostanzialmente non conflittuale nel seno della società. Essendo peraltro essenziali alla riproduzione dei corpi nell’era della fine dello Stato sociale.

    [32] È paradigmatico di tale fenomeno il seguente operato di una trasmissione televisiva. Nelle ore in cui, il 17 settembre scorso, venivano trasmesse le immagini dell’attacco mortale dei kamikaze talebani alle truppe italiane in stanza a Kabul, nelle ore in cui l’apprensione generale ed il cordoglio per le vittime sorge spontaneo nella gran parte della popolazione-spettatrice, ecco che “Studio Aperto”, immediatamente dopo il servizio da Kabul, ne lanciava un altro su una mamma marocchina, musulmana, che dichiarava di perdonare il marito che aveva appena ucciso la figlia Sanaa sgozzandola perché frequentava un ragazzo italiano. Il collegamento tra estremisti talebani in Afghanistan e cultura islamica (antioccidentale) è diretto, immediato. Mentre uccidono i “nostri ragazzi” a Kabul, qui sul suolo nazionale uccidono una ragazza “occidentalizzata” aggredendo indirettamente il complesso di valori su cui si fonda il nostro impianto giuridico, etico, morale. L’assassinio della giovane diviene l’aggressione alla nostra nazione, al nostro popolo, al nostro sistema di valori. Il corollario necessario e “guidato”: “Sono fanatici per natura, come si può convivere con questi soggetti? Gli portiamo la pace e ci ammazzano i figli… ma uccidono persino i propri se sfuggono alle loro regole assurde”. Il servizio chiosava con una lettera scritta alla redazione da un’amica intima della vittima, dove il riferimento esplicito all’“odio religioso” era scritto nero su bianco.

    (Poco dopo aver scritto questa nota, apprendevamo che il quotidiano leghista, nella sua edizione del 18 settembre, in prima pagina speculava su questa equazione proprio nei termini appena descritti. Cfr. La Padania del 18 settembre 2009, dove nel fondo di A. Accorsi, “È l’islam che uccide”, viene apertamente rivendicato il “filo rosso” che lega la strage in Afghanistan all’omicidio di Pordenone. Poche pagine dopo A. Boni, assessore leghista, parla di “guerra santa nelle case delle nostre città”).
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #3
    Forumista senior
    Data Registrazione
    10 Jun 2009
    Messaggi
    2,367
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere L’accordo Italia-Li

    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao

    Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere
    L’accordo Italia-Libia nel contesto europeo


    di Biagio Borretti

    Per il prossimo 17 Ottobre è convocata a Roma una Manifestazione Nazionale contro il razzismo. Nelle varie città si sta costruendo questo importante appuntamento attraverso l’attivo protagonismo delle comunità immigrate, di numerose associazioni, di organizzazioni della sinistra di classe - tra cui la Rete dei Comunisti - e dei sindacati di base ed indipendenti. Stiamo verificando come esista un tentativo da parte di CCGIL e ARCI di depotenziare questa manifestazione riducendola ad una semplice manifestazione contro il razzismo. Ed è proprio sulla inefficacia di un certo antirazzismo debole che occorre cominciare a riflettere ed agire decisamente in controtendenza rispetto a quanto abbiamo vissuto in questi anni.
    Come contributo alla discussione collettiva, in corso, pubblichiamo questo ampio contributo di Biagio Borretti.
    La redazione di Contropiano.

    Frontiere europee

    «Per un anno e mezzo ho venduto acqua per le strade di Donala», raccontava Soulé: «Ho lavorato sodo, fino a quando ho messo insieme i soldi di cui avevo bisogno per arrivare in Spagna. Adesso ho perso tutto, ma tornerò a casa, lavorerò ancora di più e ci riproverò. Non posso rinunciare ad un sogno di un vero lavoro» [1]. Soulé, giovane camerunense, qualche anno fa raccontava il fallimento del suo tentativo di raggiungere Barcellona: dopo un viaggio durato a lungo, veniva fermato in Marocco e da lì espulso e rispedito nel proprio Paese.

    Le frontiere europee, da tempo, hanno cominciato ad assumere i confini mobili ed espansivi di una nuova forma di colonialismo: quello dei trattati internazionali che – in luogo di o promettendo accordi commerciali o finanziamenti [2] e nell’ottica della costruzione dell’area euro mediterranea – pretende contropartite concrete in ordine al controllo dei movimenti migratori.

    Soulé aveva deciso di raggiungere Barcellona, forse nel tentativo di evitare le campagne dell’Almeria, laddove appena qualche anno prima – era il 2000 – i suoi connazionali lì emigrati avevano assaggiato la violenza e la distruzione delle popolazioni autoctone prodottesi in un pogrom razzista che ebbe a suo tempo risonanza internazionale [3] . I marocchini, braccianti agricoli per lo più a nero, venivano accusati di rubare lavoro agli spagnoli, di essere lascivi e criminali. Il classico refrain del razzismo “popolare” di marca governativa in quell’occasione funzionò alla perfezione.

    Nello stesso periodo anche a Malta, da anni altro avamposto europeo per il controllo dell’immigrazione, politici locali invitavano la popolazione a “difendere la nazione” contro l’“invasione silenziosa” degli immigrati che toglierebbero lavoro ai maltesi [4] . Ancora lo stesso refrain, che diventa quasi un riff.

    Tuttavia, prima ancora di Lampedusa e delle recenti stragi in acque maltesi, negli ultimi anni il simbolo della “Fortezza Europa” sono state le enclave spagnole in territorio marocchino: Ceuta e Melilla. Avamposti delle frontiere europee in terra sostanzialmente “extraeuropea”, i due fortini sono protetti da reticolati d’avanguardia, sistemi di dissuasione ed antisommossa, da apparecchiature di lettura diurna e notturna nonché radar che identificano la presenza di persone fino a chilometri di distanza. I bastioni medievali ai tempi della mondializzazione, contro le nuove “orde barbariche”. A Ceuta e Melilla gli immigrati provenienti dal continente africano tentano l’assalto ai reticolati con scale improvvisate. Vengono respinti dalla polizia marocchina e spagnola. Proiettili di gomma (ricordate Borghezio?), aggressioni fisiche, arresti indiscriminati, violazione dei diritti umanitari e d’asilo. Il Marocco arresta e rimpatria: lo fa per l’Unione Europea [5] .

    Negli ultimissimi giorni, invece, è stato il “fronte francese” ad assurgere ad onor di cronaca. A Calais, un campo improvvisato di “clandestini” (la “giungla”) ivi momentaneamente stanzianti in attesa di partire per l’Inghilterra, è stato sgomberato e spianato con ruspe dalla polizia locale. Una risposta del governo Sarkozy ai richiami del primo ministro inglese sull’inefficacia delle politiche francesi in materia di contrasto all’immigrazione [6] .

    La linea del fronte immigrazione europea assomiglia sempre più a quella USA-Messico, dove peraltro “diligenti” e “volenterosi guardiani” controllano anche armi in pugno che non si entri nella propria “Patria” (alcune tracce di tale attivismo paramilitare si trovano anche in Bowling a Columbine di Michael Moore) [7] .

    Il fronte italo-libico


    L’avamposto dei lager italiani per immigrati senza documenti regolari, è Lampedusa che, negli ultimi mesi, nell’immaginario collettivo si è trasformata da isola a forte attrattiva turistica, in isola a prevalente attrazione di immigrati: “disperati” “clandestini” “invasori” “rubalavoro” “criminali” e così via.

    «Le acque intorno a Lampedusa sono tristemente note per un macabro raccolto: le reti dei pescatori portano spesso a galla i corpi di immigrati annegati. Negli ultimi dieci anni sono morti in 13mila» [8] . Gli assalti e la rivolta nel Cpt di Lampedusa dei mesi scorsi sono ancora vivi nella memoria. Il tentativo di fuga, di forzare le barriere, gridava una volontà di autodeterminazione del proprio futuro, della propria vita, che finiva per incrinare immediatamente – consapevoli o meno – le strategie di controllo biopolitico delle istituzioni repubblicane italiane: il rifiuto dell’accettazione passiva, ad un passo dalla libertà, della “detenzione”.

    Il 30 agosto del 2008 l’Italia sottoscriveva con la Libia un “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” (ratificato con L. 6 febbraio 2009, n. 7), inteso quale «quadro giuridico di riferimento per sviluppare un rapporto bilaterale “speciale e privilegiato”, caratterizzato da un forte ed ampio partenariato politico, economico e in tutti i restanti settori della collaborazione» (v. “Preambolo”). Berlusconi nel presentarlo dichiarava che, per il futuro, l’Italia si sarebbe attesa una più intensa collaborazione alla lotta all’immigrazione clandestina, più gas e petrolio, un aumento del giro d’affari delle imprese italiane in Libia.

    Tra i vari punti oggetto del Trattato, quello che maggiormente ha avuto risalto mediatico è l’art. 19, laddove si prevede una “collaborazione nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina”. Su quest’ultimo tema le due parti «promuovono la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche» (co. 2) [9] . Al comma 3 dello stesso articolo, il Trattato prevede la collaborazione «alla definizione di iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell'immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori» [10] .

    All’esito dell’accordo con la Libia, Malta gioiva, ritenendo di aver smistato il problema altrove, scaricandolo su un altro Paese, allontanandolo dalle proprie coste [11] .

    Il deserto libico è da allora diventato la vera e propria frontiera dell’Italia e dell’Europa laddove si combatte la “guerra all’immigrazione” in maniera invisibile, lontana dai mass-media, dall’osservazione diretta delle popolazioni locali ed italiana. Le frontiere dell’Italia sono state quindi spostate più a Sud, nel cuore delle vie di fuga degli emigranti che salgono dal resto dell’Africa. Dove – se presi dalle autorità – finiscono nei centri di detenzione [12] o nelle carceri. Gli immigrati fermati lungo le rotte per Lampedusa [13] vengono raccolti e stipati in container (100, 200 per volta) e smistati poi nei vari centri (qualcosa di terribilmente simile ai “treni piombati” di nazista memoria). Gabriele Del Grande, che da anni ricostruisce le biografie delle fughe interrotte di questi immigrati, descrive così il centro di Sebha: «Sono camerate di 60 persone, 8 metri per 8. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti» [14]. Il carcere di Al Kufrah, nel sudest ai confini col Sudan, è l’emblema di questo nuovo corso italo-libico di contrasto all’immigrazione [15] . Sovraffollamento, carcerazioni illegittime, soprusi, violenze all’ordine del giorno ed il relativo “traffico” di essere umani tra poliziotti locali e trafficanti: «A Kufrah ti portano con un container. Ti catturano nel Nord e ti rispediscono a Sud, tre giorni in un container con una finestrella. […] A Kufrah non ti mandano per rimpatriarti. Dopo un po’ che sei lì, i poliziotti ti vendono. Io sono stato venduto per 30 dinari (15 euro) a un intermediario, che poi ha voluto 300 dollari per liberarmi a sua volta e portarmi a Nord» [16] . Di seguito alcune testimonianze di detenuti a Kufrah: «“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” – “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” – “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c'era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” – “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” – “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”» [17] . Roman Herzog, giornalista tedesco, visitando il Cpa di Cassibile, riusciva a raccogliere alcune testimonianze: «[Michiel, a] Misratah è rimasto per un mese, con altri 400 Eritrei, un bicchiere di acqua sporca e un cento grammi di pane duro al giorno, senza assistenza medica, sotto continue bastonate e torture. “I libici non ti parlano, ti bastonano, questa è la loro unica forma di comunicare con noi”. Michiel ha passato diversi giorni in cella d’isolamento, al buio, un metro per un metro. Dall’inferno di Misratah è riuscito ad uscire soltanto pagando 250 dollari. Ha avuto fortuna: le guardie non sempre si lasciano comprare, com’è successo a centinaia di altri eritrei detenuti a Misratah da più di un anno e mezzo. Michiel ricorda due morti a Misratah: “Li mettevano in una cellula di refrigerazione. Non avevano documenti, non sanno chi sono, non lo so cosa ne fanno con i cadaveri”. […] Quello che Michiel non dimenticherà mai è la deportazione da Misratah a Kufrah, nel novembre 2006. Venne caricato con altri 200 profughi in un container, tenuti al buio e con un filo d’aria che entrava dagli unici due finestrini, in alto, ma sopratutto senza acqua né cibo. “Dopo un’ora faceva un caldo pazzesco”, racconta Michiel, “alcuni vomitavano sul fondo del camion, in mezzo ai bisogni degli altri. Dopo 20 ore, due donne e due bambini sono svenuti. Quando, cinque ore più tardi, hanno aperto le porte del camion, al confine col Sudan, a Kufrah, due di loro erano morti”» [18] .

    La politiche di rimpatrio, quindi, non sono una novità per la Grande Giamahiria, ma hanno subito una sensibile accelerazione ed intensificazione ed una legittimazione in seguito al Trattato con l’Italia. Quest’ultimo, in definitiva, ha ad oggetto quella che potremmo definire la esternalizzazione del lager [19] , con relativa delocalizzazione della funzione di controllo, spostata “a valle” della catena di produzione dei “flussi” migratori. Il centro imperialistico fornisce il know how ed i mezzi tecnologici per organizzare tali dispositivi di controllo e contrasto, la periferia si specializza nella fase “manuale” del ciclo di esercizio della repressione anti-immigratoria.

    Nei lager gli uomini e le donne si ritrovano spogliati di qualsiasi diritto e di qualsiasi progettualità. Ridotti a replicanti di vite appese ad un filo o alla disponibilità di qualche dinaro che potrebbe aprire le porte alla corruzione e ad un ulteriore tentativo di fuga. Altrimenti il deserto: la morte per il caldo, la fame, la sete. La dipendenza più assoluta dall’arbitrio altrui. Dove i corpi non sono nemmeno messi a lavoro, essendo l’unica fonte di utilità per i propri carcerieri il traffico dei loro corpi.

    Lo “spezzatino” proletario ed il neorazzismo di Stato

    Qualche anno fa, in un importante lavoro sulle politiche dell’immigrazione italiane, Fabio Perocco criticava la tesi allora predominante per cui il nostro Paese non era in possesso, in materia di immigrazione, di una politica organica e coerente, di lunga durata e proiettata nel futuro. L’A. ritiene, invece, che i vari governi italiani succedutisi dagli anni ’90 in poi abbiano perseguito sostanzialmente una omogenea politica in materia d’immigrazione, poggiante su alcuni capisaldi: a) una politica assimilazionista senza assimilazione; b) una politica di etnicizzazione senza riconoscimento dei diritti delle minoranze; c) una politica di selezione, rotazione e precarizzazione della manodopera immigrata [20] .

    Di contro a tanta ideologia organicista dominante negli ambienti aziendali – soprattutto quando assumono le dimensioni medio-piccole e degli sweatshop, per cui i lavoratori da “dipendenti” del padrone diverrebbero suoi collaboratori in un’azienda intesa come promanazione imprenditoriale di una grande famiglia che condivide gli stessi interessi –, il padronato pratica sistematicamente la frammentazione della classe lavoratrice su basi di diritto, contrattuali, salariali nonché su linee di “colore” “nazione” “razza” e “cultura”. L’unità operaia viene spezzata dal punto di vista oggettivo (microaziende, esternalizzazioni, internalizzazioni, struttura a rete…) e soggettivo con un’articolata ma feroce lotta di classe [21] , che assume anche connotati apertamente razzisti.

    L’obiettivo politico principale e di lunga durata del padronato, da sempre, è quello di dividere l’unità operaia, perché solo quando il nemico di classe è diviso, conflittuale al suo interno, è più agevole imporre il proprio dominio di classe in ogni interstizio della vita lavorativa e perfino nelle ore di riproduzione extra-lavorative della forza-lavoro [22] .

    Apparentemente il quadro delle rivendicazioni del padronato italiano e di certe organizzazioni politiche che si ergono a rappresentanti di alcune sue frazioni (si pensi alla Lega nord con l’imprenditorialità “molecolare” del Nord Est), dà segni di “schizofrenia”. Da un lato, infatti, le associazioni degli imprenditori non perdono occasione per chiedere l’allargamento delle quote di forza-lavoro immigrata in ingresso, data la scarsità dell’offerta. Dall’altro, i partiti xenofobi e neorazzisti, rivendicano rumorosamente la chiusura delle frontiere, un loro controllo maniacale, legiferano norme fortemente restrittive in materia di immigrazione e promuovono campagne politiche e mass-mediatiche feroci contro gli immigrati. La schizofrenia apparente sta nel fatto che coloro che si definiscono i rappresentanti di certo ceto imprenditoriale, avanzano propositi e pratiche politiche contrarie agli interessi dei loro rappresentati. La schizofrenia, tuttavia, scompare velocemente se si analizzano i veri obiettivi (non dichiarati) delle legislazioni recenti in materia di immigrazione: Perocco [23] giustamente sosteneva che l’obiettivo non è l’“immigrazione zero” bensì l’immigrazione “zero diritti”. Come abbiamo sostenuto anche in altre occasioni su questo foglio, il padronato italiano nel suo complesso (e soprattutto quello a maggior utilizzo di forza-lavoro non contrattualizzata, a nero), dal Nord al Sud, necessita di manodopera non conflittuale, che sia assolutamente asservita al dominio del capitale sul lavoro. Per fare ciò ha bisogno di una forza-lavoro priva di diritti, che non possa rivendicare nulla e non abbia nemmeno la possibilità formale di organizzare la propria voce e la propria militanza in termini di autodifesa. Non è vero che non c’è bisogno di forza-lavoro immigrata nelle aziende del Paese Italia, ma è necessaria una forza-lavoro dominata. E la legislazione in materia di immigrazione è strettamente funzionale a tali esigenze di tipo economico e sociale (la “scomparsa” degli immigrati sul piano sociale – rilevando solo, ma in maniera silenziosa, come lavoratori – serve a garantire quell’equilibrio di pace ed assenza di conflittualità operaia che ben potrebbero organizzare quelle frazioni di proletariato immigrato “silenziate” da dispositivi di controllo e dominio). È funzionale perché nella misura in cui rende quasi impossibile l’ingresso regolare degli immigrati sul suolo italiano – se non per pochissimi “eletti” – li “costringe” ad entrarvi da “clandestini” [24] . Ed entrarvi da “clandestini” significa entrarvi da soggetti assolutamente dominati cui è negata in nuce qualsiasi forma di resistenza [25] .

    La legislazione in materia di immigrazione (con evidenti “balzi” in avanti verso forme più recrudescenti: dalla L. n. 189/2002 al recente “pacchetto sicurezza”) funge da istituto di legittimazione delle pratiche di inferiorizzazione cui sono sottoposi gli immigrati dalle istituzioni, dalla maggior parte delle organizzazioni politiche, dai mass-media e dalle pratiche padronali. Tale forma di legittimazione normativa, tuttavia, deve poggiare – per poter fondarsi sul consenso di massa – su una precedente legittimazione a carattere ideologico. Per cui abbiamo le pratiche di inferiorizzazione apertamente legittimate dalle leggi dello Stato, che a loro volta sono legittimate dalla narrazione ufficiale in materia di (“problema” dell’) immigrazione.

    La narrazione ufficiale, quella che “produce” gli immigrati come “soggetti pericolosi” e sostanzialmente estranei ed inconciliabili con la nostra società, è una particolare forma di razzismo che da anni imperversa in Europa: un razzismo di tipo “differenzialista” (Taguieff) ovvero “culturale”.

    Differentemente ai vari razzismi storici che hanno infestato l’Europa ed il mondo nei secoli passati e fino a qualche decennio fa innervavano le strutture burocratiche ed amministrative dei principali Stati occidentali (non soltanto quelli apertamente fascisti e nazisti), le nuove forme di razzismo che vanno diffondendosi con prepotenza anche in Italia rifiutano in apparenza i criteri di catalogazione gerarchica delle razze, della superiorità biologica di una razza rispetto ad un’altra, utilizzando altri criteri di “differenziazione”.





    Segue2



    L'obiettivo del padronato e dei partiti di destra e di sinistra che ne interpretano politicamente le esigenze ed i disegni non è "immigrazione zero, ma immigrazione con zero diritti".
    Parole sante che aiutano a comprendere quale sia realmente il fine dei cosiddetti antimmigrazionisti integrati nelle logiche della riproduzione capitalistica.
    La lega, ad esempio, non coltiva alcuna velleità di controllo totale delle frontiere, ma utilizza il tema per dissimulare il reale fine: ovvero la terrorizzazione sistematica dei migranti, magari il respingimento di un paio di navi a carattere puramente dimostrativo e la tacita tolleranza della restante massa di disperati.
    E'chiaro che in un contesto di questo tipo la prima necessità sociale e politica per un comunista è imporre il tema dei diritti universali per contrastare l'azione di sfruttamente del padronato. Nel medio-lungo periodo, tuttavia (prima di arrivare alla rivoluzione, e di tempo ahinoi ce ne vorrà) è ineludibile porre la questione dell'immigrazione in termini che non siano esclusivamente incentrati sull'emergenza finale del lungo processo, cioé sulla sua manifestazione finale e visibile.

  4. #4
    Banda Müntzer-Epifanio
    Data Registrazione
    14 Jun 2009
    Messaggi
    7,806
     Likes dati
    0
     Like avuti
    7
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Esternalizzazione dei lager ed espansionismo delle frontiere L’accordo Italia-Li

    Manifestazione Nazionale Antirazzista

    ROMA 17 OTTOBRE 2009
    Piazza della Repubblica, ore 14.30

    Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
    A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi. Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
    Questa drammatica situazione sta pericolosamente incoraggiando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.
    Intanto, nel canale di Sicilia, ormai diventato un vero e proprio cimitero marino, continuano a morire centinaia di esseri umani che cercano di raggiungere le nostre coste.
    E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e solidarietà per difendere i diritti di tutte e tutti rifiutando ogni forma di discriminazione e per fermare il dilagare del razzismo.
    Pertanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, alle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, a tutti i movimenti a ogni persona a scendere in piazza il 17 ottobre per dare vita ad una grande manifestazione popolare in grado di dare voce e visibilità ai migranti e all’Italia che non accetta il razzismo sulla base di queste parole d’ordine׃

    • No al razzismo
    • Regolarizzazione generalizzata per tutti
    • Abrogazione del pacchetto sicurezza
    • Accoglienza e diritti per tutti
    • No ai respingimenti e agli accordi bilaterali che li prevedono
    • Rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro
    • Diritto di asilo per rifugiati e profughi
    • Chiusura definitiva dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE)
    • No alla contrapposizione fra italiani e stranieri nell’accesso ai diritti
    • Diritto al lavoro, alla salute, alla casa e all’istruzione per tutte e tutti
    • Mantenimento del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro
    • Contro ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone gay, lesbiche, transgender.
    • A fianco di tutti i lavoratori e le lavoratrici in lotta per la difesa del posto di lavoro

    Comitato 17 ottobre

    http://www.17ottobreantirazzista.org/
    Ultima modifica di Sandinista; 06-10-09 alle 17:54

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 27
    Ultimo Messaggio: 21-12-13, 16:18
  2. Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 01-09-10, 21:52
  3. Libia e Italia: il senso di un accordo strategico
    Di Sabotaggio nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 05-09-08, 14:01
  4. accordo fatto:Italia risarcisce la Libia
    Di ANSUZ nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 30-08-08, 15:31
  5. Immigrati, firmato accordo Italia-Libia
    Di otto grunf (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 29-12-07, 17:55

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito