Addio fratello Osama
Dopo le bombe, i sauditi cambiano strategia. Reparti speciali contro Al Qaeda. E lotta ai fanatici nelle moschee e nelle scuole
La sola task force che fino a primavera in Arabia Saudita conoscevano e temevano era quella della Mutawa, l´organismo per la repressione del vizio e la promozione della virtù. Che vigila per strada e nei locali pubblici sulla purezza dei costumi islamici e caccia dai ristoranti le clienti (anche occidentali) senza velo. Ma dopo i gravi attentati del 12 maggio, che hanno provocato 135 morti, sono cambiate le priorità in questa monarchia ultraingessata che proibisce alle donne perfino di guidare l´automobile. Il grande nemico da abbattere è diventato il terrorismo. Anche per diradare il sospetto dilagante un po´ in tutto il mondo che fosse proprio il governo di Riyad, tramite le associazioni islamiche di carità, ad alimentarlo, finanziando Al Qaeda. E placare l´irritazione degli Stati Uniti, l´alleato storico, dove l´opinione pubblica non ha mai cessato di chiedersi perché 15 dei 19 attentatori dell´11 settembre provenissero dall´Arabia Saudita, un paese amico.
Dalla fine di maggio c´è un´altra task force che serra in una morsa il paese, istituendo posti di blocco nei punti nevralgici delle grandi città ed eseguendo retate nei depositi sospetti e all´interno delle moschee gestite dai predicatori più fanatici. Quella delle forze speciali antiterrorismo (Special Emergency Forces). Circa 10 mila uomini che si addestrano per otto ore al giorno in una località ufficialmente top secret alla periferia di Riyad per prevenire gli attentati o per assicurare un´immediata risposta anche agli attacchi più imprevedibili. Istruiti nelle tecniche da agenti americani dell´Fbi, che collaborano con i corpi d´élite del ministero degli Interni. Già in grado di espugnare in pochi minuti un edificio in mano ai terroristi, trasformandosi in acrobati per impadronirsi subito dei piani alti. E di proteggere da imboscate i convogli dei politici più in vista e dei membri della famiglia reale.
I loro raid hanno portato all´uccisione di 16 membri di Al Qaeda e alla cattura di almeno 200 fiancheggiatori. Oltre al ritrovamento di un intero arsenale (granate, fucili di alta precisione, 20 tonnellate di esplosivi e detonatori) che dovevano sconvolgere il paese con una serie di tremendi blitz. Operazioni difficili, molte condotte nelle campagne, dove più si addensano le cellule devote a Osama. In cui hanno perso la vita anche quattro agenti speciali e una dozzina di poliziotti. Oltre a indebolire la minacciosissima rete, la caccia grossa ha prodotto risultati investigativi di estrema importanza. L´arresto di un alto papavero delle forze di sicurezza ha provato l´esistenza di infiltrazioni ai vertici dello Stato. E un biglietto trovato nelle tasche di Yosif Salih Fahad al-Ayeeri, uno dei capi di Al Qaeda, chiama in causa direttamente Bin Laden. Conteneva istruzioni sulla campagna per provocare a suon di bombe una frattura fra l´Arabia Saudita e gli infedeli americani, interessati secondo lo sceicco del terrore solo ai pozzi della prima potenza petrolifera del pianeta.
Osama Bin Laden, di natali sauditi e con 12 mila seguaci in armi fra i connazionali, non aveva mai osato attaccare il suo paese. Nel timore che, per reazione, Riyad interrompesse l´enorme flusso di danaro (miliardi di dollari) che tiene in vita in Asia e in Africa le 10 mila scuole coraniche. E di conseguenza venisse prosciugato quel brodo di coltura ideologica che forgia la manovalanza del terrorismo. Fino al ´91 ci sarebbe stato addirittura un accordo sotterraneo fra lo sceicco del terrore e Turki al Faisal bin Abdul Aziz, responsabile dell´intelligence saudita. Il patto inconfessabile dopo l´11 settembre ha portato alla defenestrazione del capo dei servizi segreti, che non negava i contatti, ma li faceva risalire agli anni Ottanta, quando l´Arabia Saudita appoggiava la lotta dei guerriglieri afgani contro l´occupazione sovietica.
Il cambio di strategia di Al Qaeda è coinciso con la caduta di Saddam Hussein in Iraq. E con tutta probabilità fa parte di un unico disegno che vuole mettere l´area a ferro e fuoco per indurre gli Stati Uniti ad abbandonare la penisola arabica. Puntando a Baghdad su un anti-americanismo che, nel caos in cui è precipitato il paese anche per la totale impreparazione dei marines nel gestire la ripresa, coinvolge ormai gli stessi nemici giurati del raìs. E a Riyad sulla difesa del wahabismo, l´interpretazione più integralista dell´Islam, che sulla spinta della globalizzazione si sta incrinando nelle grandi città, ma che conserva le roccaforti nelle campagne arretrate. Dove la stessa cacciata dal potere di Saddam Hussein non aveva sollevato grandi entusiasmi, in nome di una solidarietà araba che rimaneva più forte perfino dell´orrore per le sue malefatte.
Ai sauditi non era piaciuta, il 9 aprile (giorno della presa di Baghdad), l´arroganza dei soldati americani che avevano avvolto in una bandiera a stelle e strisce la statua da abbattere del raìs. E sul quotidiano ´Al Riyad´, ai versi del poeta Muhammad Mahdi al-Gawhari che celebravano la fine del despota ("Il tempo dei tiranni, quantunque lungo, è sempre breve") si contrapponeva un editoriale sarcastico che paragonava la caduta della capitale irachena a una sceneggiatura di Hollywood. Seguiva nei giorni successivi il boicottaggio strisciante di una catena di caffè made in Usa raccomandato dai predicatori più infervorati.
Perfino il governo, con le antenne sempre ben indirizzate verso gli umori popolari, si era espresso per l´autodeterminazione del popolo iracheno a patto che non sfociasse in una teocrazia sciita di stampo iraniano. Voltando in sostanza le spalle agli Stati Uniti a cui, a differenza della prima guerra del Golfo, aveva concesso nell´ingresso in Iraq un sostegno piuttosto defilato.
Questo atteggiamento ambiguo accresceva le perplessità della Casa Bianca. Già allarmata dalla scarsa collaborazione fornita nelle indagini sulle stragi dell´11 settembre. Il governo di Riyad non aveva mai consentito agli investigatori di Washington di interrogare i parenti e gli amici dei 15 sauditi responsabili delle stragi. Non aveva mai messo a tacere la leggenda metropolitana, dilagante a Riyad e Gedda, secondo cui l´attacco all´America sarebbe nato da una cospirazione di sionisti. E non aveva mai neanche messo sotto torchio i gruppi più fanatici che seminavano odio contro gli occidentali. Al punto che al Congresso americano era stato presentata la richiesta (poi respinta) di inserire l´Arabia Saudita nella lista nera degli sponsor del terrorismo.
Ci sono voluti i morti del 12 maggio per risvegliare il principe reggente Abdallah (svolge dal ´95 le funzioni di re Fahd, il fratellastro colpito da ictus) e convincerlo della necessità di troncare ogni legame con il retroterra del terrorismo. È iniziata così la nuova fase della massima collaborazione. Ufficializzata dagli anatemi di tutte le massime cariche che negavano alla campagna dinamitarda contro gli interessi occidentali la dignità della jihad, la guerra santa. Abdallah e il ministro degli Interni Nayef decidevano in un baleno di costituire le forze speciali. E di congelare nelle banche circa 6 milioni di dollari controllati da organizzazioni sospettate di contiguità con il terrorismo. Veniva in particolare colpita la fondazione islamica Al Haramain, che aveva indirettamente sponsorizzato attentati in Bosnia e Somalia e i cui vertici sono sospettati di collusioni con Al Qaeda.
Veniva poi smantellata la filiera dei religiosi più restii a rispettare i costumi degli occidentali. Quelli che durante la Tempesta nel Deserto, nel 1991, avevano preteso e ottenuto che i cappellani militari al seguito delle truppe statunitensi nascondessero la croce sotto i maglioni per non ferire la sensibilità islamica. I più riottosi sono stati arrestati, o nel migliore dei casi rimossi. Gli obiettori più mansueti sono stati privati dei pulpiti e indirizzati verso l´approfondimento dei testi coranici.
Il nuovo corso ha imposto anche una rapida revisione dei testi scolastici che in nome della superiorità musulmana istigavano sentimenti di avversione verso ebrei e cristiani. E promosso la produzione di programmi televisivi in cui si esalta la virtù della tolleranza e si raccomanda, per la prima volta nella storia di questo paese, di avere rispetto per le convinzioni religiose e i costumi dei popoli non islamici. Passi decisi, con cui Abdallah ha scongiurato almeno per il momento due rischi che potevano scardinare i fragili equilibri della monarchia. Da un lato, la rottura del vincolo speciale con gli americani (risale ai tempi di Franklin Delano Roosevelt) e che avrebbe seriamente indebolito la leadership regionale dell´Arabia Saudita. Dall´altro, la talebanizzazione della società su cui le autorità religiose vigilavano in maniera sempre più occhiuta: giungendo in alcuni casi a sollecitare ai ragazzini delle elementari la delazione sui comportamenti dei genitori ritenuti poco ortodossi.
Con queste misure tampone l´Arabia Saudita resta ancora a metà del guado. Poco aperta alle innovazioni sociali. Ma non silente su un terrorismo non più solo di esportazione, ma che le è scoppiato in casa costringendola sulla difensiva. A Washington molti lamentano che la collaborazione è ancora reticente. Abdallah sarebbe restio a illuminare quelle zone d´ombra (passaggi bancari, gestione delle associazioni caritatevoli) in cui avrebbero sguazzato alti esponenti della corona. Ma Bush ha un atteggiamento più indulgente. Apprezza gli sforzi di Riyad. E per dimostrarlo ha fatto cancellare le 28 pagine più compromettenti di un rapporto del Congresso sull´11 settembre che raccontavano i legami di alcuni ministri sauditi con gli attentatori. Con la scusa di evitare fughe di notizie che avrebbero potuto compromettere le indagini.
In cambio la Casa Bianca torna oggi a chiedere al governo saudita un minimo di sostegno per avvicinare almeno i parenti dei kamikaze immolatisi sugli aerei. Un campione del loro Dna servirebbe, tra l´altro, per identificare i resti degli attentatori. Riyad promette una cooperazione discreta. Stretta fra l´incudine della credibilità internazionale in pericolo e il martello di un integralismo che non può del tutto sconfessare, sceglie la strategia dei piccoli passi. Sperando che i riflettori si spengano in fretta e il paese torni a immergersi in quella penombra da Medioevo che non ha però mai ostacolato lo sviluppo gli affari.
Protezione agli stranieri
L´incubo del terrorismo, esploso lo scorso maggio a Riyad proprio nel cuore del quartiere abitato dagli occidentali, ha sconvolto i ritmi di vita anche della comunità italiana. In tutto, circa 700 connazionali, concentrati a Riyad e Gedda, a parte una decina di tecnici petroliferi dislocati a est intorno a Dharan. Tutti sottoposti a una rigida disciplina di protezione per volere delle autorità saudite che sentono seriamente minacciata la loro reputazione nella gestione dell´ordine pubblico.
Negli anni Settanta, quando l´Arabia Saudita aveva bisogno di ingegneri e di operai per realizzare un faraonico piano di infrastrutture, gli italiani erano decine di migliaia. Solo a Gedda ne vivevano 12 mila, che diedero vita al Club Italia, un circolo con piscina, ristorante e teatro dove si organizzano ancor oggi un paio di recite l´anno (nel Paese sono vietate).
L´Italia figura al nono posto nella classifica dei paesi investitori in Arabia Saudita con capitali per 100 milioni di euro distribuiti in 56 progetti (costruzioni, energia, comunicazioni, petrolchimica, industria pesante).
Abdallah non ama i diritti civili
Nella prima settimana di settembre il principe ereditario Abdallah, che svolge le funzioni di reggente, ha compiuto un passo assolutamente insolito per un governante saudita. Ha ordinato ai piloti del suo jet di far rotta verso la Russia dove doveva siglare con Vladimir Putin un nuovo accordo di cooperazione nella lotta contro il terrorismo.
È stato in assoluto il primo viaggio a Mosca di un leader saudita. Un riavvicinamento che fa giustizia anche dei sospetti lungamente nutriti da Mosca su finanziamenti occulti di Riyad alla guerriglia cecena. Ammesso che ci siano stati in passato, il flusso ora è cessato. Per entrambi i governi, divisi da decenni di diffidenze (Riyad negli anni Ottanta appoggiava la resistenza dei mujaheddin contro l´occupazione sovietica in Afghanistan), il terrorismo è oggi un nemico comune. E il disgelo sta favorendo nuovi accordi anche sui fronti del petrolio e degli interscambi commerciali.
Già prima della guerra in Iraq il principe Abdallah aveva cercato di imprimere una cauta svolta alla politica estera del regno saudita offrendo in seno alla Lega Araba la sua disponibilità per la realizzazione di un piano di pace in Israele (non si parlava ancora di Road Map). Il progetto prevedeva il ritiro di Israele dai territori occupati in cambio dell´apertura di rapporti diplomatici. Era poi diventato il capofila di un gruppo di paesi arabi che promettevano di aprirsi alle riforme prima di correre il rischio di venire travolti dai venti della modernità che grazie alla grande diffusione di tv satellitari sta penetrando anche negli ambienti più chiusi.
E per dare l´esempio aveva proceduto a qualche rimpasto governativo (senza però toccare i ministeri strategici) e dato udienza al ´gruppo dei 104´, un pugno di intellettuali che si battono a favore dei diritti civili e per la liberalizzazione della società. L´emergenza del terrorismo ha però congelato questi buoni propositi. Si è accentuata, anzi, la censura sulla stampa scritta e televisiva, tutta in mano allo Stato. A farne le spese è stato, fra gli altri, Jamal Kashoggi, direttore del quotidiano ´Al Watan´, licenziato in tronco per aver osato criticare gli eccessi di integralismo nella cultura saudita.


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