Telekom Serbia
di Federico Gerardi - 25/9/2003
Il 9 giugno 1997 Telecom Italia acquista dal governo di Milosevic il 29% di Telekom Serbia per 890 milioni di marchi (878 miliardi di lire), contemporaneamente alla compagnia greca Ote che rileva un altro 20% per 675 milioni di marchi. Numeri che, secondo le accuse del teste, Igor Marini, nascondono il pagamento di una super tangente per 450 miliardi di lire incassata da Prodi (nome in codice Mortadella), Dini (Ranocchio), Pietro Fassino (Cicogna, al tempo sottosegretario agli Esteri con competenza sui Balcani), Clemente Mastella, Francesco Rutelli, Walter Veltroni. Rivelazioni smentite dagli interessati con tanto di contro accuse e querele.
Protagonista dell'acquisizione fu l'amministratore delegato Tomaso Tommasi di Vignano, manager promosso dopo che il Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi aveva azzerato i vertici di Stet-Telecom in vista della privatizzazione. Tommasi, attualmente presidente di Hera la multiutility di Bologna e della Romagna, aveva stretti legame con l'ex direttore generale dell'Iri e allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Micheli, uomo chiave del Governo Prodi.
Possibile che Tommasi decise senza nemmeno avvertire gli esponenti più importanti del Governo?
Hanno dichiarato di non saperne niente il direttore generale del Tesoro Mario Draghi, Dini, Fassino e lo stesso Prodi. Il presidente di Stet Guido Rossi che non si recò a Belgrado, ha dichiarato di non aver mai avuto voce in capitolo sulla gestione del gruppo. Il consiglio di amministrazione di Telecom approvò l'acquisto in soli sei minuti, avendo inserito l'operazione tra le "varie ed eventuali", così come ha ricordato Lucio Izzo, consigliere di amministrazione di Telecom designato dal Tesoro alla commissione d'inchiesta bicamerale sul caso Telekom Serbia istituita l'8 maggio 2002 con voto della sola maggioranza di Governo.
Il pagamento, secondo la versione ufficiale, ha avuto come sede esclusiva la filiale di Atene della European popular bank, scelta dai serbi. In particolare Telelcom Italia ha pagato subito circa 700 miliardi per l'acquisto della partecipazione, mentre il saldo è avvenuto circa un anno dopo, come previsto dal contratto. In più, sempre nel giugno del 1997, sono state saldate la quota in carico agli italiani della ricca commissione incassata dalla banca inglese Natwest, advisor dei serbi e il compenso di ben 30 miliardi di lire ad una società di mediazione macedone, la Mak del conte Vitali e di Srdja Dimitrijevic che ricevette l'incarico solo 4 giorni prima della firma. Fin qui quanto dichiarato ufficialmente dai dirigenti Telecom dell'epoca.
Secondo dichiarazioni agli atti della commissione d'inchiesta, in gran parte segretati, i rappresentanti del Governo serbo hanno ricevuto denaro contante. La modalità sarebbe stata di trasportare il denaro in 18 sacchi di iuta pieni di marchi tedeschi usando un jet di una compagnia privata e non della flotta del gruppo Eni utilizzata di solito dai vertici di Stet-Telecom.
Secondo l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sentito dalla commissione, Tommasi ha sempre riferito ai vertici del Governo e le modalità del pagamento avevano caratteristiche tali da non poter restare riservate. Denaro che ora gli inquirenti della Procura di Torino e i commissari stanno cercando di rintracciare e su cui pende l'ipotesi di riciclaggio.
Gli oltre 450 milioni di euro pagati per il 29% di Telekom Serbia si sono rivelati decisamente eccessivi: pochi anni dopo il nuovo presidente di Telecom, Roberto Colaninno ha svalutato la quota detenuta in due riprese, la prima in sede dell'approvazione del bilancio 1999, nell'Aprile del 2000, la seconda nel Marzo del 2001,abbattendo il valore a 195 milioni di euro.
Esattamente quanto ricavato da Telecom il 28 Dicembre scorso, quando Tronchetti Provera ha rivenduto al Ministero delle Poste jugoslavo. La perdita secca, senza considerare l'inflazione, è stata, in pochi anni, di 265 milioni di euro, alla quale non hanno pesato il crollo della new economy, perché il contratto è stato siglato prima del formarsi della bolla speculativa.
La convinzione dei rappresentanti della maggioranza nella commissione è che il contratto è quantomeno anomalo e, anche senza le dichiarazioni di Marini sulle tangenti, i conti non tornano.
Le accuse sono circostanziate, a partire dal fatto che sia stato fatto un grande regalo a Milosevic, decisivo per supportarlo in momenti i grande difficoltà sul fronte interno pagando un sovraprezzo che lo stesso advisor di parte italiana, la banca svizzera Ubs, ha indicato soltanto dopo essere stata sollecitata al rialzo dagli stessi uomini Telecom (compratori) per ben quattro ben volte.
La replica degli uomini di Tommasi è secca: il prezzo era giusto e il valore indicato da Ubs è stato modificato a causa della lunga e complessa trattativa, con l'aggiunta di molte variabili definite durante la trattativa. Le svalutazioni di Colaninno vengono definite discutibili e conseguenza della guerra che ha travolto il regime di Milosevic.
I negoziati con i serbi presentano numerose anomalie sia a livello di gruppo Stet-Telecom che a livello governativo. Per quanto riguarda Telecom, oltre all'esame quantomai frettoloso da parte del Cda, risultano agli atti la mancanza della due diligence tradizionale, la mancata considerazione di pareri legali contrari all'operazione (di cui uno dello studio Pavia e Ansaldo), l'esclusione dalle trattative dei vertici della Stet international (fortemente contrari all'operazione) sostituiti dai rappresentanti di Telecom Italia guidati da Tommasi.
Anche in questo caso la replica degli accusati è immediata: la due diligence non è stata effettuata perché il gruppo nasceva dallo spin-off con il Ministero delle Poste, i pareri legali erano di molto precedenti la firma del contratto e rilasciati quando il la Serbia era sotto embargo, le trattative erano state condotte da Tommasi perché anche la capogruppo aveva una direzione esteri, l'operazione era stata inserita nelle "varie ed eventuali" all'approvazione del consiglio di amministrazione poiché considerata una semplice informativa di un contratto stipulato dalla Stet international Nederland.
Non c'è dubbio sul fatto che l'operazione è stata chiusa da Tommasi appena nominato amministratore delegato del gruppo, coincidenza che i commissari di maggioranza ritengono molto significativa poiché fino ad allora i predecessori avevano respinto le offerte dei mediatori di Milosevic.
Biagio Agnes (presidente della Stet), Ernesto Pascale (amministratore delegato), Francesco Chirichigno (amministratore di Telecom Italia) sono sempre stati contrari all'operazione.
Significativa è la dichiarazione rilasciata da Pascale ai membri della commissione d'inchiesta il 23 Ottobre 2002: "Il motivo non è stato che la Serbia non interessasse, ma che non si riteneva affidabile la strada di una trattativa privata che, evidentemente, presentava degli aspetti anomali, o per lo meno che non piacevano".
L'accertamento delle responsabilità politiche della vicenda parte dalla deposizione presso la commissione d'inchiesta dell'ex ambasciatore a Belgrado, Francesco Bascone. Agli atti vi sono 14 tra lettere e telegrammi inviati a Dini e Fassino contro l'operazione alle quali Bascone non ha ricevuto alcuna risposta. All'interessato non rimase che prenderne atto, evitando però di essere presente il giorno della firma del contratto a Belgrado.
Nell'audizione resa alla commissione d'inchiesta il 9 Ottobre 2002, lo ha ricordato e, alla richiesta di un'opinione sul suo successivo trasferimento a Cipro deciso dalla Farnesina ha dichiarato di non ritenerlo una promozione e che fu una decisione inaspettata.
Igor Marini è un'ex promotore finanziario coinvolto in vicende di truffe su titoli internazionali e associazioni a delinquere, le quali, afferma, siano state lo schermo per ripulire tangenti per 225 milioni di dollari legate all'affare Telekom Serbia. Le dichiarazioni rese da Marini durante gli interrogatori dei magistrati inquirenti della Procura di Torino delineano una minuziosa ricostruzione di un giro di tangenti che passano da San Marino, Austria, Svizzera, Vaticano, Indonesia, Libano e trasformano l'accusato in un possibile super testimone.
Nel 2002 la Telecom Italia privatizzata la rivende al partner serbo per 378 miliardi, molto meno della metà. Sono stati bruciati 500 miliardi, anzi di più se consideriamo l'inflazione dei 5 cinque anni e che il governo serbo potrà pagare in comode rate nell'arco dei prossimi 5 anni: la Commissione parlamentare d'inchiesta ha calcolato il danno erariale in 450 milioni di euro pari al 99,1% del prezzo d'acquisto.
Sempre dagli atti della Commissione d'inchiesta si evince che prima dell'acquisto non è stata effettuata alcuna due diligence di una società, il cui Stato era da anni impegnato in diverse sanguinose guerre, il che non aveva permesso l'ammodernamento della rete telefonica obsoleta.
Federico Gerardi


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