...no, tu no


Parigi e Roma. Lo sa Iddio se non costa, ammetterlo. Ma ci sono evidenze che si impongono.
Paragonate allora le giornate di ieri a Roma e a Parigi, entrambe alle prese con le scadenze della legge finanziaria. Il governo francese l’ha varata ieri, ma si conosceva da settimane. Il ministro delle Finanze Francis Mer su quella base aveva comunicato Romano Prodi e all’Ecofin di Stresa che per Parigi di restare sotto il 3 per cento di deficit sul pil non se ne parla per il terzo anno di seguito, e che al massimo l’impegno è di tornare a rispettare il vincolo – solo se la ripresa lo permetterà – a fine 2005, se non altri 12 mesi dopo. Il primo ministro Jean-Pierre Raffarin tre giorni fa l’ha illustrata a tutti i parlamentari dell’UMP riuniti a Nancy, in un discorso in cui ha aggiornato l’intera strategia di governo in un decalogo di obiettivi che costituisce l’“agenda 2006”. “Je refuse le conformisme du tout-va-mal… Arrêtons de mettre les Français dans la spirale de la sinistrose”, ha esordito, e in nome de “la République du bon sens” ha scandito che “la crédibilité de notre action, ça n’est pas la technicité de nos mesures, c’est la cohérence de notre pensée”.
Il decalogo compone un ampio quadro di riforme nella sanità, nel decentramento, nell’avviamento al lavoro (anche lui ha pronunciato la fatidica promessa di “un milione di nuovi posti di lavoro”, la disoccupazione francese è di un punto percentuale superiore alla nostra, attualmente).
Basate sulla premessa che la spesa pubblica non si taglia, ma cresce solo dell’inflazione cioè dell’1,5 per cento del pil, che il deficit resta al 3,6 per cento, e che procede anche l’anno prossimo come da impegni con gli elettori la riduzione dell’Irpef, con un altro taglio del 3 per cento che porta al 10 l’effetto nei primi 3 anni di governo, con l’obiettivo che resta al 2007 di una riduzione del 30 per cento dei livelli cui era giunta sotto i socialisti.
Jacques Chirac l’ha benedetta come “una politica per la crescita e l’impiego”, sottolineando “il coraggio della coerenza di una linea basata sulla diminuzione del prelievo fiscale per accrescere fiducia e investimenti”.
E ha ricordato come nei mesi precedenti il governo non si sia tirato indietro di fronte a scelte impopolari come la riforma delle pensioni, i cui effetti sono diluiti entro il prossimo decennio e non toccano i regimi privilegiati, ma che è stata definita e votata in 3 settimane.

L’Esagono accademico fa quadrato
I dioscuri di questo esprit de géométrie sono Francis Mer e il ministro del Bilancio Alain Lambert, che nel governo è il vero “mago dei numeri” mentre il ministro si occupa delle scelte più strategiche e dei contatti politici sulle partite d’impresa che Parigi, impegnando massicciamente la mano pubblica, tiene aperte sfidando anche su di esse l’Europa: Edf, Super-Hachette, Bull, France Telecom e infine Alstom.
Al dinamico duo, la tirata d’orecchi riservata dal solitamente rigoroso Financial Times risultava ieri poco più che un pizzicotto. Quanto alla stampa francese, tranne l’ex eurocrate Jacques Attali che su l’Express ha polemicamente richiamato al dovere: “Nous sommes tous des Bruxellois”, è generale il consenso sull’interesse nazionale preferito al “Patto stupido”.
Semmai, è uno spettacolo la serietà con cui il Figaro interpellava subito 10 esperti internazionali sull’agenda 2006. Pure in sede accademica, l’Esagono fa quadrato. L’economista francese internazionalmente più illustre, quell’Olivier Blanchard che è chairman del Dipartimento di Economia al MIT e punto di riferimento del Conseil d’Analyse Economique che consiglia Raffarin (Blanchard essendo di nomina socialista), nel suo rapporto estivo ha messo in riga i numeri della stagnazione europea e del prevedibile avvio di aggiustamento della bilancia dei pagamenti Usa, in cui ogni apprezzamento di 10 per cento dell’euro significa un ulteriore -0,6 per cento di crescita per Europa e un + 0,3 per gli States.
E ha concluso che occorre o un’improbabile svolta alla Bce, o deficit temporanei di bilancio. Analoga è da tempo la tesi dell’altro guru postkeynesiano, Jean Paul Fitoussi. La Francia, che sfida l’Europa sul deficit tagliando le tasse, non conosce l’ira di detrattori interni come i Paul Krugman della “angry left” americana, scatenata contro i tagli alle tasse e i deficit di Bush.

Ora pensate alla cronaca romana di ieri. L’ennesimo vertice di maggioranza andato a monte tra grida e minacce, nessuna certezza su nulla, Economia e Welfare dopo mesi divisi sulle pensioni. L’unica cosa su cui tutti sono uniti è il no a proseguire nei tagli alle imposte, e il rispetto del Patto di stabilità. Per gli osservatori più smaliziati, qualcosa di serio non funziona.
A Roma.

saluti