articolo per Rinascita di Adinolfi

Fini e gli immigrati: ultimo atto di una farsa infinita. E c’è persino chi s’indigna, mentre in molti più prosaicamente non capiscono il perché di un’esternazione così impopolare. “È un traditore !” Sostengono in parecchi, come se questo – ammesso che sia poi vero – fosse cosa di oggi. Ma per tradire un esercito bisogna aver militato nelle sue fila, per tradire un’amicizia bisogna saper essere amici, per tradire una parola bisogna averla questa parola. E a Fiuggi non è successo nulla di tutto ciò, soltanto una ratifica di quanto già era avvenuto ventitre anni prima con la fusione con i badogliani, la nascita della Destra Nazionale e l’ipotesi – abortita – di una Costituente di Destra, che altro non sarebbe stata se non un’ Alleanza Nazionale ante litteram.
Accusare Fini di tradimento è dunque improprio. Accusarlo di ignominia o di pericolosità politica e morale è un altro canto.
La richiesta dei voti agli immigrati non è più grave delle abiure del passato, delle scelte liberiste, del delirio filo-sionista, del servilismo verso Bush, del tradimento degli alleati europei. Semplicemente è più impopolare e rischioso, dunque – almeno apparentemente – stupido.
Già, ma Fini non corre per il suo elettorato, non corre per la memoria del MSI, neppur sotto segno DN, e neanche per Alleanza Nazionale. Non corre per il Polo e men che meno per il Paese: Fini corre per se stesso e, semmai, per pochi intimi.
E i calcoli di Fini – o dei suoi sponsores altolocati – sembrano assai chiari.
Innanzitutto essi stanno accelerando per l’inserimento nel partito popolare europeo che sembra destinato a divenire l’unico partito cospicuo di centrodestra. In questa corsa, a causa anche delle incapacità di AN, Fini & Co si trovano a fare i conti con il prepotente rilancio dell’UCD e, probabilmente, si sono detti che – per perdere il minor peso possibile nelle future quanto ridotte spartizioni – è opportuno farsi accettare già adesso come democristiani doc.
È questo che spiega la replica imbecille e suicida a Berlusconi con annessa condanna di Mussolini nonché le recenti boutades impopolari sull’immigrazione.
Fini, che non ha mai avuto intenzione di fare politica ma di vivere della politica, lascia che le cose siano gestite da chi veramente decide: degli immigrati, che votino o no, lui se ne frega, ma anche nell’interpretazione di questo verbo è tutt’altro che fascista. Egli li ha usati strumentalmente per segnalare che continua a mostrarsi a disposizione: di chiunque. Spera, con ciò, di ottenere un giorno l’incarico di Primo Ministro. È ambizioso e punta a questo con tutto se stesso, non ha quindi probabilmente neanche pensato alla carta di riserva – che pure è stata rafforzata dal suo ultimo chiacchiericcio pubblico – che è quella di entrare a far parte come democristiano trasformista dalle “ampie vedute” di un futuro partito che potrebbe stare al governo anche con la formula di centrosinistra.
Insomma Fini sta usando il suo ruolo e la sua visibilità per se stesso, ai danni della sua coalizione e più particolarmente del suo partito.
Non diversamente da come fece, ad esempio, Bigliardo con la Fiamma alle scorse elezioni europee. I partiti di presunta, attribuita o sbiadita eredità neofascista altro non sono che dei taxi.
Ma cosa rende possibile quest’uso continuo e spregiudicato di un partito da parte dei suoi profittatori ?
Lo consente una cultura dominante all’interno delle istituzioni neofasciste, una cultura borghese che è il frutto di una vera e propria selezione inversa.
Sin dal dopoguerra, allorché gli altri potevano godere di sostegni politici, finanziari e mafiosi, i neofascisti dovettero barcamenarsi.
La base era in gran parte popolare, proletaria e piccolo borghese.
Non esistendo i mezzi (ma neppure la volontà quando vennero i mezzi) di far scuola di partito né di costituire strumenti economici e professionali, le forze vive furono però costrette dagli imperativi della vita a lasciare il partito e a guardarlo di lontano.
Ci furono allora, e si ripeterono di generazione in generazione, tre grandi selezioni al contrario.
1. Gli idealisti e i più impulsivi – a differenza di quanto accadde negli altri partiti a forte connotazione ideologica – finirono in carcere o in esilio o falciati da fuoco antifascista.
2. I popolani, i proletari, i poveri, dovettero rimboccarsi le maniche e mettere il sudore della propria fronte a disposizione delle proprie famiglie
3. I capaci, gli inventivi, i costruttivi, impegnarono le proprie risorse in maniera imprenditoriale. Finendo, esattamente come i lavoratori manuali, a seguire il partito distrattamente e da lontano.
Per selezione inversa rimasero soltanto i parassiti, quelli che scambiavano il partito con un ente di parastato, quelli per i quali il partito altro non era se non un luogo nel quale sopravvivere economicamente e fingersi uomini veri. Solo questi ebbero l’occasione di fare carriera e la fecero.
E la fecero nel nome, nel segno, nella mentalità della finzione, della spocchiosa immobilità borghese, nel credo dell’inutilità della vita e delle passioni. Ma anche – in fondo è la stessa cosa – dell’inutilità delle azioni, delle imprese, dei compiti laboriosi.
Nessun atto, qualche gesto, molte parole: a questo può ridursi il fil rouge di un annoso recitare quel che non si è, un recitare quel che non si è che – nel suo spietato irrealismo, nella sua totale inaderenza con le cose surrogata dalla più assoluta aderenza ai clichets che nascondono le cose – ha trascinato generazioni intere di politici neofascisti in una dimensione virtuale, astratta, non vera.
Finti, atteggioni, sovente cialtroni.
Ora, forse, AN pagherà qualcuno degli scotti dovuti e, forse, qualcun altro potrà approfittarne. Di sicuro ne approfitterà Fini che cinico lo è veramente e che non naufragherà con la sua barca.
Per noi che nuotiamo a largo da tempo immemorabile questo non cambierà alcunché. Resta sempre da augurarsi che qualcuno apprenda la lezione, nella sua interezza.