9 ottobre 1963, una frana a monte della diga causa un'ondata di acqua e fango. Parla Mario Passi, autore di un libro di ricordi
Avevano costruito una diga gigantesca in un posto impensabile, tra le montagne del Vajont, il meno adatto a sorreggere un lago artificiale. Erano tempi di falso progresso, d'affarismo, di grandi imprese padrone della terra e degli uomini. Poi, dalle spalle di quel monumento calò giù un'ondata gigantesca di acqua e fango che travolse case e persone. Duemila morti. In quel periodo Mario Passi era un giornalista de "l'Unità" che oggi, a quarant'anni di distanza, torna a quella vicenda con un secondo libro, Vajont senza fine (editore Baldini&Castoldi, pp. 174, euro 13,40).
Perché ha sentito il bisogno di scrivere un secondo libro sulla tragedia del Vajont, a trentacinque anni di distanza dal primo?
E' un bisogno intimo e morale, mi sento come di dover pagare un debito. Meno di due anni fa sono stato invitato in una scuola femminile di Verona, gestita dalle suore, a parlare del Vajont. Queste ragazze avevano visto la videocassetta dello spettacolo di Marco Paolini e volevano saperne di più. Invitarono me perché sapevano che mi ero occupato della vicenda. Mi sottoposero a due ore di domande. Da lì ho capito che c'era un interesse nuovo nelle giovani generazioni per il nostro recente passato, seppellito nella memoria comune. Decisi di riscrivere completamente il mio libro del '68. Quello era un libro d'argomentazione, questo di testimonianza. Ho messo dentro me stesso, i miei sentimenti d'allora, la rabbia, i furori, l'angoscia.
Nel libro lei parla di una tendenza diffusa a considerare il fatto come una tragica fatalità naturale. Quale fu l'atteggiamento della stampa all'indomani del crollo della diga?
Spaventoso. Ci fu una congiura. Allora dominava, un po' come oggi, ma in maniera più ideologicamente forte, l'anticomunismo più severo, più bieco, più ottuso. Siccome i comunisti dicevano che questa tragedia non era stata frutto della fatalità - come tutti i grandi giornali avevano scritto - ma il prodotto sistematico di una sfida alla natura a fini speculativi, venivano considerati sciacalli. Noi comunisti, agli occhi degli altri, eravamo quelli che facevano speculazioni politiche e che strumentalizzavano i fatti. Un po' come accade adesso. Qualunque cosa si obietti al governo è una strumentalizzazione della sinistra.
Chi si opponeva veniva visto come un nemico del progresso. La diga era esibita come un simbolo dell'elettrificazione dell'Italia...
Era un segno del progresso, il "caso" ha voluto che è costata duemila morti e non è servita a niente!
Ricordiamo il ruolo della Sade - l'azienda che costruì la diga - e dell'imprenditore che la guidava, Carlo Semenza. Cosa si nascondeva dietro quella modernità?
Semenza era un grande costruttore colmo d'ambizione e la Sade un produttore di elettricità che sfruttava al massimo i suoi investimenti, coperti al 45% dallo Stato. Sono partiti con un progetto imponente in una vallata che però non era adeguata a reggere un lago artificiale. E' stata una sfida alla natura con un rischio conosciuto in anticipo. La frana si era messa in movimento da tempo. Speravano che venisse giù a pezzi. Invece, precipitò tutta intera.
Chi doveva collaudare la diga?
C'era l'istituto di idraulica dell'università di Padova e c'erano i "Soloni" dei Lavori pubblici, gli alti papaveri ministeriali, il presidente della IV sezione, il responsabile nazionale del servizio dighe. Ma soprattutto, i membri della commissione di collaudo erano gli stessi, in parte, che avevano approvato il progetto della Sade. Non potevano mai mettersi contro.
E' il primo caso di conflitto di interessi, potremmo dire, no?
Certo, fu un conflitto di interessi potente. C'era una subalternità psicologica - non so se corressero mazzette - dell'apparato pubblico alle grandi società private. Nessuno di loro pensava che la Sade sbagliasse.
Quella diga avrebbe dovuto produrre l'energia elettrica per le industrie a valle, collegate per vari intrecci proprietari alla Sade, vero?
Il dramma del bellunese e di tutte le montagne venete, come di quelle friulane, è stato il saccheggio sistematico delle risorse idriche compiuto per tanti anni dalla Sade. Da quel processo non venne alcun vantaggio per le popolazioni locali, anzi ne furono immiserite. A beneficiarne erano solo industrie che sorgevano a centinaia di chilometri di distanza. Le rivolte degli abitanti cozzarono contro un muro. Perfino un presidente democristiano di quegli anni della provincia di Belluno confessò «La Sade è uno Stato nello Stato». Non c'era niente da fare. Bastava un cenno e si muovevano i carabinieri.
Il Vajont, purtroppo, è solo il primo caso di una politica di saccheggio e di devastazione del territorio in nome del profitto, con tutti i costi di vite umane che ne derivano. Non crede che questo meccanismo vada avanti ancora oggi, persino incoraggiato nella cultura e nei fatti con i progetti di condono edilizio?
Certo, che è attuale. Per questo ho scelto come titolo Vajont senza fine. Il Vajont è il simbolo di un paese dove la gente muore nelle fabbriche e non sa perché. Nell'85, nella Val di Stava in Trentino, crollarono colline di scorie della prima miniera della Montedison, uccidendo 268 persone. E la Montedison è la società che aveva assorbito la Sade dopo la nazionalizzazione elettrica. Sono sempre loro. In ogni situazione in cui le persone sono escluse dalle scelte che riguardano la loro vita, lì c'è un Vajont.
Tonino Bucci___________




Rispondi Citando
